Musulmano di origini pakistane, ecco il nuovo sindaco di Londra

sadiq-khan-london-mayor-election-2016Sadiq Khan ce l’ha fatta. E, a parte il caos che non ti aspetti dalla proverbiale efficienza britannica registratosi nel quartiere di Barnet, con liste elettorali incomplete e centinaia di elettori che in un primo momento non hanno potuto esprimere il proprio voto (tra questi Ephraim Mirvis, rabbino capo delle Congregazioni ebraiche unite di tutto il Commonwealth), tutto è andato come previsto. Già parlamentare e, dunque, non nuovo ai successi elettorali, per lui l’ultima sfida è stata senz’altro quella mediaticamente e storicamente più importante: conquistare la City Hall, diventare il primo sindaco mussulmano di Londra.

Laburista, favorevole alla permanenza all’interno dell’Unione Europea, padre di due figli, avvocato per i diritti umani, il quarantacinquenne di origini pachistane, cresciuto nelle periferie londinesi, quinto di otto figli di un conducente d’autobus, ha infatti vinto sul rivale conservatore di origini ebraiche Zac Goldsmith con il 56,8 % dei voti, contro il 43,2 % del suo avversario, 1.310.143 voti per l’uno e 994.614 per l’altro. Una maggioranza conquistata con i “voti di riserva” a disposizione dei votanti della capitale britannica (5.739.011 milioni, appena il 45,6 % degli elettori, molti di più, in ogni caso, rispetto al 38,1 % del 2012), che in prima battuta avevano assegnato ai due contendenti percentuali, rispettivamente, del 44,2 % per Khan e del 35 % per Goldsmith, mentre in seconda hanno assegnato al candidato laburista ben il 65,5 % delle seconde preferenze (soltanto il 34,5 % il suo avversario). Il sindaco che governa l’area della Grande Londra – istituzione esistente dal 2000, ricoperta per i primi due mandati dall’indipendente poi laburista Ken Livingstone, oggi al centro delle polemiche sull’antisemitismo nel partito, e per altri due mandati dal conservatore Boris Johnson, in prima linea nella campagna referendaria per lasciare l’Unione Europea, deciso a scalare il partito e diventare primo ministro sostituendo il conservatore David Cameron, favorevole invece alla permanenza nell’Ue – si sceglie infatti col metodo del voto suppletivo. In pratica, gli elettori hanno a disposizione due voti di preferenza, dei quali uno è appunto di riserva e viene conteggiato soltanto nel caso nessuno raggiunga la maggioranza assoluta. E così, grazie ad un sistema elettorale che evita il turno di ballottaggio, unico nel Regno Unito a permettere di scegliere direttamente un sindaco, il candidato favorito fin dalla vigilia in quanto rappresentante delle tantissime e forti “minoranze” di Londra, ha sconfitto il candidato repubblicano in una campagna elettorale incentrata soprattutto sul tema della casa, della sicurezza ed, a seguire, da quello dei trasporti e della tassazione. Volutamente poco spazio è stato dato, invece, alla questione “brexit”, che i candidati, con visioni del tutto opposte in merito, hanno preferito non trasformare in strumento divisivo per la loro campagna elettorale, che avrebbe dato al voto amministrativo un significato probabilmente troppo politico.

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Khan insieme al suo rivale Goldsmith

Khan ce l’ha fatta, nonostante lo “scandalo” scoppiato a pochi giorni dalle elezioni all’interno del partito laburista, accusato strumentalmente da più parti di ospitare troppi personaggi a vocazione antisemita. Ce l’ha fatta nonostante la campagna di Goldsmith che ha tentato di mettere in dubbio l’affidabilità del candidato mussulmano, ricordando i contatti e gli eventi insieme ad esponenti del fondamentalismo islamico, tanto che l’Evening Standard era giunto a scoprire la sua partecipazione ad un convegno in cui le donne erano costrette ad ingresso e sistemazione separata dagli uomini (non male per uno che si presenta come “femminista”). A suo dire favorevole ai diritti gay, al contrario della maggioranza dei mussulmani del Regno Unito, Khan ha promesso di costruire almeno 80mila case popolari per rispondere ad un’emergenza che a Londra si fa sentire, se possibile, più che altrove anche a causa di affitti tra i più cari del mondo. Il neo-sindaco promette inoltre di pedonalizzare Oxford Street, ampliare le restrizioni contro le emissioni nelle zone uno e due, piantare due milioni di alberi e congelare le tariffe dei trasporti, in polemica col rivale che ha giudicato la promessa pericolosa per gli investimenti pubblici nel settore, nonostante avesse a sua volta garantito di non aumentare invece la cosiddetta “council tax”, iniziativa ritenuta impraticabile dal candidato laburista. «Quando i miei genitori sono arrivati», ha dichiarato Khan in un’intervista tempo fa, «qui c’erano cartelli con su scritto ‘No neri, no irlandesi, no cani’. Con la generazione successiva, io ho sofferto abusi e ho lottato per questo e venivo insultato. Le mie figlie vivono a cinque minuti dalla zona in cui sono cresciuto e non hanno mai subito discriminazioni razziali. Questo è il progresso che è stato fatto in trent’anni. Questo è il bello di Londra». Il neo-sindaco aveva anche osservato: «Quando ero più giovane non si vedevano donne con l’hijabs o il niqabs, neanche in Pakistan». Una radicalizzazione dell’Islam, dunque, che egli non riconosce come parte integrante della cultura mussulmana. Cresciuto in una famiglia non certo benestante, Khan proprio su questo ha costruito il suo punto di forza contro un avversario appartenente invece ad una famiglia ricca e potente, puntando contemporaneamente a proporsi come «il sindaco di tutti», spingendo sul suo partito contro le “derive antisemite” e criticando addirittura apertamente il leader Jeremy Corbyn – in questi giorni bersagliato da vignette e satira di ogni tipo – per non aver fatto abbastanza per arginare il fenomeno. «Mi piace il fatto che Londra sia la casa di 140 miliardari. Sono contento che ci siano 400.000 milionari», ha affermato durante la campagna elettorale Khan.

Ma lui, dal Pakistan, questa città di super ricchi, ormai centro della finanza mondiale, l’ha conquistata, segnando simbolicamente per sempre la trasformazione sociale della grande metropoli un tempo europea. Zac Goldsmith, che di quel mondo è un po’ l’emblema, preparato al risultato, ha incassato senza batter ciglio.  Nessun impero cade quando è ancora in forze: la corrosività e l’evanescenza del mondialismo non possono che fare da ponte all’affermarsi di identità forti, laddove quelle locali sono smarrite. Londra non poteva regalarci sfida migliore per raccontarci il nostro futuro. Perché, al di là delle persone, il voto a Goldsmith e Khan oggi rappresenta tutto questo.

Emmanuel Raffaele, 7 mag 2016

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