“Contro l’eroticamente corretto”: il nuovo libro di Adriano Scianca su ideologia gender e “processo al maschio”

Nelle librerie dallo scorso 19 luglio, disponibile sui principali canali di vendita online, “Contro l’eroticamente corretto”, quarto libro di Adriano Scianca, è certamente un ottimo modo per trascorrere qualche ora sotto l’ombrellone, approfittandone per chiarirsi le idee sulle “imposizioni dell’egemonia culturale imperante”. Una meritevole “critica alla colonizzazione della nostra identità sessuale da parte del politicamente corretto”, “la storia vera dell’uomo che vuole estinguere se stesso”, secondo le azzeccate definizioni di Emanuele Ricucci, che ha recensito il testo per “Il Giornale”, oppure, per dirla con l’autore, uno sguardo attento rivolto a “Uomini e donne, padre e madri nell’epoca del gender”.

Direttore del quotidiano sovranista online “Il Primato Nazionale”, responsabile culturale di CasaPound, già collaboratore di “Libero”, “Il Foglio”, redattore prima per “Il Secolo d’Italia” e oggi per “La Verità”, al di là del titolo leggermente ingannevole, Scianca punta, prima di ogni cosa, a metterci in guardia: l’ideologia gender esiste. Non è buonsenso, non è qualche ritocco qua e là delle cattive nostre abitudini: è qualcosa di molto più grande e complesso. Comprenderlo, dunque, cambia la consapevolezza di non avere a che fare con le uscite occasionali di giornalisti mezzi matti, femministe stravaganti, blogger in cerca di click, ma di trovarsi di fronte ad un vero e proprio movimento, che pretende di avere “solide” basi teoriche, obiettivi precisi e strumenti culturali e politici attraverso i quali mira a mutare radicalmente i rapporti umani ed a farlo, soprattutto, in maniera ancor più intima e quindi più profonda che mai prima nella storia: attraverso un attacco senza precedenti alla eterosessualità, all’uomo in primis ma anche alla donna in quanto tale. Un tentativo già in parte riuscito (non a caso dicevamo “egemonia culturale imperante”) che punta alla gola dell’uomo, vittima scelta di un pensiero che lo vuole sottomesso, poiché la sottomissione è la misura del suo non più esser uomo. Un uomo che finalmente piscia seduto, che gode delle sue belle ferie di paternità, con l’incubo che gli piova addosso per un nonnulla l’accusa di maschilismo, ovvero di fascismo, che poi è ormai la stessa cosa.

Il presidente della Camera Laura Boldrini, non a caso scelto per l’immagine di locandina di una delle presentazioni del libro presso CasaPound

“Perché la società diventi umana, deve cessare di essere virile”, scrive André Gorz in una frase ripresa da Scianca all’inizio del suo terzo capitolo dal titolo pregnante di significati: “Processo al maschio”. Un processo che, del resto, è la conclusione ideale di un afflato “rivoluzionario” che parte da lontano, si delinea con l’ideologia marxista e più ancora con quella anarchica, con l’obiettivo di eliminare completamente l’idea stessa di differenza in nome di una malintesa uguaglianza. “Confinare” la donna ai ruoli tradizionalmente di donna è praticamente un femminicidio in fieri secondo questi ideologi, sembra dire Scianca. L’idea stessa che biologicamente uomo e donna esistano e possano avere attitudini naturalmente differenti viene percepita come ingiusta e, dunque, negata. L’idea che il sesso biologico (ammesso che esista anche quello: c’è anche chi – tra i tanti ideologi del gender – sostiene il contrario!) normalmente influisca sul genere, sul nostro percepirci come uomini o come donne e sulle relative differenze comportamentali, è ritenuto passatista, maschilista ed, ancora una volta, aggiungerei “fascista”. Il maschio, del resto, è di per sé “fascista” in quanto tale. Ma è in qualche modo “fascista” anche la donna che pretende di essere madre, che vede il suo ruolo – se non altro anche – nella maternità: ed ecco, in un parallelo “processo alla madre”, la volontà di “decostrutire la maternità”, riflesso di una società in cui uomo e donna sono ancora “oppressi” dai relativi ruoli imposti. Dimenticando che ad imporli è prima di tutto la biologia, la natura, la realtà. Ecco dunque il costrutto ideologico denunciato da Scianca: inseguendo una inquietante omologazione totale che non sia offensiva per nessuno, l’ideologia gender si scaglia contro il reale inseguendo un perverso sogno di distruzione. Un’ideologia di morte che, non a caso, porta con sé il calo delle nascite della società occidentale – d’altra parte, se il ruolo della madre è di per sé maschilista e non ci sono più ruoli, l’attacco alla prosecuzione della specie è chiaro e addirittura quasi volontario, in un discorso d’impronta nichilista o anti-razzista condotto fino alle sue estreme conseguenze.

“L’elemento di genere ha costituito un discrimine anche nel mondo anarchico-socialista che, quando le parole predicano altro, si è palesato coi fatti”, ha denunciato Elisabetta Elia, studentessa di Lettere e Filosofia alla Sapienza di Roma, in una tesi magistrale che mi sono ritrovato a leggere e dedicata proprio alle “Questioni politiche e questioni di genere nelle famiglie anarchico-socialiste (1870-1945). L’ideologia gender, in effetti, è anche questo: sfondare finalmente i confini tra destra e sinistra, o perlomeno riattribuire nuovi significati alla sinistra, per giungere all’obiettivo finale dell’attacco progressista alla “gerarchia”: il maschio ma, ancor prima, il maschio bianco, simbolo retorico e stereotipato del colonialismo e, quindi, dell’oppressione contro i “più deboli” del mondo. Una lotta che, appunto, confonde volutamente la gerarchia con la differenza e si aggrappa alla questione delle minoranze, prima gay, poi lgbt e così via, soltanto per  scivolare su un piano verso un individualismo estremo e livellante. Tutto ciò grazie ad un cedimento dell’uomo che Scianca non dimentica di sottolineare: “la gran parte dei diritti delle donne conquistati negli ultimi secoli, siano reali e necessari o totem politicamente corretti, è stato ratificato da Parlamenti quasi sempre a maggioranza maschile”.

Adriano Scianca

Duecentosettantaquattro pagine edite da Bietti per la collana “L’archeometro“, circa duecentrotrenta al netto della copiosa bibliografia e delle note varie, “Contro l’eroticamente corretto” si lascia leggere perché è un testo vivo, che racconta ciò che accade intorno a noi quotidianamente spiegandone il senso univoco. Non parla che in maniera tangenziale del “sesso” come atto fisico ma, nel dipingere l’evolversi dei rapporti tra i sessi, non ne lesina i riferimenti. Pur avendo “Metafisica del Sesso” del pensatore tradizionalista Julius Evola tra i riferimenti principali, è davvero un’altra cosa. Un saggio giornalistico in cui, paradossalmente, il “filosofo” Scianca dà il meglio di sé quando fa il “sociologo”, cosa che già si notava nel libro pubblicato lo scorso anno, “L’identità sacra“, strettamente connesso al suo ultimo lavoro: “in origine – ha spiegato – doveva essere proprio un capitolo di quel libro, poi è stato estratto e ampliato, fino a divenire un saggio a sé. È evidente che l’uomo senza genere corrisponde all’uomo senza razza, senza cultura, senza identità“.

Un punto di vista del tutto originale: laico e politico. Un punto di vista tanto più importante in quanto esclusivamente razionale, libero da quel furore che per lo più inquina le discussioni sull’argomento sia da parte dei sostenitori del gender sia da parte dei suoi detrattori“, ha evidenziato giustamente Annamaria Gravino su “Il Secolo d’Italia“, inquadrando alla perfezione una impostazione teorica che non ha nulla a che fare col popolo del “Family Day” né con quel preteso modello di famiglia tradizionale. La famiglia pensata in senso romano e non borghese – ha affermato il giornalista – è una vera e propria istituzione comunitaria, un dispositivo di trasmissione simbolica e di custodia del sacro e dell’identità”. L’orizzonte è la famiglia di tipo indoeuropeo, romana e la “virilità” a cui si fa cenno non ha nulla a che fare neanche con un “virilismo d’accatto mediterraneo che chiude le donne in casa riflette una mentalità matriarcale e anti-virile”.

E’ proprio quest’approccio, d’altra parte, che spinge l’autore a cadere in uno dei punti “deboli” della sua analisi laddove, nel paragrafo dedicato alle “Le radici puritane della teoria del genere”, tenta – con poco successo, secondo il sottoscritto – di attribuire addirittura alla cultura cristiana una sorta di “paternità” spirituale alla teoria del gender, attraverso una interpretazione superficiale della nozione per cui “Agli occhi di Dio non esistono uomini e donne”. Quattro pagine per liquidare una questione molto più complessa di quanto si vuole fare apparire, affrontate con metodo discutibile ed in maniera poco approfondita, confondendo il piano spirituale con quello “sociale” e che, anche in questo, si allineano perfettamente all’impostazione egualmente ed aprioristicamente anti-cristiana di tanti passaggi del suo libro precedente. Quanto al resto, c’è un secondo capitolo che, fatta eccezione per il secondo paragrafo che sembra quasi fuori posto, suona molto meno “solido” del primo ed un settimo capitolo che fatica nel delineare in positivo il modello di famiglia “veramente” tradizionale fondata sul “pater”, accennata, definita ma, in concreto, poco approfondita.

Molto meglio tutto il resto e, nel complesso, dunque, ci troviamo di fronte ad un libro da tenere senza dubbio nella propria libreria, utilissimo a a scavare tra gli stereotipi delle ideologie e, con l’ausilio dei suoi testi precedenti, “Riprendersi tutto” e – come anticipavamo – “L’identità sacra”, avvicinarsi a quella che è una vera e propria visione del mondo più che l’opera di un saggista seriale.

Emmanuel Raffaele

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