Londra, allarme attentato e panico in strada: ecco il racconto di una ragazza siciliana che si trovava là

Momenti di tensione e panico, ieri, nel centro di Londra, dove un allarme attentato – poi rivelatosi falso – ha causato sedici feriti. Teatro dell’episodio la stazione della metropolitana di Oxford Circus, gremita in un venerdì pomeriggio dedicato più che mai allo shopping, a causa degli sconti del “Black Friday“. In seguito ad un evento ancora non chiarito, infatti, si è rapidamente diffusa la voce di una sparatoria e la gente ha cominciato a darsi alla fuga. Una situazione che ha interessato tutta la zona circostante, tanto che il numero d’emergenza è stato preso d’assalto e la polizia è giunta in forze sul posto in pochi minuti, preparata ad affrontare quello che avrebbe potuto essere l’ennesimo attentato nella capitale britannica. La rete di trasporti aveva così comunicato la chiusura della stazione, i passeggeri sono stati evacuati, la gente è stata invitata a rimanere al chiuso e lontana dall’area interessata, i video girati mostrano persone in fuga e polizia armata ovunque nelle strade. Sul posto, però, la polizia non ha poi trovato niente che potesse giustificare l’allarme e tutto è tornato alla normalità in poche ore.

“Adesso so che è stato un falso allarme, ma i sentimenti, le paure e il terrore che ho provato erano reali“, racconta Sebina, siciliana di 36anni, che qualche anno ormai vive a Londra. Continua a leggere

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Londra, attivisti di sinistra si incatenano in pista e fermano aereo che rimpatriava immigrati

Soltanto pochi mesi fa alcuni attivisti erano riusciti ad occupare la pista del London City Airport per dire che “l’inquinamento è razzista”. Martedì sera, invece, la pista di Stansted è stata chiusa per precauzione a causa di una ventina di attivisti di sinistra che si sono incatenati per impedire il rimpatrio di cento richiedenti asilo provenienti da Nigeria e Ghana. Otto i voli dirottati negli altri aeroporti di Londra ed uno slogan che non lascia spazio a dubbi sulle finalità di chi predica l’accoglienza: “No borders, no nations, stop deportations” (“No ai confini, no alle nazioni, no alle deportazioni”).

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Londra, disordini in Hyde Park al grido di “Black Lives Matter”

Londra, 20 lug – Secondo l’Evening Standard, forse in un eccesso di enfasi giornalistica, è stata “la peggiore esplosione di violenza giovanile dalle rivolte del 2011“. Scontri, lanci di bottiglie, vetri rotti e qualche agente di polizia accoltellato in pieno centro, nello storico Hyde Park a Londra, dopo una festa organizzata attraverso i social network.

Centinaia di ragazzi, respinti poi fino a Marble Arch e rimasti qui fino a mezzanotte, hanno creato disordini al ritmo dell’ormai noto slogan “Black Lives Matter“, a partire dal  tardo pomeriggio, quando hanno improvvisamente reagito con violenza alla massiccia presenza delle forze dell’ordine, dando il via agli scontri.

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Saviano a Londra: legalizzare tutte le droghe. Chi ricicla vuole la brexit

1Le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma è anche vero che, se errare è umano, perseverare è diabolico. Per commentare Roberto Saviano, il re delle banalità, nuova icona della sinistra, ci affidiamo anche noi ai luoghi comuni: legge del contrappasso. Le ultime sparate le aveva fatte contro Salvini, paragonando il suo libro a quello di Hitler, visto che ultimamente l’antifascismo è il suo hobby preferito: fa molto social e va bene per ogni stagione. Invece ieri, a Londra, ospitato dal King’s College per un dibattito organizzato dalla Italian Society con il giornalista investigativo Misha Glenny, già collaboratore del Guardian e della Bbc, il tema principale sono stati i suoi libri sul crimine organizzato ed  il business della droga: il famosissimo “Gomorra”, che ha fornito lo spunto per il film e la serie televisiva, ed il più recente “Zero Zero Zero”, sul traffico internazionale di stupefacenti (2013).

2«Per me si dovrebbero legalizzare tutte le droghe», ha dichiarato il giornalista, entrato poche ore fa in polemica con il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna, critico nei confronti del mantenimento della sua scorta – per la cronaca, Saviano, pur affermando di voler essere libero al più presto, se l’era presa parecchio. La proposta di legalizzare la cannabis, così come la cocaina e tutto il resto, per risolvere il problema del crimine organizzato che ci specula, non è l’unica “perla” della giornata. Ma, per inciso, ci chiediamo se – questioni di merito a parte – si possa davvero pensare che, per sconfiggere organizzazioni come la mafia, la camorra o altre organizzazioni internazionali, che esistono prima della cocaina ed hanno dettato legge da sempre attraverso ogni tipo di commercio illegale, il gioco, la corruzione, attraverso gli appalti, attualmente in Italia anche attraverso l’immigrazione, possa essere sufficiente legalizzare uno dei loro business, seppur forse il più grosso. Certo sarebbe un gran colpo, ma la questione è ben altra. E Saviano dovrebbe saperlo. Ma è fatto così. Fin quando prova a fare il giornalista investigativo ci potrebbe anche stare simpatico. Solo che poi prende iniziative, fa di testa sua, si butta sulla politica e sulle sue «congetture» (parole sue!) come quella sul Brexit appunto: «quelli che riciclano soldi sporchi sono gli stessi che portano avanti la battaglia per il Brexit». Ebbene si, l’ha detto. Ma questo – breve parentesi – è solo una dei tanti episodi di quella che nel Regno Unito è stata ribattezzata “strategia della paura”, portata avanti dai grandi mezzi di informazione e da personaggi di spicco sul piano internazionale per convincere gli inglesi a votare per rimanere nell’Unione Europea il prossimo 23 giugno. Per il resto, questioni condivisibili nell’ambito del dibattito sui paradisi fiscali, il riciclaggio ed il ruolo dei “mediatori”. «L’Inghilterra», ha affermato, «è il paese più “corrotto” al mondo riguardo la provenienza dei capitali finanziari, perché attira tutti i capitali sporchi attraverso le sue isole offshore». «Il 90% delle compagnie proprietarie di immobili», ha aggiunto, «hanno sedi nei paradisi fiscali, che servono non tanto ad evadere ma a nascondere il denaro ed a celarne la provenienza. Mentre i “facilitatori”, la nuova borghesia londinese fatta perlopiù di commercialisti, gestiscono il denaro ma non sono responsabili della loro provenienza, risultando quindi difficilmente incriminabili, tanto più che in Inghilterra è molto difficile dimostrare il riciclaggio». Saviano, un consiglio: più libri e meno social.

Emmanuel Raffaele, 28 mag 2016

“The Brothers”, la gang islamista che imperversa nelle prigioni di Londra

La testimonianza esclusiva riportata ieri dall’Evening Standard parla della prigione di Belmarsh come di “un campo di addestramento jihadista nel cuore di Londra” ma, a parte il racconto inquietante di suo, un dato balza subito all’occhio e, di per sé, fa già notizia: su una popolazione di musulmani pari a circa il 12% nella capitale inglese, la popolazione carceraria di fede islamica nelle strutture londinesi va dal 30% al 40% ed oltre. Una sproporzione che è già una risposta alla questione integrazione ed al buonismo sull’argomento. Ma la testimonianza, che fa seguito ad un allarme in atto da mesi ed ai fischi che si erano visti anche nel carcere parigino riservati dagli altri detenuti all’attentatore “belga” Salah Abdeslam, colpevole di non essersi fatto esplodere, è la conferma che ci troviamo di fronte ad un problema serio, su scala europea, che le autorità sottovalutano e che le politiche boldriniane non aiutano certo a fronteggiare con la necessaria durezza. “Appena arrivato a Belmarsh nel 2014, è giunta notizia che Mosul in Iraq era caduta nelle mani dello Stato Islamico e la prigione è ‘esplosa’”. Urla di gioia, colpi sfrenati contro le sbarre, canti, “Allah Akbar” e promesse di conquista. “Sembrava una grande festa andata avanti indisturbata per molte ore”, racconta al quotidiano inglese un ex detenuto musulmano, 27 anni, laureato, rilasciato da poco dopo esser stato dentro per questioni legate a frodi bancarie (“ho firmato documenti per conto di altri”, dichiara).

“Gli agenti penitenziari sembravano non far nulla, lasciando i nuovi detenuti come me con l’impressione che a comandare realmente non fossero i secondini ma un terrificante gruppo islamista radicale conosciuto come “the Brothers” (“i Fratelli”) o “the Akhi”, che in arabo significa fratello”. Il ministro della Giustizia non riferisce con precisione le cifre, ma il giornale parla di un numero di terroristi interni alla struttura superiore alle ottanta unità (nel 2006 erano una cinquantina) su una popolazione islamica pari a circa il 30% dei detenuti (in altre prigioni della città, come anticipavamo, le cifre salgono di oltre il 10%). Nell’ala in cui era detenuto il testimone in questione, su circa duecento persone, circa la metà erano musulmane, riferisce, con un nocciolo duro di circa venti persone trattate come “celebrit” all’interno della prigione. All’inizio, spiega l’informatore, in quanto musulmano, è stato aiutato, gli è stato offerto sostegno. Dopo, però, è iniziata la propaganda e, di fronte alla sua esitazione, l’isolamento. Niente in confronto al trattamento subito da alcuni detenuti cristiani, fatti oggetto di aggressioni fisiche e maltrattamenti quando l’inferiorità numerica oltre che il potere del gruppo rendeva la cosa a dir poco agevole.

Una radicalizzazione visibile, immediata, che i sei imam del carcere assecondavano o preferivano non affrontare. Una sorta di tacito assenso anche rispetto a chi annunciava, vantandosi, di voler partire per la Siria o l’Iraq. “Tre quarti di chi veniva radicalizzato”, racconta il testimone, “facevano parte di gangs ed erano dentro per crimini violenti o droga. Loro capivano che la gang principale a Belmarsh erano i Fratelli e che avevano bisogno della loro protezione. Ma questo dava anche loro un senso di identità“. “Mi sembrava di essere un intruso in un campo di addestramento jihadista“, commenta esasperato, lamentando la situazione analoga di difficoltà e paura vissuta da altri detenuti di fede musulmana costretti al silenzio anche grazie ad un sistema che, secondo lui, non isolando gli estremisti, ne supporta l’azione di propaganda e predominio. Dopo cinque mesi a Belmarsh, viene spostato ad Highpoint. “Ero là durante gli attacchi a Charlie Hebdo”, racconta. Ed anche lì scene di giubilo in seguito agli attentati. “Il governo”, conclude, “ha speso tantissimi soldi nel programma di prevenzione contro il radicalismo, ma ha ignorato che il più grande campo di addestramento jihadista nel Regno Unito è proprio qui a Belmarsh nel cuore di Londra”.

Emmanuel Raffaele, 18 mag 2016