Nasce infomigrants.net, l’informazione al servizio della sostituzione

E’ già online, disponibile in tre lingue (inglese, francese ed arabo) e nasce dalla collaborazione tra France Médias Monde, Deutsche Welle e la principale agenzia di stampa italiana Ansa, che hanno realizzato il progetto anche grazie ai finanziamenti dall’Unione Europea.

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K-Flex, il silenzio della politica che uccide il lavoro. Tensioni al presidio di Roncello

Settimana movimentata quella appena trascorsa dai lavoratori della K-Flex di Roncello (MB) ma, purtroppo, nessuna novità giunge ancora dalle istituzioni che, tra una promessa e l’altra, sembra stiano cercando soltanto di temporeggiare in attesa dell’effettività del licenziamento, nonostante la profonda fiducia dimostrata dai 187 dipendenti interessati dalla sforbiciata aziendale.

Sabato 25 marzo, in occasione della visita pastorale di papa Francesco a Milano, una delegazione composta da una ventina di lavoratori, si è recata al parco di Monza ad assistere alla messa celebrata dal pontefice: “#K-Flex: chi toglie il lavoro fa un peccato gravissimo”, questo il messaggio stampato sulle loro magliette arancioni rivolto al ‘vescovo di Roma’. Qualche giornalista incuriosito, qualche flash ed il silenzio del Vaticano.

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Genova, la candidata M5S esclusa annuncia ricorso e getta ombre sul movimento

La democrazia diretta sembra essere disattesa: che cosa sta accadendo nel M5S?“. A lanciare l’allarme sullo stato di salute del movimento è stata, questa mattina, Marika Cassimatis, ex candidata a sindaco per il Movimento Cinque Stelle a Genova, messa alla porta con un post-diktat di Beppe Grillo, nonostante la vittoria nel voto online lo scorso 14 marzo ed ora pronta alla battaglia legale per ottenere “scuse pubbliche ed il reintegro della lista”. La Cassimatis, però, non si è limitata ad annunciare il ricorso al Tar e, nel corso della conferenza stampa di oggi, ha così annunciato di aver sporto querela per diffamazione sia nei confronti di Grillo (che nel post in questione la accusava, insieme a molti componenti della lista di “comportamenti contrari ai principi del M5S”) che del portavoce Alessandro Di Battista.

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K-Flex, parla uno dei dipendenti licenziati: “posti di lavoro rimangano in Italia”

Ci siamo occupati ieri del caso K-Flex, azienda multinazionale nata a Roncello nel 1989, che l’otto febbraio scorso ha dato il via alla procedura di licenziamento collettivo proprio per i 187 lavoratori del suo stabilimento in provincia di Monza e Brianza. L’impresa, che ormai possiede altri dieci stabilimenti e circa duemila addetti in tutto il mondo, nonostante i bilanci in attivo e gli oltre dodici milioni di finanziamenti pubblici percepiti, ha deciso che produrre in Italia non conviene, a vantaggio della manodopera a basso costo polacca. Nel nostro paese rimarranno soltanto una cinquantina di dipendenti del reparto commerciale e del settore della ricerca. Ecco perché, dal 24 gennaio scorso, in seguito all’annuncio della volontà aziendale di interrompere la produzione in Italia, i dipendenti hanno dato vita ad un presidio permanente, a costo di vedersi recapitare una busta paga che a febbraio, in molti casi, ha un valore netto addirittura al di sotto dello zero. Gli incontri ed il sostegno del Ministro dello Sviluppo Economico, le interrogazioni parlamentari e la visita di diversi esponenti politici (Salvini, Di Maio, ecc.) hanno dato risalto alla vicenda, ma non sono stati risolutivi di fronte ad un governo privo di strumenti per agire concretamente e ad un’azienda che considera i licenziamenti irrevocabili. “Il caso K-Flex”, osserva Angela De Rosa, rappresentante lombarda di CasaPound Italia, “evidenzia ancora una volta l’incapacità della politica a trovare risposte ai problemi. Si attivano tavoli, si perde tempo in chiacchiere ma né il governo né il parlamento sono in grado di sviluppare politiche per evitare che si licenzi in Italia per assumere in Polonia. Non c’è visione del futuro e si continua a svendere il nostro mercato del lavoro”. Un vuoto politico che noi avevamo sottolineato ieri ma che pare non sia percepito dai lavoratori.

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Dopo 30 anni la K-Flex chiude il suo primo stabilimento: meglio produrre in Polonia

“Il ministero ha prontamente attivato un tavolo di confronto”. Il vuoto politico, come al solito, si nasconde dietro espressioni dall’apparenza perentoria. Prontissimo ad attivare un tavolo, il governo, però, non si sogna neanche di andare oltre le chiacchiere e di affrontare il problema alla radice, come d’altra parte chiedono a gran voce i lavoratori.

K-Flex, azienda ormai multinazionale che produce e distribuisce isolanti termici ed acustici, nata nel 1989 a Roncello (MB), dopo quasi trent’anni di attività, altri dieci impianti ed oltre 2mila dipendenti in tutto il mondo, e dopo – soprattutto – milioni di euro incassati dallo Stato per lo sviluppo e la ricerca, si appresta a licenziare i 187 dipendenti del suo primo stabilimento per spostare la produzione in Polonia, dove già operano 250 lavoratori. Ma, secondo il ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda, che lo scorso 8 marzo in aula ha riferito nel merito della questione, rispondendo alla Camera dei deputati ad una interrogazione proposta da Giovanna Martelli (Democratici e Progressisti), “non si tratta di delocalizzazioni ma di produzioni a basso valore unitario, da realizzare necessariamente nei paesi di destinazione”. In altre parole, è impensabile accedere a quel mercato con i costi di produzione italiani, ma questo non avrebbe a che fare con la chiusura dello stabilimento italiano. Il che è semplicemente un inutile gioco di parole, poiché l’azienda, che oggi ha deciso di fermare la produzione in Italia, non smetterà certo di vendere nel nostro paese. Anzi, ha già annunciato che una cinquantina di dipendenti saranno ancora attivi in ambito commerciale e di ricerca. Se vogliamo chiamare le cose con il loro nome, quindi, parlare di delocalizzazione è più che lecito. E la questione, come anticipavamo, è aggravata dagli oltre dodici milioni di fondi pubblici che l’azienda ha percepito, dopo aver peraltro sottoscritto un impegno secondo il quale nel 2017 nessun posto di lavoro sarebbe stato a rischio.

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Prefetto di Milano: pronti alle requisizioni se i comuni rifiutano gli immigrati

Al momento dell’insediamento, noi vi avevamo messo in guardia: Luciana Lamorgese, prefetto di Milano (nonché primo prefetto donna di Milano) in carica da fine gennaio, è pronta anche alla requisizione quando si tratta di portare avanti l’accoglienza forzata degli immigrati. Lo aveva dichiarato in una intervista ad una tv locale quando era prefetto di Venezia, nominato dal governo Renzi commissario per l’emergenza immigrazione e noi vi avevamo mostrato il video di quella vecchia intervista in cui parlava della possibilità di “confisca” concessa ai prefetti. Proprio per la sua linea dura in tema, del resto, nel 2013 era stata promossa capo di gabinetto del Ministero dell’Interno quando a capo del dicastero c’è Angelino Alfano.

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Biella, sull’Anpi il boomerang della censura: fermato il cineforum su Israele

“Non si può continuare a confondere ad arte l’antisionismo con l’antisemitismo”: a difendersi dalle accuse di razzismo costate la censura di una proiezione su Israele, questa volta, è niente meno che l’Associazione Nazionale dei Partigiani Italiani. Proprio la sezione Anpi “Valle Elvo e Serra” di Biella, in collaborazione con l’associazione “Biellesi per la Palestina”, infatti, aveva organizzato per il prossimo 10 marzo la proiezione del film-documentario “Israele, il cancro“. Una pellicola dell’attivista Samantha Comizzoli, che intende con il suo lavoro raccontare l’oppressione del popolo palestinese o, per dirla con le parole della regista, “l’occupazione nazista israeliana della Palestina”. Ma l’iniziativa non ha esattamente incontrato il gradimento di Naomi Di Segni, presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, la quale, venuta a conoscenza dell’evento, ha scritto una lettera al presidente nazionale Anpi Carlo Smuraglia ed a quello della sezione milanese Roberto Cenati chiedendo di impedire quella che, nella lettera, viene definita come una “aberrante iniziativa”.

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M5S, approvato codice etico “salva Raggi”: sugli indagati deciderà Grillo

Il M5S ha un codice etico tutto nuovo. L’hanno votato circa 41mila iscritti ed è stato approvato, annuncia il blog di riferimento del movimento, “con il voto favorevole del 91% dei partecipanti, pari a 37.360 iscritti”. Un plebiscito. Il capo indica la rotta ed il popolo vota quello che il capo desidera. Ma la chiamano ancora democrazia diretta perché il capo si fa chiamare garante, il che suona un po’ sovietico, oppure orwelliano, come ha giustamente osservato l’Huffington Post proprio in merito al codice etico in questione.

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Referendum costituzionale: bene la vittoria del “No” ma risparmiateci la retorica sui poteri forti

Secondo Matteo Salvini, segretario della Lega Nord, è “la vittoria del popolo contro i poteri forti di tre quarti del mondo”. Secondo l’inglese “The Independent” il “No” alla riforma costituzionale Renzi-Boschi rappresenta quello che per gli Usa, il Regno Unito ed il mondo hanno significato, rispettivamente, l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti e la Brexit. Mera propaganda in entrambi i casi. Detto questo, premettiamo i dati ad ogni commento: al quesito referendario per la “ratifica popolare” della riforma del governo il 59,6% dei votanti ha tracciato una “X” sul “No” mentre soltanto il 40,4% ha votato “Si”, mandando all’aria i piani del premier e segretario del Pd Matteo Renzi. Quanto all’affluenza, ha votato ben il 68,44% degli elettori.

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