Anche i Bush contro Trump. Demonizzazione da una parte, demagogia dall’altra

nbc-fires-donald-trump-after-he-calls-mexicans-rapists-and-drug-runnersNon fosse un palazzinaro multimiliardario, più volte coinvolto nella bancarotta delle sue aziende (un modo, a suo dire, di ridurre il debito), showman più che politico, una sorta di Berlusconi d’oltreoceano bravo a cavalcare l’umore del momento, verrebbe quasi voglia di tifare Donald Trump, considerando la quantità e qualità dei nemici che s’è fatto. Secondo la BBC, infatti, anche gli ex presidenti repubblicani Bush padre e figlio non saranno al fianco dell’ormai quasi certo candidato del loro stesso partito alla presidenza deli Stati Uniti. «Una novità assoluta», spiega la BBC, «per il 91enne ex presidente Bush, che aveva sostenuto i candidati repubblicani nelle ultime cinque elezioni». Una presa di posizione indiretta, a cui si accompagnano le parole più esplicite di Bush figlio in South Carolina: «Capisco che gli americani siano arrabbiati e frustrati. Ma non abbiamo bisogno di qualcuno nello Studio Ovale che rifletta ed infiammi la nostra rabbia e la nostra frustrazione». Detto da uno che credeva di fare le guerre in giro per il mondo in nome della civiltà cristiana e che ha lodato (se non ordinato) l’impiccagione di Saddam Hussein in diretta tv (per poi criticare ipocritamente il tono vendicativo), suona effettivamente poco credibile. Se poi si aggiunge che, oltre ai Bush e ad altri repubblicani, tra cui l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney, Trump non piace neanche ai Rothschild ed altri amici di Wall Street, non piace alla Cia, né – naturalmente – ai democratici altrettanto guerrafondai alla Clinton e Obama ed ai fanatici dell’antirazzismo contrari alle frontiere, viene quasi voglia di avviare le pratiche per la cittadinanza americana. Soprattutto a sentire le parole di Hilary Cliton al riguardo, che riflettono un politicamente corretto bipartisan già importato nel nostro paese insieme al loro modello di democrazia: «I repubblicani sono d’accordo: Donald Trump è incosciente, pericoloso e divisivo». Le accuse, non nuove agli ambienti nazionalisti italiani, risuonano al di là dell’Atlantico e facilitano l’identificazione fin dalla nostra sponda, trovando conferma dell’ipocrisia dominante proprio nelle parole di Trump: «So che le persone sono incerte sul tipo di presidente che io sarò, ma le cose andranno bene. Io non mi candido a presidente per rendere instabile la situazione del paese». Scandalismo per demonizzare il nemico dagli uni, populismo d’occasione dall’altro: ancora una volta sarebbe il caso di evitare tifoserie e rivendicazioni di appartenenza inopportune.

Emmanuel Raffaele, 6 mag 2016

Ebreo o mussulmano: chi sarà il prossimo sindaco di Londra?

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Sadiq Khan

Zac Goldsmith, 41 anni, ebreo, figlio di Sir James Goldsmith, appartenente ad una importante e ricchissima dinastia di banchieri di origine tedesca. Oppure Sadiq Khan, 45 anni, mussulmano, avvocato per i diritti umani, quinto di otto figli di un conducente di autobus pakistano immigrato con la moglie a Londra negli anni Sessanta. Il primo corre per i conservatori, il secondo per i laburisti e sarà con ogni probabilità uno tra loro due il prossimo sindaco di Londra.

In effetti, sembra che a ricalcare e forse accentuare gli stereotipi destra/sinistra ce l’abbiamo proprio messa tutta nella capitale britannica, che il prossimo 5 maggio, unica città del Regno Unito a scegliere tramite elezioni, si appresta ad eleggere il sindaco che succederà a Boris Johnson, conservatore nonché uno dei maggiori oppositori di David Cameron nella battaglia per l’uscita dall’Unione Europea.

Da una parte il mondo della finanza e la lobby ebraica (?), dall’altra uno che viene dal popolo, per di più figlio di immigrati, come se non bastasse islamico. Stereotipi che molto probabilmente non significano nulla per due politici esperti, già parlamentari, che stanno portando avanti entrambi una campagna come si conviene ad una città come Londra: lisciando il pelo a tutte le minoranze possibili e non solo.

Tanto che, scorrendo le visitatissime pagine Facebook dei candidati, che viaggiano entrambi poco al di sotto dei 90mila like, è tutto un moltiplicarsi di visite a sinagoghe, chiese cristiane, comunità sikh, tamil e chi più ne ha più ne metta, auguri per il nuovo anno bengalese, festività induiste d’improvviso balzate al centro delle loro preoccupazioni e così via. Un vero e proprio specchio del melting pot londinese e della tipica strategia elettorale democratica in salsa post-identitaria. Senza contare l’intervista doppia rilasciata al magazine modaiolo “Vogue”, nel corso della quale entrambi hanno promesso ovviamente grande impegno per lo sviluppo di un settore che contribuirebbe per 35 miliardi all’economia londinese, e la visita di poche ore fa da parte di Goldsmith ad un’associazione che cura cani e gatti randagi. Tutto e il contrario di tutto, insomma.

Zac Goldsmith
Zac Goldsmith

Anche se la sfida sembra aver una tendenza fin troppo etnica per un bianco, ricco, “conservatore” ebreo, che infatti è considerato sfavorito. Nel futuro prossimo di Londra, capitale della finanza per eccellenza, sembra infatti esserci un sindaco mussulmano, a conferma dello sposalizio felice tra la sinistra e le culture allogene, ma anche tra destra liberale e mondo della finanza. Alternative che lasciano poco spazio al tifo per l’uno o per l’altro schieramento.

Il tema del terrorismo, ovviamente, non poteva non essere al centro del dibattito. Reso ancora più attuale dagli attentati di Parigi, Bruxelles e comunque centrale in una città simbolo dell’Occidente, principale alleato europeo degli Stati Uniti, che ha già subito gravi attentati ed ha fornito parecchi foreign fighters alla causa jihadista. A rendere il dibattito ancora più vivace, però, ci si sono messi proprio i due candidati, con alle spalle questioni personali che hanno dato modo ad entrambi di rimpallarsi le accuse. Su Khan, ovviamente, pende la pregiudiziale religiosa, ma anche il suo ruolo di avvocato per i diritti umani, che lo ha portato a difendere o esporsi a favore di personaggi discussi, come Yusuf al-Qaradawi, accusato di volere lo sterminio degli ebrei e la condanna a morte per gli omosessuali, ma anche di aver preso parte a conferenze in compagnia di Yasser al-Siri, condannato per terrorismo, e Sajee Abu Ibrahim, membro di un altro gruppo terroristico. Anche Goldsmith, d’altronde, è finito sul banco degli imputati a causa della vicinanza ed il sostegno ricevuto dal suo ex cognato, Imran Khan, elemento di spicco del Movimento Pakistano per la Giustizia, in passato al centro delle polemiche per il sostegno alla causa dei Talebani. Imran Khan, infatti, in occasione della visita in ospedale di Malala Yousafzai, aveva affermato: “Il popolo dell’Afghanistan che lotta contro un’occupazione straniera, sta combattendo una guerra santa”. Miliardario anch’egli, sposato in passato con Jamina Goldsmith, ex capitano della nazionale di cricket e spesso al centro delle cronache mondane inglesi, è leader di un partito che, però, non ha mancato di portare avanti iniziative all’insegna del fondamentalismo religioso nelle scuole.

Imran Khan
Imran Khan

Singolare che proprio Goldsmith abbia dovuto a più riprese difendersi dalle accuse di islamofobia ed abbia puntato molto sul pericolo rispetto al terrorismo rappresentato dal suo avversario, il quale da parte sua giura che metterà la città “sul piede di guerra” contro ogni pericolo estremista.

Al di là degli stereotipi e dei colpi tipici di una campagna elettorale molto sentita, quindi, resta un dato di fatto: il fondamentalismo islamico è molto più forte e molto più radicato in Occidente di quanto dall’Italia si possa credere e, paradossalmente, come dimostra l’influenza saudita nella finanza britannica, ciò potrebbe non seguire linee di divisione troppo scontate.

Khan, del resto, ha tirato fuori al momento opportuno la storia del padre conducente e sta spingendo molto sull’immaginario dello straniero che arriva in Gran Bretagna e realizza i suoi sogni partendo dalla periferia sud di Londra. Ma si sta anche sforzando di non spaventare troppo i ricchi: “Mi piace il fatto che Londra sia la casa di 140 miliardari. Sono contento che ci siano 400.000 milionari”. Anche questa è diversità, anche questa è Londra, spiega, ricordando chi, invece, è costretto a fare due o tre lavori per sopravvivere. “Sarò il sindaco di tutti i londinesi”, promette.

Nessuno, d’altronde, può pensare di vincere a Londra con una campagna “settaria”. E così, ecco la caccia al consenso delle minoranze, i colpi duri di Goldsmith per conquistare il voto asiatico prospettando posizioni avverse da parte dei laburisti, la sfida a chi costruisce più case popolari. Khan ne promette almeno 80mila, con un affitto di un terzo del reddito medio locale e facilitazioni per l’acquisto; più “prudente”, Goldsmith ne vorrebbe costruire 50mila. Khan, inoltre, vorrebbe portare a £10 il salario orario minimo nella costosissima città di Londra, piantare circa due milioni di alberi, estendere all’intera zona uno e due le restrizioni relative alle Ultra Low Emissions, pedonalizzando tra l’altro la famosa Oxford Street. Promette, inoltre, di non aumentare le tariffe per il trasporto pubblico fino al 2020, mentre – sostiene – con Goldsmith subiranno un incremento del 17%. Da parte sua, però, Goldsmith intende congelare la cosiddetta “council tax” ed evidenzia, invece, il parere contrario del suo rivale, facendo notare anche che le politiche sui trasporti di Khan provocherebbero un buco negli investimenti necessari al miglioramento del servizio.

Euroscettico di lungo corso, Goldsmith promette 500mila nuovi posti di lavoro, un forte incremento della presenza di agenti di polizia a sorvegliare la Tube (mentre Khan pensa a rendere più efficace e continua la videosorveglianza), mandando avanti il piano che la porterà a breve a funzionare per tutta la notte, investimenti in nuovi piccoli parchi cittadini, piste ciclabili ed una rivoluzione energetica, con l’incremento dell’utilizzo dell’energia solare e, almeno su questo, nessuno ne dubita dal momento che il suo fratello minore, Ben, ha investito molto in una compagnia del settore, la Engensa, tanto da far intervenire il fratello maggiore in parlamento contro i tagli ai finanziamenti, in un conflitto d’interessi denunciato da “The Guardian”.

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La polemica tra i due, invece, è stata diretta proprio sulla questione dell’emergenza abitativa, laddove Khan ha attaccato Goldsmith, colpevole secondo il candidato laburista di approvare un piano del governo secondo il quale 450mila sterline sarebbero un prezzo accessibile per l’acquisto di una casa. Deciso a limitare le costose tariffe per gas e luce nella capitale inglese, Khan ha anche avuto modo di garantire il suo impegno nel riequilibrare il gap di genere nelle retribuzioni, dichiarando: “sarò fieramente femminista”. A questo proposito, Sadiq Khan si è anche dichiarato contrario al velo integrale nel servizio pubblico, spendendosi in una riflessione significativa: “Quando ero più giovane non si vedevano donne con l’hijabs o il niqabs, neanche in Pakistan”. Una radicalizzazione, fa notare, sviluppatasi col tempo nell’ambiente islamico mentre, al tempo stesso, sono sparite le discriminazioni razziali da parte della società inglese: “Quando i miei genitori sono arrivati qui c’erano cartelli con su scritto ‘No neri, no irlandesi, no cani’. Con la generazione successiva, io ho sofferto abusi e ho lottato per questo e venivo insultato. Le mie figlie vivono a cinque minuti dalla zona in cui sono cresciuto e non hanno mai subito discriminazioni razziali. Questo è il progresso che è stato fatto in trent’anni. Questo è il bello di Londra”.

Da notare, per inciso: gli inglesi che esponevano cartelli contro neri, irlandesi e cani, sono gli stessi che hanno giudicato gli errori del regime fascista di qualche decennio prima con la consueta superiorità morale tipicamente liberale. Oggi è quella stessa società che giura e che forse ha davvero messo da parte il razzismo ad essere terreno fertile per la radicalizzazione islamica. Non sarà che, forse, qualcosa non va alla radice?

Emmanuel Raffaele, 20 apr 2016

Voto a maggio ma inizio legislatura dopo 7 mesi. L’Ue ci costa 15 milioni al giorno

Ue-300x210Manca poco più di un mese alle elezioni per il Parlamento europeo e, anche a causa della ovvia e giustificata prospettiva che trasforma le consultazioni in una sorta di referendum pro o contro l’Europa, è singolare quanto poco si parli di programmi e proposte. Eppure la protezione o meno del nostro mercato e dei nostri lavoratori dipendono in gran parte dall’Unione Europea.

Ma ciò che è singolare, soprattutto, è quanto poco si sappia delle istituzioni europee in generale. Poco del loro funzionamento, poco delle loro competenze, poco di chi, in breve, governa il super-stato europeo che, pure, nei tg appare come l’emblema della democraticità e del progresso.

Ebbene, guardando alle imminenti elezioni ed a ciò che ne seguirà, si potrà toccare con mano la sensazione di un realtà iper-burocratica, lenta, grigia, sorda ai bisogni ed alla sovranità dei popoli.

Un leviatano che, infatti, dopo il voto di fine maggio, entrerà in funzione soltanto a dicembre, dopo circa sette mesi, se tutto andrà “bene” e se – ipotesi non proprio scontata – i due principali schieramenti (Partito popolare e Partito socialdemocratico) avranno una maggioranza netta e non si dovrà ricorrere a larghe intese ormai di moda anche in sede europea, soprattutto ora che l’euroscetticismo dilaga e rischia di rompere le uova nel paniere.

Come ben riassumeva il quotidiano “Italia Oggi” nel numero del 3 aprile scorso, infatti, una volta eletti, i parlamentari europei cominceranno a lavorare a pieno regime soltanto dopo una lunga serie di passaggi che daranno inizio alla nuova legislatura.

«I 751 deputati eletti al Parlamento europeo – spiega Tino Oldani – si riuniranno nei primi giorni di luglio per l’insediamento del nuovo presidente eformare le nuove commissioni. Subito dopo, i capi di Stato e di governo dei 28 paesi membri dell’Union europea, riuniti nel Consiglio europeo,sceglieranno il presidente della Commissione Ue» (appartenente al partito vincente per un vincolo imposto dal Trattato di Lisbona), ruolo per cui è in corsa, tra i socialdemocratici, Martin Schultz, noto in Italia per l’attacco a Berlusconi a cui l’ex premier rispose affibbiandogli la poco onorevole definizione di “kapò”.

Dopo di che, trascorso un altro mese, il Parlamento ratificherà la scelta della figura che guidarà la commissione europea (attualmente si tratta di Josè Barroso), mentre, a fine luglio, il nuovo presidente Ue sceglierà i 28 commissari (ogni paese sarà rappresentato infatti con un commissario), ovvero la sua squadra di governo che poi, soltanto a settembre, dopo due mesi di ferie, verranno presentati singolarmente al Parlamento con apposite audizioni che termineranno con la fine del mese di ottobre.

Solo alloral’assemblea voterà la fiducia alla Commissione, che sarà in carica (salvo slittamenti dovuti alle preannunciate difficoltà di poter contare su una maggioranza stabile) dal primo novembre.

Ma non è finita.Toccherà infatti a capi di Stato e di governo nominare, l’1 dicembre (dopo un altro mese), il presidente del Consiglio europeo, altro organo Ue che rappresenta l’anima “intergovernativa” dell’unione. Soltanto a questo punto avrà pienamente inizio una nuova legislatura della durata di quattro anni.

Una macchinosità che, però, pare non essere l’unico difetto di progettazione “made in Ue”.

Tutto questo ingegnoso meccanismo, infatti, ci costa, secondo un calcolo fatto dal giornalista ed autore del libro “Non vale una lira” Mario Giordano, ben 174 euro al secondo, 15 milioni di euro al giorno.

Non solo perché «ogni deputato, sommando l’indennità (8mila euro), le spese generali (4.299 euro), il gettone di presenza di 304 euro al giorno, più rimborsi vari, arriva a una media di 18-19 mila euro al mese» ma, soprattutto, sulla base dei 15 miliardi dati all’Europa dal nostro paese nel2013 e degli appena 9 ricevuti (5,7 miliardi di differenza).

Una situazione più o meno simile nel 2012 (5,2 miliardi persi nel 2012), di gran lunga peggiore nel 2011 (7,4 miliardi), nel 2010 (6,5 miliardi) e nel 2009 (7,2 miliardi).

Emmanuel Raffaele, 15 aprile 2014