“Agnus Dei”, un film sugli stupri sovietici in cui i sovietici non sembrano il problema

Al cinema la Seconda Guerra Mondiale è, ancora oggi, protagonista più che mai. Lo testimonia, ad esempio, la pellicola di Mel Gibson di cui abbiamo parlato ieri. E lo testimonia, tra le altre, una pellicola, pur meno nota, diretta dalla francese Anne Fontaine, proiettata nelle stesse ore in molte sale cinematografiche, “Agnus Dei”. Quella storia – è evidente – non è ancora storia passata e chiusa negli archivi. Ecco perché anche “Agnus Dei”, pur schivando ogni problematizzazione storica dei fatti narrati, forse proprio per questa ragione, non può essere considerato un film del tutto neutrale.

Realizzato con la collaborazione del Polish Film Institute e girato ad inizio 2015, “Les Innocentes” (questo il titolo originale), prendendo spunto dagli scarni scritti del suo diario, racconta l’esperienza di Mathilde Beaulieu, giovane francese volontaria nella Croce Rossa, in missione in Polonia per curare i feriti di guerra francesi. Mathilde, infatti, nel corso della sua attività, entra segretamente in contatto con un convento di suore il cui stupro sistematico e ripetuto compiuto dalle truppe sovietiche ha lasciato molte di loro in stato di gravidanza e bisognose di cure. Ed è proprio questa storia che conquista ovviamente il centro della scena.

Il film, in sé, procede abbastanza lento. Ma, soprattutto, monotono. Non attraversa lo schermo l’emozione del pericolo, della segretezza e non più di tanto neanche il trauma vissuto. L’attenzione è continuamente sulla protagonista, eppure anche l’approfondimento psicologico del suo personaggio è pressoché inesistente. Persino la relazione con il medico ebreo a cui fa da assistente, unico diversivo che rompe la trama, fa la sua comparsa quasi come un di più poco comprensibile. Trasmettono la giusta inquietudine alcune scene in cui domina il silenzio, la neve, il bosco ed il bianco e nero della tonaca e del velo delle suore. Ma c’è poco altro. Con l’impressione che, se l’intenzione era quello di raccontare la protagonista, il soggetto avrebbe dovuto essere ampliato, se invece – come suggerirebbe il titolo – si intendeva raccontare attraverso di lei l’orrore, allora si sarebbe dovuto farlo in maniera più forte e più completa, piuttosto che limitarsi a mostrare le visite e progressi clinici di alcune suore in stato di gravidanza e le drammatiche conseguenze del parto, lasciando completamente a margine la causa scatenante. Stupisce invece scoprire che di quella causa scatenante, di quel crimine originario, la regista ad un certo punto sembra quasi disinteressarsi, finché improvvisamente l’unica storia da raccontare non è altro che la classica rappresentazione trionfale di una cultura progressista – di cui Mathilde, atea e con simpatie si sinistra, è appunto espressione – che combatte contro il reazionarismo (in questo caso della Chiesa). Una deriva che ci regala un finale stucchevole in cui la liberazione non passa per il superamento del trauma vissuto ma per l’abbandono della vita religiosa, con la badessa messa (giustamente) da parte e la suora che lascia il convento esclamando, dopo essersi accesa una sigaretta: “ora voglio vivere!”.

Nel complesso, sembra quasi non ci sia traccia tangibile del crimine sovietico. L’idealismo della protagonista non viene per nulla scalfito da quei fatti e la problematizzazione politica di azioni criminali commesse da un regime comunista è del tutto assente. La protagonista non prende posizione. Ascolta, subisce a sua volta un’aggressione, ma tutto ciò sembra quasi fuori dalla storia. Il convento, il parto, le cure, sembrano l’unica dimensione del film. E al posto di un film di denuncia sui crimini di guerra sovietici, ci si ritrova, infine, con un film che denuncia l’inadeguatezza di una badessa. Una scelta che sembra molto il tipico compromesso per cui vengono storicizzati i crimini degli sconfitti, lasciando alla cronaca quelli dei vincitori.

Emmanuel Raffaele, 10 feb 2017

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