L’insopportabile deriva reazionaria di Conte

Sobrietà. Per Giuseppe Conte la parola d’ordine è la stessa di Mario Monti.
“Equilibrio e misura, sobrietà e rigore”, ha ribadito: “lezioni di galateo” che, come ha giustamente ricordato in Senato il leghista Riccardo Molinari, appaiono quanto meno ardite per chi è stato messo sulla poltrona dal partito del “Vaffa-day”.

Anche se il premier è stato abile nell’uscire allo scoperto dopo essersi garantito appoggi internazionali, il fatto di trovarsi dalla stessa parte della barricata delle élite e delle lobby contro le quali tuonavano fino a ieri, continua evidentemente a sfuggire a militanti e parlamentari grillini. Ma è davvero inquietante la sostanza soporifera del discorso pronunciato da Conte, insistente nel sottolineare l’entrata a far parte dei salotti moderati della politica, con il Pd a fare da garante.

IL M5S NEL CLUB DEI BUONI
Basta “frastuono”, ha spiegato, e basta “dichiarazioni bellicose e roboanti”.
Bisognerà starsene tranquilli e buoni, non disturbare troppo, parlare a bassa voce, non lamentarsi, non protestare, non appassionarsi. La fine di ogni cambiamento nel reazionarismo linguistico.
“Io e tutti i miei ministri”, ha proseguito, “prendiamo il solenne impegno, oggi davanti a voi, a curare le parole, ad adoperare un lessico più consono e più rispettoso delle persone, della diversità delle idee”.
Tono paternalistico e moralismo: le buone maniere prima di tutto, e vestirsi bene, certo.
Ci impegniamo a essere pazienti anche nel linguaggio, misurandolo sull’esigenza della comprensione”: San Giuseppe da Foggia dixit.
La lingua del governo sarà una lingua mite“, ha proseguito il folgorato sulla via di Damasco, che all’immagine di Padre Pio ha però sostituito il presidente della commissione europea Von der Leyen.
Nel nuovo corso, niente più crocifissi: la nuova religione sono le buone maniere fine a se stesse. E il Conte-bis ha battezzato i grillini al nuovo credo. Continua a leggere

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Calabria, propaganda sulla crisi

lavoro neroI toni inopportunamente trionfalistici non mancano mai. Il nuovo governo Monti si è insediato ed ha subito sfatato due luoghi comuni: Berlusconi ha provocato la crisi, il governo tecnico è la soluzione. Per il 2012 l’Ocse prevede la recessione, mentre anche Francia e Germania traballano. È in questo contesto che Benedetto Di Iacovo, presidente della Commissione per l’emersione del lavoro non regolare in Calabria, ha affermato: «l’andamento dell’economia calabrese nel 2011 fa ben sperare anche per 2012».

Per carità, i dati sul lavoro nero sono rassicuranti (circa 7.000 unità emerse nel 2010), ma da qui a dire che la Calabria va in controtendenza ce ne vuole. E precisamente nel mezzo passano i dati che lo scorso 18 novembre – sfortunatamente per lui, qualche giorno prima delle parole di Di Iacovo – sono stati presentati presso la filiale catanzarese della Banca d’Italia. Dati tutt’altro che incoraggianti sulla situazione registrata nei primi sei mesi del 2011.

Tanto per cominciare, la disoccupazione è risalita. Nei primi sei mesi era al 12,9%. Nel primo trimestre era addirittura al 13,8%. Mentre nel 2009 eravamo all’11,3%. Il tasso di attività e quello di occupazione sono ai livelli minimi dal 2004 (47,3% e 41,2%). Sono cresciute, al contrario di quanto avvenuto a livello nazionale, le ore di cassa integrazione e ciò a causa dei necessari interventi straordinari. In crisi quasi tutti i settori e qualche speranza (queste si probabilmente congiunturali) da esportazioni e turisti stranieri. La situazione insomma non è delle più semplici.

Basti pensare che, secondo l’ultimo censimento dell’agricoltura, le aziende agricole calabresi, terze per numero in Italia, sono passate dalle 174.693 unità del 2000 alle 137.699 del 2010. Quasi 37.000 aziende perse in dieci anni, senza che, come altrove, vi sia stata in compenso un’espansione dimensionale di quelle esistenti. Anzi, sia la Superfice Agricola Totale (SAU) che la Superficie Agricola Utilizzata (SAT) risultano diminuite. Se prima le aziende agricole erano l’8,4% di quelle italiane, ora sono il 7,26%. Non è dunque solo una questione di settore generalmente in crisi. Se si guarda al più fruttuoso settore zootecnico, infatti, solo il 7,2% delle aziende agricole calabresi lo pratica, al contrario di quelle lombarde, dove la percentuale è al 39,7%.

Altro che questione settoriale, del tutto fuori tempo con la crisi finanziaria in corso. Lo stesso settore industriale, d’altronde, esprime una situazione sconfortante. Dando uno sguardo al rapporto sull’economia italiana redatto dalla Banca d’Italia nel novembre 2011, infatti, si scopre che la Calabria non è dotata neanche di un distretto industriale classificabile come tale. Al contrario della Puglia, ad esempio, che ne ha 8, della Sicilia, che ne conta 2, della Campania, che ne conta addirittura 6 e persino della Basilicata (1). In gioco, dunque, non ci sono solo dati di breve periodo.

E come sempre i toni trionfalistici lasciano il tempo che trovano.

Emmanuel Raffaele, “Universo Parallelo”, gennaio 2012