Regno Unito, in arrivo maxi-struttura per l’intelligence americana in Europa

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Entro il 2017 gli Stati Uniti costruiranno nel Regno Unito un centro d’intelligence che servirà da quartier generale per la condivisione di informazioni militari per tutta l’area dell’Europa e del Sud Africa. Gli Usa, insomma, dopo aver candidamente confessato di spiare i nostri governi, intendono tenerci d’occhio più da vicino e a fare da testa di ponte sarà ovviamente il suo alleato storico in Europa, la Gran Bretagna. Ecco spiegato il motivo dell’opposizione americana ad una eventuale Brexit, ecco la ragione delle preoccupazioni sulla sicurezza britannica in caso di uscita dall’Europa a causa di una minore condivisione delle informazioni con gli “alleati” ed ecco perché, dunque, in prospettiva sovranista, l’uscita del Regno Unito non andrebbe visto con troppa diffidenza, rappresentando un colpo importante sia nei confronti dell’Unione Europea che per l’imperialismo americano.

La notizia non è ancora ufficiale, tanto che il Dipartimento statunitense della Difesa ha evitato nei giorni scorsi ogni commento, ma il quotidiano inglese “The Indipendent” ha già fornito parecchi dettagli dell’operazione mentre l’ufficialità dovrebbe arrivare a breve. In particolare, il Pentagono sarebbe pronto a stanziare ben 200 milioni di dollari per quello che dovrà essere il “Joint Intelligence Analysis Centre” e che sarà situato presso la base aerea di Croughton, che già elabora circa un terzo delle comunicazioni militari americane in Europa.

Il nuovo centro impiegherà quasi 1300 persone provenienti da più di cinquanta paesi e assumerà, ampliandole e centralizzandole, le funzioni di intelligence finora svolte presso la base americana di Molesworth, che verrà chiusa nel quadro di una riduzione dei costi voluta dal governo di Obama. Già lo scorso anno, del resto, all’annuncio della chiusura della base in questione, un portavoce del comando americano in Europa aveva anticipato la sostituzione della struttura con un edificio mirato a consolidare e rendere più efficienti le operazioni di intelligence che coinvolgono sia la Cia che i servizi segreti inglesi.
Emmanuel Raffaele, 25 marzo 2016

Boldrini a Londra: a lavoro per unione federale, gli stati nazionali sono il passato

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Londra – Con una retorica vuota degna del ‘miglior’ Renzi, il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, ieri al King’s College di Londra per il discorso annuale del “Jean Monnet Centre of Excellence”, in conferenza stampa schiva abilmente le domande sgradite. “L’Europa da settant’anni garantisce la pace”, assicura la Boldrini, dopo aver illustrato l’impegno suo e di tanti omologhi europei per ottenere una “unione federale di stati”.

“Presidente”, chiediamo, “proprio oggi sul Telegraph un ex ufficiale della marina britannica definiva un semplice ‘mito’ questo che lei ha appena espresso. Se il Piano Marshall ha portato la stabilità e la ripresa economica, la Nato ha monopolizzato la difesa militare, mentre da parte sua l’Europa non ha mai avuto un ruolo attivo nella risoluzione dei conflitti che ci sono stati sul continente, dai Balcani alla questione cipriota e così via: non crede sia vero?”. Il presidente della Camera si scalda visibilmente e fa partire una supercazzola rabbiosa sulla funzione disgregante dei nazionalismi per poi concludere con una non-risposta che ignora apertamente la relazione causale tra gli eventi che era il punto cruciale della domanda. “Da settant’anni in Europa c’è la pace e questo è un fatto”.

Che la causa di questa pace sia l’Europa unita, evidentemente, è un dogma irrinunciabile. Ma, francamente, non speravamo di ottenere di più. Ciò che è invece molto chiaro è che la sinistra italiana non riesce più a nascondere il proprio ‘si’ alla globalizzazione tanto avversata un tempo: “in un mondo globalizzato, nessuno Stato è un’isola”, osserva la Boldrini, che si definisce “europeista non solo per romanticismo e per il sacrificio degli antifascisti negli anni Quaranta, ma anche per la convinzione profonda che sia “impensabile tornare agli Stati nazione”. “Vogliamo una sovranità condivisa”, afferma annunciando di aver invitato a Montecitorio per il prossimo 27 agosto i giovani federalisti europei, prima di una grande iniziativa all’insegna dell’europeismo che si terrà simbolicamente a Ventotene nei giorni successivi. Quanto al Brexit ed alle condizioni ottenute dal premier inglese Cameron a Bruxelles, la Boldrini si dice ovviamente speranzosa sulla permanenza del Regno Unito in Europa, ma osserva: “gli accordi raggiunti hanno delle conseguenze sulle garanzie dei lavoratori e ne limitano la libertà di movimento, perché i non-cittadini non avranno accesso agli stessi benefit dei cittadini, in contraddizione coi principi dell’Unione Europea”.

Che lo Stato sociale abbia un costo e che questi diritti non possano quindi essere estesi in maniera illimitata senza renderne nulla l’effettività e ingiusta l’applicazione sembra essere un problema che non sfiora minimamente la riflessione boldriniana. Così come l’idea che uno Stato possa avere il diritto di voler rimanere tale senza doversi per forza integrare ad un maxi-stato europeo, o il fatto che, dal momento in cui non esiste una vera e propria struttura di welfare su base europea (ovviamente), è ovvio che ogni Stato pensi e debba pensare ancora prima ai propri cittadini. Neanche la legittimazione democratica di un’eventuale federazione, del resto, sembra preoccupare il presidente della Camera, al di là di una consultazione online sui vantaggi e svantaggi di stare nell’Ue lanciata sul sito della Camera e che lascia il tempo che trova. “Il prossimo 22 maggio a Lussemburgo”, ricorda, “incontrerò i miei ventotto omologhi e spero che la dichiarazione [“Più integrazione europea”, ndr] sottoscritta il 14 settembre scorso con i miei omologhi di Francia, Germania e Lussemburgo, ora condivisa dagli omologhi di dodici paesi, arrivi ad avere l’appoggio della maggioranza di loro”. Un obiettivo non lontano dal momento che, fa notare, mancano solo tre firme. Tre firme per imporre un’integrazione sempre più spinta, la scomparsa definitiva degli stati nazionali europei, nella distanza più totale della volontà dei popoli nel frattempo sempre più scettici sul conto dell’Unione Europea.

Il ‘progresso’ deve andare avanti e chi non è d’accordo lo diventerà, basterà spiegargli che chi è contro l’Europa fa “demagogia” ed è un pericoloso nazionalista. Facile no? Boldrini docet.

“Un’altra Europa è possibile”, ripete nel corso del discorso nell’aula magna del King’s College, stavolta davanti ad una platea più ampia di fronte alla quale non rinuncia a porre l’antifascismo come fondamento dell’utopia europea. Poi cita Salvemini, cita Spinelli e non rinuncia ad un tocco di sentimentalismo e colore (siamo o non siamo italiani!), mostrando al pubblico una giacca di salvataggio con riferimento alla crisi dei rifugiati ed alle stragi del mare avvenute nel Mediterraneo. E non sbaglia quanto meno nell’attribuire all’Europa la colpa di una cattiva gestione dell’emergenza “sulle spalle di pochi paesi, come l’Italia, la Grecia, la Germania e la Svezia”. Un po’ vaghi, invece, gli attacchi alla politica economica dell’Unione Europea, definita la “grande malata, che ha causato scontento e disamore” verso un’Europa che, così com’è, secondo la Boldrini, “non va bene”. La promessa che, nonostante tutto, l’Europa voluta da pochi alla fine si farà, tratta dai passaggi finali del “Manifesto di Ventotene”, chiude il suo intervento . Anche se in conferenza stampa e davanti ai microfoni Rai, non era mancata qualche dichiarazione sulla scelta dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola di utilizzare la pratica dell’utero in affitto per avere un bambino: “la nascita di un bambino va sempre accolta con amore”, aveva commentato inizialmente, salvo poi aggiungere: “ritengo sia una pratica inaccettabile qualora dietro questa pratica, attraverso un pagamento, si celi lo sfruttamento della persona”.

Emmanuel Raffaele, 1 mar 2016

L’Ue ha portato la pace? “Solo un luogo comune”. Duro affondo sul Telegraph

PORTSMOUTH, UNITED KINGDOM - JUNE 28: Sailors on board the aircraft carrier HMS Illustrious wait on the flight deck to salute during The International Fleet Review on June 28, 2005 in Portsmouth, England. The Review forms part of the Trafalgar 200 celebrations marking the 200th anniversary of the Battle of Trafalgar at which Lord Nelson commanded the Royal Navy in a famous victory over the French. (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)
Duro affondo contro l’Europa dalle colonne del “Telegraph”. Il noto quotidiano inglese, infatti, ha pubblicato proprio oggi un intervento [1] firmato da Julian Howard Atherden Thompson, major-general della Marina britannica, in servizio dal ’52 all’86, a capo della “3 Commando Brigade” nel corso della guerra delle Falklands, oggi collaboratore del King’s College di Londra nel dipartimento che si occupa di studi bellici.
Interessante sotto diversi punti di vista, l’attacco dell’alto ufficiale fa a pezzi la credibilità dell’Unione Europea. Oggi, l’adesione all’Unione Europea indebolisce la nostra difesa nazionale in tempi molto pericolosi”, scrive Thompson, che si cimenta poi in una minuziosa esposizione dei quattro “miti” posti a difesa dell’Europa, che impediscono di vedere la realtà di un’organizzazione debole dal punto di vista politico ed in quanto tale dannosa per gli stati membri.

Primo mito: “l’Unione Europea ha mantenuto la pace in Europa dal 1945”. Secondo l’ufficiale inglese, a portare la pace in Europa sarebbe stato invece il Piano Marshall voluto dagli americani, mentre a mantenerla ci avrebbe pensato la Nato e non certo l’Europa. Triste quanto sacrosanta verità. “La Nato ha scoraggiato gli attacchi sovietici e scoraggia quelli di Putin ai giorni nostri”.  Mentre l’Europa, sottolinea, non è mai stata in causa nelle questioni rilevanti, elencate una per una nell’articolo: nessun coinvolgimento nella risoluzione del conflitto basco che ha avuto inizio nel 1959, nessun ruolo nella risoluzione della questione irlandese, niente di niente anche in occasione dell’invasione turca di Cipro del 1974 e, soprattutto, nessuna voce in capitolo durante i conflitti balcanici (la guerra di indipendenza croata, la guerra in Bosnia, le agitazioni in Albania nel ’97 e successivamente, la guerra in Kosovo, le insurrezioni in Macedonia nel 2001 e così via). Un elenco impietoso che mette nero su bianco l’assoluta mancanza di credibilità ed autonomia da parte di un’Europa che – aggiunge Thompson nel tentativo di sfatare anche il mito di un’Europa che ci protegge dal terrorismo islamico – è anche incapace di sorvegliare le sue frontiere, come ha dimostrato nell’emergenza migratoria in corso, con la Germania che ha peraltro appena annunciato di non aver più notizie di ben 130mila profughi. L’Europa meglio aiutarla dall’esterno, piuttosto che da una nave che affonda, è il messaggio dell’ufficiale britannico, il quale si dichiara decisamente contrario ad ogni tentativo di Francia e Germania di rendere autonoma l’Europa da un punto di vista difensivo: “C’è una collaudata catena di comando Nato con sedi e forze adeguate. Non abbiamo bisogno di una copia europea”. Quanto a Putin, l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa non gli darebbe più forza di quanto già non faccia la debolezza delle istituzioni europee  e della sua moneta.

Un assalto in piena regola, insomma, che in una prospettiva certamente anti-europea, racconta molte verità e lo fa fornendo al tempo stesso una fondamentale chiave di lettura di quello che sarebbe il significato di un eventuale “Brexit”: una scelta sovranista solo fino ad un certo punto, dal momento che, nel caso del Regno Unito, a pesare sulle richieste di autonomia dal gigante europeo è soprattutto lo storico rapporto con gli Stati Uniti e non il contrario, come nel caso della maggior parte dei movimenti autenticamente euroscettici, che tendono peraltro a sfiduciare la Nato come punto di riferimento militare, mirando ad un rafforzamento degli stati europei contro il bipolarismo Usa-Russia.

È così che, senza volerlo, l’intervento del “major-general” ci ricorda anche quanto questa Europa sia – anche per volontà inglese – colonia americana fin dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, con il mercato europeo utilizzato per smerciare prodotti d’oltreoceano (quello stesso “mercato di 500 milioni di persone” che fa gola alle grandi aziende che nei giorni scorsi hanno invitato i cittadini britannici sul Times a votare per rimanere in Europa al referendum del prossimo 23 giugno) e la difesa totalmente delegata al colosso statunitense. Una situazione che, se sta benissimo al Regno Unito, dovrebbe invece spingere gli stati fondatori di questa unione a creare un’alternativa realmente indipendente, che non si limiti – come invece accade – a siglare accordi segreti come il Ttip per fare sempre di più dei popoli europei consumatori delle multinazionali americane e dei loro prodotti a scapito della nostra economia e delle nostre produzioni e conoscenze.

Varrebbe la pena, però, far notare al noto ufficiale che l’Europa sicuramente non ci protegge dal terrorismo islamico con la sua incapacità di controllare le frontiere; ma il pericolo islamico finora è venuto dall’interno e, non certo per ultimo, dai figli della grande e multietnica isola britannica, mentre ad armare i terroristi sono stati esattamente i cugini d’oltreoceano.

Emmanuel Raffaele, 29 feb 2016

[1] http://www.telegraph.co.uk/news/12176954/I-fought-for-Britain-and-I-know-how-the-EU-weakens-our-defences.html?sf21696164=1

Lobby contro Brexit. Ma ecco quanto incassano gli stranieri dal Regno Unito

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Il mondo degli affari e della finanza si schiera contro il Brexit. Non solo Moody’s ha annunciato che, in caso di Brexit, abbasserà il rating del paese, ma, con una lettera indirizzata allo storico quotidiano “The Times”, circa duecento fra amministratori delegati, presidenti ed altri alti dirigenti di oltre un terzo delle cento aziende più grandi del paese, con oltre un milioni di persone impiegate, hanno ufficialmente espresso il loro parere contrario all’uscita dall’Europa: “Sulla base della rinegoziazione del primo ministro, crediamo che per la Gran Bretagna sia meglio rimanere in una Unione Europea riformata”.  Tra loro, ben 36 aziende che fanno parte del FTSE 100 (indice azionario delle cento aziende più capitalizzate quotate al London Stock Exchange), compagnie aeree come Easy Jet, circuiti di pagamento internazionali come Mastercard, banche come la Lloyd’s, le società aeroportuali di Gatewick e Heathrow, esportatori come il gruppo Chivas e molti, molti altri ancora. Come la Vodafone, guidata dall’italiano Vittorio Colao il quale, in un’intervista su misura pubblicata pochi giorni fa dal Corriere, spiegava: “Come azienda non esprimiamo un giudizio politico, ma certo per i nostri i clienti, i nostri azionisti e anche i nostri dipendenti è molto meglio che la Gran Bretagna faccia parte dell’Europa. Invece, anche il giudizio politico infine è arrivato: il suo nome è il secondo nel lungo elenco dei firmatari pubblicato dal giornale inglese. “Brexit, il no di Colao. Londra non vuole perdere l’anima, ma per gli affari serve l’Europa”, titolava il Corriere.

E chissenefrega dell’anima, sembra infatti il messaggio sottinteso nelle parole di Colao e di un appello che, come se ce ne fosse bisogno, mostra il tentativo delle lobby economiche di influenzare le scelte politiche. Lo stesso Colao, che pur sottolineava l’importanza di aver mantenuto la sovranità monetaria delegata da tutti gli altri stati all’Europa (“Credo che grazie alla sterlina la Gran Bretagna abbia mantenuto una grande flessibilità e grande capacità di reazione nella gestione della politica economica”), è insomma anche lui convinto che  “gli affari hanno bisogno dell’accesso senza restrizioni ad un mercato europeo di 500 milioni di persone per continuare con la crescita, gli investimenti e la creazione di posti di lavoro”, secondo quanto spiegano i dirigenti nella lettera che ha conquistato la prima pagina di “The Times”. Una riflessione peraltro sacrosanta, che deve sicuramente far riflettere sulla necessità e sull’opportunità che il no a quest’Europa non sia un no ad un’altra idea di Europa, forte, “autarchica”, formata da popoli sovrani e liberi, grazie alla cooperazione tra loro, dal giogo americano e da qualunque altra forma di sudditanza economico-politica nei confronti di potenze straniere. Un’idea Europa certamente lontana da quella attuale, ma anche dalla visione dei conservatori britannici, storicamente contrari all’idea di una federazione e di un maxi-stato europeo ma, d’altra parte, da sempre alleati di ferro degli Usa e rappresentanti in Europa di interessi d’oltreoceano.

L’ipotesi Brexit, quindi, va considerata per quel che è: la necessità, nel bene e nel male, di tutelare i propri interessi da parte dello stato insulare. Necessità che divide lo schieramento dei Tories, con la contrapposizione tra il premier David Cameron, forte di una rinegoziazione dei trattati che permetterà alla Gran Bretagna di limitare l’accesso ai benefit da parte dei migranti economici provenienti dall’Europa, e l’eccentrico ed ambizioso sindaco di Londra Boris Johnson, che il prossimo 3 marzo sarà nel popolare quartiere di Croydon per un “question time” aperto a tutti. Un dibattito tutto interno allo schieramento conservatore, dunque, che secondo alcuni analisti ha già uno sconfitto: il partito laburista. “Non è tanto il fatto che i laburisti siano divisi – con una grande maggioranza del partito favorevole alla permanenza in Europa – quanto l’esser marginali”, commentava Rachel Sylvester sul noto giornale britannico. L’abilità di Cameron, del resto, sta proprio nell’esser riuscito ad ammiccare agli euroscettici, presentandosi come l’alfiere degli interessi del paese al tavolo europeo e sbattendo i pugni fino ad ottenere condizioni più che ragionevoli (tra le quali l’accettazione di un impegno che, quanto alla Gran Bretagna, non porterà mai all’integrazione politica), per poi poter tornare comunque a Londra come promotore del sì ad un’Europa riformata senza apparire incoerente. Un capolavoro di real politik, che non è certamente secondo alle recenti dure prese di posizione contro l’immigrazione clandestina unite alle “carezze” mediatiche alle minoranze etniche, con la lettera indirizzata ancora una volta a “The Times” per dichiarare il proprio no al razzismo istituzionale.

Una sfida tutta interna al fronte Tory, dunque, che non esclude la possibilità di un secondo referendum dopo quello previsto per il 23 giugno, annunciato pochi giorni fa, dopo il vertice europeo, da Cameron. C’è chi non esclude, infatti, che un voto favorevole all’uscita dall’Europa, con l’avvio di un processo lungo almeno due anni, possa servire semplicemente a fornire al paese un ulteriore strumento di pressione dell’Europa, per ottenere condizioni ancora più vantaggiose. Una ipotesi contro la quale si è già espresso proprio il sindaco di Londra: “Si tratta di una decisione strettamente democratica – la permanenza o l’uscita [dall’Europa, ndr] – e nessun governo può ignorarlo. Una seconda rinegoziazione seguita da un secondo referendum non è scritto sulla scheda. Per un primo ministro, ignorare l’esplicita volontà del popolo britannico di lasciare l’Europa non sarebbe semplicemente sbagliato, sarebbe antidemocratico. L’uscita dall’Europa, del resto, non sembra avere possibilità concrete di realizzazione e, considerando le forti pressioni della stampa, del mondo del business e della finanza, del governo, i bookmakers danno all’ipotesi Brexit un comunque notevole 33% di probabilità. Tutto ciò nonostante la metà dei parlamentari Tory, circa 150 su 330 tra i quali molti ministri, faranno campagna contro l’Europa e nonostante il fatto che sui giornali l’opzione non è demonizzata come potrebbe accadere in casa nostra. Proprio “The Times”, del resto, in un articolo di fondo, esprime senza mezzi termini il disappunto per “la retorica della paura” da parte del mondo degli affari, a cui si rimprovera peraltro l’ambiguità e la poca chiarezza delle proprie ragioni.

Al centro delle preoccupazioni dei cittadini britannici, infatti, ci sono questioni molto concrete, in primis l’accesso ai benefit di un welfare state come quello inglese in cui lo Stato, pur patria del capitalismo più spinto, riesce ancora a fornire tutele forti alle fasce di popolazione a reddito basso. Uno stato sociale la cui tenuta è messa ora a rischio dalle ondate migratorie che spesso hanno condotto ad un vero e proprio “turismo del welfare”. I migranti europei, ad esempio, nonostante siano soltanto il 6% della forza lavoro, assorbono circa il 10% (circa due miliardi e mezzo di sterline) delle risorse destinate ai lavoratori con salari bassi. Ben 469.843 migranti su oltre 4 milioni di arrivi tra il 2001 ed il 2013 – prima che l’accesso venisse limitato con la richiesta di un minimo di due anni di permanenza (che ora molti vorrebbero portare a quattro anni) – hanno ricevuto alloggio o benefit per la casa. Il 40% dei migranti provenienti dall’aera economica europea ricevono benefit familiari: circa 6mila sterline all’anno in media in “tax credit”, con 8mila famiglie che ricevono oltre 10mila sterline l’anno. Circa 20mila, invece, gli europei che nel 2015 hanno ricevuto benefit per figli che non vivono in Gran Bretagna. E ben 700 milioni di sterline sono state pagate, tra il 2013 ed il 2014, ai disoccupati europei. Cifre che spiegano bene le ragioni degli euroscettici, già stanchi delle farraginosità dei meccanismi europei, ma che non possono far chiudere gli occhi di fronte ad un’economia, come quella della capitale inglese, in cui l’apporto straniero è ormai parte integrante del tessuto sociale cittadino e difficilmente sarà intaccato sostanzialmente da un’eventuale uscita. Di sicuro, la Gran Bretagna tenta di riprendersi un altro spicchio di sovranità. Mentre noi mettiamo, come sempre, il paese in mano ai colonizzatori.

Emmanuel Raffaele, 26 feb 2016