National Geographic: “le razze non esistono, scusateci per il passato”

Queste due gemelle, una nera e una bianca, ti faranno ripensare al concetto di razza“. Ecco il titolo di copertina del numero di aprile del National Geographic, rivista statunitense fondata nel lontano 1888 ed oggi tradotta in ben 31 lingue diverse, che per il numero in uscita propone appunto la foto di due gemelle nate da una coppia di Birmingham, lei inglese di nascita, lui di origini giamaicane.

Da “donna” e da “ebrea”, appartenente quindi a categorie a rischio discriminazione – spiega Susan Goldberg, caporedattrice della rivista – “ferisce condividere le terribili storie del passato di questo magazine. Ma quando abbiamo deciso di dedicare il nostro numero di aprile al tema della razza, abbiamo pensato di dover esaminare per prima la nostra stessa storia prima di voltare lo sguardo sugli altri”. Ecco perché, prima di tutto, nel suo pezzo d’apertura ha inteso ammettere: “Per decenni, abbiamo offerto un servizio razzista. Per andare oltre il nostro passato, dobbiamo esserne consapevoli“.

A spulciare l’archivio e giungere a questa conclusione è stato infatti un esperto scelto apposta per l’occasione, John Edwin Mason, docente di storia dell’Africa e della fotografia all’Università della Virginia. E il suo giudizio finale è stato impietoso: “Per la maggior parte della sua storia, il National Geographic, quanto a contenuti ed immagini, ha riprodotto una gerarchia razziale con persone di colore nella parte inferiore e le persone bianche in quella superiore”. Un razzismo espresso anche attraverso la riproposizione di un’immagine considerata stereotipata, per cui le persone di colore, fino al 1970, sono state rappresentate continuamente come “primitive e non tecnologiche, spesso non vestite o presentate come selvaggi”. L’ammissione di colpa implicita con il cambio di rotta, evidentemente, non è stata considerata sufficiente: era necessario, come vedremo, l’ulteriore passo in avanti costituito dalla negazione del concetto stesso di diversità.

Ed ecco, dunque, il numero speciale sul tema delle razze e la copertina sulle due gemelline undicenni inglesi. Nate nel 2006, Marcia e Millie non rappresentano in realtà un caso inspiegabile dal punto di vista scientifico. “Non è così raro che una coppia bi-razziale dia alla luce gemelli ciascuno dei quali somigli di più ad un genitore piuttosto che all’altro”, ammette infatti la genetista Alicia Martin, che usa ancora “inspiegabilmente” il termine “bi-razziale” nonostante le razze – a quanto ci dicono – non esistano. D’altra parte, non è chiaro in che modo due gemelle nate di due razze diverse, sulla base delle diverse origini dei genitori, possano abbattere l’idea che esistano appunto le differenze. Del resto, perché mai le differenze dovrebbero essere una cosa negativa? Una risposta tenta di fornirla proprio la Golberg, nella sua introduzione al nuovo numero: “La razza non è un costrutto biologico, come spiega Elizabeth Kolbert nel suo articolo, ma un costrutto sociale che può avere effetti devastanti“. Una risposta vera solo in parte: il fatto che un fatto possa avere effetti devastanti ha poco a che fare con la sua veridicità ed il fatto che sia anche un costrutto sociale non nega l’evidenza di una differenza che – a prescindere da quanto e come influiscano – ha basi biologiche anche abbastanza evidenti, come dimostrano proprio le due gemelle. E non si capisce l’esigenza orwelliana di cancellare dal vocabolario scientifico le differenze, altrimenti qualcuno può usarle per discriminare qualcuno.

Eppure, negli articoli a cui si è fatti riferimento, la parola d’ordine è proprio questa: quella della razza è una etichetta costruita ad arte, senza basi scientifiche. E contro questa “etichetta” ci si impegna  così ad un’opera di decostruzione di significati che quasi sfiora la contraddizione in termini. Come si può dire che un africano ha origini europee al 30% e viceversa se le razze non esistono? Come si può dire che una diversità evidente, dovuta ad un genoma che ha pur sempre una minima diversità, non esiste pur spiegando che, appunto, esiste? Perché per debellare il razzismo non si mira a colpire le conseguenti devastanti di un giudizio valoriale , ma si deve a tutti i costi decostruire il senso di ciò che è reale? Certo, la razza è senza dubbio uno “spettro”, non esiste la purezza razziale e, in questo senso, è vero che la razza come l’etnia è un costrutto, una semplificazione, una categorizzazione. Ma proprio il fatto che esistano e siano peraltro spontanee  non è altro che una conferma di una percezione delle differenze manifesta. Differenze che non devono necessariamente e auspicabilmente includere il concetto di migliore/peggiore, ma che pure sono un fatto.

Una conclusione a cui del resto arriva – come ammette la stessa Goldberg – anche Anita Foeman, la quale, invitando piuttosto a rivedere le categorie finora in uso, spiega: “Il fatto che la razza umana sia una costruzione non vuol dire che non ci imbattiamo in differenti gruppi o che non ci siano varianti“. Direttrice del “Dna Discussion Project“, proprio nel corso del progetto che ha guidato, Foeman ha scoperto di avere di avere antenati in Ghana ed altri in Scandinavia, ma ciò non le impedisce neanche di considerarsi afro-americana. Perché mai?

Quanto alle scuse della rivista rivolte alla comunità nera, riviste online come “Splinter” e “The Root” hanno accolto la scelta editoriale come un “primo passo”. Altri, come il photo editor Brent Lewis, infatti, hanno fatto notare con disappunto come sia stato un po’ fastidioso che la foto di copertina per il nuovo numero sulle razze l’abbia scattata un uomo bianco, Robin Hammond. Insomma, le razze esistono, quando gli pare. Ma anche su questo la Goldberg sembra esser pronta a fare ulteriori passi in avanti: “Se vogliamo rappresentare un mondo diverso e vogliamo farlo accuratamente e autorevolmente, abbiamo bisogno anche di uno staff diverso per farlo”. Insomma, la sostituzione razziale o etnica in redazione è in attesa. Naturalmente, senza scandalo, visto che le razze non esistono. O almeno di sicuro non esiste quella bianca. D’altronde, nonostante le smentite fornite dai continui ritrovamenti, a quanto pare, secondo il NG, siamo tutti un po’ africani.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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