Capelli bianchi e nostalgismo radical chic: a Milano la kermesse dei Democratici e Progressisti [FOTO]

Quelli che ci sono, sono bianchi e non parliamo solo del colore dei capelli della maggioranza di aderenti alla kermesse del neonato Movimento dei Democratici e Progressisti, ma anche di una prevalenza “razziale” che oggi, nel giorno in cui sempre a Milano si svolgeva anche la marcia pro-migranti a cui il movimento partecipa ufficialmente, fa riflettere e dà la cifra di una sinistra che rimane pur sempre appannaggio di un mondo per nulla “meticcio”, che stona sostanzialmente col mondo “nuovo” che vorrebbe invece propinarci. Il trinomio bianco, radical chic e borghese è ancora attualissimo per definire quell’area un tempo comunista ed oggi progressista, che ancora rispecchia alla perfezione l’identikit tracciato da Gaber nella sua canzone “Un’idea” (“in Virginia il signor Brown era l’uomo più antirazzista. Un giorno sua figlia sposò un uomo di colore, lui disse: “Bene!” – ma non era di buon umore”).

Detto questo, il colore dei capelli di moltissimi presenti è soltanto l’istantanea di una realtà che sprizza nostalgia da ogni poro: dal banchetto con le magliette del “Che” ed “Il Manifesto”(“quotidiano comunista”) alle foto di Gramsci in bella mostra, dalle t-shirt “Partigiani sempre” con la stella rossa ai pugni chiusi e l’introduzione di rito al grido di “cari compagni e compagne”. Chissà cosa direbbe ancora Gaber, peraltro, dell’insistente flirt di questa sinistra con gli ambienti radicali, testimoniato anche oggi dall’applautidissima presenza della ex senatrice Emma Bonino.

Quanto alle presenze, nonostante il tono minore che i giornali hanno riservato all’evento programmatico degli sciossionisti del Pd ed un approccio comunicativo degli organizzatori piuttosto deludente (dal titolo dell’evento “Fondamenta” alla grafica d’accompagnamento a dir poco infantile), a dir la verità non c’è male. Il Megawatt, ex capannone industriale di quasi 4mila metri quadrati incastrato tra i Navigli e la Barona, ha registrato il pieno sia ieri che oggi.

A presenziare, nella prima giornata di dibattito, il presidente della Camera dei Deputati Laura Boldrini, accolta con calore da una platea che la considera a tutti gli effetti come una personalità di parte e non certo come figura istituzionale. Oggi, invece, di scena Bersani, D’Alema e D’Attorre, padrini di questa separazione da Renzi che ancora non si intuisce dove voglia andare a parare strategicamente. “L’accoglienza e l’integrazione dei migranti sono i pilastri della nuova Europa”, ha affermato in esordio proprio l’ex deputato di Sel, il quale è tornato più volte, criticamente, sulla ricetta liberista: “non è un orizzonte verso il quale tendere”. Poco dopo, però Bersani insisteva sulla necessità di liberalizzare, tema da sempre a lui molto caro. E mentre il parlamentare Carlo Galli rilanciava l’obiettivo degli “Stati Uniti d’Europa” attraverso un rafforzamento secondo lui misteriosamente propedeutico dello Stato, D’Alema dissertava di globalizzazione rimpiangendo il pieno controllo della leva monetaria. E’ più o meno a quel punto che, se non l’avesse già fatto prima, a ciascuno verrebbe da chiedersi: a che serve tutto questo baraccone unito soltanto dall’anti-renzismo e privo di un’identità realmente condivisa, viva e non meramente proiettata in un passato da tempo messo da parte? L’impressione, infatti, è quella di un teatrino in cui si gioca a fare i rivoluzionari ricordando il defunto Pci, mentre sul palco a fare la morale ci sta chi, dopo tutto, quel partito lo ha seppellito di nome e di fatto.

Per carità, interessanti le parole di Massimo D’Alema quando parla di una finanza dominante, “che non ha Stato e non conosce frontiere”, di una “globalizzazione che non è andata come speravamo” proprio perché “la politica è stata considerata un ostacolo al dispiegarsi dell’economia”. Lodevole, soprattutto, la riflessione su un modello economico in cui si è perso il controllo sociale dell’economia perché “la produzione della ricchezza non è più un processo sociale come un tempo”, quando c’erano ancora le fabbriche, per dire. Tipo quelle smantellate in tutta Milano e dintorni, oggi mirabili pezzi di archeologia industriale o – come quello in cui si svolge la kermesse – spazi per eventi (vedi l’Ansaldo nel quartiere Tortona, la vicina “Ginori”, le acciaierie Falk, ecc.). Ma è credibile una sinistra che oggi marcia per un mondo senza frontiere (e quindi senza Stati), che lotta per le unioni civili e taccia di populismo gli operai che ora votano a destra (o i Cinque Stelle), che predica più Stato mentre vuole cedere la sovranità all’Europa, che parla di socialismo e poi vuole liberalizzare quanto la destra, che punta il dito sulla finanza dominante e poi ha solidi (e ambigui) rapporti con le banche mentre ha trasformato le cooperative in macchine per fare soldi? La risposta, naturalmente, è implicita.

“Papa Francesco è uno dei grandi riferimenti della sinistra moderna”, ha dichiarato D’Alema. E di fatto ha riassunto in una frase quella che è la morte cerebrale della sinistra, ridotta ormai ad un populismo di segno opposto, cristianeggiante e moralista, privo però di contenuti realmente spendibili politicamente. “La sfida egemonica della Cina è meno rozza”, secondo l’ex segretario del Pds, rispetto, ad esempio, a quella di Russia e Usa, perché “il nazionalismo ed il protezionismo sono risposte sbagliate e regressive ad un problema reale”. L’alternativa, però, non si vede, probabilmente perché non c’è. Del resto, quando il giornalista Massimo Giannini chiede a Bersani uno slogan, una priorità per il movimento, l’ex premier snocciola banalità una dopo l’altra: sanità pubblica, investimenti per il lavoro e, per fortuna, nessuna delle sue tristemente note metafore.

“L’austerità non è il problema”, afferma una convinta Bonino pro-Euro e pro-Ue: “Grazie all’Ue e al sostegno economico americano siamo diventati il continente più ricco al mondo”, ha osservato. Dimenticando, forse, che l’Europa nei secoli è sempre stata l’avanguardia di un mondo in cui, dal dopoguerra, si trova ad arretrare proprio a causa dell’egemonia americana e post-sovietica seguita ad un conflitto in cui a perdere è stato proprio il nostro continente. Secondo la storica dirigente radicale “nella Ue non funzionano soltanto i settori in cui non si è ancora ceduta la sovranità”. E, soprattutto, occorre superare la Bossi-Fini.

Ecco , dunque, nei flirt e nelle posizioni ufficiali, il bluff del Movimento dei Democratici e dei Progressisti: quello di una sinistra che tenta di recuperare il rapporto con il popolo strizzando l’occhio ai nostalgici, mentre le sue priorità continuano ad essere migranti e unioni civili. Lo ha sottolineato del resto Giannini: “perché la scissione non l’avete fatta sul Jobs Act?”. Molto semplice: il lavoro è un tema rimasto solo su bandiere e t-shirt.

Emmanuel Raffaele, 21 mag 2017

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