Catalogna, il vicolo cieco dell’indipendenza sospesa. E lunedì scade l’ultimatum del premier spagnolo

Dopo la proclamazione d’indipendenza dello scorso 10 ottobre, il presidente della comunità catalana Carles Puigdemont aveva tentato la carta della ‘moderazione’ offrendo una sponda al governo centrale, sospendendo l’indipendenza per cercare “una mediazione“. Ma mostrarsi moderati, dopo aver appena proclamato l’indipendenza, non deve aver convinto troppo il premier Rajoy il quale, interpretato forse il rallentamento come una retromarcia, ha così schiacciato sull’acceleratore ponendo un ultimatum: entro lunedì 16 ottobre, alle 10, decidete cosa fare e fatecelo sapere. Alla proposta di Puigdemont (“dialogo senza pregiudiziali: da un lato del tavolo due membri del governo catalano, dall’altra due di quello spagnolo”), Rajoy ha dunque risposto picche: non si può discutere sull’attuazione o meno delle disposizioni costituzionali, ha ribadito, “non possiamo infrangere la legge insieme“.

E così in molti hanno avuto gioco facile nel pensare quello che la rivista di geopolitica “Limes” ha riassunto in un titolo: “Il grande bluff della Catalogna indipendente“. In effetti, dopo le ultime timide mosse, la risposta forte della Spagna, la divisione interna al fronte indipendentista (con la Cup, di sinistra e marxista, che si è schierata contro il differimento della dichiarazione) e la solita minaccia delle aziende che lasciano la regione (da prendere molto più seriamente in questo caso), le aspirazioni della Catalogna sembrano avere smesso di attrarre le simpatie dei media progressisti. Persino “Internazionale” ha proposto un pezzo di Gwynne Dyer dal titolo emblematico: “Il falso referendum e la falsa indipendenza della Catalogna“. Nel pezzo, tradotto da Federico Ferrone, si mette chiaramente in dubbio la legittimità democratica della dichiarazione, non tanto per un fatto di legalità, ma proprio per una questione di rappresentatività: “il referendum in Catalogna è stato un falso. Il 43 per cento di persone che hanno votato sono praticamente equivalenti al 44 per cento di persone che, secondo gli ultimi sondaggi, sono a favore dell’indipendenza. Nelle stesse inchieste, il numero di persone che dichiaravano di voler continuare a essere parte della Spagna era superiore, ovvero il 48 per cento, come risultava anche da tutti gli altri sondaggi degli ultimi anni. Ma pochissime delle persone contrarie all’indipendenza sono andate a votare al referendum”. Un dato che, secondo Dyer, avrebbe spinto le autorità catalane ad azzardare il colpo di mano, prevedendo l’andamento della partecipazione e l’esito: “Non si è trattato di un semplice errore di calcolo, bensì del senso profondo della strategia dei separatisti per dichiarare l’indipendenza anche se solo una minoranza della popolazione è a favore. Sapevano già, grazie a un referendum “consultivo” di due anni fa, che solo i sostenitori dell’indipendenza avrebbero votato, mentre i sostenitori di una permanenza all’interno della Spagna lo avrebbero boicottato”. “E quindi, si sono detti”, prosegue Dyer, “organizziamo un altro referendum ma stavolta diciamo che i risultati varranno per sempre. I separatisti voteranno sì, gli elettori anti-indipendenza si asterranno (perché Madrid dirà che è illegale e li inviterà a non votare) e così, come è successo, useremo questo finto 90 per cento di preferenze per affermare d’incarnare la “volontà del popolo” e trascinare la Catalogna fuori dalla Spagna prima che la gente capisca cosa sia davvero successo”. E così, in effetti, è stato.

Peccato che da ogni parte siano piovute prese di distanza. La Catalogna, com’è stato chiarito, qualora diventasse uno Stato a sé, dovrebbe presentare domanda di adesione all’Unione Europea e, come avevamo già spiegato in un precedente articolo, non avrebbe mai modo di esservi inclusa senza l’assenso della Spagna. Secondo il giornalista canadese, che pure non lesina critiche alla rigidità del governo centrale, si sarebbe dunque trattato di una “strategia illegittima”, aggravata dalla poca “cautela” per un “un paese che ha conosciuto tre guerre civili negli ultimi 180 anni”. Nel frattempo, ieri, in occasione del “Dìa de la Hispanidad”, festa nazionale in Spagna, il nazionalismo spagnolo si è mostrato in tutta la sua fierezza, come racconta “La Stampa”: “Per le strade di Madrid va in scena il patriottismo spagnolo: militari in corteo, inchini al re, applausi alla polizia e bandiere da tutte le parti. La festa dell’Hispanidad (nel giorno della scoperta dell’America) si celebra ogni anno, ma la ribellione della provincia carica la giornata di simbologia immediata. Le armi esibite ravvivano i cuori più nazionalisti, il contesto catalano, però, sembra meno drammatico di qualche giorno fa”. Gli unionisti, in Spagna e nella stessa Catalogna, si sono fatti finalmente sentire e l’indipendenza sembra ora più lontana, soprattutto dopo la freddezza dei paesi europei che non intendono riconoscere la sovranità dell’eventuale nuovo Stato. Gli occhi della comunità internazionale, dunque, restano ora puntati su Puigdemont che, dalla scadenza dell’ultimatum, in caso confermi l’indipendenza, avrà altri tre giorni prima che il governo blocchi l’autonomia catalana. Ogni ambiguità, quindi, dovrebbe finire lunedì: legalità o illegalità e la possibilità concreta che le frange più estreme dell’indipendentismo alzino la testa.

Su “Gli occhi della guerra“, intanto, Lorenzo Vita mette in luce il coinvolgimento di una società di lobbying statunitense nella ‘promozione mediatica’ e politica della questione indipendentista negli ambienti governativi Usa, attraverso un “contratto siglato il 15 agosto da Carles Puigdemont con una nota società di lobbying americana, la SGR Government Relations & Lobbyng di Jim Courtovich”. Un contratto che avrebbe come oggetto un versamento di 60mila dollari da parte del governo catalano per  “supportare gli sforzi comunicativi del governo catalano e rafforzare le relazioni fra i governi e le comunità imprenditoriali di Stati Uniti e Catalogna” e “sensibilizzare i mezzi di comunicazione e i politici statunitensi riguardo al contesto politico catalano”. Già in passato, del resto, la Generalitat de Catalunya avrebbe pagato 1,6 milioni di dollari a Independent Diplomat, una ong che ha già lavorato con le autorità kosovare per aiutarle a trovare sostegni all’indipendenza nella comunità internazionale.

Emmanuel Raffaele

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