Spagna: rapporto lancia l’allarme islamofobia, dubbi sul metodo

21Secondo la Piattaforma Civica contro l’Islamofobia, che ha presentato i dati lo scorso 30 aprile durante il Congresso Nazionale della Federazione Spagnola delle Entità Religiose Islamiche a Valencia, nel corso del 2015, in Spagna, si sarebbero verificati 278 casi di islamofobia, con un aumento del 567,35% rispetto all’anno precedente ed una concentrazione soprattutto a Barcellona e Madrid. Amparo Sànchez, presidente dell’organizzazione, ha anche ricordato che, in seguito agli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016, anche nel corso dell’anno in corso si sono verificati attacchi contro sette moschee: «questi incidenti, identici tra loro», ha affermato, «dimostrano che gli autori sono organizzati, in contatto e finanziati, molti di loro a livello internazionale». Tutto ciò nonostante, spiegano gli organizzatori dell’evento che ha fatto da cornice alla presentazione del rapporto, ben il 40% dei mussulmani in Spagna abbia la cittadinanza spagnola.

Un rapido sguardo ai dati e si nota subito che la maggioranza dei casi registrati, il 21.8%, è relativa ad episodi virtuali, verificatisi su internet. Seconda tipologia dei casi è l’opposizione nei confronti dell’hijab, il copricapo islamico (19.4%). Mentre le aggressioni contro le persone rappresentano appena il 5.3% degli eventi e, tra queste, sono considerate sia le aggressioni fisiche che quelle soltanto verbali. Un altro 5.3% riguarda atti di vandalismo contro le moschee, mentre interessante risulta il 4.4% che denuncia gli “articoli islamofobi” e l’altro 4.4% che consiste in manifesti e volantini anch’essi “islamofobi”. Islamofobo anche il 4.9% che si oppone alla costruzione o all’apertura di moschee o centri islamici. Soltanto una percentuale minima di questi episodi, tra il 10 ed il 18%, è stata denunciata ed è quindi verificabile in quanto reato. Quanto agli episodi denunciati come islamofobi, come abbiamo già accennato, non abbiamo a che fare con 278 casi di aggressioni contro le persone a causa della loro fede, come si potrebbe pensare a primo impatto. Anzi, facendo due calcoli, le aggressioni contro le persone in un anno sarebbero meno di 15, contando tra queste anche quelle soltanto verbali. Un po’ poco per lanciare l’allarme islamofobia. Tra i casi registrati, peraltro, come abbiamo visto, anche articoli che legittimamente discutono le pericolosità dell’Islam, slogan contro i rifugiati, manifestazioni contro il terrorismo islamico e l’immigrazione (nel rapporto, ad esempio, al punto 45 si segnala un concentramento a Saragozza e, appunto, la parola d’ordine del corte: “No al terrorismo islamico”). Islamofobe anche le manifestazioni identitarie contro il multiculturalismo. Tra i casi di islamofobia presunta anche un articolo di giornale, «Ondata migratoria: rifugiati o invasori?», che snocciola pacificamente alcuni dati (molto simili, peraltro, a quelli di una recente inchiesta del Sunday Times) su poligamia, rapporto con gli infedeli, velo e sharia, evidenziando una maggioranza “conservatrice” tra i mussulmani. Il rapporto in questione, quindi, sembra voler affermare un uso del termine islamofobia che si va imponendo anche nel Regno Unito e che tende ad inquadrare come tali anche una serie di cose che rientrano, invece, nella libera manifestazione del pensiero, confondendoli volutamente e mettendoli sullo stesso piano rispetto agli atti autenticamente offensivi, razzisti o violenti – che, dicevamo, sono fortunatamente molto pochi. Un’operazione molto simile a quella portata avanti dalla lobby israeliana e che, ad esempio, è riuscita a rompere gli equilibri interni al Partito Laburista in Gran Bretagna. Una strategia che tende ad accostare e poi accomunare di proposito l’opposizione alle politiche israeliane con l’antisemitismo, in modo da rendere del tutto intoccabili alcuni temi che pure hanno poco a che fare col razzismo e molto con la storia e l’attualità. Ed è paradossale che la strategia relativa all’allarme islamofobia, non sia in fondo così differente da quella, parallela, portata avanti dalla lobby israeliana, spesso proprio contro esponenti della comunità mussulmana. Chi di spada ferisce, di spada perisce. E, sullo sfondo, una dittatura del pensiero progressista che livella e manipola ogni differenza per i suoi esclusivi interessi: il liberismo, il melting pot, l’annullamento di ogni identità o alternativa economico-politica.

Emmanuel Raffaele, 2 mag 2016

Uk, bufera sui labour dopo la frase su Hitler: al via indagine interna

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I telegiornali inglesi in queste ore non parlano d’altro: il Partito Laburista in balìa dell’antisemitismo. Questa, infatti, è l’accusa corale mossa al leader Jeremy Corbyn da oppositori e membri del suo stesso partito dopo l’espulsione di Naz Shah e la sospensione dell’ex sindaco di Londra, Ken Livingstone. E così Corbyn, che pure ha negato la crisi, ieri ha annunciato l’avvio di una indagine interna: “Il Partito Laburista è un partito anti-razzista nella sua essenza ed ha una lunga e fiera storia di lotta contro il razzismo, incluso l’antisemitismo. Mi sono speso per tutta la vita contro il razzismo e la comunità ebraica è stata al centro delle politiche progressiste e del nostro partito per oltre un secolo”, ha dichiarato ai giornali dopo l’annuncio.

A portare avanti l’indagine, ha spiegato, sarà Shamu Chakrabarti, in passato a capo di “Liberty”, organizzazione a difesa dei diritti civili. Il suo compito, nei prossimi due mesi, sarà quello di confrontarsi con la comunità ebraica per poi formulare una proposta risolutiva. Accanto a lei, David Feldman, direttore di un istituto dedito allo studio dell’antisemitismo. Inoltre, una indagine a parte verrà condotta da Janet Royall sull’antisemitismo all’interno dell’Oxford University Labour club.

Dunque, che succede esattamente? L’estrema destra più razzista ha preso in ostaggio le menti dei laburisti? Adolf Hitler redivivo ha ripreso la sua propaganda partendo da Londra? Niente di tutto ciò, anche se di mezzo c’è come sempre lui, l’innominabile Fürer del Reich tedesco. A Ken Livingstone, infatti, è bastato farvi riferimento per essere sospeso nel giro di poche ore, con il candidato sindaco di Londra Sadiq Khan, mussulmano, in prima linea per farlo fuori. La campagna elettorale, si sa, non guarda in faccia nessuno.

«Ricordiamoci che Hitler, dopo aver vinto le elezioni nel 1932, pensava di spostare gli ebrei in Israele. Supportava il sionismo – questo prima di impazzire e finire per uccidere sei milioni di ebrei». Ecco le dichiarazioni incriminate di Livingstone, indubbiamente scomode visto l’accostamento tra sionismo e nazismo, ma non molto diverse da quelle rilasciate pochi giorni fa addirittura dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come ha ricordato lo stesso esponente laburista. Ma la vicenda, come dicevamo, ha origine da un altro episodio: l’espulsione poche ore prima di Naz Shah. E’ in sua difesa che Livingstone aveva affermato: «Non sentito nessuno dire nulla di antisemita, ma c’è stata una campagna molto ben orchestrata dalla lobby israeliana tesa a diffamare chiunque critichi le politiche israeliane tacciandolo di antisemitismo».

L’espulsione della parlamentare Naz, in effetti, dava un po’ l’impressione di una campagna mirata, dal momento che al centro delle accuse contro di lei ci sono sue dichiarazioni risalenti addirittura al 2014, quando proponeva di spostare Israele negli Stati Uniti per risolvere la questione israelo-palestinese.

Livingstone ha quindi ribadito la sua preoccupazione in merito all’evidente e deliberata confusione tra antisemitismo e critiche ad Israele, difendendo il suo commento su Hitler definendolo «un fatto storico».

Ma la storia a volte ignora le regole del politicamente corretto e a volte osa perfino dimenticare chi ha vinto l’ultima guerra mondiale, per cui meglio lasciarla stare, sembra il messaggio sottinteso in tutta questa vicenda.

E così, dopo un confronto interno durato poche ore, i laburisti hanno stabilito che le parole di Livingstone non erano probabilmente antisemite, ma hanno comunque preferito optare per una sospensione che togliesse le castagne dal fuoco di un partito al centro di un dibattito ormai infiammato (chissà da chi?!).

Gli episodi appena raccontati, infatti, sono soltanto gli ultimi di una “lunga” serie, sui quali i giornali, puntualmente, hanno insistito alimentando la questione “antisemitismo” tra i labour.

Lo scorso febbraio, infatti, Alex Chalmers, responsabile del Labour club studentesco della Oxford University, si era dimesso dall’incarico accusando i membri dell’organizzazione di avere «qualche problema con gli ebrei», nonché simpatie per i gruppi terroristi come Hamas.

Il 15 marzo, invece, Vicki Kirby, già sospesa dal partito nel 2014 per i suoi post anti-ebraici, dopo esser stata candidata al parlamento, viene sospesa nuovamente, per gli stessi post incriminati, dopo aver nuovamente ottenuto un incarico all’interno del partito in merito alle politiche del lavoro.

Il giorno dopo, Jeremy Newmark, leader del Movimento Ebrei Labour, accusa Corbyn di essere impotente di fronte all’insorgere dell’antisemitismo nel suo partito. Meno di un mese dopo, il 10 aprile, Aysegul Gorbuz, consigliere e mussulmana, viene sospesa dopo alcuni tweet  pro-Hitler e contro Israele. Pochi giorni dopo, il 27 aprile, come abbiamo visto, tocca alla Shah e poi a Livingstone.

Karen Pollock, direttrice dell’Holocaust Educational Trust, è stata chiara: «l’abuso intenzionale della storia dell’Olocausto è antisemitismo – puro e semplice». Su certi dogmi non si discute: la storia, in certi casi, è storia sacra. Livingstone, che pure non ha mai negato lo sterminio, anzi ne ha ricordato anche le cifre ufficiali nel post in questione, di certe cose semplicemente non deve parlarne, le sue parole rischiano di sporcare il dogma del bene assoluto contro il male assoluto, che non regge se bene e male pensavano a trovare una soluzione di comune accordo.

A ribadirlo con parole più esplicite è il rabbino Danny Rich, responsabile di Liberal Judaism e membro del Partito Laburista: «Sostenere che Hitler era sionista è non solo una enorme alterazione storica, ma equipara direttamente nazismo e sionismo. Suggerisce che essi condividevano obiettivi e valori; è colpa per associazione. E’ difficile pensare ad un collegamento più offensivo». Sionisti in combutta col nemico giurato? Mai accaduto e, se è accaduto in nome della real politik, meglio non dirlo, nella storia sacra stonerebbe un tantino.

«Come posso pentirmi di aver detto la verità?», ha chiesto Livingstone ai giornalisti. Una frase che riassume perfettamente le strategie da psico-polizia orwelliana che la stampa utilizza in nome della nota lobby, censurando di fatto la libertà di pensiero e la storia, in nome della democrazia.

Emmanuel Raffaele, 30 apr 2016

Germania, vignetta anti-israeliana irrita ambasciatore a Berlino: è antisemitismo

Sueddeutsche ZeitungProtagonista della vicenda è il “Sueddeutsche Zeitung” – testata tedesca di Monaco di Baviera, come si evince dal nome -, che martedì scorso ha pubblicato una vignetta in cui lo stato di Israele sarebbe stato rappresentato nella didascalia come un «mostro famelico», secondo quanto riferisce l’israeliano Hareetz [1].

L’immagine, che richiamerebbe l’oscura divinità di Moloch, la quale richiedeva ai padri il sacrificio dei propri figli, affiancata alla recensione di due testi su Israele, non è però stata gradita dall’ambasciatore israeliano a Berlino, che ha immediatamente sollevato la polemica e dato adito a diversi gruppi ebraici di tacciare addirittura la vignetta come antisemita [2].

Già mercoledì, in una breve dichiarazione sul proprio sito, il giornale ha celebrato il solito rituale: scuse immediate, pentimento per i «malintesi» causati e l’assicurazione che si è trattato di un «errore».