Che Guevara, a Milano una mostra senza precedenti racconterà la sua vita

“Nel labirinto più profondo della conchiglia taciturna si incontrano e respingono i poli del mio spirito: tu e tutti. I tutti che pretendono l’estremo sacrificio che la mia sola ombra oscuri il cammino! Ma, senza violar le norme dell’amore sublimato ti porto nascosta nel mio zaino da viaggio”. Sono le parole di questa poesia, scritta da Ernesto Guevara per la moglie Aleida nell’ottobre del 1966, a dare il titolo alla mostra che aprirà a Milano il prossimo 6 dicembre: Che Guevara: tu y todos“. Una esposizione, quella per i cinquant’anni dalla sua morte (che ricorre esattamente oggi), che è nata da un progetto iniziato due anni fa e da uno studio di oltre cento pubblicazioni, degli archivi del Corriere della Sera, dell’Istituo Luce e delle Teche Rai, portato avanti da un gruppo di lavoro composto da una decina di persone che, per tre mesi, ha anche lavorato a stretto contatto con il Centro Studi Guevara di Cuba dove si è recato per visionare migliaia di fotografie, lettere, cartoline, video e scritti.

“Attraverso questa mostra e il nostro lavoro, consegniamo, una volta per tutte, una racconto affidabile e oggettivo al pubblico e agli studiosi del Che“, ha spiegato Camillo Guevara March, ultimo dei cinque figli del Che, nato dalla seconda moglie, Aleida appunto. “Vado a costruire le primavere di sangue e di cemento“, scriveva il rivoluzionario argentino alla consorte, in quello che, per il figlio, “rappresenta un atto di fede davanti a due passioni: l’amore intimo da un lato e dall’altro l’amore che si professa verso ciò che si considera una causa sacra“. “Questo lavoro”, spiega infatti Daniele Zambelli, presidente di “Simmetrico Cultura” e direttore artistico della mostra, “intende riscattare la figura di Ernesto Guevara dall’oblio dell’icona pop alimentata a poster e magliette, restituendola alla sua dimensione più umana, vitale, storica”. Più che una mostra, in effetti, si tratta di una esposizione storiograficamente approfondita, che si sofferma in modo particolare sulla riflessione obbligata del Che declinato in icona pop, de-contestualizzato e spogliato di significati: “è indicativo”, prosegue, “che non si riesca a normalizzarlo, a “digerirlo”, se non con forzature più orientate a tranquillizzare noi stessi: eroe romantico, utopista fanatico, movimentista ingenuo, sono tutte etichette che raccontano la nostra ignoranza più che qualcosa di esaustivo su di lui“. Ecco perché questa mostra, conclude Zambelli, su “un uomo intenso che ha messo tutto se stesso al servizio di un’idea”, “un uomo che sentiva veramente sul suo volto bruciare lo schiaffo dato dal potere ad una moltitudine di uomini e donne a cui è stata tolta speranza e dignità”.

Inaugurazione prevista per martedì 5 dicembre, aperta al pubblico dal 6 dicembre presso la “Fabbrica del Vapore“, la mostra si concluderà infine l’1 aprile 2018, nell’anno in cui ricorrono i novant’anni dalla sua nascita, il 14 giugno del 1928. “Patria o muerte“, ecco la figura del Che riassunta in uno dei suoi slogan, il cui senso è stato certamente smarrito dalla sinistra progressista che pure insiste a riproporre il suo mito con fare quasi bonario (basti pensare tutto il materiale dedicato al Che che era possibile trovare addirittura alla convention del neonato Movimento Democratici e Progressisti, sempre a Milano, presenti niente meno che Bersani e D’Alema). Una figura unica che, però, ha indubbiamente fatto conquiste anche nell’ambiente della destra radicale: odiato simbolo comunista per i più conservatori, al Che hanno invece guardato con ammirazione tanti altri nomi importanti e movimenti dell’ambiente neo-fascista. L’ex Terza Posizione Gabriele Adinolfi, sul suo sito noreporter, ne ha scritto e parlato diverse volte, celebrando la sua memoria pur mantenendo il rispetto per la diversità, mentre anni fa, a CasaPound, è stato presentato “L’altro Che – Ernesto Guevara mito e simbolo della destra militante“, testo pubblicato nel 2009 da “Arianna Editrice” ed ancora oggi il Adriano Scianca, direttore del quotidiano sovranista online “Il Primato Nazionale” e responsabile culturale di CasaPound, lo ricorda, seppur in tono minore ma con “equilibrio e rispetto”.

La ragione è presto detta: Ernesto Guevara è un paradigma rivoluzionario. Icona suo malgrado, pensiero e azione ad un tempo, medico, guerrigliero, scrittore e uomo, la sua collocazione politica ha certamente favorito la sua mitizzazione ma il suo valore oggettivo rimane immutato. Ed il senso di questa mitizzazione è tutta qui: “tu y todos”, la rinuncia alla vita borghese in nome della lotta per un’idea, per la libertà e per la patria. Realizzata con il supporto dell’Università degli Studi di Milano e della Iulm, la mostra è costruita su tre livelli: “Un livello di narrazione di stampo giornalistico ricostruirà il clima geo-politico; un secondo livello sarà dedicato al contesto biografico con i discorsi pubblici, ai pensieri sull’educazione e sulla politica estera, sull’economia e gli accadimenti privati e pubblici di Ernesto Guevara. Il terzo livello, a-temporale e intimistico, rivelerà gli scritti più personali – dai diari alle lettere a familiari e amici, sino alle inedite registrazioni di poesie – dove dubbi, contraddizioni, riflessioni prendono corpo”. L’intenzione, come abbiamo anticipato, è andare oltre la superficie, ecco perché si partirà con le “immagini edulcorate proposte negli anni Cinquanta da Hollywood“, per poi giungere in una sezione dove “le immagini bruciano, per lasciare il posto a un’altra realtà fatta di povertà e malattie, ingiustizie sociali, sfruttamento del lavoro, mancanza di libertà”.

“Devi sapere che sono un misto tra un avventuriero e un borghese, combattuto fra una voglia lancinante di “casa”, e l’ansia di realizzare i miei sogni”, scriveva Che Guevara ancora alla moglie Aleida, alla quale, pure quando è immerso nella disastrosa guerriglia congolese continua a chiedere libri di Eschilo, di Sofocle, di Shakespeare, di Plutarco ed Erodoto, di Platone e Artistotele, di Dante e Goethe. Un rivoluzionario socialista al quale, più che la dottrina, importava la lotta per il popolo. Un borghese che diventa guerrigliero implacabile, rinuncia alla poltrona e muore nella giunga ucciso dagli americani. Ecco il mito del Che, nei fatti più che nelle parole. Un uomo che, per la stessa ragione, non è possibile etichettare con giudizi sprezzanti dal momento che, davanti al coraggio delle idee che diventano azione, è doveroso il silenzio e il rispetto. “Sapevo che nel momento in cui il grande spirito che governa ogni cosa avesse diviso l’intera umanità in due sole fazioni antagoniste, mi sarei schierato con il popolo. E so anche — perché lo vedo impresso nella notte — che io, l’eclettico sezionatore di dottrine e psicoanalista di dogmi, urlando come un ossesso, darò l’assalto a barricate e trincee“. Con queste sue parole scritte tra le “Note di viaggio” del 1952 e con il rispetto che merita chi ha sfidato anche la morte ed i suoi assassini, in quell’ormai lontano 9 ottobre del ’67, ricordiamo oggi Ernesto Guevara nella ricorrenza della sua morte.
In silenzio.

Emmanuel Raffaele

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