Regno Unito, i giudici provano a fermare la Brexit: “prima il voto del parlamento”

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La Brexit ha subito uno stop decisivo, seppur non definitivo. Si è infatti pronunciata oggi l’Alta Corte inglese e, in seguito al ricorso di alcuni cittadini a favore del “Remain“, ha stabilito che il governo della conservatrice Theresa May non potrà far valere l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che riguarda appunto la clausola di rescissione dall’Ue, senza l’approvazione del Parlamento britannico.

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I pub hanno sconfitto i grattacieli: tutta l’identità inglese in quel “leave”

victoria-streetCirca il 64% degli elettori tra i 18 e i 24 anni non era interessato a dire la sua sulla brexit. Il dato, dopo ore di accanimento mediatico contro vecchi, provinciali e poveri, è sfuggito di bocca all’ex premier Enrico Letta. Al contrario, ha evidenziato, è stato l’83% degli over 65 a votare al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Altro dato interessante: erano ammessi al voto gli immigrati residenti dei 54 paesi del Commonwealth, ma non i cittadini europei residenti, il che già rende l’idea di cosa è il Regno Unito. Fondamentalmente, infine, hanno votato per la brexit tutto il Galles, l’Inghilterra, mentre hanno votato a favore dell’Ue la Scozia, l’Irlanda del Nord e la Greater London, ovvero tutti quelli a cui il Regno Unito sta stretto. Basti guardare all’esempio di Gibilterra, conteso con la Spagna: ha votato “remain” il 96,9% dei votanti, un record. Ed a poche ore dal voto, infatti, c’è chi chiede addirittura l’indipendenza di Londra.

Hanno votato per l’Unione Europea le aree meno “patriottiche”, le aree meno “inglesi”, inclusa una Londra invasa da immigrati di ogni parte del mondo e da banchieri, che in queste ore i giornali danno allarmati e in procinto di spostarsi al di qua della Manica. Vedremo cosa accadrà ma, sicuramente, il fatto che la finanza abbandoni il Regno Unito, come se prima e dopo l’Ue ci sia il buio, non è credibile. Come evidenziavamo poc’anzi, il Commonwealth e le ex colonie hanno avuto un grande ruolo nello sviluppo economico della Gran Bretagna, la cui economia ha invece conosciuto vari periodi di rallentamento sotto l’Unione Europea ed è rimasta forte anche grazie ad una moneta propria. La brexit non è un risultato in sé, come non lo sarebbe il crollo dell’Unione Europea. La brexit è un punto di partenza. Sta a loro e a noi, ora, fare le mosse giuste. Ed è fondamentale chi sarà al governo, ammesso che il verdetto popolare sarà rispettato, il che non è per nulla scontato. Oltre due milioni di persone hanno già sottoscritto una petizione per ritornare al voto, i liberali (!) hanno chiesto di ignorare l’esito del referendum, i giornali stanno creando il caso sul pentimento di molti che hanno votato “leave” e la propaganda è ancor più forte di prima. Ed è curioso, a posteriori, riguardare il volantino distribuito da alcuni sostenitori del “remain” con il grafico che dava le piccole imprese al 75% favorevoli alla brexit. In basso, la firma: Goldman Sachs aveva commissionato quel sondaggio. Sicuramente la finanza non era a favore del “leave”, ma questo non vuol dire che adesso se ne starà a guardare e si darà per sconfitta. Pensarlo vorrebbe dire leggere la realtà in maniera schematica e riduttiva. Le possibilità, d’altronde, ci sono eccome; la Gran Bretagna, con una percentuale del resto molto ridotta pari al 51,9%, non ha votato per l’isolamento, ha semplicemente scelto l’indipendenza politica. La libertà di decidere con chi fare affari, come tutti gli altri paesi al mondo che non fanno parte dell’Unione Europa, compresa la Svizzera, che pure sta nel cuore dell’Europa e non muore di fame. Senza contare il peso politico ed economico del Regno Unito. Ecco perché la brexit è solo un punto di partenza ed ecco perché, d’altra parte, era possibile schierarsi soltanto da una parte. La brexit ha fatto uno sgambetto alla finanza, ma non è finita. In prospettiva europea, le possibilità sono altrettanto notevoli, sia a livello politico che economico e tutto sta nel giocarsi bene le proprie carte. Altra osservazione in merito ai dati rilevati, dicevamo, è quella sulla cosiddetta “generazione Erasmus”: giornali e politici progressisti si sono accaniti in maniera inquietante contro “ignoranti” ed operai delle periferie, contro lo stesso concetto di democrazia, in un corto circuito che è uno degli aspetti più rilevanti del voto, censurando per prima cosa la scelta di indire un referendum e giungendo a conclusioni sulle quali ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Nessuno ha invece colto l’altra faccia della medaglia: il disinteresse di quella generazione, cresciuta senza identità e nella cultura “arcobaleno”. E’ anche questa una riflessione, laddove l’astensione è stata complessivamente abbastanza limitata (27,8%). Altra riflessione, è che il “leave” ha vinto contro ogni sondaggio, nonostante l’omicidio di Jo Cox, nonostante abbiano associato il brexit al disastro economico, governi e strutture sovranazionali abbiano minacciato letteralmente il popolo inglese, abbiano annunciato la fine di Londra, prospettato la deportazioni degli stranieri, una sanità allo sfascio, il pericolo per la sicurezza nazionale, il nostro Saviano – che oggi si dispera e maledice il popolo – aveva addirittura collegato i sostenitori della brexit a chi ricicla denaro sporco, aziende francesi avevano acquistato pagine di giornale per pregare gli inglesi di restare, le multinazionali avesse fatto campagna per restare, il banchiere Soros si era schierato, la Francia lasciava intuire ritorsioni sul fronte immigrati. Quello inglese è stato, se non altro, uno scatto d’orgoglio, ben riassunto dal discorso finale di Boris Johnson, leader conservatore, due volte sindaco di Londra e principale esponente del ‘partito’ del “leave”, che ha sottolineato: “loro dicono ‘non possiamo’, noi diciamo ‘noi possiamo’. Loro dicono ‘non abbiamo altra scelta che inchinarci a Bruxelles, noi diciamo ‘voi state incredibilmente sottostimando questo paese e ciò che può fare”. Per poi concludere così la sua esortazione: “Se votiamo “leave” e ci riprendiamo il controllo, giovedì sarà il giorno dell’indipendenza del nostro Paese”. Consapevole di questo orgoglio britannico, d’altronde, il posizionamento che da mesi perseguiva il premier Cameron era fondato su un solido sostegno al “remain”, certo, seguito però dalle trattative con l’Ue sul welfare ed altri punti che premevano al paese e che permettono di leggere sicuramente la sua strategia come un “abbiamo ottenuto ciò che volevamo, ora ci conviene restare”, piuttosto che col tono di sudditanza del genere “ce lo chiede l’Europa”, che invece riscuote tanto successo dalle nostre parti.

La mappa del voto
La mappa del voto

In tutto ciò, c’è il dato principale: il popolo inglese tiene alla propria indipendenza ed ha una identità, coscienza e forza propria, io direi una certa risolutezza, che è un po’ il loro tratto distintivo e ne fa dei “pragmatici autoritari” da secoli, nel bene e nel male. Il popolo inglese si percepisce ed è altro rispetto all’Europa. Nella sua identità la monarchia ha simbolicamente un ruolo importante, suscita un profondo rispetto e riscuote un forte consenso non solo popolare ma anche e soprattutto mediatico e basterebbe aver sfogliato i giornali in questi mesi, con le celebrazioni per il novantesimo compleanno della regina più longeva per rendersene conto. Il Regno Unito ha un carattere più vicino, per motivi storici ed economici, a quello degli Usa. E che sia Europa è soltanto una questione geografica. Del resto, ha mantenuto la propria moneta, il sovrano è a capo di una chiesa di Stato, nata da un contrasto con il Vaticano ai tempi di Enrico VIII a cui si deve appunto la nascita della Chiesa anglicana, conserva le proprie unità di misura, si guida al contrario e, soprattutto, qui nessuno si vergogna a sventolare la propria bandiera. Esibire la propria potenza militare non è ancora un peccato originale, basti pensare ad una delle piazze principali, Trafalgar Square, che celebra una vittoria e, con enorme colonna, l’ammiraglio Nelson. Il patriottismo, qui, non è ancora passato di moda. La cultura politica, del resto, ha una storia del tutto diversa da quella continentale. E, per dirla tutta, il Regno Unito è stata la prima tra le potenze europee ad avere un impero e l’ultima a rinunciarvi, dopo almeno quattro secoli, soltanto negli anni Novanta, con la restituzione di Hong Kong alla Cina. Un padrone brutale con le colonie africane ed asiatiche, che ha un grosso ruolo sulle attuali criticità dello scenario mediorientale (nascita di Israele inclusa), che ha dominato l’Australia, ha lottato per mantenere nel regno l’Irlanda col ferro e col fuoco, trattando i cattolici e gli irlandesi per secoli come cittadini di serie b. È stata “la più grande organizzazione criminale mai esistita nel traffico della droga” (Corrado Augias, “I segreti di Londra) allorché, a metà Ottocento, lasciava smerciare ai suoi “commercianti” l’oppio in Cina fino a scontrarsi ed umiliare militarmente il paese asiatico (con stragi di civili incluse) in nome degli interessi economici. Nei primi anni del Novecento ha fatto la guerra ai boeri per il dominio dei territori sudafricani e delle sue risorse diamantifere, inventando i campi di concentramento, rinchiudendovi metà di loro (22mila bambini, 4mila donne e 2mila uomini vi moriranno) e permettendo stupri di massa ai suoi soldati. Negli anni Ottanta ha “persino” rivendicato armi in pugno la sovranità sugli isolotti delle Falkland, sulle quali l’Argentina pretendeva la sovranità. Possiede ancora quattordici territori d’oltremare tra cui Gibilterra, contesa con la Spagna. E’, come accennavamo, attualmente guida dei paesi del Commonwealth, associazione di stati di natura peculiare che comprende praticamente tutte le ex colonie.

dcaf74e78a9043bc8729733cbef63c8aIl presidente degli Stati Uniti Obama ha rimbrottato gli inglesi favorevoli al “leave” con toni forti, certo, ma erano i toni che si usano con un concorrente che ti vuole fregare. Non quelli di chi parla ad un popolo sottomesso e, sicuramente, il responso ha dimostrato che almeno la metà del popolo inglese non è disposto a sottomettersi. Gli Stati Uniti, dopo tutto, sono anch’essi un ex colonia; la visita ai reali è stata cordiale, un dialogo tra pari grado. Soltanto la Francia di De Gaulle ha osato sfidare il predominio americano sul continente e, allo stesso tempo, l’idea di Europa attuale in cui gli organi sovranazionali e non le nazioni hanno il potere decisionale. Infatti, soltanto Francia e Regno Unito hanno diritto di veto all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I trionfi militari contano. La potenza vuol dire ancora libertà. “Internazionale”, prima del referendum, faceva cenno, polemicamente, alla nostalgia imperiale degli inglesi. Non è un errore di lettura. Johnson, dicevamo, sottolineava il concetto di indipendenza; il 22 giugno il “Sun” in prima pagina titolava, a caratteri cubitali: “INDIPENDENCE DAY. BRITAIN’S RESURGENCE”. Certo, non avrebbe mai potuto farlo il moderato Times, che ogni giorno ospitava articoli contro “Boris”. Londra è per il “remain”. Londra, la City, la parte benestante del paese. E se l’incremento di 513mila abitanti dell’anno scorso era dovuto per due terzi all’immigrazione, solo a Londra questo incremento è stato di 135mila unità, nonostante i 77mila londinesi spostatisi altrove. Solo nell’ultimo anno, del resto, oltre 55mila italiani hanno fatto richiesta per ottenere il National Insurance Number, indispensabile per poter lavorare nel Regno Unito. La popolazione italiana stimata nella capitale cresce a ritmi vertiginosi sopra la quota dei 600mila. Non è l’emigrazione di un tempo, è un’emigrazione semplificata dai voli low cost. C’è il sogno, c’è la concretezza, la convenienza e, a volte, la superficialità. La brexit non farà male. Senz’altro non farà male a noi, a fermare questa emorragia. Perché la “generazione Erasmus” vola a Londra anche perché, crede, qui le identità si mescolano. Questo è il sogno di Londra. E c’è del vero e c’è del falso. Ci sono, di fatto, due realtà parallele, come quelle che hanno votato dimostrando le divisioni interne al paese. In realtà, Londra, quella vera, è una città dove le identità sono tante e forti più che altrove. Convivono, certo. Ma si mantengono tali. E forse c’è da riconoscere un merito nel saper far convivere le diverse identità senza i disastri, ad esempio, della Francia. Ma non è sempre così, basti pensare alla rivolta di Brixton ai tempi della Thatcher. Oppure ai foreign fighter che oggi partono in forza da Londra per la Siria; alle prigioni inglesi in mano agli estremisti islamici, ai quartieri divisi per etnia, agli italiani che stanno quasi solo con altri italiani e così via.

Londra e il Regno Unito sono spesso due mondi opposti. Un mondo rurale in opposizione ad una capitale mondiale. Questa è la definizione singolarmente usata più volte proprio da Johnson nel corso della campagna referendaria, a dimostrazione dei suoi progetti. Londra non è quel paese rurale che vedi già a pochi chilometri dalla capitale, quando basta un’ora per immergerti in una cittadina del Sussex, circondata dalla foresta, in cui attraversi strade completamente ricoperte dai rami e trovi la più lunga fila di case con struttura in legno del XIV secolo. Lì dove entri al pub ed il clima che trovi è decisamente più inglese di quello che trovi nella maggior parte dei pub della metropoli londinese. La provincia e la finanza erano un po’ opposti in questo referendum e i dati lo hanno confermato.

Persino il Corriere riconosceva: “I poveri vogliono il Leave”. Ben 140 miliardari e 400.000 milionari vivono a Londra, dove ha trionfato il “remain”. E’ stato anche uno scontro di classe. Anche qua, come qualcuno ha sottolineato in riferimento alle elezioni Usa, e volendo schematizzare un po’ la realtà, si trattava di uno scontro tra la working class di etnia bianca (o meglio, bianca inglese, come sottolineano i moduli in cui spessi ti trovi a dover selezionare una casella a scelta tra “Bianchi inglesi” e “Altri bianchi”) ed il disegno di una società liberista e, in prima fase, progressista, che attecchisce soprattutto tra chi grazie al liberismo si arricchisce e tra chi disconosce o non riconosce le identità o perché “altro” o perché assuefatto o perché ideologizzato. D’altronde, sono state esattamente alcune organizzazioni sostenitrici del Brexit ad opporre, in un manifesto di propaganda, una donna in abiti tradizionali asiatici ed un giovane “teppista” bianco in polo e bretelle e anfibi. Il target era chiaro ed era chiara anche l’associazione col fascismo e col nazismo dei sostenitori del Brexit. Fino all’assurda uccisione di Jo Cox, in merito alla quale ci si è compiaciuti nel sottolineare i “contatti” con organizzazioni di “estrema destra”. Le reazioni alla brexit erano prevedibili ed ora il pericolo è proprio un brexit che perde sostegno: il popolo, si sa, è volubile.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa, ora, proviamo a immaginare Londra sotto Roma, quell’impero rimpianto proprio da Boris Johnson nel suo libro di dieci anni fa. Gli imperi vengono fuori dalla volontà di potenza dei popoli. E quello inglese è venuto fuori molto dopo l’espressione romana. E allo stesso modo può terminare. Ciò non dipende tanto dagli inglesi ma da noi. Non c’è trionfo nell’Europa che implora Londra, ma un’Europa che, invece, può riportare più a sud l’asse principale sarebbe una buona occasione, non solo per noi ma anche per un’Europa meno “americana” che magari un giorno attragga anche Londra. Pensate per un attimo, ad esempio, anche all’ipotesi di una lingua parlata in tutto il mondo come lo spagnolo, che prende il posto dell’inglese all’interno dei confini dell’Ue. Pensate anche il cambio di prospettiva possibile nei rapporti internazionali, geopolitici, economici. Cose che chiaramente non avverranno perché l’Europa, non solo l’Italia quindi, è attualmente colonia dell’impero a stelle e strisce chiamato “Nato”. Ecco perché il Regno Unito in Europa avrebbe fatto più comodo agli americani: anziché un rivale con aspirazioni forti sullo scenario mondiale, avrebbe avuto un semplice protagonista di un’organizzazione regionale più facilmente controllabile e, al tempo stesso, un fedele alleato.

Dunque, il tifo per la brexit andava bene, ovviamente con razionalità e la consapevolezza delle sue molteplici funzioni e significati: strategicamente, in chiave anti-élite europee, per dare un colpo a questa idea di Europa che non va; in chiave di popolo ponendosi, nonostante il diffuso sentimento anti-inglese, in un’ottica non geopolitica, ma semplicemente dalla parte del popolo che sceglieva l’autodeterminazione, al di là delle strumentalizzazioni e degli eventuali utilizzi favorevoli ai potenti che potrà avvenire anche dopo questo risultato; in chiave “imperiale”, nel proposito – che in tutto ciò è l’unica prospettiva attiva rimanente – di spostare appunto verso il sud baricentro politico-culturale-economico e identitario dell’Europa. In questo modo, il tifo andava sempre e comunque a vantaggio di quella “working class” bianca tartassata da imposte, settarismi, immigrazione e da un sistema economico-politico avverso.

L’Europa delle identità era in quel “leave”, che pure è solo una promessa che temiamo di veder infranta. E, certo, anche l’identità inglese, che pur non ci appartiene, era in gioco. Ma, chi crede nelle identità, preferirà sempre una piccola casa in legno e mattoncini rossi ai grattacieli che trasformano Victoria Street e rendono artificiale e quasi surreale Canary Wharf; preferirà sempre un genuino hooligan inglese ad un impeccabile impiegato di JP Morgan. Ed è in Victoria Street e nei progetti di decine di grattacieli che dovranno nascere in città che si manifesta la battaglia eterna di Londra, quella tra lo spirito rurale e lo spirito cosmopolita, quella tra il popolo ed il capitale.

da21113778b1f2c80665294ab1cfa190Proprio in Victoria Street, nel bel mezzo di una lunga serie straordinariamente inquietante di vetri specchiati e grattacieli, sopravvive isolata una piccola struttura a due o tre piani che ospita un pub. Eppure, non lontano da lì, ritrovi la tipica architettura inglese: case basse, giardinetto, mattoncini rossi, qua e là un pub, tanto legno, tanto verde, un certo ordine, marciapiedi fruibili, una tessuto stradale quasi sempre lineare. E’ di quella Londra che ci si innamora. Di quei tetti bassi che donano ancora familiarità ad una città che pure ospita circa 12 milioni di persone. Di quel rosso che sa di campagna e camini. Di quei pub che sanno di taverne medievali e custodiscono letteralmente lo spirito inglese. Nella cultura della “public house”, d’altronde, c’è la working class che si incontra e si forma, molto spesso con un’impronta etnica precisa legata allo stile tipicamente inglese del pub (mentre gli immigrati extra-europei spesso e volentieri stazionano nei numerosissimi ristoranti e bar più o meno etnici della capitale), lì c’è l’informalità inglese riassunta in una lingua che tende a semplificare e che va dritta al punto e mescola le storie, le generazioni ed a volte anche le classi sociali. Perché il pub inglese ha poco a che fare con le popolari riproduzioni italiane: il pub inglese è prima di tutto una mentalità. E non è un caso se ultimamente a Londra è allarme per il numero dei pub che progressivamente chiudono i battenti. Il pub è socializzazione popolaresca e virile. Lì ci trovi il ragazzo, l’adulto e l’anziano a scambiarsi due chiacchiere davanti ad una birra, magari dopo il lavoro. Ci trovi il pensionato con i coetanei, i ragazzi che guardano le partite. Si consuma eventualmente il pasto senza troppi fronzoli, sul legno e senza un particolare servizio al cliente o armamentario di posate. Ma quello che non manca mai è la boccale pieno. Il pub precede Starbucks nel pensare la socializzazione. Da Starbucks viene spontanea la non-socializzazione virtuale. Al pub se sei solo dopo un po’ sei già in compagnia. Da Starbucks anche se non sei solo dopo un po’ sei già al pc o al cellulare. Starbucks è da impiegati, il pub è la working class. Al pub si mangia, si beve e si fa festa. È letteralmente il centro di aggregazione popolare inglese per eccellenza. E, forse, è anche quel mondo così autentico che ha votato per il “leave”.

Emmanuel Raffaele, 26 giu 2016

Boris Johnson, il leader della brexit che sogna l’impero romano. E lo racconta in un libro

Mayor of London Boris Johnson at a reception and dinner in New York hosted by the British Fashion Council to celebrate the creative talent shared between New York and Britain ahead of New York fashion week next week.

A pochi giorni dal referendum che il prossimo 23 giugno deciderà le sorti del Regno Unito e della sua permanenza all’interno dell’Unione Europea, si susseguono i sondaggi e, a dir la verità, le indicazioni che se ne possono trarre cambiano di settimana in settimana. Nel frattempo, tra i sostenitori del “leave” ora ‘pericolosamente’ in vantaggio, è emersa ormai a livello internazionale la figura dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, capofila tra i sostenitori della “brexit”, parafulmine di ogni accusa e nuovo incubo “populista” che in questa partita si sta giocando probabilmente il tutto per tutto. Classe 1964, personalità forte e capigliatura inconfondibilmente scomposta, poliglotta formatosi proprio nelle scuole europee, cittadino britannico ma anche statunitense per nascita, figlio di una famiglia benestante inglese con ramificazioni fra le più varie, già parlamentare e giornalista, in passato sostenitore di Barack Obama, esponente del Partito Conservatore in competizione principalmente con il premier e collega di partito David Cameron, Alexander Boris de Pfeffel Johnson è anche autore di un dettagliato saggio dal titolo altisonante: “The dream of Rome” (“Il sogno di Roma – La lezione dell’antichità per capire l’Europa di oggi” nell’edizione italiana pubblicata da Garzanti). Nel testo, uscito ormai un decennio fa con in copertina la folta e bionda chioma caratteristica del personaggio ed una riproduzione stilizzata del Colosseo, i fervori anti-europeisti sono ancora lontani, ma proprio la comparazione utilizzata come metodo ne fa una lettura tutto sommato critica seppur propositiva rispetto al futuro dell’Ue. Perciò, prima di urlare scandalizzati all’incoerenza, sarebbe bene leggere il testo, perché sono certamente nascoste tra quelle pagine le ragioni di un ripensamento. E sta sicuramente nell’ammirazione per Roma una delle motivazioni che ha peraltro spinto il due volte sindaco della capitale Johnson a reintrodurre nelle scuole pubbliche della ‘Greater London’ lo studio del latino, a suo dire (giustamente), utile a comprendere la struttura della lingua.

“Il sogno di Roma” è, “brexit” a parte, una lettura di sicuro interessante per capire Roma e coglierne l’impronta “sovranazionale” ma, quanto alla comparazione con l’Unione Europa che è il filo conduttore del libro, è chiaro che è indispensabile un altrettanto forte senso critico per filtrarne adeguatamente il messaggio. Fatto ciò, ciò che viene fuori è in gran parte condivisibile. “Non riusciremo mai a riproporre l’Impero Romano, con la sua grande e pacifica unità di razze e nazioni. Ma se la storia ci insegna qualcosa, è che siamo destinati a non smettere di provarci”. Nelle conclusioni di un’opera che si conclude esattamente con queste parole, ad esempio, Johnson si lancia addirittura nella proposta di ammettere la Turchia in Europa in continuità con Roma. Ma, nonostante questa uscita e le semplificazioni conclusive su ciò che va salvato e ciò che va respinto dell’impero, nel complesso ci troviamo di fronte ad un discorso che, considerato integralmente, è meno superficiale di quanto il sunto finale possa far pensare. Infatti, ciò che resta e costituisce il nocciolo del discorso di Johnson, è una lunga argomentazione sulle nazioni e sul concetto di identità, declinato nelle sue forme pratiche e concrete. Il discorso sull’unità e la ‘tolleranza’, detto per inciso, potrebbe suonare assurdo in ottica ‘nazionalista’, ma così non è in ottica imperiale. Ed è proprio un’ottica imperiale quella che Johnson vorrebbe per l’Europa. Una prospettiva in cui l’europeizzazione segua l’esempio della romanizzazione dei popoli condotta fruttuosamente dall’impero, in cui nonostante tutto risulta appunto essenziale la distanza tra “noi e loro”. E’ questo un concetto che ritorna spesso ed è proprio questa, a suo dire, una delle concause della decadenza e poi della fine di Roma: “L’impero iniziò a perdere quel vitale senso di ‘noi e loro’. Ad un certo punto, divenne difficile distinguere i barbari dai romani”. Ma, prima di passare a ciò che simbolicamente segnava questa identità e costituisce il punto centrale del discorso, è importante coglierne l’altrettanto importante aspetto ‘estetico’. Poiché la romanizzazione, ricorda Boris, partiva da un immaginario che imponeva una spontanea imitazione dello stile romano e, così, l’elevazione dei popoli fin negli aspetti più esteriori dell’esistenza, a cominciare dall’igiene – con l’uso diffuso dei bagni pubblici – fino alla partecipazione ai giochi, agli spettacoli teatrali, alle usanze alimentari e all’abbigliamento. Apparire ‘romano’ era vera e propria ‘moda’, il che chiarisce quanto il concetto di tolleranza sia da considerare all’interno di un contesto in cui l’autorità e la potenza militare dell’impero erano realtà indiscusse. Laddove si impone una forza centripeta, la tolleranza riporta al centro; laddove essa manca, la tolleranza è disgregazione in balìa delle forze centrifughe.

13427920_1773284836223934_6162518016838642274_nRoma, insomma, nell’essenzialità del culto stesso della sua grandezza e della sua dimensione spirituale, ma anche nell’essere esempio pratico di civiltà per gli altri popoli. “I Romani non hanno semplicemente costruito città lungo l’impero. Hanno costruito centri per trasformare i barbari in romani”. “Quando i Romani sono giunti nel nord e nell’ovest dell’Europa”, ammette Johnson, “vi hanno trovato una società primitiva basata sull’agricoltura di sussistenza e sul saccheggio. Con l’introduzione delle città romanizzate, e del giorno dedicato al mercato, si arrivò al concetto di vendere il proprio surplus e trarne un profitto. I romani, in altre parole, produssero il primo esempio di Comunità Economica Europea. E’ stata un successo, ed è stata fatta con una regolamentazione di gran lunga più snella rispetto a quella odierna”. Anche in questo caso, è da evitare una lettura ideologica del passaggio in questione, laddove il termine ‘surplus’ rimanda semplicemente a quell’economia reale oggi sottomessa alla speculazione ed è tutt’altro che legittimo commercio. Ma è proprio una lettura critica che riesce a far emergere quanto di vero c’è nell’analisi, tenendosi lontani dalle forzature di un parallelo improprio e riproposto spesso tra il modello economico di Roma ed il capitalismo: “La pax romana”, prosegue, “garantì sicurezza, la prima essenziale condizione per il capitalismo e gli investimenti. Fornì anche un impianto legale, il diritto romano che è tra i più grandi lasciti di quel tempo”. Resta il fatto che, forzature concettuali a parte, ciò che viene descritto dimostra come Roma fu anche questo, fu anche faro di civiltà, visione del futuro, ‘modernizzazione’, efficienza organizzativa (se non vogliamo usare il compromettente termine di ‘progresso’, che pure non dovrebbe spaventare né essere confuso con il ‘progressismo’ che del primo è solo la caricatura); tutto ciò che l’Europa non riesce ad essere. Va da sé che la romanizzazione procedeva anche grazie ad una conquista delle élite che era prima di tutto conquista dei cuori e delle menti, dovuta ad una superiorità che l’euroscettico Boris non teme di dichiarare esplicitamente rispetto alle “tribù preesistenti di Francia, Germania, Spagna, portogallo, Belgio, Britannia, Olanda, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca ed altri membri dell’attuale Ue”, divertendosi anche a sfidare il politicamente corretto: “immagino che alcuni accademici ti diranno che le loro culture erano nobili e di alto livello tanto quanto quella degli invasori; che le loro sculture increspate non erano inferiori alle statue romane”. In un’epoca in cui circa il 10% dei “francesi” ed appena il 6,5% degli “inglesi” viveva in “città, in realtà, Roma rappresenta la città per eccellenza. Pretendevano i tributi, ma concedevano una sorta di autogoverno, costruivano acquedotti, ponti, strade, terme, teatri, fontane, archi e fornivano una nuova concezione di “humanitas”: “benevolentia, goodwill; observantia, respect; mansuetudo, gentleness; facilitas, affability; severitas, austerity; dignitas, merit, reputation; gravitas, autority, weight”.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa il segreto di Roma, come anticipavamo, era secondo Johnson, non a torto, la capacità innata di congiungere all’aspetto materiale un piano simbolico che sprigionava potenza e autorità e, dunque, un’attrazione inevitabile, che si manifestava fin nella romanizzazione dei cognomi, così come oggi accade con gli inglesismi ed i numerosi aspetti dell’imperialismo americano. Roma era l’orgoglio ed il significato stesso di esserlo: “Fin dal principio, dunque, Roma non fu definita etnicamente; Roma non fu definita geograficamente; Roma fu un’idea”. Il suggerimento di Johnson è ormai chiaro: trovare un rimedio a questa carenza simbolica e quindi identitaria che era invece alla base di Roma è la chiave di volta per la rinascita dell’Europa. “Romanization happen by ritual and repetition”. Anche attraverso i giochi, crudeli è vero (200mila morti nel solo Colosseo nelle lotte tra gladiatori), ma – spiega Johnson – fondamentali in questo processo: “Era un mondo che credeva più di ogni altra cosa in vinti e vincitori, nella morte e nella gloria. Non ci poteva essere gloria senza il rischio della morte, e non ci potevano essere vincitori senza sconfitti”. E così anche il teatro, i riti e tutto ciò che l’impero proponeva quale paradigma di Roma in tutto il suo territorio educava ad essere romano senza nulla concedere alla retorica ed alla debolezza. Interessante, in proposito, come Johnson, di famiglia anglicana, faccia risalire alla cristianizzazione dell’impero un vero e proprio mutamento della prospettiva e quindi delle sue basi: “Fu l’inizio della fine di una trama magica creata da Augusto – la semi-religiosa identificazione tra il cittadino ed il potere centrale”. Con l’avvento del Cristianesimo, sostiene Johnson, che addirittura paragona i primi cristiani agli attuali estremisti islamici, calò sull’impero uno spirito censorio e moralista che portò alla cancellazione di ogni traccia di paganesimo: stop al culto dell’imperatore ed alla costruzione di terme, bagni pubblici e teatri, basta giochi olimpici. “Questi fanatici”, segnala, “spensero il fuoco eterno nel Tempio di Vesta”. Ecco che il discorso mostra qui l’assoluta centralità che per questo originale “euroscettico” inglese ha l’aspetto simbolico. “Improvvisamente c’era un nuovo modello di comportamento: quello ascetico” ed i ricchi smisero di donare per accrescere lo splendore delle città e iniziarono a spendersi per i poveri, cambiarono i “valori” di riferimento ed anche l’arte cambiava orientamento.

“Dove sono i rituali dell’Europa oggi?”, “Dove sono i simboli condivisi?”, si chiede giustamente Boris che, attraverso i suoi esempi, spinge ad una riflessione (che lui stesso accenna con riferimento al simbolo dell’aquila) anche rispetto all’americanizzazione/occidentalizzazione. Poiché, nonostante i contenuti di questo imperialismo culturale siano ben diversi, il tratto comune è, come sempre avviene, la presenza di una identità forte basata su una dimensione simbolica (“Anche su un mondo putrescente si può costruire una toccante e magnifica epopea. American Sniper è quell’epopea”). Ecco perché, sottolinea Johnson, il romano-scetticismo senza dubbio esisteva come oggi l’euroscetticismo (o l’antiamericanismo), ma nel momento in cui Roma dominava, le identità locali passavano di fatto in secondo piano, soggiogate mentalmente prima che militarmente da questa ‘volontà di potenza’.

È possibile, dopo Roma, che l’Europa ritrovi tutto ciò incarnando ancora il motto “plurimae gentes, unus populus”?

Ebbene, la risposta, dopo una trattazione ampia che ne costruisce la premessa, sembrerebbe incredibilmente vicina proprio al concetto che fu cardine del “Manifesto dell’Estremocentroalto” casapoundiano: “Etica. Epica. Estetica”. Se le categorie del politico si fondano per forza di cose sulla dimensione di ‘noi’ e ‘loro’; se l’autorità è anche potenza; se l’identità è un’idea-guida; allora la risposta ad un fallimento e la soluzione per un rinnovamento non può che essere un’epica di grandezza ed un’estetica caratterizzante che contengano in sé l’etica base di questa idea. Se le vittorie forgiano l’orgoglio nazionale, come rilevato nelle fasi iniziali del testo, sono dunque gli eroi condivisi e gli ideali eroici che mancano all’Europa per essere nazione. Ma se, come afferma Johnson, “l’Unione Europea è un prodotto della guerra fredda”, un prodotto americano specifica, è chiaro che occorre prima spostare il polo d’attrazione al di qua dell’oceano Atlantico. E dal momento che gli inglesi hanno avuto il loro impero, hanno la loro tradizione monarchica, la loro chiesa, un sentimento indipendentista radicato e una volontà di potenza che probabilmente sopravvive ancora, finché l’Europa ‘romana’ resterà dormiente, non si può pretendere che il polo d’attrazione torni nel cuore del continente. Ed è anche questa una chiave di lettura del voto del prossimo 23 giugno.

Emmanuel Raffaele, 14 giu 2016

Saviano a Londra: legalizzare tutte le droghe. Chi ricicla vuole la brexit

1Le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma è anche vero che, se errare è umano, perseverare è diabolico. Per commentare Roberto Saviano, il re delle banalità, nuova icona della sinistra, ci affidiamo anche noi ai luoghi comuni: legge del contrappasso. Le ultime sparate le aveva fatte contro Salvini, paragonando il suo libro a quello di Hitler, visto che ultimamente l’antifascismo è il suo hobby preferito: fa molto social e va bene per ogni stagione. Invece ieri, a Londra, ospitato dal King’s College per un dibattito organizzato dalla Italian Society con il giornalista investigativo Misha Glenny, già collaboratore del Guardian e della Bbc, il tema principale sono stati i suoi libri sul crimine organizzato ed  il business della droga: il famosissimo “Gomorra”, che ha fornito lo spunto per il film e la serie televisiva, ed il più recente “Zero Zero Zero”, sul traffico internazionale di stupefacenti (2013).

2«Per me si dovrebbero legalizzare tutte le droghe», ha dichiarato il giornalista, entrato poche ore fa in polemica con il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna, critico nei confronti del mantenimento della sua scorta – per la cronaca, Saviano, pur affermando di voler essere libero al più presto, se l’era presa parecchio. La proposta di legalizzare la cannabis, così come la cocaina e tutto il resto, per risolvere il problema del crimine organizzato che ci specula, non è l’unica “perla” della giornata. Ma, per inciso, ci chiediamo se – questioni di merito a parte – si possa davvero pensare che, per sconfiggere organizzazioni come la mafia, la camorra o altre organizzazioni internazionali, che esistono prima della cocaina ed hanno dettato legge da sempre attraverso ogni tipo di commercio illegale, il gioco, la corruzione, attraverso gli appalti, attualmente in Italia anche attraverso l’immigrazione, possa essere sufficiente legalizzare uno dei loro business, seppur forse il più grosso. Certo sarebbe un gran colpo, ma la questione è ben altra. E Saviano dovrebbe saperlo. Ma è fatto così. Fin quando prova a fare il giornalista investigativo ci potrebbe anche stare simpatico. Solo che poi prende iniziative, fa di testa sua, si butta sulla politica e sulle sue «congetture» (parole sue!) come quella sul Brexit appunto: «quelli che riciclano soldi sporchi sono gli stessi che portano avanti la battaglia per il Brexit». Ebbene si, l’ha detto. Ma questo – breve parentesi – è solo una dei tanti episodi di quella che nel Regno Unito è stata ribattezzata “strategia della paura”, portata avanti dai grandi mezzi di informazione e da personaggi di spicco sul piano internazionale per convincere gli inglesi a votare per rimanere nell’Unione Europea il prossimo 23 giugno. Per il resto, questioni condivisibili nell’ambito del dibattito sui paradisi fiscali, il riciclaggio ed il ruolo dei “mediatori”. «L’Inghilterra», ha affermato, «è il paese più “corrotto” al mondo riguardo la provenienza dei capitali finanziari, perché attira tutti i capitali sporchi attraverso le sue isole offshore». «Il 90% delle compagnie proprietarie di immobili», ha aggiunto, «hanno sedi nei paradisi fiscali, che servono non tanto ad evadere ma a nascondere il denaro ed a celarne la provenienza. Mentre i “facilitatori”, la nuova borghesia londinese fatta perlopiù di commercialisti, gestiscono il denaro ma non sono responsabili della loro provenienza, risultando quindi difficilmente incriminabili, tanto più che in Inghilterra è molto difficile dimostrare il riciclaggio». Saviano, un consiglio: più libri e meno social.

Emmanuel Raffaele, 28 mag 2016

Regno Unito, sempre più italiani diventano sudditi di Sua Maestà

10-luoghi-da-cui-vedere-londra-dall-alto-09Aumentano del 22% gli italiani che vogliono diventare cittadini britannici. Ma il dato non è isolato. Il numero di richieste dei cittadini europei per avere la cittadinanza inglese – per la quale sono sufficienti appena sei anni di residenza permanente, un test e ben mille sterline – ha infatti subito un insolito balzo in avanti negli ultimi sei mesi dello scorso anno, facendo registrare un +25% in seguito ai timori connessi all’eventualità Brexit. La maggior parte delle richieste, in realtà, arrivano dai cittadini bulgari (+70%), seguiti da ungheresi (+39%), polacchi (+38%), tedeschi (+23%). Ultimi vengono italiani e francesi (+17%).

Complessivamente, negli ultimi tre mesi dell’anno, le richieste sono state infatti ben 5245, mentre nel trimestre precedente si erano fermate a 4179. In particolare, come accennato, le richieste da cittadini dell’est Europa sono passate da 1810 a 2433, numeri certamente inferiori rispetto all’incremento della percentuale italiana e che mostrano una differenza sensibile nell’approccio all’eventualità Brexit e, probabilmente, anche un tipo differente di immigrazione. D’altra parte, soltanto a Londra gli italiani potrebbero superare il mezzo milione, facendo della capitale britannica la città “italiana” più grande al di fuori del nostro paese, superando addirittura Buenos Aires. Stando infatti ai dati non ufficiali (e probabilmente anche abbastanza prudenti) gli italiani ufficialmente residenti a Londra sarebbero 250mila e per ognuno ce ne sarebbe almeno un altro non ancora residente ma qui per lavoro in maniera relativamente stabile. Un tipo di immigrazione che ha registrato un exploit negli ultimi anni e che, probabilmente, è ancora meno “radicata” rispetto agli arrivi da paesi in cui il reddito medio era molto più basso di quello inglese ben prima che in Italia la crisi economica giungesse ai livelli attuali. Resta interessante, in ogni caso, registrare il dato, certi che, a “bocce ferme”, il numero degli italiani in questa speciale e non felicissima classifica non smetterà di aumentare. Altrettanto interessante notare l’impatto della discussione sulla Brexit, soprattutto sui quasi tre milioni di cittadini europei residenti nel Regno Unito, nonostante le autorità inglesi tendano a rassicurare coloro che già lavorano in Gran Bretagna e nonostante l’ipotesi Brexit non sia poi così realistica.