Tutte le bugie del governo sull’immigrazione

Pochi giorni fa, alla Camera dei deputati, in un convegno dal titolo “La tutela della salute dei migranti e della popolazione residente“, è stata presentata la relazione fatta dall’apposita “Commissione parlamentare di inchiesta sul sistema di accoglienza, di identificazione e di espulsione, nonché sulle condizioni di trattenimento dei migranti e sulle risorse pubbliche impegnate”, istituita esattamente tre anni fa (17 novembre 2014). Insomma, un rapporto incentrato sulla questione sanitaria ma con un approccio globale al problema, che il presidente della commissione Federico Gelli (ovviamente del Pd) ha riassunto in termini rasserenanti: “È importante ad esempio”, ha scritto sul suo sito, “sottolineare quanto sia infondato il timore di una diffusione incontrollata di malattie infettive“. D’altra parte, nel corso della presentazione, anche il capo dipartimento per le Libertà civili e l’Immigrazione, Gerarda Pantaleone – prefetto di Napoli fino a pochi mesi fa, prima della nomina ministeriale – ha assicurato: “non c’è stata nessuna invasione nel nostro Paese“. Di più: “non c’è più la parola emergenza” perché si è “dato vita all’ossatura di un sistema d’accoglienza”. Insomma, il governo prova a calmare le acque e i giornali gli fanno eco: “i migranti arrivano con salute invidiabile, si ammalano qui”, titolava il Giornale. “I numeri, mai come quest’anno, inducono a pensare che non ci sia un’emergenza”, ha scritto il Fatto Quotidiano.

Sembra proprio che nessuno, incluso il presidente della commissione, abbia letto la relazione presentata o che, almeno, non abbiano trovato opportuno politicamente spiegare davvero cosa dicono i numeri presentati (e non solo). Noi, però, l’abbiamo letta con attenzione ed ecco tutte le bugie e le contraddizioni rispetto alle affermazioni del governo.

DICONO: “NESSUNA INVASIONE”. MA I NUMERI LI SMENTISCONO
Innanzitutto, la questione invasione. Basta scorrere di poco la relazione per leggere un paragrafo dal titolo: “DAL 1998 AL 2015 GLI STRANIERI SONO QUINTUPLICATI“. Nell’introduzione la relazione mette in guardia, in termini evidentemente politici di parte: “Il tema dell’accoglienza dei migranti è spesso affrontato sulla base di approcci emotivi, basati su visioni morali, paure o diffidenze”. Ma i numeri sono numeri e li riportano proprio loro nella relazione. Nel 1998 “risultavano poco meno di un milione gli stranieri residenti. Nel 2015 il numero degli stranieri nel nostro Paese risultava quasi quintuplicato”. Nel 2015: in mezzo, peraltro, ci sono due anni e decine di migliaia di arrivi sulle nostre coste. “Si tratta della crescita relativa più marcata registrata tra i Paesi europei“, segnala ancora, incredibilmente, proprio il rapporto. Ma fate attenzione a questo dato: “Se il numero degli stranieri viene rapportato alla popolazione complessiva, si può constatare che in Italia gli stranieri rappresentano l’8,3 per cento della popolazione totale, un valore più alto di quello della Francia (6,6 per cento) e di poco inferiore a quello tedesco (9,3 per cento). Peraltro quote più alte si registrano in Belgio (11,6 per cento), Irlanda (11,9 per cento) e Austria (13,2 per cento)”. In altri termini, l’Italia sta raggiungendo a grandi passi ed in alcuni casi ha superato paesi in cui l’immigrazione è tradizionalmente alta; in alcuni casi, come la Francia, paesi già multi-etnici a causa del loro passato coloniale recente. Se non è invasione questa (!).

OGNI ANNO 70MILA NUOVI NATI STRANIERI E CIRCA 200MILA CITTADINANZE ACQUISITE
In termini assoluti, al 1° gennaio 2017 si contavano 5.047.028 stranieri“, ovvero molto di più di quello 0,4% di richiedenti asilo rispetto alla popolazione complessiva con cui tentano di ridimensionare il fenomeno. Eppure, i dati (non per noi) sorprendenti non finiscono qui: “ad alimentare il numero degli stranieri in Italia concorrono non solo le migrazioni
dall’estero, ma anche i tanti nati nel nostro Paese da genitori entrambi stranieri, più di 70.000 all’anno“. Se non avete capito bene, quasi 100mila nuovi nati stranieri in Italia si sommano agli arrivi registrati. Stranieri che, peraltro, nel frattempo diventano italiani, scomparendo improvvisamente dalle statistiche sugli stranieri ma non dal territorio. Il rapporti riferisce “un numero crescente che ogni anno da straniere diventano italiane” e riporta il dato del 2015: 178mila persone. Tanto per farvi capire che non si tratta soltanto di fermare gli arrivi, che d’altra parte non sono stati fermati come ci raccontano, avendo già ampiamente superato le 110mila persone nel 2017.

DOPO L’ACCOGLIENZA, IMMIGRATI A SPASSO E SENZA CASA
Le bugie hanno le gambe corte
. Infatti, ancora Gelli, un po’ troppo frettolosamente, lasciando intendere che agli sbarchi non corrispondano altrettante presenze sul territorio, scrive: “Negli ultimi quattro anni, si legge nella relazione, sono sbarcate 616.930 persone, ma al 27 ottobre 2017 sono sul nostro territorio 190.719 immigrati”. Nella relazione, però, viene in realtà specificato una cosa ben diversa, ovvero che i 190.719 immigrati di cui parla non sono quelli rimasti sul territorio ma soltanto quelli che a quella data “risultavano ospiti del sistema nazionale di accoglienza (di questi 166.403 presso i centri di prima accoglienza e gli altri 24.316 presso gli SPRAR)”. Dal momento che i numeri delle espulsioni non corrispondono alla differenza e che gli altri Paesi europei (eccetto una piccola parte di rifuguati, che già rappresentano circa il 10% appena) non hanno certo accolto una cifra simile di immigrati, non resta che concludere che si tratta di una quantità enorme di immigrati di cui non sappiamo che fine abbia fatto. Come del resto sembrano suggerire i dati evidenziati proprio dal giornale di Travaglio, che cita il Dossier immigrazione di Idos e Confronti: “nel 2016 il 41% delle persone uscite dai centro Sprar era autonoma, con un lavoro e una casa, pienamente integrata, il 6% in più del 2013. Però il 54% ha lasciato volontariamente prima della scadenza dei termini (di questi il 25% “ha acquisito gli strumenti utili all’integrazione”)”. Cifre che rivelano ciò che è sotto gli occhi di tutti: la maggior parte degli immigrati irregolari sono a spasso e sfuggono alla rete di controlli e, dopo un certo periodo, anche di accoglienza.

Quanto agli arrivi, la relazione descrive una realtà di cui vi abbiamo già parlato e che è certamente il caso di evidenziare ancora: nonostante la popolazione straniera già residente sia in maggioranza femminile (51,4%), il dato degli arrivi degli ultimi anni è del tutto in controtendenza (il 75% dei richiedenti asilo è di sesso maschile) e, ovviamente, tende a sovvertire anche i numeri attuali. I paesi d’arrivo sono diversi (Nigeria, Guinea, Costa D’Avorio e Bangladesh) rispetto ad una popolazione già residente in prevalenza originaria della Romania (22,9%), Albania (9,3%), Marocco (8.7%), Cina (5,4%) e Ucraina (4,6%). Insomma, i dicono che non c’è l’invasione islamica perché conteggiano immigrati residenti ormai in Italia da anni e che non vengono in prevalenza dall’Africa come oggi (che poi, peraltro, islamica o meno, sempre invasione è). Persone che, spiega ancora la relazione, in 4 casi su 5 vivono in un contesto familiare (ed ecco, infatti, la maggiore presenza femminile).  Un tipo di immigrazione massivo e del tutto differente. Altro dato incontrovertibile: l’età media degli stranieri è sotto i 34 anni, mentre gli over 65 anni sono appena il 3% (contro il 24% dei cittadini). Ci pagano le pensioni? Un ritornello che ci raccontano spesso, basato come abbiamo spiegato su presupposti sbagliati ma che, soprattutto, sembra dimenticare che anche gli stranieri invecchieranno e si moltiplicheranno (molto più di noi) e semmai dovremo pagarle anche a loro poi le pensioni.

UN NUOVO INCENTIVO PER I COMUNI: FINO A 700 EURO A MIGRANTE
Dato interessante: “nel 2014 il tasso di fecondità delle donne italiane è stato di 1,29 rispetto all’1,97 delle donne immigrate“. Eppure, l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, in combutta (si, esatto, in combutta) con il Ministero dell’Interno non pensano ad un incentivo per incrementare la natalità nelle famiglie italiane. Nossignore. “Tra gli incentivi promossi dall’intesa Anci-Viminale infatti, come evidenziato dal rappresentante Asgi, ci sono 700 euro all’anno per ogni richiedente accolto nello Sprar. Anche per i Cas c’è una quota: 500 euro“. “La proposta”, spiega ancora il Fatto Quotidiano, “entrerà molto probabilmente nella prossima Legge Finanziaria“. Si, avete capito bene, dai 500 ai 700 euro di incentivo per i comuni che accoglieranno i migranti. Ma, secondo i componenti della commissione parlamentare, non è abbastanza: a parte la rimozione dei limiti di intervento sanitario per i non cittadini, la relazione chiede infatti anche di “cominciare a prevedere forme di ristoro della spesa non solo sanitaria, ma anche socio-assistenziale sostenuta con riferimento alla popolazione straniera dai comuni quali enti territoriali chiamati ad intervenire laddove latita ogni altra autorità o persona responsabile ai sensi del codice civile”. Il problema, insomma, non sarebbe la spesa in sé insostenibile, ma i fondi statali che non arrivano.

INTERESSI ECONOMICI E SPESA PUBBLICA
Eppure, è proprio la relazione, ancora una volta, a suggerirci come i racconti a lieto fine del governo siano soltanto bugie: “Che il tema sia complesso lo dimostra l’esperienza spagnola, laddove a causa delle difficoltà economiche la copertura sanitaria degli immigrati irregolari è stata oggetto di un passo indietro. In particolare, nel 2012 il governo spagnolo ha emesso un decreto (Real Decreto-Ley 20 aprile 2012, n. 16) che – al fine di rendere il sistema sanitario sostenibile – ha revocato il precedente pieno diritto alla copertura sanitaria pubblica, limitandola – per quanto qui rileva – in particolare nei confronti dei migranti irregolari“. Basti del resto pensare che una delle questioni politiche fondamentali che hanno portato alla brexit è stata proprio la spesa sanitaria e assistenziale nei confronti non di extracomunitari ma di immigrati europei. Eppure, nelle conclusioni, la relazione chiede di più.

Il sindaco di Riace Domenico Lucano, dalla ribalta internazionale alle indagini per concussione e truffa

Quanto al sistema dell’accoglienza, che Pantaleone vanta come un sistema ormai non più emergenziale, sembra quasi che la strategia a lungo termine non sia quella di espellere gli irregolari e fermare il flusso, ma quella di accogliere tutti e prepararsi a flussi costanti di questa portata o quasi. Una logica che sembra aggirare il vero problema, che non è lavorare e investire ancora sull’accoglienza, quanto sulle espulsioni (che avvengono in percentuale ridicola). D’altro canto, è significativo rilevare che, nonostante la popolazione straniera residente si concentri all’84% al centro e al nord (11% al sud e 5% nelle isole), i comuni che hanno aderito allo Sprar (il Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati promosso dal Ministero) sono soprattutto al sud (10% in Calabria, il 19% in Sicilia), mentre al nord – a parte Lombardia (con Milano che batte i record di immigrati e di espulsioni anche per terrorismo) e Piemonte – non si arriva neanche al 3,5%. Segno di fondi – i famosi 35 euro a migrante – che fanno gola ai sindaci del sud per alimentare una ambigua economia locale, come ha dimostrato perfino il caso Riace, considerato esemplare e poi rivelatosi colmo di irregolarità.

Eppure, secondo Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell’Associazione per gli studi giuridici sull’Immigrazione, il sistema non va perché è ancora basato su un sistema volontaristico, tanto che ad aderire sono stati soltanto 1017 amministrazioni su 7978. Ovvero, un fallimento che significa una cosa sola: i comuni non vogliono accogliere, la gente non ne può più. Ma, secondo Schiavone, dovremmo invece costringere tutti i comuni ad accogliere, anche se il sistema in questione non è l’unico metodo studiato dal ministero, ma soltanto quello concordato con i comuni, perché sia complementare alla rete di Centro d’accoglienza straordinaria (Cas) aperti direttamente su indicazione (vincolante) del governo e dotati dei servizi minimi. Realtà che, chi spera nell’accoglienza totale, chiaramente ritiene poco risolutivi rispetto allo Sprar, che in genere prevede corsi di formazione professionale, inserimento lavorativo e tutta una serie di altri servizi gratuiti per i migranti. Andava proprio in questo senso l’introduzione nell’accordo, per volontà del ministro Minniti, della clausola di salvaguardia, per non costringere i comuni che hanno aderito allo Sprar a dover ospitare anche un Cas. Il sistema, comunque, fa gola ai comuni di sinistra e si diffonde: se nel 2015 erano 28mila i posti creati, l’anno scorso erano arrivati a 35mila.

SULLE SALUTE DEI MIGRANTI DATI PARZIALI E CONTRADDIZIONI
Ora, però, veniamo ‘finalmente’ alla questione malattie infettive. Gelli, come dicevamo, ha inteso rassicurare: non ci sono evidenze di contagio e, per di più, i migranti che arrivano sono in buona salute, un elemento su cui il rapporto insiste in maniera sorprendente. La logica seguita, lineare e in parte condivisibile, è questa: “Il quadro epidemiologico relativo alla popolazione immigrata in Italia appare fortemente condizionato da dinamiche di selezione, soprattutto nelle fasi iniziali e finali del progetto migratorio“. Dopo averci spiegato che i migranti per la maggior parte non vengono da Paesi in guerra, insomma, la commissione ci spiega che i migranti in realtà stanno anche benissimo (peraltro, pare che il 30,9% degli stranieri residenti risulti poi in sovrappeso e un 7,8% addirittura obeso), perché quelli che partono per affrontare un viaggio del genere sono per forza di cose quelli che stanno bene. Insomma, non scappano neanche da fame o carestie. E ce lo scrivono ancora loro nel rapporto nero su bianco. “Il fenomeno migratorio in atto riguarda persone in condizioni di salute più che buone”, insistono. Chi sta male se ne sta a casa propria, aggiunge il rapporto, e anche dopo la partenza “solo gli individui non affetti da malattie hanno buone probabilità di poter arrivare nel nostro Paese”. Citando un rapporto Istat, infatti, la relazione ci spiega che chi sbarca sulle nostre coste lo fa “prevalentemente per progetti di lavoro”.

Rifugiati? I numeri dicono di no

Dunque, anche se è difficile farglielo ammettere pubblicamente e attribuirgli un significato politico, i migranti sono pressoché tutti migranti economici, non rifugiati se non in una piccola parte (come dicevamo, una media di 1 su 10 sono le domande di protezione effettivamente accettate a fronte di tutto il complesso sistema d’accoglienza messo su dal nostro Paese). Ma quello che è più paradossale (in realtà, sarebbe inaccettabile) è che, un rapporto mirato a studiare le condizioni di salute sui migranti e presentato con toni rassicuranti sulla scarsa probabilità di contagi e sulla buona salute dei migranti, ci presenti poi un paragrafo con un titolo simile: “LA DIFFICOLTÀ DI DISPORRE DI DATI SULL’ASSISTENZA DEI RIFUGIATI E DEGLI IMMIGRATI“. I numeri su cui si basano infatti le affermazioni di Gelli sono, secondo le stesse ammissioni contenute nel rapporto, insufficienti, tanto che si utilizzano in parte vecchi dati Istat e poi si osserva: “Nel corso dell’audizione del 14 giugno 2016 del Ministro della salute Beatrice Lorenzin era stato comunque rilevato che il Ministero della salute, come su molte questioni, non dispone di dati centralizzati sull’assistenza dei rifugiati e degli immigrati, trattandosi di informazioni censite dalle regioni”. Quelli presentati nel rapporto, infatti, non sono i dati complessivi ma quelli “desunti dall’esperienza dei vari operatori che agiscono nelle singole sedi di sbarco o di transito“.

Ad esempio, vengono presentati i numeri raccolti a Catania nel 2016 e soltanto qui si parla di ” 22 casi di tubercolosi polmonare e 4 extra polmonari, 8 polmoniti batteriche, 6 di varicella, 6 di schistosomiasi, 4 infezioni da HIV, 2 cirrosi da epatite B, 2 sepsi, 2 episodi di malaria, 2 shigelliosi e un caso di scabbia impetiginizzata”. Si tratta dei numeri relativi a circa 16mila persone sbarcate su 200mila. Vengono poi presentati i dati raccolti a Roma e qui, su 23mila pazienti il 10% dei soggetti presentava patologie infettive o parassitarie. Negli altri casi, un’alta percentuale presentava problemi di salute mentale (28%), disturbo post-traumatico da stress (27%) o ansia (10%). Insomma, non certo un quadro roseo e rassicurante. Peraltro concluso così: se “lo stereotipo del migrante “untore”, pericolosa fonte di malattie, specie di tipo infettivo, non è oggi supportata da alcuna evidenza scientifica […] è indubbio però che a questo riguardo le condizioni possano mutare nel tempo“. E’ ancora una volta la relazione a dircelo. E, pur tranquillizzandoci relativamente rispetto alle malattie infettive, poco più avanti ci mette in guardia da un altro punto di vista, la salute mentale degli immigrati: “per quanto alto potrà essere il numero dei migranti con evidente disturbo post traumatico da stress, questo numero sarà sempre molto inferiore al numero di potenziali malati che si potranno avere nel giro di mesi o brevissimi anni se non si interviene preventivamente per ridurre fattori di rischio e vulnerabilità“. In altre parole, l’immigrazione di massa non fa bene né a noi né agli immigrati. Se fanno di tutto per non mascherare una verità che è sotto i loro stessi occhi, è evidentemente una questione di interessi politici ed economici.

Emmanuel Raffaele Maraziti

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