[#generazioneprecaria] Una “rubrica” per tornare a parlare di lavoro

Ci hanno raccontato della flessibilità come una favola. Poi ci hanno detto che era necessaria. Poi ci hanno detto che si erano sbagliati, ma ormai era tardi. Ci hanno detto “flessibilità è bello”, “flessibilità è il futuro”, “flessibilità è moderno”. E ci hanno preso in giro perché volevamo un lavoro vero, stabile, soddisfacente e perché volevamo una vita a misura d’uomo – non appesa ai calcoli su un foglio che misura efficienza e produttività. Perché volevamo una casa, una famiglia. Ci hanno detto che quello è il passato. E poi non hanno capito perché in tanti si sono suicidati. Perché in tanti non ce l’hanno fatta. Li hanno chiamati deboli, vigliacchi, perdenti. Gli hanno costruito un mondo senza senso e poi li hanno rimproverati perché non hanno trovato un senso per andare avanti. Hanno tolto la dignità ad un padre di famiglia con la loro usura e non gli hanno chiesto scusa quando ha deciso di smettere di vivere per ripagare delinquenti in giacca e cravatta.

Ho trentun’anni. Sono calabrese. Sono il primo di quattro figli e, quando ero poco più che un bambino, mio padre mi portava con lui a lavorare o a guardarlo lavorare. Oggi è politicamente scorretto. Oggi non si fa. Ma è così che mi ha insegnato a sporcarmi le mani, a rispettare chi lavora, ad essere umile. E quella umiltà forse l’ho pagata, perché non ho mai preteso niente. Finché ho capito: ci stavano prendendo in giro. Mi offrivano flessibilità, zero sicurezze, zero prospettive.
L’ho vissuta fino in fondo la precarietà. Non ho ancora capito le scelte che ho fatto e quelle che, in fondo, mi ha imposto la realtà.
Hanno anche imparato a confonderti, a farti sentire in colpa.
So solo che, ad un certo punto, mi ci sono abituato. E ho iniziato a giocarci. A vedere fin dove si può arrivare.
E, come tanti, sono emigrato: a Roma, a Milano, in Inghilterra, in Spagna.
A un certo punto mi sono accorto che avrei potuto finire a lavorare ovunque.
Se nessun posto è casa, qualunque posto può andar bene.
Poi ho capito che era una bugia anche questa. E che sembrava tutto facile ma non mi stavo divertendo. Mi ero solo assuefatto. Continua a leggere

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Le mani delle banche sulle case dei nonni

Oggi è ufficialmente la festa dei nonni. E a Milano, per ‘festeggiare’, Luca Beltrametti – docente di politica economica all’Università di Genova, formatosi tra Genova, Pavia e la Columbia University di New York – presenterà il suo rapporto sulla “Cessione della nuda proprietà da parte di soggetti fragili: il possibile ruolo di un soggetto delicato“. Un soggetto delicato perché, in pratica, avrebbe il compito di portar via le case agli anziani. Un fondo creato per fare incetta di case a basso costo. Approntato per conto della Fondazione bancaria Cariplo nel 2014, lo spirito che anima lo studio è riassunto alla perfezione dal titolo scelto, pochi giorni fa, dal “Corriere della Sera” nell’annunciare l’evento: “Troppi anziani con la casa da ricchi ma che non arrivano alla fine del mese“. Nel pezzo, Dario Di Vico ci spiega, appunto, quanto la relazione di Beltrametti potrebbe interessare “il mondo del secondo welfare ma anche la finanza innovativa“. “Le politiche pensionistiche sono meno generose di una volta, la vita media si allunga e aumenta il rischio di trascorrerne una parte in condizioni di non autosufficienza”, prosegue Di Vico, prima di presentare la soluzione geniale di Beltrametti per “rimuovere ostacoli di carattere operativo e – perché no? – di ordine psicologico” che spingono gli anziani a non dar via in massa le loro case. Continua a leggere