Sovrainformazione e precariato hanno ucciso il giornalismo

Nel 2011, con un contratto di collaborazione a progetto, venivo “retribuito” (dall’allora editore Citrigno di “Calabria Ora”) 0,04 euro a riga, senza peraltro l’impegno ad una “fornitura” minima. Il secondo contratto che ho avuto era un contratto simile ma con retribuzione “fissa” di appena 100 euro mensili. Fatto sta che in due anni, con oltre 300 articoli pubblicati, non raggiungevo il minimo retributivo richiesto per ottenere il tesserino di “pubblicista”. Nonostante questo, l’Ordine dei giornalisti della Calabria mi permetteva di accedere e superare regolarmente la prova d’esame, senza chiarire se, dopo aver pagato quanto dovuto, la richiesta sarebbe stata comunque respinta per mancanza dei requisiti retributivi. Così ho lasciato perdere.
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Ho continuato a collaborare con altri quotidiani locali e periodici, con retribuzioni occasionali e minime o, in molti casi, gratuitamente. La storia era sempre la stessa: “in cambio ti aiuteremo ad avere le carte in regola per ottenere il tesserino”. Tradotto: “emetteremo fatture false e, in cambio della tua collaborazione gratuita, sarai giornalista” (se manterranno la promessa – quindi, non nel mio caso – o non spunterà qualche altro ostacolo burocratico).
Mi sono guardato intorno: la situazione era simile per tutti: è così che ho iniziato a capire che qualcosa nel giornalismo non funzionava e ho fatto per conto mio.
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Perché lo racconto?
Perché è  un problema sistemico e porta dritto, non solo alla scomparsa di una professione essenziale, ma al disastro attuale dell’informazione e, quindi, ad una forte distorsione della democrazia.
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IL GIORNALISMO MUORE DI PRECARIATO

sovrainformazione Archivi | La Voce dell'IsolaSecondo uno studio dell’Autorità Garante delle Comunicazioni, a fine 2016, l’Ordine dei Giornalisti contava 112.397 persone: tra questi, meno di 30mila erano i giornalisti professionisti (29.229), mentre nella maggior parte dei casi si trattava di giornalisti pubblicisti (75.459), una categoria in crescita da anni rispetto ai professionisti. Singolarmente, i praticanti risultavano peraltro soltanto 974, il che difficilmente corrisponde a quanti scrivono per qualche testata senza essere ancora giornalisti (io stesso, non sono mai stato registrato come praticante e, tra i tanti collaboratori conosciuti, pochissimi lo erano).
Nel ’75 gli iscritti all’ordine erano il 304% in meno (13.237 professionisti e 6.694 pubblicisti) e i pubblicisti erano molti meno (il 48% contro il 67% di oggi).
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Cosa vuol dire? Che il settore si sta precarizzando sempre di più.

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