“Guerriglia. Il giorno in cui tutto si incendiò”: Parigi in fiamme nel testo del giovane scrittore francese

La Francia che, trascinata dalla rivolta degli immigrati di seconda e terza generazione delle “banlieue“, sprofonda nella guerra civile, è in realtà un’Occidente che annega nella sicurezza artificiale di una società disciplinata al punto da aver perso ogni connessione con la realtà. La realtà della sopravvivenza, dei bisogni, della forza: una realtà non virtuale, in senso lato. “I moralisti avevano ucciso i realisti, la vita reale avrebbe ucciso la morale”.

“Al terzo giorno, il padrone era morto e ovunque lo si invocava per nome ad alta voce”. Niente più Stato, governo, polizia, soccorsi, assistenza. “I cittadini piangono come bambini“. Completamente assuefatti alla delega, incapaci di sopravvivere al reale, al di fuori delle istituzioni conosciute.

Guerriglia” – testo di Laurent Obertone pubblicato da “Ring Edition” nel 2016 e stampato in Italia lo scorso anno da “Sign Publishing” -, che in quarta di copertina vanta le sua fondatezza basata “sul lavoro di studio, di investigazione e di previsione dei servizi di sicurezza francesi“, è, nonostante tutto, un libro che si rivolge al singolo per chiedergli: e tu, saresti pronto? Sopravviveresti al collasso del sistema? Te lo sei chiesto mentre, magari, lo invochi a gran voce?

Non è il racconto di un fanatico. Dai pochi indizi che traspaiono tra un dialogo e l’altro, Obertone non lascia nulla al “romanticismo”. Stilisticamente la cosa si avverte e, ovviamente, dal punto di vista letterario il romanzo perde qualche cosa. Lo stile è decisamente asciutto, fino all’eccesso. I commenti non sfiorano neanche la retorica buonista, anzi, la combattono forse fin troppo esplicitamente. Non si avverte il peso dell’ideologia, tutt’altro, eppure è netta la sensazione di un libro che ha un messaggio preciso da mandare. Un messaggio che a molti potrebbe apparire oltremodo allarmistico riguardo al destino dell’integrazione e delle democrazie occidentali che mettono da parte la propria identità. E’ probabile sia così. E’ probabile che lo scenario si spinga troppo in là. E’ probabile ci sia troppo pessimismo. Troppa poca “fiducia” nella forza del sistema, che peraltro esplode più con rimpianto che entusiasmo. E’ un testo probabilmente reazionario. Ma senza il moralismo reazionario. E’ un testo che non lascia spazio alla politica. Per qualche istante appaiono gli identitari, ma anche di quel velleitarismo Obertone sembra quasi sorriderne. Ed è forse questo, in realtà, uno dei passaggi più interessanti del testo che, pur nel riferimento specifico, sembra richiamare fin troppo la comune politica delle chiacchiere, molto spesso portata avanti proprio dagli “incendiari“: “erano costretti ad accontentarsi di denunciare il disordine e di proclamare di essere a ‘casa’ […]. Tutto ciò mancava un po’ di convincimento. Occorreva dire che nella capitale il militante di un movimento identitario era in tutto e per tutto considerato un alieno. Anche quando, come in questo caso, si trattava della sua versione ‘soft’, urbana e diligente, seguita alle diversione scissioni del movimento. C’era qualcosa di incoerente nell’organizzazione di quella manifestazione, proprio là, in quella strada, al riparo dagli avvenimenti. Un divario tra l’atto e il discorso. Più che mai ci si rassegnava a subire la storia e si cercava di salvare il proprio orgoglio. Qui, come altrove, si urlavano le proprie illusioni e ci si riscaldava nella folla. A questo servivano queste processioni”.

Non c’è spazio per nessuna controrivoluzione, se non la resistenza disorganizzata delle forze dell’ordine, pur nella contraddizione implicita di una criticata difesa del potere. Gite, survivalista super-armato che si dedica alla causa di morte ai cattivi maestri, non sembra esser considerato poi l’eroe da contrapporre alle masse di violenti “itineranti” anti-bianchi (la denuncia ironica del linguaggio politicamente corretto obbligatorio è sicuramente stuzzicante). Non c’è contro-rivoluzione perché il messaggio principale è: non saremmo pronti. Ergo, prepariamoci. Al peggio. E questo, che lo scenario sia realistico o meno, è vero principalmente a livello esistenziale. Che uomo è un uomo incapace di sopravvivere? La società occidentale ci ha dis-insegnato a farlo. Occorre rieducarsi. E occorre farlo da sé.

Non c’è nulla di idealistico nel crollo. Soprattutto perché il crollo mostra il re nudo. Una umanità artificiale, che così lascia spazio solo al peggio: “gli psicopatici, si trovavano nel loro elemento, nel loro ideale”. Non c’è l’utopia della violenza rivoluzionaria e utile, se non per difendersi. C’è soprattutto la consapevolezza dell’impotenza.

E’ un libro pessimista. Ma, forse, non nichilista. Se volete uno schiaffo di realtà, leggetelo.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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