Femminismo preconfezionato alla Milano Fashion Week: alla sfilata Missoni tutte col “pussyhat”

Angela Missoni, direttore artistico del marchio fondato dal padre Ottavio nel ’53, lo aveva già annunciato alla stampa: un “pussyhat” per tutti gli ospiti della sfilata in nome della “battaglia dei diritti, della libertà e della democrazia”. E allora, detto-fatto: i cappellini di lana rosa con le orecchie di gatto – resi famosi dal “Pussyhat project”, nato negli Usa in occasione della elezione di Donald Trump a presidente e protagonisti della manifestazione di massa delle donne contro Trump il 21 gennaio scorso – hanno invaso anche la “fashion week” milanese. E, così, dopo il clamore mediatico legato alla presenza in passerella della modella brasiliana transgender Valentina Sampayo (che aveva già conquistato la copertina di Vogue) e dei figli appena nati da fecondazione eterologa dei due fondatori gay del marchio Grinko, la settimana della moda si chiude con l’ennesima pagliacciata radical chic.

I “pussy hat”, rigorosamente firmati Missoni, infatti, sono visibili in platea e, soprattutto, conquistano l’attenzione sulla passerella quando, al termine della sfilata, Angela Missoni lo indossa e prende la parola per un inconsueto siparietto politico: “sento il bisogno di riconoscere che in un tempo di incertezze c’è un legame tra di noi che ci rende forti e sicuri: è il legame che unisce coloro che rispettano i diritti umani. Facciamo vedere al mondo che il mondo della moda è unito e non ha paura“. Tre giorni fa aveva spiegato in una intervista su “Repubblica”: “quando sono messi a rischio i diritti delle donne più basilari non si può più stare zitti”. “Io non ho mai vissuto veramente il Sessantotto – aveva aggiunto -, sono arrivata subito dopo come teenager. Ed è curioso che oggi, a sessant’anni, mi ritrovi a dover pensare di prendere e andare in strada per paura che le nostre figlie e nipoti crescano senza garanzie che consideravamo acquisite”. Il riferimento a Trump è chiaro – il cappellino d’altronde nasce proprio come simbolo della reazione al “sessismo” del neopresidente -, ma la questione rimane del tutto sul vago. “A cosa si riferisce in particolare?”, chiede la giornalista, Tiziana De Giorgio. Ma la replica lascia a desiderare: “A tutto quello che sta succedendo nel mondo che vede come vittime le donne. Pensi anche solo alla parola femminicidio: sembra che sia stata inventata in questi anni”. I femminicidi (ma esiste realmente una questione proponibile in questi termini?), un po’ di anti-trumpismo che va tanto di moda e del femminismo riciclato che fa tanto vintage e fa sentire giovani, queste le poche “idee” della Missoni, che poi però ammette: “Non ho partecipato fisicamente a quelle marce. Ma le immagini di tutte quelle donne scese in strada mi hanno toccato tantissimo. Ho iniziato a interrogarmi su cosa potessi fare per dare il mio contributo. E ho pensato che la mia sfilata di lavoro potesse essere l’occasione per dire che la moda è contro qualsiasi tipo di abuso e contro chiunque non sia a favore delle minoranze. Perché, mi creda, dobbiamo dirlo forte. Io ho la grande fortuna di avere un pubblico che mi può ascoltare”. Ecco perché, spiega, “il fondale della mia passerella è il Monte Rosa: le donne, insieme, sono come una montagna. E nel mio appello mi rivolgo anche agli uomini, a cui chiedo di amarle dimostrando i propri sentimenti”. Verrebbe da chiedere: ma cosa c’entrano le minoranze con le donne? Ma la domanda finirebbe per far prendere una piega troppo seria ad un discorso che è una evidente furbata mediatica o, in alternativa, una semplice banalità politicamente corretta.

E questo perché il mito progressista, dopo tutto, oggi si è ridotto a sterile sentimentalismo mediatico, con le aziende multinazionali ed i super ricchi a difenderne le istanze. Isteria “social” e proposte “glamour”: è la totale virtualizzazione della politica, che però produce conseguenze più che concrete (vedi la censura sulle notizie non gradite). Del resto, ci avevano già pensato le star multimiliardarie di Hollywood a darne esempio giocando a fare i ribelli, con le sfuriate contro Trump e gli applausi tra gli smoking ed il make-up perfetto. Già in seguito agli Oscar dello scorso anno, peraltro, c’erano state le polemiche per la carenza di premi ad esponenti della comunità nera (l’etnia in questi casi conta eccome evidentemente) ed ecco che quest’anno l’Oscar al miglior film va ad una pellicola, “Moonlight“, ambientata in America in cui (significativamente) non si vede neanche un bianco ed il cui unico merito è quello ideologico di sfidare anche il machismo della cultura afroamericana (con esito grottesco). E poi c’è il “quasi” miglior film, “La La Land“, fatto artisticamente anche bene, ma del tutto autoreferenziale, un cliché su “folli e sognatori”, con Holliwood che anche qui gioca a dipingersi ribelle (“brindiamo ai ribelli”, canta proprio Emma Stone, che nel film veste i panni dell’aspirante attrice Mia), riaggiornando il mito del sogno americano ma rimanendo molto ma molto lontano (polemiche sul genere musical a parte) dal rappresentare il racconto della vita che pretende di essere.

E pensare che prima di questa generazione, anche tutto questo mondo fatto di attori e modelle ha conosciuto ben altri personaggi. E l’azienda Missoni ne è l’esempio perfetto. Fondata a Gallarate, in provincia di Varese, il marchio affonda le sue radici in Dalmazia, terra natale del suo fondatore Ottavio, scomparso nel maggio 2013 all’età di 92 anni. Nato nel 1921 a Ragusa di Dalmazia (Dubrovnik per i croati ai quali ormai appartengono quelle terre) da padre giuliano e madre dalmata, entrambi di buona famiglia, vive a Zara dall’età di sette anni, poi partecipa, nel corso della seconda guerra mondiale, alla gloriosa quanto disastrosa battaglia di El Alamein per poi esser fatto prigioniero dagli inglesi. Rimarrà in Egitto, in un campo circondato dal filo spinato inglese, per ben quattro anni, ma lui amava scherzarci su: “Me piaz dire che sono stato ospite speciale di Sua Maestà britannica per quattro anni”. Ed è sempre con ironia che, però, in una vecchia intervista, spiega di non aver accettato la conveniente proposta inglese di unirsi a loro dopo l’armistizio: “Avevo 22 anni quando mi hanno preso: avevo rifiutato la cobelligeranza. Mi avevano mostrato l’invito ad accettare di un certo signor Badoglio. Gò detto: «Ma io questo signor Badoglio proprio non so chi sia». Ma gli inglesi insistevano, e allora io: «Mi ti firmo, ma devi dirmi che vantaggio avrò». Sa c’osa m’han dito? «Potrai lavorare». È lì che han sbagliato. Gli avrei voluto rispondere: «Ci vuol ben altro che Sua Maestà britannica per farmi lavorare»”.

Nel ’46 torna in Italia, nel ’48 partecipa ai Giochi olimpici di Londra, poi fonda con un altro atleta – Giorgio Oberweger, triestino e pluripremiato per i suoi meriti in guerra nella Regia Aeronautica – un laboratorio di maglieria a Trieste. Dopo la gioventù a Zara, infatti, è proprio qui che la famiglia Missoni è costretta a ripiegare in seguito alle aggressioni ed al genocidio portato avanti dalle truppe comuniste della Jugoslavia, che ha visto 350mila dalmati e istriani fuggire dalle proprie case per sfuggire al massacro ed alle foibe. Ed in proposito, Ottavio Missoni dichiarava in una intervista: “Noi dalmati siamo italiani due volte. Una per nascita, l’altra, la più importante, per scelta. Eppure solo dal 2004 ci hanno dedicato il Giorno del Ricordo. Dopo sessant’anni, Walter Veltroni e la sinistra si sono ricordati di scusarsi: se aspettavano ancora un po’, non avrebbero trovato neanche a chi chiedere scusa. C’è stata una piccola differenza tra l’essere stati liberati dagli americani o dai comunisti nazionalisti di Tito”. Membro del Guf a Zara, sindaco fino alla morte del Libero Comune di Zara in Esilio, la sezione provinciale di Varese dell’Associazione Nazionale Venezia Giulia e Dalmazia, proprio per esser stato “attivo protagonista dell’istituzione del Giorno del Ricordo” e per aver “sempre partecipato alla celebrazione organizzata annualmente”, ha creato un “Premio Ottavio Missoni” proprio per approfondire lo studio di quegli eventi. Tra le sue frasi usate come spunto, queste: “Zara forse esiste ormai solo nel cuore e nel disperato amore dei suoi cittadini sparsi nel mondo”; “E io spero che questo Mare Adriatico, che per secoli ha unito le due sponde sia culturalmente sia economicamente, e che per più di 50 anni le ha divise, torni ad unirle nel millenario solco della cultura mediterranea”.

Politica a parte, tutta un’altra generazione di uomini. Chissà se un giorno qualcuno potrà raccontare con lo stesso orgoglio la storia delle donne con il cappello rosa, che si battevano per non radersi le gambe, per i bagni transgender e permettere ai gay di comprarsi i figli da donne-utero in affitto in nome della parità.

Emmanuel Raffaele, 28 feb 2017

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