L’informazione e le mezze verità sull’accoglienza a Sant’Alessio in Aspromonte

Nel solo weekend di Pasqua sono arrivati in Italia oltre ottomila immigrati clandestini ed anche quest’anno si teme che il record di arrivi (180mila nel 2016) venga superato ancora rispetto a quello dell’anno precedente. Eppure, oggi, tra gli approfondimenti dell‘Ansa, principale agenzia di stampa nazionale, è possibile leggere un pezzo presentato con questo titolo: “Calabria – Paese si ripopola grazie ai migranti“.

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“Report” svela le furbate di Benigni: ecco cosa ha fatto coi soldi pubblici

Nel 1999 Roberto Benigni vince il premio Oscar come miglior attore protagonista e per il miglior film straniero con “La vita è bella”. Un’impresa che galvanizza l’Italia e, soprattutto, Terni, dove il film è stato girato. E così, quando il comico toscano propone all’amministrazione comunale di dar vita agli “Umbria Studios” e far concorrenza a Cinecittà, immediatamente il Comune reperisce fondi europei, statali e, ovviamente, locali per avviare i lavori di bonifica e ristrutturazione di alcuni stabili presenti nella frazione di Pavigno. Un investimento che, spiega il sindaco di Terni, Leopoldo Di Girolamo, finisce per superare i dieci milioni di euro. Benigni e la sua compagna e attrice Nicoletta Braschi, però, accumulano un passivo di ben cinque milioni di euro e così, nel 2005, dopo gli insuccessi di “Pinocchio” e “La tigre e la neve”, arriva la furbata: a rilevare gli studi di Terni (inclusi i debiti accumulati dal premio Oscar), senza investirci né produrci nulla, è Cinecittà Studios, società di Luigi Abete, Aurelio De Laurentis e Andrea Della Valle, creata per gestire il ramo d’azienda che lo Stato, nel ’97, sotto il governo Prodi, aveva deciso di privatizzare, trasformando Cinecittà da ente pubblico economico in società per azioni. Continua a leggere

Nasce infomigrants.net, l’informazione al servizio della sostituzione

E’ già online, disponibile in tre lingue (inglese, francese ed arabo) e nasce dalla collaborazione tra France Médias Monde, Deutsche Welle e la principale agenzia di stampa italiana Ansa, che hanno realizzato il progetto anche grazie ai finanziamenti dall’Unione Europea.

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K-Flex, il silenzio della politica che uccide il lavoro. Tensioni al presidio di Roncello

Settimana movimentata quella appena trascorsa dai lavoratori della K-Flex di Roncello (MB) ma, purtroppo, nessuna novità giunge ancora dalle istituzioni che, tra una promessa e l’altra, sembra stiano cercando soltanto di temporeggiare in attesa dell’effettività del licenziamento, nonostante la profonda fiducia dimostrata dai 187 dipendenti interessati dalla sforbiciata aziendale.

Sabato 25 marzo, in occasione della visita pastorale di papa Francesco a Milano, una delegazione composta da una ventina di lavoratori, si è recata al parco di Monza ad assistere alla messa celebrata dal pontefice: “#K-Flex: chi toglie il lavoro fa un peccato gravissimo”, questo il messaggio stampato sulle loro magliette arancioni rivolto al ‘vescovo di Roma’. Qualche giornalista incuriosito, qualche flash ed il silenzio del Vaticano.

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Londra, attivisti di sinistra si incatenano in pista e fermano aereo che rimpatriava immigrati

Soltanto pochi mesi fa alcuni attivisti erano riusciti ad occupare la pista del London City Airport per dire che “l’inquinamento è razzista”. Martedì sera, invece, la pista di Stansted è stata chiusa per precauzione a causa di una ventina di attivisti di sinistra che si sono incatenati per impedire il rimpatrio di cento richiedenti asilo provenienti da Nigeria e Ghana. Otto i voli dirottati negli altri aeroporti di Londra ed uno slogan che non lascia spazio a dubbi sulle finalità di chi predica l’accoglienza: “No borders, no nations, stop deportations” (“No ai confini, no alle nazioni, no alle deportazioni”).

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Genova, la candidata M5S esclusa annuncia ricorso e getta ombre sul movimento

La democrazia diretta sembra essere disattesa: che cosa sta accadendo nel M5S?“. A lanciare l’allarme sullo stato di salute del movimento è stata, questa mattina, Marika Cassimatis, ex candidata a sindaco per il Movimento Cinque Stelle a Genova, messa alla porta con un post-diktat di Beppe Grillo, nonostante la vittoria nel voto online lo scorso 14 marzo ed ora pronta alla battaglia legale per ottenere “scuse pubbliche ed il reintegro della lista”. La Cassimatis, però, non si è limitata ad annunciare il ricorso al Tar e, nel corso della conferenza stampa di oggi, ha così annunciato di aver sporto querela per diffamazione sia nei confronti di Grillo (che nel post in questione la accusava, insieme a molti componenti della lista di “comportamenti contrari ai principi del M5S”) che del portavoce Alessandro Di Battista.

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Oltre 400 jihadisti stanno rientrando nel Regno Unito. Intanto 3000 sospettati sono già nel paese

Più di quattrocento ex combattenti jihadisti stanno tornando nel Regno Unito“. A dare l’allarme, in un articolo pubblicato ieri su Sky News, è Mark White, che cita fonti della sicurezza, le quali riterrebbero appunto che almeno quattrocento combattenti, di ritorno dagli scenari di guerra in Siria ed Iraq, stiano per rientrare nel paese.
“Le autorità”, aggiunge White, “ritengono ci sia un rischio crescente che il Regno Unito subisca lo stesso tipo di attacchi con armi da fuoco ed esplosivi visti in Francia e Belgio recentemente“. Secondo Sky News, soltanto una piccola parte degli jihadisti tornati dal medioriente, sarebbero stati perseguiti ad oggi. Tra loro Imran Khawaja, condannato a 12 anni di prigione una volta rientrato nel paese: partito per la Siria nel 2015, tratto in arresto già nel 2015, Imran Khawaja, nonostante il nome poco inglese, viene dai quartieri ovest di Londra ed era stato fermato insieme al cugino Tahir Bhatti, condannato per favoreggiamento avendolo aiutato a rientrare nel paese andando a prenderlo fino in Serbia, ed al suo amico Asim Ali, condannato per averlo aiutato economicamente nell’impresa.

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Nei cinema “Loving”: quando gli Usa vietavano i matrimoni misti (oltre 20 anni dopo averci “liberato” dal fascismo)

Stati Uniti, 1924. Ben quattordici anni prima che in Italia venissero promulgate le cosiddette leggi razziali, lo stato americano della Virginia emanava il Racial Integrity Act, una legge per la tutela dell’integrità della razza, che sarebbe rimasta in vigore addirittura fino al 1967 e che, in versioni simili, interessò fino al caso “Loving contro Virginia” decine di stati a stelle e strisce. Il Racial Integrity Act, tra le altre cose, vietava a persone di razza bianca di sposare persone di altre razze. In Georgia era vietato sposare “persone di discendenza africana; tutti i negri, i mulatti, i meticci, e i loro discendenti, aventi nelle vene una accertabile traccia di sangue negro o africano, indiano occidentale o indiano asiatico; mongoli”. In Alabama qualsiasi “negro o discendente di un negro fino alla terza generazione compresa, anche se un antenato di ciascuna generazione era bianco”. E così anche in Arizona, California, Colorado, Florida, Indiana, Kentucky, Louisiana, Maryland, Missouri, Montana, Nebraska, Nevada, North carolina, North dakota, Oklahoma, ecc.

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K-Flex, parla uno dei dipendenti licenziati: “posti di lavoro rimangano in Italia”

Ci siamo occupati ieri del caso K-Flex, azienda multinazionale nata a Roncello nel 1989, che l’otto febbraio scorso ha dato il via alla procedura di licenziamento collettivo proprio per i 187 lavoratori del suo stabilimento in provincia di Monza e Brianza. L’impresa, che ormai possiede altri dieci stabilimenti e circa duemila addetti in tutto il mondo, nonostante i bilanci in attivo e gli oltre dodici milioni di finanziamenti pubblici percepiti, ha deciso che produrre in Italia non conviene, a vantaggio della manodopera a basso costo polacca. Nel nostro paese rimarranno soltanto una cinquantina di dipendenti del reparto commerciale e del settore della ricerca. Ecco perché, dal 24 gennaio scorso, in seguito all’annuncio della volontà aziendale di interrompere la produzione in Italia, i dipendenti hanno dato vita ad un presidio permanente, a costo di vedersi recapitare una busta paga che a febbraio, in molti casi, ha un valore netto addirittura al di sotto dello zero. Gli incontri ed il sostegno del Ministro dello Sviluppo Economico, le interrogazioni parlamentari e la visita di diversi esponenti politici (Salvini, Di Maio, ecc.) hanno dato risalto alla vicenda, ma non sono stati risolutivi di fronte ad un governo privo di strumenti per agire concretamente e ad un’azienda che considera i licenziamenti irrevocabili. “Il caso K-Flex”, osserva Angela De Rosa, rappresentante lombarda di CasaPound Italia, “evidenzia ancora una volta l’incapacità della politica a trovare risposte ai problemi. Si attivano tavoli, si perde tempo in chiacchiere ma né il governo né il parlamento sono in grado di sviluppare politiche per evitare che si licenzi in Italia per assumere in Polonia. Non c’è visione del futuro e si continua a svendere il nostro mercato del lavoro”. Un vuoto politico che noi avevamo sottolineato ieri ma che pare non sia percepito dai lavoratori.

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Dopo 30 anni la K-Flex chiude il suo primo stabilimento: meglio produrre in Polonia

“Il ministero ha prontamente attivato un tavolo di confronto”. Il vuoto politico, come al solito, si nasconde dietro espressioni dall’apparenza perentoria. Prontissimo ad attivare un tavolo, il governo, però, non si sogna neanche di andare oltre le chiacchiere e di affrontare il problema alla radice, come d’altra parte chiedono a gran voce i lavoratori.

K-Flex, azienda ormai multinazionale che produce e distribuisce isolanti termici ed acustici, nata nel 1989 a Roncello (MB), dopo quasi trent’anni di attività, altri dieci impianti ed oltre 2mila dipendenti in tutto il mondo, e dopo – soprattutto – milioni di euro incassati dallo Stato per lo sviluppo e la ricerca, si appresta a licenziare i 187 dipendenti del suo primo stabilimento per spostare la produzione in Polonia, dove già operano 250 lavoratori. Ma, secondo il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che lo scorso 8 marzo in aula ha riferito nel merito della questione, rispondendo alla Camera dei deputati ad una interrogazione proposta da Giovanna Martelli (Democratici e Progressisti), “non si tratta di delocalizzazioni ma di produzioni a basso valore unitario, da realizzare necessariamente nei paesi di destinazione”. In altre parole, è impensabile accedere a quel mercato con i costi di produzione italiani, ma questo non avrebbe a che fare con la chiusura dello stabilimento italiano. Il che è semplicemente un inutile gioco di parole, poiché l’azienda, che oggi ha deciso di fermare la produzione in Italia, non smetterà certo di vendere nel nostro paese. Anzi, ha già annunciato che una cinquantina di dipendenti saranno ancora attivi in ambito commerciale e di ricerca. Se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, quindi, parlare di delocalizzazione è più che lecito. E la questione, come anticipavamo, è aggravata dagli oltre dodici milioni di fondi pubblici che l’azienda ha percepito, dopo aver peraltro sottoscritto un impegno secondo il quale nel 2017 nessun posto di lavoro sarebbe stato a rischio.

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