Essere più leccaculo della stampa era un compito obiettivamente difficile. Ecco perché al Senato, per provare a far meglio, hanno instancabilmente applaudito Draghi ancor prima che potesse concludere le sue frasi più insgnificanti.
Il discorso con il quale il presidente del Consiglio ha chiesto la fiducia ai senatori è tutto qui, nella maggioranza bulgara che lo sostiene (tutti tranne FdI), nei suoi contenuti piuttosto trascurabili e nel tono assolutamente spento, freddo, bruocratico e insopportabilmente noioso del neo premier.
DRAGHI: “L’EURO E’ IRREVERSIBILE, CEDERE SOVRANITA’ NAZIONALE UN DOVERE”
Uno dei passaggi più significativi non rappresenta, al tempo stesso, alcuna novità: “Sostenere questo governo significa condividere l’irreversibilità della scelta dell’euro, di una Unione Europea sempre più integrata, che approderà a un bilancio pubblico comune. Gli Stati Nazionali, nelle aree definite dalla loro debolezza, cedono sovranità nazionale per acquistare sovranità condivisa“.
La Lega governerà con la contestatissima Lamorgese (non certo nota per le sue politiche migratorie contenitive), che rimarrà alla guida dell’Interno. Sono evidentemente cambiate le priorità della Lega, che infatti piazza il moderato ed europeista Giorgetti allo Sviluppo Economico.
Il Movimento 5 Stelle, invece, governerà con Brunetta, Carfagna e Gelmini: veri e propri simboli dell’odiato berlusconismo. Un altro tabù superato, dopo il governo con il criticatissimo Pd – perfino Travaglio, stavolta, ha avuto da ridire.
Più in generale, in cambio dell’alleanza con i propri nemici giurati, tutti hanno ottenuto qualcosa nel banchetto di poltrone del governo probabilmente più eterogeneo della storia italiana. Per “senso di responsabilità”, hanno abolito la coerenza e la democrazia. Rimane fuori, dalla maggioranza e dal governo, infatti solo Fratelli d’Italia: un po’ poco per poter chiamare ancora democrazia quella che è sempre più esplicitamente una oligarchia.
Nel nostro post precedente, sottolineavamo quanto fosse poco interessante la crisi di governo, essendo di fatto un golpe di palazzo. Il livello di partecipazione politica, del resto, non dipende solo da fattori culturali astratti: quelli ne sono la conseguenza. Il livello di partecipazione dipende, piuttosto, dall’effettivo coinvolgimento popolare che un sistema (decisionale) prevede.
UN MODELLO POLITICO POST-DEMOCRATICO E POST-LIBERALE
Quello che si sta affermando con la scusa dell’anti-sovranismo è, infatti, un modello post-liberale e post-democratico. Ed è curioso che gli stessi presunti sovranisti non lo abbiano chiaro. E che, addirittura, la destra radicale sia rimasta ideologicamente alla lotta contro liberalismo e democrazia, che lo stesso sistema oligopolistico globale sta combattendo per arrivare al dominio puro del capitale.
LA SCELTA DEL GOVERNO SEMPRE PIU’ A PORTE CHIUSE
In questo nuovo modello, che ovviamente ha le sue radici nel precedente, le questioni di governo sono equiparabili alle questioni dinastiche. Come in una monarchia o in una aristocrazia (o meglio, appunto, oligarchia), eredità e successioni sono cose che non ci riguardano.
Non ci coinvolgono e, quindi, non siamo coinvolti.
Di base, c’era la necessità di mettere a guardia del “tesoretto” di fondi/prestiti europei un uomo di fiducia, un garante, delle banche e della Unione Europea. E così, un altro garante di quegli interessi appunto oligarchici, Matteo Renzi, si è mosso per sostituire Giuseppe Conte quando era il momento.Dopo aver fatto fuori Salvini, quando era il momento. Quando hai forti sponsor internazionali, la tua potenza mediatica non è per forza proporzionale ai voti.
Il progetto Draghi presidente circolava da tempo sulla stampa e tra le fila dei partiti. A dimostrazione che i governi li fanno a loro piacimento e indipendentemente dal voto.
L’Italia è una “democrazia” parlamentare e il presidente del Consiglio è scelto dal Parlamento e non direttamente dal popolo. Tecnicamente, quindi, è tutto “normale”. Politicamente, democraticamente, no. La democrazia, infatti, non è perfetta e tanto meno le leggi e le costituzioni: si possono e si devono cambiare quando c’è qualcosa che non va.
ABITUATI AD UN REGIME AUTOREFERENZIALE, LA “CRISI DI SUCCESSIONE” CI LASCIA DEL TUTTO INDIFFERENTI
“Nessun post sulla crisi di governo?”
No, perché Rivoluzione Romantica si occupa di politica, di cultura, di società, non di deprimenti giochi di palazzo, voltafaccia e marionette.
L’unica cosa “interessante” da osservare è che questa crisi passa sopra le teste della gente lasciandola del tutto indifferente. Come popolo, siamo ormai abituati ad un regime di governo simile a quelle forme dittatoriali o monarchiche che risolvono da sé i loro problemi di successione. La cosa non ci riguarda neanche.
Quello che sta accadendo non è coinvolgente, non è appassionante, non ci chiama in causa: la de-democratizzazione del potere politico ha raggiunto il suo scopo. Ci ha fatto capire che il nostro voto, il nostro parere, è inutile.
Ci hanno fatto capire che tanto le decisioni che prendono, i governi che formano, non dipendono da noi e, per le faccende più rilevanti, non dipendono neanche da loro ma da anonimi organismi sovranazionali non rappresentativi o addirittura semi-privati.
MISSIONE COMPIUTA: LE NUOVE GENERAZIONI SONO INDIFFERENTI ALLA POLITICA
Le nuove generazioni, non a caso, non sono interessate alla politica. Quella che fino agli anni Novanta era la cultura della partecipazione è morta. Parlare di politica è fuori moda, anche perché le nuove generazioni sono le meno ribelli di sempre. Non hanno interesse a cambiare le cose, abbracciano il politicamente corretto delle multinazionali e non a caso le reti sociali più usate sono Instagram e Tik Tok. Facebook è già troppo per chi non ha niente da dire, niente da pensare, niente da osservare.
Insomma, la missione è compiuta. Non c’è nessuno che sia più facile da governare di qualcuno che non è interessato a chi lo governa ed a come lo fa, educato alla “resilienza”, ovvero a fare o non fare quello che gli dicono senza obiettare, col sorriso. Snowflakes in balia dell’informazione ufficiale, ovvero di quello che dicono dall’alto. Educati a non dubitare del governo e dei giornali.
Una generazione così controllata e controllabile da rendere impossibile ogni vera protesta, così indifferente al tema della libertà e del controllo da essere totalmente e inconscientemente nelle mani del regime politico-economico attuale.
Che analisi dovremmo fare di una crisi politica così autoreferenziale? Più che una analisi su quello che accade, ecco l’unico aspetto degno di nota.
Quanto accade al M5S è quanto, di norma, accade sempre nelle organizzazioni: si aderisce per una causa e raggiungere uno scopo e poi si rimane impigliati nella logica del branco.
Subentrano la “sindrome del traditore”, il conformismo o la semplice convenienza, che ti impediscono di protestare o di andare via: è uno schema che funziona oseremmo dire sempre.
Perfino gente come Alessandro Di Battista, che pure ha lasciato la poltrona, ora invita a “stare uniti” e a salvare Conte, a costo di fare alleanze con chiunque. Fare alleanze con chiunque, peraltro, non sarebbe neanche un peccato mortale, se riesci a farle a vantaggio delle tue idee. Se, però, devi dare in cambio qualcosa che, altrimenti, non daresti o che non dovresti dare, allora hai già tradito. Se le alleanze non servono più la tua causa, hai già tradito.
Il Movimento ha rotto con il passato progressivamente, ma l’alleanza con il Pd è stata decisiva. Non solo perché avevano promesso di non farci mai un’alleanza, ma perché quell’alleanza lo ha trasformato in un’altra cosa. Su Rivoluzione Romantica avevamo sottolineato il linguaggio accentuatamente moderato del discorso di Conte per la fiducia al suo secondo governo. Quel discorso era un voltafaccia inquietante a tutta la storia del Movimento. Il preludio a tanti altri tradimenti, come il limite dei mandati, la trasparenza dimenticata, la democrazia messa da parte, Gentiloni in Europa, i verbali secretati e tantissimo altro.
Eppure, il movimento è là, rimane in piedi e c’è chi lo sostiene ancora. Perché? Per le ragioni esposte poc’anzi, che dipendono molto dai comportamenti tipici dell’uomo e dei gruppi, più che dalla politica in sé: “sindrome del traditore”, conformismo e convenienza.
Sono questi fattori che mantengono in piedi regimi totalitari, abusi di potere, partiti corrotti ma anche organizzazioni mafiose e realtà omertose. E non sono elementi tipici solo dei grandi partiti, anzi: si esprimono in altro modo ma sono presenti anche nei movimenti cosiddetti radicali, di destra e sinistra.
Se vai via sei un infame, se non accetti tutte le direttive sei un traditore, se critichi sei un rompipalle a prescindere. Il conformismo, ovvero la paura di trovarsi solo contro il gregge, insieme alla convenienza fanno il resto. E’ così, nel bel mezzo di un malinteso senso della disciplina, muoiono libertà e giustizia.
Rivoluzione Romantica non sostiene alcun partito o movimento, quindi, non solo perché non si ritiene rappresentata da nessuno di questi, ma anche perché non accetta questa logica e ritiene impossibile rimanere imparziali ed obiettivi essendo vincolati dall’appartenenza.
POPOLO CONTRO POTERE: SIAMO SOLI
Quanto alla politica istituzionale: il vertice di ogni struttura di potere finisce inevitabilmente per essere manovrato, utilizzato o corrotto. L’unica arma nelle mani del popolo è l’auto-rappresentazione e, collateralmente, l’utilizzo di movimenti e partiti per portare avanti le proprie istanze. Insomma, rovesciare il tavolo e tenere sempre presente la dialettica insormontabile Popolo vs Potere, in cui il popolo è naturalmente in una situazione di debolezza contrattuale. Se non altro finché non acquista coscienza di sé e capacità di auto-organizzarsi, non per fare tutto da solo, ma per fare pressione su chi comanda.
“Per farci sentire al sicuro ci hanno strappato ciò che avevamo di più importante: la libertà!”
Così, nella serie spagnola “La Barriera“, Emilia parla alla piccola Marta, a cui tocca spiegare la situazione della Spagna (e in generale dell’Occidente) a causa di guerre, virus e scarsità d’acqua potabile. E si comprende così immediatamente, già dal primo episodio, quale sarà il tema affrontato nel corso delle successive tredici puntate.
Domenica scorsa, in tutta la Spagna, la piattaforma “Mas Plurales” ha organizzato con grande successo una serie di manifestazioni contro l’approvazione della cosiddetta legge Celaá da parte del Congresso. Ma, ieri, nonostante tutto, la legge è stata approvata ieri in via definitiva grazie all’ok del Senato.
Di cosa si tratta? Secondo la destra di una legge ideologica, che vuole indottrinare gli studenti con teorie “gender free“, cancellare la religione e che, per restituire ad autonomisti ed indipendentisti il favore dell’appoggio al governo, abolisce il castigliano (ovvero lo spagnolo) come lingua veicolare nelle scuole.
Tra poco vi spiegheremo tutto nel dettaglioe vi diremo cosa c’è di vero. Prima, però, faremo un piccolo passo indietro necessario a capire la questione linguistica aperta in Spagna ed il suo significato politico-sociale.
In Spagna stanno facendo molto discutere (soprattutto l’opposizione, con Vox in testa) le cifre relative ai decessi causa covid riportati in questi giorni dall’Ine (l’Istituto Nazionale di Statistica spagnolo).
L’Ine, infatti, avrebbe seguito la direttiva Oms che obbligherebbe i Paesi ad includere nel conteggio anche i morti mai sottoposti ad un test, ma indicati come “CASI SOSPETTI“. Una indicazione che, invece, il governo soagno, al contrario di quello italiano, non avrebbe rispettato. Secondo l’Ine, dunque, tra gennaio e maggio ci sarebbero stati circa 20mila morti in più rispetto ai dati forniti dal governo (27.127 invece di 45.684). E così l’opposizione ha scatenato la polemica.
Not everyone knows the “shocking” episode in the Gospel of Matthew [15, 21-28], which we are referring to by our provocative title.
“At that time”, says the evangelist, “Jesus moved to the area of Tire and Sidon. And a Canaanite woman, who came from that region, began to cry out: «Have mercy on me, Lord, son of David! My daughter is very tormented by a devil»”.
Do you know what Jesus answered to her? At first, nothing at all. “He didn’t even say a word to her”, explains Matteo. But that’s not all.
At that point, the disciples, a little annoyed by the screaming woman, try to convince Jesus to listen. And that’s when Jesus rattles off a couple of answers that would stagger Pope Bergoglio.
“I was sent to the lost sheep of the house of Israel only“, he replies dryly. And, after the woman continue to insist, he adds: “It is not good to take the children’s bread and throw it to the dogs“.
At this point something happens which, again according to Christian interpretations, marks a turning point. The woman, in fact, accepts the humiliation and replies: “It’s true, Lord, yet the little dogs eat the crumbs that fall from their masters’ table“.
It is only at that point that Jesus is convinced (“Woman, great is your faith”) to help her and heals his daughter.
Forse non tutti conoscono il passaggio “sconvolgente” presente nel Vangelo di Matteo 15, 21-28 (ed in quello di Marco), qui richiamato con un titolo volutamente provocatorio.
“In quel tempo”, racconta l’evangelista, “Gesù si ritirò verso la zona di Tiro e di Sidone. Ed ecco, una donna cananea, che veniva da quella regione, si mise a gridare: «Pietà di me, Signore, figlio di Davide! Mia figlia è molto tormentata da un demonio».”
Gesù, ormai noto per le sue guarigioni miracolose, che fa? “Non le rivolse neppure una parola”, spiega Matteo. Ma non è finita qui.
I suoi discepoli infatti, un po’ seccati dalle grida della donna, insistono perché le dia ascolto ed a quel punto Gesù snocciola un paio di risposte che farebbero impallidire papa Bergoglio.
“Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa d’Israele“, risponde secco. E, quando la donna insiste, rincara la dose: “Non è bene prendere il pane dei figli e gettarlo ai cagnolini“.
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