Londra, il ministro inglese Lewis rassicura gli italiani: “vogliamo che restiate”

Il ministro inglese Brandon Lewis nel corso del suo intervento all’Ambasciata d’Italia

LONDRA – “Non vogliamo che la gente lasci il Paese”: a tre giorni dalla storica uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, Brandon Lewis, ministro del secondo governo Johnson con delega alla sicurezza e alla “brexit”, rivolge parole rassicuranti ai cittadini europei che risiedono oltremanica. E lo fa in occasione del suo intervento presso l‘Ambasciata d’Italia a Londra proprio sul tema dei diritti dei cittadini europei dopo l’uscita dall’Ue, nel corso di un evento fortemente voluto dall’ambasciatore Raffaele Trombetta.

Toni concilianti (apparentemente) in contrasto con le dichiarazioni che, in ottobre, erano rimbalzate sui giornali di mezza Europa paventando il rischio deportazione per migliaia di europei. Intervistato dalla testata tedesca “Die Welt“, in merito al termine entro cui presentare domanda di ‘pre-settled’ o ‘settled status’, Lewis aveva infatti spiegato: “se i cittadini europei non si saranno registrati entro quella data senza una adeguata giustificazione, verranno applicate le leggi sull’immigrazione” e, messo all’angolo sulla possibilità che vengano deportati, aveva risposto: “in teoria, si”.
Parole che avevano fatto scalpore e per le quali Antonello Guerrero de “La Repubblica“, anche ieri, ha ritenuto necessario chiedere ulteriori spiegazioni al ministro. Nonostante un comunicato del governo e un articolo del “Guardian” avessero già chiarito che, nei confronti dei cittadini europei, ci sarà grande tolleranza, a cominciare dalla possibilità di fare richiesta anche oltre la scadenza stabilita nel caso si abbiano buone ragioni per non essersi registrati in tempo.

Ecco perché ieri, Lewis, dopo aver ribadito che “gli europei rimangono amici”, ha inteso anche sottolineare gli sforzi del governo, non solo per garantire che rimangano intatti i diritti degli europei che vivono o verranno a vivere nel Regno Unito prima che sia concluso il periodo di transizione, ma anche per far si che il sistema – rigorosamente digitale – sia alla portata di tutti e noto all’intera platea degli interessati. Proprio perché nessuno debba affrontare situazioni spiacevoli.

ECCO LO SCENARIO PER I CITTADINI EUROPEI

Ad oggi, oltre due milioni e mezzo di europei hanno già fatto domanda per ottenere il pre-settled o il settled status e la gran parte delle domande sono state accettate. La procedura, disponibile online, molto rapida e intuitiva, richiede solo il possesso di un passaporto e aver lavorato in Gran Bretagna anche per un arco temporale minimo prima dell’uscita definitiva dall’Ue (al termine, quindi, del periodo di transizione). Chi infatti non ha raggiunto i cinque anni di residenza e non può quindi applicare per il settled status, infatti, viene automaticamente indirizzato al pre-settled status.

E’ molto difficile che un cittadino europeo residente nel Regno Unito e senza permesso permanente non sappia nulla della brexit e della necessità di mettersi in regola, ma il governo ha comunque riempito le strade e il web di annunci che indicano il da farsi, oltre ad aver dedicato un’area apposita sul sito del governo. Il termine per presentare domanda è il 30 giugno 2021 o il 31 dicembre 2020 nel caso di mancato accordo. Nel caso la domanda venga accettata, anche dopo la brexit si manterranno gli stessi diritti sociali, sanitari e lavorativi.

Ovviamente, dopo il periodo di transizione, le regole per chi arriverà cambieranno, anche se ancora non si sa precisamente come e molto dipenderà anche dagli ulteriori negoziati che inizieranno già a febbraio.
C’E’ ANCORA TANTO DA FARE
Infatti, nonostante il EU Withdrawal Agreement Bill, approvato dal parlamento inglese lo scorso 23 gennaio, dopo alcune modifiche rispetto alla versione proposta dalla May, molti punti restano ancora in sospeso.
Tanto che il presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, rispetto al governo inglese, ha dichiarato: “quanto maggiore sarà l’accesso al mercato interno che vorranno ottenere, maggiore sarà la libertà di movimento per i cittadini europei che sarà necessario garantire”.
Quel che è certo è che le parti si sono impegnate a raggiungere l’obiettivo di un accordo di libero scambio; quello che ancora non è possibile sapere è quali saranno le condizioni, i compromessi e se le trattative falliranno (ciò che non conviene a nessuno). Così come non sono ancora certi i termini che regoleranno appunto l’ingresso degli europei dopo la fine della transizione, tema che – come abbiamo appena visto – l’Ue cercherà di mettere al tavolo come moneta di scambio a livello economico.
Ciò che l’accordo ha regolato è la delicata questione della frontiera tra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda, cosicché per molti versi l’Irlanda del Nord rappresenterà per alcuni aspetti normativi una questione a parte.

In parte più chiara è anche la questione ‘divorzio’: il Regno Unito, che pure non avrà posto negli organi decisionali, verserà all’Ue i contributi dovuti fino alla fine del periodo di transizione, permettendo così una stima di £30bn che saranno versati quasi totalmente entro il 2022.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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