Brexit, ecco perché i giornali provano a spaventarvi

LONDRA – Ieri Brandon Lewis, ministro inglese con delega alla sicurezza e alla “brexit”, in occasione del suo intervento presso l‘Ambasciata d’Italia a Londra, ha rivolto parole rassicuranti ai cittadini europei che vivono nel Regno Unito.

Malgrado ciò, sono tornate a far discutere alcune sue dichiarazioni in cui, durante una intervista, ammetteva che, nel caso non presenteranno in tempo domanda per il pre-settled o il settled status, i cittadini europei dovranno ovviamente sottostare alle regole vigenti in materia di immigrazione. Ciò che potrebbe “in teoria” comportare la possibilità di essere – secondo il termine usato dal giornalista – “deportati”.

Parole che non gli sono state evidentemente perdonate, nonostante i chiarimenti del governo in merito alla tolleranza che sarà concessa ai cittadini europei, i quali in alcuni casi potranno anche fare domanda dopo il termine stabilito.

IL RUOLO DEI MEDIA: ALLARMISMO E DISINFORMAZIONE

A margine della cronaca e delle informazioni sulla brexit che vi abbiamo proposto nel nostro precedente articolo, è dunque necessaria qualche considerazione su un aspetto che si è rivelato centrale nella vicenda: il ruolo dei media, che anche nel caso della brexit si sono rivelati uno strumento politico più che di informazione.

Lo abbiamo fatto notare ogni volta che ci siamo occupati della vicenda. Quando vi abbiamo raccontato il referendum sulla “brexit” e tutta l’identità inglese racchiusa in quel “Leave”, quando vi abbiamo raccontato qualcosa che non sapevate del eccentrico premier Boris Johnson, che ha stravinto le ultime elezioni e imposto il suo accordo senza esitare (mentre i giornali lo ridicolizzavano). E, ovviamente, quando vi abbiamo raccontato la verità dietro il terrorismo mediatico sulla brexit e il tentativo di spaventare gli inglesi paventando una sanità ed una economia allo sfascio, una sicurezza nazionale a rischio e la fuga di massa da parte delle aziende, prima, durante e dopo il capovolgimento sorprendente dei numeri in quella notte di giugno del 2016 che ha sconvolto le prime pagine dei giornali britannici.

E torniamo a parlarne perché pare evidente che quell’allarmismo mediatico, di malcelata matrice ideologica, non smette di creare disinformazione e panico.

Poco più di una settimana fa, per fare un esempio, il “Sole 24Ore”, titolava: “La «Brexit dimenticata», oltre un milione di lavoratori Ue a rischio”. Nell’articolo si parla di bomba ad orologeria e, tanto per cambiare, di deportazione, con riferimento a quegli 1,2 milioni di europei che non hanno ancora fatto domanda. In nessuna parte dell’articolo, però, si fa riferimento agli (almeno) undici mesi di transizione che sono ancora a disposizione di quanti attualmente vivono nel Regno Unito prima della scadenza dei termini. E si fa addirittura ulteriore confusione, in merito alle paure di chi teme di veder la propria richiesta respinta, con un riferimento ambiguo a quelli che saranno i requisiti economici richiesti a chi vorrà venire in Uk dopo la fine della transizione (questioni che, peraltro, rimangono ancora da negoziare).

LA BREXIT NON E’ IL NAZISMO

Questo è solo l’ultimo degli esempi e delle decine di articoli con taglio simile e titolo fuorviante. E questo accade perché c’è ancora chi insiste a voler dipingere la brexit come fosse il nazismo e lo scenario economico post-brexit come fosse l’autarchia. E’ successo durante la campagna elettorale, quando i sostenitori del “Leave” sono stati tacciati indiscriminatamente e anche in via semi-ufficiale di razzismo.

E continua attraverso scelte linguistiche non certo casuali, come l’accento posto a ripetizione sulla questione “deportazioni” (nei confronti di uno Stato che sta offrendo tolleranza e la possibilità di mettersi in regola a tutti gli europei che vivono lì), ma anche attraverso quell’atteggiamento di chi proprio non accetta che uno Stato possa decidere autonomamente le proprie regole sull’immigrazione, chi può stare e chi no.

Del resto, siamo proprio sicuri poi che questo termine, ‘deportato’ (che in genere definisce l’allontanamento dalla propria patria e non il contrario ed è associato ad una condanna, pena, ad un campo di lavoro o peggio di sterminio), sia davvero adatto a chiunque venga eventualmente rimpatriato? Chi e perché scambia appositamente i termini per farci sembrare il termine rimpatrio una così brutta parola? Non sarà, appunto, che sul piatto c’è, come sempre, la questione mal digerita della cittadinanza come un privilegio da abolire e delle frontiere che devono essere aperte? Le regole sull’immigrazione (e i rimpatri) esistono in tutto il mondo: l’apocalisse non inizierà con la brexit.

GLI INGLESI HANNO SOLO CHIESTO SOVRANITÀ
Ecco, in fondo, il perché di tutto questo allarmismo: gli inglesi hanno chiesto alla propria classe politica che il parlamento torni ad essere sovrano e che il Regno Unito torni così ad avere il controllo dell’immigrazione, del mercato del lavoro, dell’economia e della spesa sociale. Una richiesta che non piace (più) al fronte progressista.

Niente di tutto ciò implica l’odio verso l’Europa, che esiste al di là dei trattati europei.

E niente di tutto ciò – a parte la volontà politica di punire quel voto che ad un certo punto è sembrata predominante – impedisce il raggiungimento di un accordo favorevole in termini di scambi commerciali, che infatti, dopo le assurde minacce dell’Ue, le due parti si sono promesse di concludere. Perché un accordo simile conviene a entrambe le parti così come, molto lucidamente, aveva già chiarito l’ex premier Theresa May e come vi avevamo appunto già mostrato in un precedente approfondimento.
EUROPEI NEL REGNO UNITO: IL 21% FA LAVORI POCO QUALIFICATI
Detto ciò, vale la pena notare che, come ci ricordava il Sole 24 Ore nell’articolo precedentemente citato, “i cittadini Ue rappresentano il 7% della forza lavoro in Gran Bretagna, ma la percentuale sale al 21% in lavori poco qualificati nell’edilizia e nelle fabbriche“.
E’ nota, per dirne una, l’altissima presenza di italiani nel settore della ristorazione soprattutto a Londra, laddove i salari corrispondenti sono molto più bassi rispetto al reddito medio della capitale inglese (oltre 50mila sterline l’anno).

In termini macroeconomici, quindi, è evidente che l’interesse a mantenere intatta la libertà di movimento è strettamente legata all’interesse nel mantenere i salari relativamente bassi grazie ad una domanda di lavoro costantemente alta nei settori che richiedono meno qualifiche (spesso anche solo il gap linguistico non lascia alternative).

Ciò che è assurda, è l’ottica volutamente soggettivista proposta dai media per nascondere questo dato, proponendo piuttosto la banale e sempre verde lettura dei “lavori che gli inglesi non vogliono più fare” (che non casualmente è identica a casa nostra).

Siamo altrettanto sicuri, del resto, che non staranno festeggiando neanche tutte quelle agenzie che speculano sugli affitti, proponendo stanze e case invivibili a prezzi esorbitanti, che dovranno probabilmente rivedere i prezzi con una domanda in discesa.

Tutto questo non per dire che il Regno Unito stia per diventare un baluardo dell’anti-liberismo. Tutt’altro. E, purtroppo, lo sappiamo bene.
Ma per dire solo che un briciolo di obiettività nell’analisi e un po’ di cautela nel dare le informazioni non guasterebbe. E ne gioverebbe anche la democrazia.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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