Estremisti islamici negli atenei inglesi, allarme in un report

maxresdefaultEstremisti islamici nelle università inglesi, lo “Student Rights” lancia l’allarme e segnala ben trenta eventi a rischio in pochi mesi. “Troppe sono le istituzioni che ancora permettono eventi a cui partecipano oratori estremisti o intolleranti senza alcun contraddittorio”, spiegano infatti nel presentare il report sulle attività ritenute ‘critiche’ svolte nelle università britanniche dal settembre 2015 al gennaio del 2016. Certo, la fonte non è delle più “affidabili” da un punto di vista ideologico ma i dati oggettivi ricavabili sono interessanti. Per cui facciamo ordine, prima di approfondire il rapporto. Innanzitutto, lo Student Rights è un progetto interno alla Henry Jackson Society, think thank conservatore britannico ispirato alla figura del senatore democratico fortemente anticomunista e che porta avanti l’idea di esportare la democrazia in tutto il mondo. In un articolo pubblicato di recente addirittura accusano Saddam Hussein, notoriamente capo di un Iraq laico come la Siria di Assad, di aver in qualche modo contribuito alla creazione dell’Isis. “Le moderne democrazie liberali”, spiegano, “rappresentano un esempio a cui il resto del mondo dovrebbe aspirare”. In altri passaggi propagandano il supporto ad ogni attività che favorisca la caduta di regimi non ancora liberal-democratici. Gente, insomma, che volentieri  ti organizzerebbe una “primavera araba”, per poi lasciarti col cerino in mano di un territorio che esplode nei conflitti. Forte sostegno alle spese militari, securitari, filo-statunitensi, progettano non a caso una modernizzazione ed integrazione della macchina militare europea, sotto il controllo inglese e nel quadro della Nato. Spiegano che “solo gli stati democratici liberali sono veramente legittimati”, ma anche che “l’alleanza con regimi repressivi, temporaneamente, è ammissibile”. In pratica, i falchi dell’occidentalismo, travestiti da agnellini dei diritti umani, la legge sacra con il quale il sistema difende il suo diritto di esistere.

Quanto al report che hanno redatto, invece, si tratta di una raccolta di informazioni in merito ai contenuti ed alla storia ‘politica’ degli oratori di alcuni incontri promossi all’interno degli atenei del Regno Unito, che spaziano dai fervori antigay agli slogan anti-bianchi come “Uccidi il boero!”,  fino a chi parla di “agenda razzista e suprematista bianca”, passando ovviamente per la causa islamica. L’allarme lanciato dal report, del resto, si riscontra facilmente nelle cronache inglesi. Oltre ai numerosissimi arresti legati al terrorismo e all’estremismo islamico, i foreign fighters partiti dal suolo britannico, si potrà anche ricordare l’evento da noi già segnalato all’interno del King’s College svoltosi con la separazione di uomini e donne. Oppure l’arresto di un ex presidente della Islamic Society (stessa organizzatrice dell’evento peraltro) in seguito ad alcune indagini che avevano evidenziato la preparazione di alcuni attacchi. Ecco, quindi, alcuni degli eventi in questione. Il 16 ottobre dello scorso anno, presso la Queen Mary University, si tiene un convegno dal titolo “L’Islam è la causa o la soluzione all’estremismo?”, organizzato dalla Islamic Education and Research Academy, organizzazione già interdetta dallo University College of London nel 2013 dopo aver ospitato un evento su Islam e ateismo in cui la platea era suddivisa per genere sessuale, costringendo dunque le donne a sedere separatamente rispetto agli uomini e viceversa. Hamza Tzortzis, uno dei relatori, aveva in passato affermato che gli apostati dovrebbero essere uccisi, oltre a dichiararsi contro “l’idea di libertà”.

Il 29 settembre, invece, presso l’Institute of Education a parlare è Moazzan Begg, già detenuto a Guantanamo per tre anni, il quale ricopre ruoli di responsabilità all’interno del gruppo Cage, che si oppone alla “guerra al terrore”, spesso a difesa di molti sospetti terroristi. Begg, a Guantanamo, avrebbe ammesso di aver visitato campi di addestramento al confine tra Afghanistan e Pakistan, noti per aver ospitato militanti di Al Qaeda. Da avvocato ha difeso la causa di molti sospettati. Durante l’incontro, a cui partecipava un’associazione che riunisce gli studenti di colore, alcuni hanno accusato il programma inglese per la lotta al terrorismo di esser parte di una strategia razzista per la supremazia bianca. Il 2 novembre, presso la Scuola di Studi Orientali e Africani, ancora Begg è protagonista di un incontro sul tema “Fratelli dietro le sbarre”, accanto a Harris Farooqi, il cui padre era stato condannato nel 2011 per aver preparato atti di terrorismo ed aver incitato a fare altrettanto in alcune pubblicazioni. All’incontro avrebbe partecipato attivamente anche Nicki Jameson, del “Fight Racism Fight Imperialism”, pubblicazione del Gruppo Comunista Rivoluzionario (RCG). Durante l’incontro sarebbe stato distribuito materiale in sostegno di Adel Abdel Bary, condannato nel 2014 per il coinvolgimento nell’attentato ad un’ambasciata statunitense in Africa nel 1998. All’interno dello stesso istituto, tre giorni dopo, un seminario sull’islamofobia, ha visto uno degli oratori, Sufyan Ismail, lamentarsi della criminalizzazione dei cosiddetti foreign fighters che vanno a combattere in Siria.

Presso la London South Bank University, invece, il 13 novembre, Abu Bakr Islam ha partecipato ad un incontro in compagnia dell’ex rapper Muslim Belal, noto attore e sceneggiatore inglese convertitosi all’Islam nel 2002. Nel 2011, Islam sul suo sito aveva incitato a giustiziare i non-musulmani che non pregano e vogliono sposare una donna musulmana. Il 23 novembre, presso la University of East London, l’onnipresente Begg partecipava insieme a Weyman Bennett di “Stand up to racism” ad un incontro che incitava: “Non permettiamo ai razzisti di dividerci. No all’islamofobia”. Il 28 novembre, ancora presso la Scuola di Studi Orientali ed Africani, all’interno di una iniziativa dei “Black Students” della National Union of Students, era presente Julius Malema, figura politica di rilievo del Sud Africa, fondatore del partito Economic Freedom Fighter dopo l’espulsione dall’African National Congress, il partito di Mandela e dell’attuale presidente Zuma, ininterrottamente al potere dal ’94. Malema è considerato un populista che spinge per il conflitto razziale. In occasione delle accuse di stupro rivolte da una donna al presidente Zuma, Malema aveva ironizzato dicendo che la donna doveva aver trascorso bei momenti. Nel 2011 è stato condannato per aver cantato la canzone simbolo della rivolta anti-bianca nel paese: “Spara al boero”. Sogna un Sud Africa senza più bianchi, slogan lanciato in una manifestazione dell’agosto 2011 che ha portato insieme ad altri episodi alla sua espulsione dal partito.

Economic Freedom Fighters (EFF) leader Julius Malema is seen at the protest movement's launch on Thursday, 11 July 2013. The EFF was different to other African National Congress breakaway parties, the expelled ANC Youth League president said at Constitution Hill, Johannesburg."We are not like Agang [SA] and all of them... We have a completely different plan." This plan included the non-negotiable principles of land expropriation and nationalisation of mines, both without compensation. The EFF sought to move away from a discourse of reconciliation to one of justice, Malema said. The EFF would hold a conference in Soweto on July 26 and 27 to work out its policies and manifesto. Picture: Werner Beukes/SAPA

Dunque, al netto dei discorsi ritenuti sospetti dalla Henry Jackson Society per l’anti-femminismo, l’anti-democraticismo, l’anti-liberalismo, la giustificazione degli atti di terrorismo contro le truppe statunitensi ed inglesi, l’antisemitismo, tematiche spesso al centro della propaganda occidentalista, rimane comunque tanta roba. E, soprattutto, alcune conclusioni: ciò che ancora in Italia non avviene con troppa frequenza a causa della minor presenza islamica, sta rivelando nel Regno Unito le modalità di uno sviluppo futuro che da noi si presenta ancora agli esordi, con gli immigrati utilizzati come scudo alle manifestazioni della sinistra. Uno dei dati politicamente rilevanti, infatti, è proprio la vicinanza degli ambienti dell’estremismo islamico con quelli della sinistra. Ciò che avevamo messo in evidenza anche in occasione della manifestazione “Refugee Welcome Here” svoltasi a Londra poche settimane fa. E, non ultimo, il carattere razziale anti-bianco di questo movimentismo che simpatizza con l’estremismo islamico, con tutto il contorno delle associazioni di studenti neri, le stesse che poi fanno campagna per la rimozione dei simboli del colonialismo dai luoghi pubblici, dalla Gran Bretagna al Sud Africa, il cui leader estremista, non a caso, appare tra gli oratori di uno di questi eventi. Insomma, con il massimo garantismo possibile quanto agli arresti e pur al di là dei collegamenti col terrorismo, ciò che troviamo è tutto un mondo variamente ostile all’Europa ed ai suoi popoli che si riunisce per distruggerne i simboli, mentre i benpensanti di casa nostra suggeriscono ciecamente l’integrazione. Non ci illudiamo che, rispetto a tutto questo, l’Italia sarà immune ancora per molto tempo. Il tempo di agire è adesso.

Emmanuel Raffaele, 7 apr 2016

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St Peter Church: a Londra l’Italia passa soprattutto da qui

43727Ci si può perdere nelle speculazioni sull’integrazione, assicurare a se stessi ed agli altri di sentirsi cittadini del mondo, sminuire il valore dei confini considerandole barriere arbitrariamente tracciate dall’uomo. Ma, nel mondo reale, così come nella testa e nel cuore e nello spirito degli uomini, la lingua, le tradizioni comuni – anche negli aspetti più folkloristici e popolari -, le esperienze condivise di un popolo, che si manifestano appunto nelle tradizioni e ne rappresentano la storia, lasciano tracce difficili da cancellare. E sopravvivono anche all’oblio forzato della memoria. “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”, recita un antico adagio popolare: si può scacciare la natura anche col forcone, tanto tornerà ad affermarsi. L’identità, quella famiglia allargata chiamata Patria, quel Suolo che è Madre, quello Stato che è Padre, quella comunanza che è, dunque, anche di sangue e suolo, non ci allontana poi tanto dalla naturalissima immagine di un albero, con le radici ben piantate nella terra e le braccia rivolte al cielo. Siamo letteralmente parte della terra che ci ha dato la vita.

Anticipiamo una possibile obiezione: no, il fatto che le migrazioni siano sempre esistite non toglie davvero nulla al nostro punto di partenza, anzi, da sempre l’uomo ha difeso il suolo natio, si è curato della propria comunità ed ha cercato di farla prosperare.

Ma questa è soltanto una premessa. La notizia è un’altra. Ed è, in realtà, un po’ datata: 16 aprile 1863, per essere precisi. D’altra parte, è vero, oggi le stime sugli italiani a Londra, contano ormai circa mezzo milione di persone e, passeggiando per le strade della capitale britannica, nei negozi, nei ristoranti e nelle grandi catene, incontrare un italiano è così scontato che una chiesa tutta italiana a Londra forse non fa più notizia. Ma è un fatto che, dal 1863, per molti italiani, quella chiesa continua a rappresentare un’identità, forse riflessa o forse anche intrecciata con quella italiana, che proprio in quegli anni, del resto, si concretizzava finalmente nell’unità d’Italia (di cui oggi, 17 marzo, ricorre l’anniversario), in un’opposizione che già preannunciava un dualismo storico-politico, che però, da un punto di vista spirituale, al di là dell’aspetto ideologico, si ricomponeva in unità interiore nella maggior parte degli italiani.

E’ questa, infatti, la data in cui la St Peter Church, prima chiesa cattolica in Gran Bretagna, viene inaugurata, nascosta tra i vicoli di quella che, nel 1878, sarebbe diventata l’ampia Clerkenwell Road. Quello che segue, dunque, più che notizia di un fatto, è l’annuncio di una testimonianza, ma più che un omaggio è un racconto e più che storia di un edificio è una riflessione sulle radici, sull’identità e lo sradicamento, sulle migrazioni dei popoli, sul senso di comunità. Perché una domenica alla St Peter Church è come un salto nel passato e, al tempo stesso, un incontro settimanale con la propria terra.

Non molto distante da Covent Garden ed Oxford Circus, a pochi passi dal British Museum ed a tutti gli effetti, insomma, nel pieno centro di Londra, entrare in una chiesa e ritrovare la stessa architettura, l’identica struttura basilicale delle nostre chiese, ascoltare una messa celebrata in lingua italiana, in una chiesa a dir poco gremita a tutte le ore dell’appuntamento domenicale, come ormai non avviene neanche nei paesini dell’entroterra italiano, è un salto nostalgico nella penisola, un momento in cui smetti di sentirti ospite per ridivenire parte di una comunità, semplicemente attraverso la presenza. E stupisce e, ad un tempo, incuriosisce scoprire come la storia “nascosta” di questa cattedrale si riveli poi tutt’altro che noiosa lettera morta da museo, ma sia avvicini, invece, di più ai toni di un’autentica epopea, portata avanti da una fede che era a quel tempo esso stesso identità, collante e, soprattutto, ancora vitale.

A primo impatto, certo, suona persino eccessivamente “paesana”, vista oggi, la newsletter con l’annuncio dettagliato di battesimi, anniversari, matrimoni, qualche funerale, oltre a tutti gli appuntamenti ed i servizi della parrocchia. Per non dire dell’atmosfera dell’adiacente circolo, con tanto di enorme tricolore dipinto sull’angolo dell’edificio che lo ospita e gli anziani ai tavolini a giocare a carte la domenica mattina, uno spettacolo imperdibile, che diventa suggestivo in terra d’Inghilterra. Perché, infine, anche e soprattutto questo sa di casa e, snobismi a parte, di contatto umano. Non per rivangare gli stereotipi sulla freddezza degli inglesi, che poi per gli italiani del sud potrebbe anche essere la freddezza dei milanesi. No, gli stereotipi molto spesso raccontano la superficie. Ma in una città che conta oltre otto milioni di abitanti, stracolma di gente proveniente da ogni parte del mondo, è più che normale essere un numero. Qui il cerchio si restringe. Innanzitutto, sei italiano.

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L’impressione è quella di essere parte di una comunità “solidale”. Questioni religiose a parte, il senso di comunità, in effetti, è proprio questo. Con i suoi risvolti, positivi e negativi, la comunità in sociologia va a definire quella forma di “organizzazione” sociale quasi spontanea per cui ogni persona è connessa con le altre attraverso la condivisione di valori, pratiche sociali e religiose, abitudini e, soprattutto, attraverso la lingua. Quando diciamo che solo in percentuale minima l’aspetto verbale è essenziale nella comunicazione ci sembra quasi di dire una banalità, poiché, con tutta evidenza, ciò che attribuisce significato alle parole è, quasi sempre, il tono, l’espressione, il ritmo e tanti altri fattori posti al di là della semplice codificazione razionale di un termine. Ma per essere parte di una comunità bisogna essere parte di un mondo che va molto al di là persino di questo: riferimenti culturali, modi di essere, convenzioni sociali, convinzioni; tutto ciò è implicito in una lingua, nella comunicazione. La lingua, insomma, è la manifestazione di una identità, non un semplice codice. Ed è singolare come la storia di questa chiesa ne sia una dimostrazione pratica.

A differenza della “comunità”, invece, la “società” non è centrata sull’idea di identità, sulla condivisione. La società è la creazione moderna per cui un “vertice-burocrate” organizza un insieme di individui che rappresentano unicamente se stessi. Al massimo, nella società moderna, sono rappresentati dai partiti, strumenti comunque divisivi rispetto all’idea di comunità (come, del resto, suggerisce l’etimologia).

E l’integrazione non è altro che un’idea moderna (Nietzsche direbbe: “vale a dire un’idea sbagliata”), propria di popoli che hanno perso la dimensione comunitaria e sono stati costretti a standardizzarsi, ad essere tutti uguali. Nell’uguaglianza che svuota le particolarità, ciascuno diventa nessuno. I legami solidali si sciolgono, i vicini di casa diventando soltanto quelli che senti ogni tanto litigare o fare rumori, che perlopiù ti infastidiscono, i problemi con loro li risolvi con una raccomandata dal tuo avvocato, anziché in piazza passeggi al centro commerciale e non vai più al negozietto sotto casa ma al supermercato, mentre gli “amici” te li trovi su Tinder. Tutta una serie di cambiamenti che, nel bene e nel male, hanno mutato la natura dei rapporti sociali, indirizzate da precise scelte politiche ed economiche che non analizzeremo certo in questa sede.

Eravamo alla St Peter Church. Torniamo, stavolta per rimanerci, da quei ragazzi che si ritrovano per fare volontariato, da quei sacerdoti che assistono gli italiani in difficoltà con la legge, ritroviamo quella newsletter, la via crucis, la gente di ogni età, tra chi vive qui da anni e chi è appena arrivato, come i tanti giovani che giungono ormai in un flusso costante, agevolati nel loro proposito dall’enorme abbassamento dei costi dei trasporti transnazionali.

Per una storia che, come anticipavamo, inizia più di due secoli fa. Quando gli italiani a Londra erano più o meno due migliaia. Quando in Gran Bretagna, considerata oggi culla della democrazia, o perlomeno dipinta come tale, praticare il cattolicesimo era vietato per legge ed una chiesa cattolica non era una cosa tanto scontata come può sembrare oggi che, anche tra i grattacieli di Victoria Street, c’è l’enorme cattedrale di Westminster, la più grande chiesa cattolica in Gran Bretagna. C’è stato infatti un tempo in cui tutto ciò era impensabile ed i cattolici rivivevano un po’ l’esperienza dei primi cristiani, costretti a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni. Anche la fede era identità. Non poteva essere diversamente. Come per gli irlandesi, anche loro a combattere la repressione inglese, a lottare per un’indipendenza in cui l’appartenenza nazionale e quella religiosa si fondevano in una cosa sola. Se oggi esiste la St Peter Church è perché, quando la libertà religiosa non era cosa ovvia, gli italiani hanno dovuto conquistarsela. Anche a costo di affrontare la dura legge inglese ed un ambiente a dir poco ostile.

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“La chiesa italiana di San Pietro a Londra”, testo molto dettagliato e firmato da Luca Matteo Stanca, pubblicato per la prima volta nel 2001, si apre non a caso con una che conferma molte delle nostre riflessioni: “Si avverte infatti una devozione antica e radicata, con uno ‘stile’ che rimanda alle domeniche dei nostri paesi di qualche decennio fa, quasi che quegli uomini e quelle donne, sradicati dalla loro terra, vogliano gelosamente custodirne i suoni, i riti, gli odori […], e trasmetterli in consegna ai figli e ai nipoti che spesso li accompagnano […]. È vero, si avverte anche un velo di nostalgia, ed allo stesso tempo l’orgoglio della propria identità, nelle facce da italiani di coloro che animano la liturgia e le tante attività in cui si articola la vita di una comunità come questa, vivace e solidale”.

Leggere integralmente questa interessante opera di ricostruzione storica è senz’altro consigliato. Qui, però, è nostro interesse unicamente render l’idea del contesto storico e, quindi, del significato di questa basilica come affermazione di identità. Fino all’approvazione del Catholic Relief Act nel 1778, infatti, la Gran Bretagna, non soltanto vietava ai cattolici la pratica del proprio culto, ma anche, ad esempio, l’insegnamento, pena il carcere a vita, e ne limitava fortemente perfino il diritto di proprietà attraverso il divieto di acquistare o ereditare terre. I cattolici erano veri e proprio cittadini di serie b, per cui a Londra, approfittando dell’extraterritorialità diplomatica, esercitavano la propria fede presso la Cappella Sarda, “il più antico luogo di culto cattolico post-Riforma a Londra”, all’interno appunto dell’ambasciata del Regno di Sardegna, nell’attuale Sardinia Street. Solo con la legge del 1778, infatti, vennero escluse per i cattolici di Inghilterra e Galles queste misure più estreme nel caso avessero prestato giuramento alla corona britannica, anche se il tentativo di estendere l’atto in Scozia provocò, invece, rivolte ed il saccheggio di case, attività commerciali e luoghi di culto dei cattolici. Anche a Londra, del resto, nel 1780, vennero raccolte 44mila firme contro la legge e i dimostranti assediarono le cappelle cattoliche, tra cui la Cappella Sarda. A Covent Garden una stazione di polizia venne incendiata, dal momento che, nel frattempo, la rivolta, da anti-cattolica ed anti-irlandese, si era trasformata in una rivolta “anti-sistema”, con l’assalto alle prigioni ed alla Banca d’Inghilterra. Le celebrazioni cattoliche proseguono nella semi-clandestinità, per un periodo addirittura in un “pub” di Whetston Park: “un robusto irlandese alla porta chiede la parola d’ordine agli avventori, ed il vescovo stesso celebra in abiti civili, tenendo davanti a sé uno schiumante boccale di porter, onde poter dissimulare nel caso la riunione sia scoperta”. Ma nel 1790 ai cattolici vennero fatte ulteriori concessioni: rimanevano proibiti gli ordini monastici, indossare pubblicamente l’abito talare, i campanili, le celebrazioni pubbliche e l’educazione cattolica ai figli dei protestanti, ma è permessa quanto meno la pratica “privata” a porte chiuse del culto e dell’insegnamento.

La comunità cattolica, ovviamente, non era composta solo da italiani. E, nel 1824, con l’aumento di numero dei nostri connazionali, arriva don Angelo Maria Baldacconi, che subito esprime la difficoltà di occuparsi contemporaneamente sia degli italiani che degli altri fedeli. Nel 1829, intanto, ai cattolici viene permesso di sedere in Parlamento. E vent’anni dopo l’arrivo di padre Baldacconi, giunge a Londra il suo successore, don Raffaele Melia, membro della Società dell’Apostolato Cattolico fondato da san Vincenzo Pallotti e protagonista diretto della nascita della St Peter Church, che otterrà il compito di occuparsi specificamente degli italiani. Melia continua infatti a celebrare nella Cappella Reale Sarda davanti a due comunità diverse, e questa mescolanza crea forti difficoltà […]. Molti giorni che sono festivi per gli italiani non lo sono per gli inglesi, e molte devozioni care agli uni sono ignote agli altri […]. La necessità di una chiesa italiana, per gli italiani, si rende sempre più evidente”, spiega Stanca. Il concetto di identità e di comunità inizialmente espresso, anche in questo caso, è spiegato in maniera lampante dalla pratica, poiché collante di una comunità sono anche le pratiche condivise, le esperienze comuni, mentre la mescolanza impone livellamento e appiattimento delle differenze fra le comunità, coese all’interno sulla base di valori evidentemente comuni. Nel 1845, così, viene concepita l’idea di una chiesa italiana a Londra, che quasi subito si andrà delineando con il progetto di acquistare un terreno per la costruzione di una chiesa ex novo e, già nel ’47, viene individuata nella zona di Clerkenweel Road un terreno potenzialmente adatto ed inizia così, autorizzata da Roma, la raccolta dei fondi in tutta Italia per la sua futura edificazione, il cui acquisto dovrà esser effettuato dalla Società dell’Apostolato Cattolico. Ed è nell’anno successivo che Melia riferisce la volontà di Pio IX, ultimo sovrano dello Stato Pontificio nonché papa più longevo dopo san Pietro, di dedicare proprio a San Pietro la futura cattedrale, che torna però ad essere definita come “Chiesa di tutte le Nazioni”, forse proprio per le tensioni risorgimentali in corso. Don Vincenzo Pallotti, invece, raccomanda soltanto che niente possa “essere oggetto di scandalo” poiché “nella casa dei sacerdoti bisogna mantenere semplicità e povertà”. “La ricerca del sito”, racconta ancora Stanca, “da parte di Melia e Faò di Bruno si concentra su Clerknwell poiché è in questa zona, ed in particolare nei vicoli sovraffollati e malsani dell’area di Saffron Hill, che si è venuta concentrando la comunità degli italiani”. Immigrati poco qualificati, pressoché tutti ambulanti: arrotini, venditori di gelato, suonatori di organetto, che precedettero di poco il forte afflusso di cattolici irlandesi. Nel 1850, l’accusa al papa di aver ricostituito la gerarchia ecclesiastica in Inghilterra diede vita a nuovi episodi di violenza e manifestazioni anti-cattoliche. Padre Melia, l’anno successivo, pubblica sul giornale cattolico londinese “Tablet” un articolo in cui spiega: “Questa chiesa sarà sempre governata da una congregazione di sacerdoti secolari italiani fondata a Roma, così che lo spirito romano la influenzerà sempre”. Un articolo che provoca aspre reazioni all’interno della Camera dei Lord, sul “Times” ma anche negli ambienti della chiesa anglicana, che vedono nella scelta di edificare una cattedrale e dedicarla a San Pietro una sfida alla vicina cattedrale metropolitana di San Paolo. Nonostante tutto, nel dicembre del 1852, l’acquisto del terreno è finalmente concluso. Passeranno circa undici anni prima che il progetto tanto atteso possa vedere la luce, quasi in contemporanea con la neonata Italia, che senza dubbio contribuì a rafforzare il sentimento identitario. Come Roma, anche la St Peter Church non è stata costruita in un giorno.

13001181_1751122628440155_7571536844759652121_nEd ancora oggi, ogni prima domenica di novembre, all’interno cimitero di Brookwood, nella sezione militare italiana, ci si ritrova per commemorare i nostri connazionali caduti, in gran parte prigionieri di guerra, in collaborazione con ambasciata, consolato e associazioni italiane. Mentre la domenica successiva si celebra una messa in suffragio degli internati italiani che morirono nel 1940 sulla nave Arandora Star, ricordati da una targa proprio all’ingresso della chiesa. Una targa posta esattamente sopra la stele dedicata ai caduti della prima guerra mondiale, con due fasci littori sorprendentemente intatti ed una frase di Gabriele D’Annunzio: “Non invano moriste, o dolci figli, latin sangue gentile”. L’Italia che non dimentica se stessa, da queste parti, passa anche per la St Peter Church.

Emmanuel Raffaele