Coronavirus e fake news: il governo ci farà controllare dai social [VIDEO]

Combattere le notizie false è cosa buona e giusta.
Ecco perché non avremmo niente, a priori, contro la nuova task force ministeriale per combattere le fake news sul coronavirus.
L’eventuale pericolo, infatti, è nella politicizzazione del giudizio e, soprattutto, nel metodo.
Ecco perché mi sono chiesto e mi chiedo: quale metodo sarà adottato? Che poteri avrà questa task force? La censura sarà unilaterale, agirà attraverso atti d’autorità e senza possibilità di obiezione? Quali saranno le tutele per la libertà di opinione?

Per provare a dare una risposta sono andato a dare uno sguardo al decreto firmato dal sottosegretario Pd con delega all’editoria Andrea Martella, promotore appunto della task force, per capire cosa dice esattamente il testo che istituisce la cosiddetta “Unità di monitoraggio per il contrasto della diffusione di fake news relative al COVID-19 sul web e sui social network” – una task force, detto per inciso, che sembrerebbe quindi non avere voce in capitolo sulle fake news della stampa, che pure sono state tante e neanche sulle fake news per così dire ufficiali, alcune delle quali venute anche dall’Oms (pensiamo solo per fare un esempio alla questione mascherine si, mascherine no).
Alcuni indizi inquietanti in proposito, comunque, sono arrivati del resto dallo stesso ministro che, in una dichiarazione, ha ipotizzato: “si potrebbe prevedere che sia la Protezione Civile, in caso di necessità, ad avere il potere di intervenire per bloccare sul nascere la diffusione di notizie false, idonee a creare allarme sociale e a procurare danni alla comunità”.
Dando uno sguardo al testo del decreto firmato da Martella, in effetti, metodo, poteri e garanzie sono colpevolmente poco chiari.
Innanzitutto, appunto, c’è il coinvolgimento della Protezione civile, che già suggerisce modalità di azione extra-ordinarie.
Quanto alle tempistiche, nel decreto si parla di un periodo “non inferiore” a un anno, ma anche il ministro ha confermato che questa strategia potrebbe essere estesa ad altri campi dell’informazione. La gestione d’emergenza, insomma, potrebbe diventare gestione ordinaria e, viste le circostanze, non ci meraviglieremmo.
Quanto ai contenuti, il decreto fa riferimento ad una “ricognizione e classificazione dei contenuti falsi, non dimostrati o fuorvianti, creati o condivisi con riferimento al COVID-19, con particolare riguardo a quelli potenzialmente idonei a indebolire le misure di contenimento del contagio ovvero ad accentuare la difficoltà della gestione emergenziale”.
L’accento, dunque, non è soltanto sulla falsità dell’informazione ma sulla dannosità rispetto alle indicazioni delle autorità, “fuorvianti” appunto.
Ma, soprattutto, il decreto parla dell’ “individuazione di specifiche misure di contrasto alla diffusione di fake news, anche tramite il COINVOLGIMENTO dei principali motori di ricerca e piattaforme social” e della “promozione di azioni per l’AUTOREGOLAMENTAZIONE delle piattaforme digitali“. Nel testo si fa diretto riferimento a Facebook, ma anche Google, Tencent, Baidu, Twitter, TikTok, Weibo, Pinterest “ed altre”.
Il lavoro sporco, insomma – ed è questo l’aspetto più inquietante – lo faranno dunque i privati che agiranno per conto dello Stato, senza dover rendere conto a nessuno. Non ci sarà nessuna valutazione giuridica alla base della eventuale censura, nessun controllo giurisdizionale, nessuna garanzia.
I giudici saranno delle aziende private.
Mi sono già occupato in altri approfondimenti, ad esempio, del metodo Facebook: la sua capacità enorme di influire sulla diffusione dell’informazione, pressoché monopolizzando l’informazione online, ne fa allo stesso tempo uno strumento enorme di censura. E secondo molti, soprattutto secondo la sinistra che ha spesso trovato in Facebook un’ottima sponda ideologica, Facebook non sarebbe soggetto ai principi della Costituzione italiana sulla libertà d’espressione.
Questa che per noi è un’assurdita sembra invece una interpretazione che trova conferma nel decreto, per il fatto stesso che delega ai privati la decisione.
Nel merito, ad esempio, ci sono state finora due sentenze contrastanti da parte dei giudici italiani, una a favore di CasaPound – le cui pagine politiche e personali erano state cancellate da Facebook – ed una a sfavore di Forza Nuova. La questione è particolarmente rilevante perché si tratta, tra l’altro, di due due movimenti che – a prescindere dal giudizio politico – hanno legittimamente partecipato alle ultime competizioni elettorali.
Sempre a proposito di piattaforme social, il decreto parla anche della “definizione di opportune modalità idonee a potenziare e rendere più visibile ed accessibile l’informazione generata dalle fonti istituzionali, anche attraverso un MIGLIORE posizionamento sui motori di ricerca e sui social media; promozione di partnership con i diversi soggetti del web specializzati in factchecking e con i principali motori di ricerca e piattaforme social, al fine di valutare le misure più appropriate per individuare i contenuti non veritieri relativi al COVID-19″.
Insomma, algoritmi e meccanismi di controllo delle piattaforme contribuiranno attivamente ad impedire la diffusione di contenuti che non provengano da fonti governative, né più né meno che come in Cina o in altre dittature.
In questo caso, si può notare come le esigenze della censura cambino forma nell’epoca dei social network: se hai la possibilità di nascondere una notizia al grande pubblico ed impedirne la diffusione, potrebbe non essere indipensabile la sua cancellazione.
Per farvi solo un esempio, giorni fa, su questo sito, abbiamo prodotto e pubblicato un video che ripercorreva le raccomandazioni dell’Organizzazioni Mondiali della Sanità, evidenziandone le colpe in relazione all’immobilismo dei governi sulla chiusura delle frontiere. Tutto era basato su fonti ufficiali, senza nessun complottismo, come sempre su Rivoluzione Romantica.
Eppure, su questo come su altri approfondimenti, Facebook ha ritenuto di non autorizzare la sponsorizzazione dell’articolo, limitandone così la diffusione e limtando, così, la libertà di informazione.
Nel peggiore dei casi, arriva direttamente la cancellazione dei contenuti o, addirittura, della pagina, che ha poco a che fare con eventuali contenuti violenti ma è più una sentenza politica, dal momento che non è necessario commettere reati per essere cancellati.
Tornando al decreto, uno dei passaggi forse più inquietanti è però il riferimento al controllo della “messaggistica online”, pensiamo Whatsup ad esempio, che fa pensare ad una vera e propria intromissione nella sfera inviolabile delle comunicazioni tra privati.
Ecco, per concludere, il motivo per cui abbiamo paura che, come per le commissioni e le campagne contro l’odio, la censura si abbatta non tanto sulle notizie false, ma sulle notizie che portino con sé responsabilità politiche o posizionamenti considerati politicamente inaccettabili o estremi.
Ecco perché – senza contare  che, tra i componenti, c’è Riccardo Luna di “Repubblica”, Francesco Piccinini di “Fanpage”, David Puente di “Open”, tutte testate politicamente schierate a sinistra – sulla la commissione istituita avanziamo il legittimo sospetto che l’obiettivo non siano le notizie false, ma le opinioni antigovernative e, soprattutto, notiamo che, oggettivamente, il metodo che delega il controllo ai privati non promette niente di buono.
Emmanuel Raffaele Maraziti

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