Il Mes non è stato attivato ma siamo con le spalle al muro

La riunione dell’Eurogruppo della notte scorsa si è conclusa con un accordo sugli strumenti a disposizione dei Paesi Ue per affrontare la crisi.
Non si tratta, ancora, di un accordo vincolante e comunque non impone misure o strumenti ai Paesi che lo hanno firmato.
Peraltro l’accordo deve ancora passare all’esame del Consiglio europeo (formato da capi di Stato e di governo) e, in ogni caso, deve essere definito nei dettagli e la prossima riunione del Consiglio è prevista per il 23 aprile.

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L’accordo prevede la possibilità che gli Stati europei, su richiesta, attivino il Meccanismo Europeo di Stabilità, ma è, appunto, solo una possibilità, che il governo Conte e il Movimento 5 Stelle continuano ad escludere come soluzione per l’Italia.
Il riferimento agli eurobond chiesti dall’Italia non è contenuto nel documento firmato ieri dal ministro dell’Economia Gualtieri, che però spera (o, meglio, finge di sperare) si possano ancora ottenere, poiché è ancora da decidere come verrà finanziato il Recovery Fund da 500 miliardi proposto dalla Francia e sostenuto dall’Italia e che dovrebbe attingere risorse dal bilancio europeo.
Si parla per ora genericamente di “strumenti innovativi” ma l’Olanda, dopo la riunione, ha ribadito il no ad un suo finanziamento attraverso la creazione di titoli di debito europei. La proposta della Francia, appoggiata per questa ragione dall’Italia, al riguardo parla esplicitamente all’emissione di titoli di debito, ma l’Olanda opterebbe invece per contributi straordinari. La discussione in merito, dunque, è ancora aperta.
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Il Mes potrebbe invece essere richiesto dai Paesi membri, per una cifra pari al 2% del proprio Pil (si parla di circa 35 miliardi, ovvero di una cifra che molti ritengono insufficiente e comunque molto inferiore a quanto versato in questi anni dall’Italia al fondo). Ma questi soldi potranno essere chiesti, ovviamente in prestito, solo a condizione di esser usati per la spesa sanitaria. Nel caso si chiedessero per sostenere l’economia, invece, sarebbero concessi solo alle normali condizioni del Mes (contenute peraltro nei trattati), ovvero a condizione di misure di austerity e tagli alla spesa, con la supervisione della Commissione Europea, del Mes e della Bce che, di fatto, imporrebbero al Paese richiedente le misure di politica economica che ritengono necessarie (come avvenuto in Grecia).
Il timore nei confronti del Mes, perciò, è sempre stato connesso ad una ulteriore e completa cessione della propria sovranità, nell’impossibilità di poter decidere autonomamente su investimenti, tassazione e spesa sociale, con la probabilità che, per ripagare il debito, vengano imposte anche ulteriori cessioni del patrimonio pubblico. Il Mes, insomma, equivarrebbe ad una sorta di commissariamento del Paese richiedente.
Alcuni, inoltre, diffidano anche di un Mes senza condizioni iniziali, dal momento che, da regolamento, le istituzioni interessate precedentemente citate potrebbero in qualunque momento rivedere i criteri.
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Tra gli altri strumenti previsti dall’Eurogruppo, infine, ci sarebbero i prestiti alle imprese da parte della Banca europea per gli investimenti (25 miliardi per fornire alle banche garanzie che permetterebbero di concedere 200 miliardi di prestiti) e il fondo Sure per finanziare misre anti-disoccupazione e cassa integrazione (fino a 100 miliardi), sempre attraverso prestiti della Commissione europea ai Paesi membri, attivabili sempre su base volontaria e in base alle garanzie offerte dai Paesi (non, quindi, incondizionatamente).
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Insomma, il Mes non è stato attivato, ma la linea italiana ne è uscita certamente sconfitta. D’altronde, una autentica vittoria non sarebbe stata rappresentata neanche dagli eurobond, cha avrebbe comportato l’adozione di politiche fiscali comuni e, quindi, decise a livello europeo (ragion per cui si opponevano Olanda e Germania).
Lo strumento più efficace, al momento già in uso, sembra essere l‘acquisto straordinario da parte della Bce di titoli di Stato italiani (ovvero il finanziamento del debito italiano da parte della Bce), che ha dimostrato ovviamente di poter fermare l’aumento dello spread, ma è uno strumento che i trattati limitano molto nel suo utilizzo ed ovviamente condizionato alle risorse a disposizione o messe in campo della Bce.
Il pericolo attuale è che, nonostante il governo Conte rifiuti di chiedere i prestiti del Mes, i mercati possano mettere in difficoltà l’Italia, facendo schizzare alle stelle i tassi di interesse da pagare sul debito e lo spread, nel caso l’azione della Bce non sia sufficiente a finanziare il debito. Come in passato, una crisi di governo ed un commissariamento politico di fatto non è improbabile. L’Italia si troverebbe di fronte al ricatto di vedere il rischio default crescere vertiginosamente o attivare il Mes, magari dopo la caduta di questo governo (da vedere con il sostegno di chi).
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Nel frattempo, invece, la Banca centrale britannica finanzierà la spesa “semplicemente” stampando banconote, ovvero monetizzando il debito, come accade anche in Cina e Usa. Una opzione che l’Italia attualmente sembra non avere, anche se potrebbe essere a un certo punto l’unica alternativa (pare non sia neanche vietato dai Trattati).
Il vero limite evidenziato dalla crisi, dunque, è quello di trovarsi di fronte ad una crisi privi di una politica monetaria indipendente e di una banca centrale propria, esposti al ricatto dei mercati, che potrebbero “rifiutarsi” di finanziare un indebitamento eccessivo del Paese. L’inflazione, del resto, è il rischio maggiore nel caso di monetizzazione del debito, ma potrebbe essere anche l’unica opzione e, chiaramente, le sue conseguenze dipenderebbero molto dalla mole e dal metodo dell’intervento: se la quantità di denaro emesso non supera la capacità produttiva generata, il rischio inflazione potrebbe infatti essere contenuto.
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Emmanuel Raffaele Maraziti

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