La fiamma del Caravaggio: la vita burrascosa del pittore a teatro e presto al cinema

Una scenografia dalla suggestiva semplicità, una recitazione vibrante, una sceneggiatura profonda e mai banale, che penetra l’anima dell’artista e dello spettatore. Ed è buio, tanto buio. Ed è luce, poca luce, e taglia il viso in due. Dà forma ai corpi. Definisce i contorni. E lascia scorgere il sublime del vero. Di carne. Passione. Sangue. Anima. Corpo. Pugni, schiaffi, pianti e rimorsi. Sofferenza e orgoglio. Vita.

E’ uno straordinario monologo di Matteo Bonanni, in uno spettacolo riproposto lo scorso 23 gennaio al Teatro Rosetum di Milano, a raccontarci le inquietudini di Michelangelo Merisi, l’uomo che si nasconde dietro l’appellativo con il quale è passato alla storia il pittore Caravaggio. Continua a leggere

Van Gogh a Palazzo Reale: il pittore contadino

van-gogh-Paesaggio-con-covoni-di-grano-e-luna-crescenteLuci basse. Soffuse. Toni scuri. Pochi colori. Il van Gogh che non t’aspetti a Palazzo Reale. Le colorazioni vivaci sono ancora di là da venire. Una lunga fila sotto la pioggia, coda di ombrelli. Il Duomo di Milano, a pochi metri, restituisce maestosità. L’allestimento regala intimità. Il silenzio dona concentrazione. Il volto di un pescatore segnato dal tempo e dalla fatica. Contadini ricurvi. L’uomo e la terra. “Nidi umani, quelle capanne nella Brughiera e i loro abitanti”. Emozionano l’artista e chi guarda. Fingono raccoglimento. Forse lo auspicano. E’ ricerca del vero nella terra. “Se si vuole crescere bisogna affondare le radici nella terra”. Vita rurale ed insegnamenti esistenziali. “Imparare la pazienza guardando il grano salire lentamente”. Ma ogni idealizzazione è assente. La rappresentazione non é idilliaca. C’é realismo. Quella ricerca costante del vero che non gli fa amare troppo gli impressionisti né l’appellativo di ‘simbolista’. La sua pittura è tributo al lavoro. Alle mani callose. Sacro rispetto della fatica. “Un quadro di contadini non deve diventare profumato”. Finché, in chiusura, un cielo immenso si prende la scena. Diviene quasi unico protagonista. Esplode di colori, mentre la luna si appresta a riempirlo illuminando un campo di grano. E’ l’estasi visionaria del pittore olandese. L’omaggio del firmamento alla vita contadina. Ai covoni di grano depositati quasi come su un altare.

La tecnica é tutt’altro che omogenea. A tratti ingenua, semplifica troppo. A volte più esperta e fedele disegna emozioni. Jean Francois Millet, sua fonte d’ispirazione pittorica, è presente nei temi, non nel tratto, tutt’altro che delicato, quasi sempre brutale, secondo una definizione che ritorna spesso.

Una pittura integrale. Traspare l’animo. Forse la sovrasta. L’umiltà di una ricerca costante. Di uno studio continuo della tecnica.

E’ un Vincent bambino, capriccioso, folle, disordinato, illuso.

“Non posso farci niente se i miei quadri non si vendono. Verrà il giorno, però, in cui la gente capirà che valgono più del costo del colore e della mia vita, alla fine molto misera, che ci stiamo investendo”.

Un pittore bambino, un pittore contadino che, forse per caso, forse no, forse per la sua riconoscibilità, è diventato uno dei pilastri dell’ arte figurativa contemporanea. Anche se il segreto, probabilmente, è osservare un suo dipinto come se avesse appena raccolto la sua tela, i suoi pennelli, lì tra i campi, ad opera appena compiuta. Lì è il vero, lì è anche il vero van Gogh che, di là dal mito divenuto, egli auspicherebbe scorgessimo.