“L’ultimo lupo”, dopo sette anni di attesa ecco la pellicola (in parte deludente) di Annaud

ultimolupo3Prima di tutto andate a vederlo. Non è una pellicola che lascia senza fiato e non è tutto quello che vi potreste aspettare ma ne vale la pena.

“L’ultimo lupo” di Jean Jacques Annaud, già regista de “Il nome della rosa” e di “Sette anni in Tibet”, costato ben sette anni di lavorazione e circa 38 milioni di dollari, seguito da 480 tecnici, addestratori e partecipato da circa 200 cavalli, mille pecore e una ventina di lupi, ha l’ambizione di un film epico ma non ne possiede l’impronta, mantiene alta l’attenzione ma lascia la sensazione che manchi qualcosa, alterna dialoghi intensi a passaggi in cui la sceneggiatura è deludente.

«Con la morte del saggio Bilig scompariva la steppa che avevo conosciuto», chiosa il protagonista, riecheggiando fin troppo una scena analoga de “L’ultimo samurai” sulla fine del Giappone tradizionale e, soprattutto, scoprendo le carte sugli obiettivi narrativi del film.

Ma “Wolf Totem” (questo il titolo originale) è, in realtà, un’opera che arriva fino in fondo senza intoppi e però senza neanche vera suspense, senza troppi drammi, senza grandi effetti scenici ed armato soltanto di tanto realismo descrittivo e qualche punta di misticismo.

In parte un merito, se non fosse per le aspettative create da una presentazione che lascia immaginare qualcosa di più di un semi-documentario ecologista sul delicato equilibrio della steppa mongola.

«Hai catturato un Dio e ne hai fatto il tuo schiavo», rimprovera eloquente il vecchio Bilig al giovane Chen Zen, studente di Pechino ai tempi della “Grande rivoluzione culturale” maoista (siamo nel 1967), inviato tra le tribù della Mongolia per insegnare loro a leggere e scrivere, che però si innamora dei lupi e decide di contravvenire alle legge che ne impone l’uccisione, allevandone uno, inizialmente in segreto.ultimolupo1

Questa la frase più significativa del film, la stessa che in effetti campeggia nelle locandine su cui posa, fiero, un lupo.

«I lupi», prosegue il saggio capo, «vogliono sfamarsi da soli, è una questione di dignità, il lupo è un guerriero. E se privi un lupo della sua fierezza, se gli impedisci di uccidere, quale guerriero sarà mai?».

Frammenti di dialoghi che regalano quel minimo di contenuti necessari ad un film che, per il resto, non indugia troppo sul contesto storico, né sulla vita e le credenze dei mongoli, lasciando un po’ l’amaro in bocca quando ci si rende conto che l’epica prospettata si riduce a celebrare la figura del lupo in senso animalista, senza metterlo realmente in relazione con la civiltà mongola, che pure dovrebbe esser quanto meno coprotagonista della pellicola.

Manca forse questo, manca fortunatamente un po’ di retorica, manca l’approfondimento psicologico dei personaggi, manca il ritmo, manca una vera e propria trama, con un plot fin troppo circolare, al punto che Chen Zen, in chiusura, annuncia: «era il momento di ridiventare il ragazzo di città che non avevo mai smesso di essere».

Uscito nelle sale lo scorso 26 marzo, poco più di un mese dopo Cina e Francia, dove il film è stato prodotto, la pellicola è basata sul secondo libro più letto nella storia della Cina, “Il totem del lupo” di Jiang Rong.

«La voglia di uccidere li tortura ma non sprecheranno questa occasione per avventatezza. I lupi sono organizzati. Attendono il momento giusto. E obbediscono alla volontà del capobranco». E, soprattutto, sono creature libere, capaci di sottomettersi soltanto al Tenger (Il Cielo), nemici da rispettare come ogni avversario di valore.

Sacralità guerriera, libertà aristocratica, religiosità “pagana” negli insegnamenti di Bilig, che spiega: «I mongoli non sotterrano i propri morti, restituiscono alla steppa la carne con cui ci ha nutrito».

La sua morte è la fine simbolica di una civiltà. Il lupo e Chen Zen rimangono testimoni di un tempo, di cui però non sono stati protagonisti. E l’esperienza diretta diventa memoria.

Il lupo allevato dal giovane studente, unico sopravvissuto alla strage tra i lupi della steppa, tornato impetuosamente alla sua natura, è una fiaccola ancora accesa pronta a riappiccare il fuoco della sua tradizione guerriera. Ed allo stesso modo torna nel suo mondo il “padrone” Chen Zen.

“Nemici”, diversi per natura, nonostante entrambi si siano “contaminati” con un’identità che non gli appartiene. A ciascuno la propria vita, la propria essenza. Inestirpabile. Così Chen Zen non sposa la donna indigena di cui è innamorato, Bilig non sopravvive al cambiamento, il progressismo non cede alla tradizione.

E ad ogni passaggio, ad ogni ciclo, ad ogni contaminazione, si perde qualcosa di quello che fu.

Ed il lupo stesso destinato a rifondare la sua stirpe guerriera è pur sempre un lupo che ha perso un po’ della sua natura selvaggia, della sua identità. Niente sarà come prima. In attesa di un nuovo ciclo aureo.

ultimolupo4«Comandare non contempla l’essere amati, a volte si deve obbedire a degli ordini, anche contro il nostro cuore», commenta il delegato governativo dopo aver fatto uccidere l’ultimo branco di lupi, con una frase da cui traspare un determinismo che, forse, non è rivolto tanto a giustificare moralmente il burocraticismo ed il materialismo di ispirazione progressista e matrice comunista alla base del “disordine” che egli rappresenta, quanto a collocarlo metastoricamente in un fase in cui la fine è a sua volta preludio ad un nuovo inizio, così come la morte alla resurrezione. E’ necessario che tutto accada, anche il male. Anche il Kaliyuga.

Milano, apre il Mudec e va in scena l’Africa

mudec_2_webE’ stato aperto al pubblico ieri, 27 marzo, il Mudec (Museo delle Culture) insieme alla prima esposizione, “Africa. La terra degli spiriti”, che potrà esser visitata fino al 30 agosto e che affianca “Mondi a Milano. Culture ed esposizioni dal 1874 al 1940”, un percorso che parte dal decennio successivo all’unità d’Italia ed arriva a comprendere quasi interamente gli anni del fascismo facendo quasi da introduzione ad Expo 2015.

Un museo concepito come organismo vivente, questo il progetto nelle intenzioni dei suoi promotori (Comune di Milano e Gruppo 24 ORE ), funzionale al «dialogo con le comunità presenti sul territorio per dare ampia espressione alla pluralità delle culture che lo abitano e restituirne la complessità»[1], che vedrà infatti la collaborazione con l’Associazione Città Mondo, attraverso una convenzione che permetterà a quest’ultima di gestire lo “Spazio Attività Organizzative” e lo “Spazio Polivalente”, il laboratorio creativo e culturale del Mudec.

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Sala conferenze, dunque, ma anche un auditorium da trecento posti, bistrot, design store, laboratorio di restauro e spazio dedicato ai bambini e biblioteca con un patrimonio librario di 4mila monografie: ecco il frutto di oltre un decennio di attesa, fin da quando, nei primi anni Novanta, il Comune acquistò la zona ex industriale dell’Ansaldo e i suoi 17mila metri quadrati di proprietà, dove adesso è di scena il continente africano.

L’Africa e i suoi colori, l’Africa e i suoi suoni, l’Africa e, soprattutto, la sua diversità.

Un’esposizione che non stupirà per i contenuti, ma farà certamente riflettere sulla scarsa conoscenza della sua storia ed espressioni artistiche nella loro complessità.

“Terra degli spiriti”: un titolo che non poteva render meglio l’idea di un continente le cui opere qui esposte, dal Medioevo al secolo scorso, conducono dritti nel mondo delle tribù, di un misticismo tellurico simil-pagano che rende giustizia dell’identità di una realtà perfettamente complementare a quella europea.

Legno e bronzo, duecentosettanta esemplari soprattutto scultorei, per una mostra curata da Claudia Zevi, azzeccata nello stile espositivo e nelle luci, per nulla banale nella scelta dei pezzi esposti, tra i quali l’olifante d’avorio con lo stemma dei Medici e i cucchiai delle antiche collezioni medicee di Firenze.

mudec_1_webDal Congo al Mali alla Nigeria, storie di imperi pressoché sconosciuti, di un mondo esotico nel cui immaginario l’europeo è visto sempre (giustamente) come altro da sé e di una religiosità fortemente legata alla terra più che al “cielo”.

Storie ed impressioni che ci parlano di identità, di una diversità meravigliosa in quanto tale e del rischio distruttivo che comporta l’omologazione globale a fronte di un’economia predatoria e di un’immigrazione/emigrazione di massa che è fonte di sradicamento – letteralmente perdita delle radici.

Il Mudec, progetto rivolto appunto alle «comunità presenti sul territorio», è in realtà fonte di profonde riflessioni sul significato di “integrazione”. Paradigmatici, del resto, i versi che chiudono l’esposizione:

“Sono figlio della Guinea,

sono figlio del Mali,

nasco dal Ciad o dal profondo Benin,

sono figlio dell’Africa…

Addosso ho un grande bubu bianco.

E i bianchi ridono vedendomi

trottare a piedi nudi

nella polvere della strada.

 

Ridono.

Ridano pure.

Quanto a me, batto le mani

e il grande sole dell’Africa

si ferma sullo Zenit

per guardarmi e ascoltare.

E canto e danzo.

E canto e danzo”.

 

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[1] http://www.mudec.it/

“Cinquanta sfumature di grigio”: ecco perché valeva la pena recensirlo

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«Non di rado la sofferenza fisica nell’amore attrae più della blandizia»
, scriveva giustamente Gabriele D’Annunzio ne “Il piacere”.

Certamente non si sarebbe mai aspettato di vedere questa sua considerazione interpretata sul grande schermo alla maniera dei forse incolpevoli attori Jamie Dornan e Dakota Johnson, protagonisti dello sforzo cinematografico (ci auguriamo non eccessivo) di Sam Taylor-Johnson.

Perché «Cinquanta sfumature di grigio» è, in estrema sintesi, una soap opera travestita da pellicola erotica (pure un po’ censurata), con una sceneggiatura grottesca ai limiti del trash e l’approfondimento psicologico di un cartone animato.

A salvarsi soltanto la fotografia, a tratti la stuzzicante e simpatica scena della trattativa pre-contrattuale al tavolo da lavoro e gli azzeccatissimi – senza ironia – ultimi due secondi del film.

Sarà che a quel punto uno non vede l’ora che l’agonia finisca ed apprezza una chiusura che, inaspettatamente, taglia corto o perché il finale – per fortuna non banalmente lieto – risulta metaforicamente perfetto nella sua rappresentazione, ma si tira un sospiro di sollievo quando, aspettandosi ulteriori banalità, si finisce invece ad apprezzare la scelta tecnicamente più fine in 125 minuti di proiezione.

Vi chiederete, legittimamente: ma, dopo tutto, valeva la pena di recensire «Cinquanta sfumature di grigio»?

Certo, che fosse un film per adolescenti finte alternative o casalinghe in cerca di evasione lo si poteva intuire anche senza vederlo, tant’è che ci siamo risparmiati decisamente il libro e starà a voi valutare eventualmente se le colpe sono da attribuire integralmente alla trasposizione cinematografica (l’impressione, a sentire chi lo ha letto, è proprio questa) o meno. Ma qui vale la regola del Festival di Sanremo: se tutti ne parlano come di un grande evento, allora tocca turarsi il naso ed andare a vederlo, così da poter contrastare con cognizione di causa l’ondata di sopravvalutazione ed interesse nei confronti di un’opera che ha il solo merito di un grande lavoro di marketing.

D’altronde, si tratta di un film i cui temi – trasgressione, rapporto uomo donna, violenza ed eros – sono sulla carta “sociologicamente” rilevanti tanto quanto l’interesse stesso che ha suscitato.

Dunque si, probabilmente, soltanto in questa funzione, ne valeva la pena, anche se, cinematograficamente parlando, era meglio accontentarsi del trailer. In ogni caso, questo è quanto.

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Anastasia Steele, giovanissima laureanda in letteratura inglese, un po’ goffa e ingenua fino all’inverosimile, è ancora vergine (ma questo non lo si scopre subito fortunatamente: la banalità viene diluita nel tempo) ed in sala nessuno si spiega come sia possibile dal momento che per poco non ha un orgasmo appena conosciuto, in occasione di un’intervista, il miliardario Christian Grey e, fattosi più intimo il rapporto, suscita l’invidia di tutte le donne presenti in sala quando comincia ad ansimare forte già al contatto del suo braccio con una corda.

La madre al quarto matrimonio, occhi azzurro cielo, un accenno di lentiggini, Anastasia è il tipico soggetto da favola romantica, eccessivamente Bridget Jones quando cade ai piedi del futuro amato al primo inconsapevole incontro, inetta fino ai confini del surrealismo nell’intervistare un affascinante Grey, dal quale lei, colta studentessa e dipendente di una negozio di ferramenta, si fa intimidire da appena un paio di risposte sensate e un po’ presuntuose messe una dopo l’altra e da quel tocco di arroganza che le fa capire cosa desidera in fondo veramente: un uomo che la tratti male.

«Casta che sogna d’esser puttana», come cantava Guccini, Anastasia finisce così per incarnare il femminismo al suo ultimo stadio, quello del ciclico e inevitabile ritorno all’uomo dominatore ma in forma di farsa, la rivoluzione sessuale giunta al suo momento reazionario.

E non certo per le sei frustate che rappresentano il massimo della trasgressione nel film, per qualche simpatica sculacciata (un po’ di sano spanking non fa male a nessuno) o per la cravatta stretta attorno ai polsi della ragazza che, ad un certo punto, sembra magicamente trasformata, sbocciata e sicura di sé nel desiderio di farsi usare come cavia da laboratorio per il test di una vasta gamma di oggetti più o meno ferrosi da inserire o applicare in ogni dove.

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Farsesco è l’atteggiamento di lui, maschio alfa da copione di serie adolescenziale, con scontati scheletri nell’armadio della sua infanzia che lo hanno trasformato nella bella copia del Grinch o dello Scrooge di Dickens. Abusato da una insaziabile milf fin dalla tenera età di 15 anni, con una madre che si faceva di crack, rappresenta il duro di successo, ma in chiave moderna e mentalmente disturbata, che lo libera da ogni alone idealistico/romantico.

Farsesco è il contratto sulle pratiche sessuali consentite e i particolari da negoziare, che ha quanto meno dimezzato la potenziale carica erotica del film, residuo di una realtà da cui purtroppo, questa volta, non si discosta molto, salvo per il fatto che quando robe del genere vengono mostrate in un servizio delle Iene, nella squallida normalità del quotidiano, suscitano riso e scherno, mentre fanno tutt’altro effetto nella cornice di elicotteri, case ed auto di lusso ed una ricchezza inaccessibile ai più e che rappresenta il vero ingrediente afrodisiaco per donne allo stato brado, attratte da gioielli e potere.

Farseschi sono alcuni dialoghi, che del resto suscitano ilarità in sala: «Farai l’amore con me adesso?», implora la vergine, «Io non faccio l’amore: io scopo, forte», risponde lui con fare da macho, che poi si ritrova a far l’amore più classico lui sopra lei sotto prima di riuscire a incatenarle i polsi soltanto a tre quarti del film.

Farsesca è persino la situazione creata per dar vita all’incontro: una intervista per un giornale studentesco che diventa così importante da dover allestire in un secondo momento un set fotografico apposito per rimediare un’immagine non protetta da copyright, ma a cui lei va al posto della coinquilina (!) del tutto impreparata ed impacciata come fosse una tredicenne, quasi quanto nell’ultima ed improvvisata domanda strappalacrime.

Farsesco è il secondo incontro in ferramenta, tra doppi sensi forzati ed un pathos che scoppia improvviso e contrasta con il formalismo dei dialoghi di pochi istanti prima: «Non sono l’uomo per te» e via ad un tentativo di addio drammatico, che riesce a far sorridere ancora una volta il pubblico.

Farsesca è la banalità che opprime la trama, la chiamata da ubriaca dopo l’addio di un perfetto sconosciuto, l’arrivo da super-eroe ossessivo-compulsivo, l’amico sfigato e premuroso che lei reputa un fratello a tal punto che quasi prende le botte da lui senza motivo senza che lei abbia nulla da ridire.

Farsesca è la completa assenza di personalità di Anastasia fino alle ultime scene: «Non c’è niente di interessante da sapere sulla mia vita», esordisce novella Cenerentola, con voce rotta da un perenne senso di inadeguatezza.

Triste è constatare l’innaturalezza e l’artificialità di una pretesa trasgressione che poi trasuda moralismo e romanticismo represso da tutti i pori: «So quanto può spaventare, avevo paura anche io all’inizio», confessa ad esempio lui a lei che pare cadere sempre dalle nuvole (probabile sia sfuggita l’ambientazione negli anni Trenta).

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«Nel Kama-sutra di Vatsayana»scriveva Evola in “Metafisica del sesso” già nel ’58, «a parte una considerazione dettagliata della tecnica dei morsi, dell’uso delle unghie e di altri accorgimenti dolorosi nell’amore […], è interessante l’accenno ad un possibile effetto erotogeno-magnetico oggettivo provocato dalla vista dei segni corrispondenti rimasti sul corpo».

Ne “L’insostenibile leggerezza dell’essere”, d’altronde, anche Kundera scriveva: «L’amore fisico è impensabile senza violenza».

Niente di nuovo, dunque, se non fosse per lo strato di modernità che ha ricoperto secoli in cui eventuali pratiche simili non necessitavano di noiosi contratti e preparativi, spiegazioni e negoziazioni e non sconfinavano nel disturbo mentale.

«E’ interessante notare», scrivevamo infatti in un vecchio articolo («L’attrazione erotica come conquista e violazione», https://rivoluzioneromantica.com/2013/10/01/lattrazione-erotica-come-conquista-e-violazione-lerotismo-di-kali/), «come il tema in effetti ritorni molto spesso nella letteratura, a conferma di questa latenza implicita e che, si badi, solo in quanto latenza rimane nell’alveo di quell’equilibrio dinamico di cui sopra», equilibrio che è rappresentato da un «conflitto misurato», simbolico, in cui  «ogni feticismo non è altro che l’estremizzazione di una latenza comunemente e normalmente presente».

Una latenza necessaria all’Eros che è essenzialmente conquista, ma che non è paragonabile al feticismo disturbato stile Peppe Fetish da Napoli nei video in cui annusa piedi femminili, estremizzando la latenza rappresentata dal naturale potenziale erotismo del piede femminile e trasformandosi ovviamente in un fenomeno da baraccone del web.

Il confine non è mai la morale, pertanto un confine in quanto tale non c’è. E’ sempre, come in ogni cosa, una questione di naturalezza, senso del ridicolo ed autenticità. Se la trasgressione diventa consapevole, regolata, ricercata, studiata e razionalizzata, ha già perso gran parte della sua trasgressività. La trasgressione meno scenica e pensata, più selvaggia e divertente, succede e basta e quasi sempre non è fine a se stessa.

Van Gogh a Palazzo Reale: il pittore contadino

van-gogh-Paesaggio-con-covoni-di-grano-e-luna-crescenteLuci basse. Soffuse. Toni scuri. Pochi colori. Il van Gogh che non t’aspetti a Palazzo Reale. Le colorazioni vivaci sono ancora di là da venire. Una lunga fila sotto la pioggia, coda di ombrelli. Il Duomo di Milano, a pochi metri, restituisce maestosità. L’allestimento regala intimità. Il silenzio dona concentrazione. Il volto di un pescatore segnato dal tempo e dalla fatica. Contadini ricurvi. L’uomo e la terra. “Nidi umani, quelle capanne nella Brughiera e i loro abitanti”. Emozionano l’artista e chi guarda. Fingono raccoglimento. Forse lo auspicano. E’ ricerca del vero nella terra. “Se si vuole crescere bisogna affondare le radici nella terra”. Vita rurale ed insegnamenti esistenziali. “Imparare la pazienza guardando il grano salire lentamente”. Ma ogni idealizzazione è assente. La rappresentazione non é idilliaca. C’é realismo. Quella ricerca costante del vero che non gli fa amare troppo gli impressionisti né l’appellativo di ‘simbolista’. La sua pittura è tributo al lavoro. Alle mani callose. Sacro rispetto della fatica. “Un quadro di contadini non deve diventare profumato”. Finché, in chiusura, un cielo immenso si prende la scena. Diviene quasi unico protagonista. Esplode di colori, mentre la luna si appresta a riempirlo illuminando un campo di grano. E’ l’estasi visionaria del pittore olandese. L’omaggio del firmamento alla vita contadina. Ai covoni di grano depositati quasi come su un altare.

La tecnica é tutt’altro che omogenea. A tratti ingenua, semplifica troppo. A volte più esperta e fedele disegna emozioni. Jean Francois Millet, sua fonte d’ispirazione pittorica, è presente nei temi, non nel tratto, tutt’altro che delicato, quasi sempre brutale, secondo una definizione che ritorna spesso.

Una pittura integrale. Traspare l’animo. Forse la sovrasta. L’umiltà di una ricerca costante. Di uno studio continuo della tecnica.

E’ un Vincent bambino, capriccioso, folle, disordinato, illuso.

“Non posso farci niente se i miei quadri non si vendono. Verrà il giorno, però, in cui la gente capirà che valgono più del costo del colore e della mia vita, alla fine molto misera, che ci stiamo investendo”.

Un pittore bambino, un pittore contadino che, forse per caso, forse no, forse per la sua riconoscibilità, è diventato uno dei pilastri dell’ arte figurativa contemporanea. Anche se il segreto, probabilmente, è osservare un suo dipinto come se avesse appena raccolto la sua tela, i suoi pennelli, lì tra i campi, ad opera appena compiuta. Lì è il vero, lì è anche il vero van Gogh che, di là dal mito divenuto, egli auspicherebbe scorgessimo.

Chi sono i padroni del mondo?

padroni del mondoPOCO meno di duecentosessanta pagine edite da Chiarelettere e scritte da Luca Ciarrocca, direttore del giornale online Wall
Street Italia: si tratta di ‘Padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle
popolazioni’, giunto alla terza ristampa in appena quarantacinque giorni.

Un successo meritato e, nonostante titolo e sottotitolo sembrano associarlo alle più forzate teorie complottiste, privo di fronzoli. Un testo rigoroso, ricco di dati, analisi, riflessioni ed una unica certezza: togliere la sovranità monetaria alle banche commerciali, che la detengono di fatto.

Insomma, nessun panciuto finanziere ebreo, nessuna riunione di incappucciati, in breve, niente di non documentabile e superfluo. Ciarrocca, invece, fa di più e di meglio: va al sodo e mostra un dominio che è nei dati, negli incroci delle proprietà societarie, nelle truffe finanziarie legali (una su tutte, la famosa riserva frazionaria) e illegali, a danno della sovranità dei popoli e di un’economia sana.

Punto di partenza è la crisi del 2008, crisi sistemica sistematicamente irrisolta secondo Ciarrocca, che individua nella questione delle «Tbtf» (too big to fail – banche troppo grandi per fallire) e nella pericolosa interconnettività di un potere economico eccessivamente concentrato nelle mani di pochi i nodi principali di questa crisi che rischia di esplodere in una nuova, catastrofica, bolla speculativa entro il 2018.

«I mercati finanziari», scrive citando l’economista Andrea Fumagalli, «non sono qualcosa di etereo e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia. Lungi dall’essere concorrenziali, si confermano fortemente concentrati e oligopolistici: una piramide che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70 per cento dei flussi
finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva».
«Se i mercati finanziari sono come greggi», scrive, «allora occorre individuarne i caproni che li guidano.» «Le piccole banche», sottolinea «hanno un potenziale pressoché nullo di innescare un rischio sistemico, ma sono anche scarsamente esposte alla bancarotta». Le Tbtf, invece, accentrano il potere economico ed, allo stesso tempo, costituiscono un rischio troppo alto per la società, alimentando un circolo vizioso di salvataggi, inefficienza e «azzardo morale». Ecco perché Ciarrocca adombra in diverse occasioni l’idea di smembrare queste grandi banche, che sono in fin dei conti quelle ventotto che il Financial Stability Board di Basilea 3 ha individuato appunto come «Systemically Important Financial Institution». Istituti di credito (tra cui figura, unica italiana, UniCredit) che, secondo gli standard di Basilea 3, per affrontare nuovi shock sistemici entro il 2018 «non hanno bisogno
di una semplice iniezione di liquidità ma di mezzi pari a tre volte gli utili accumulati».

Altro che fuori pericolo: la prossima tempesta rischia di esser senza ritorno. Così, passando per lo «scandalo Libor», truffa ventennale sui tassi di interesse tesa a «truccare uno dei motori centrali del capitalismo finanziario», Ciarrocca arriva a mostrarci «Il lato oscuro del capitalismo»: dal sistema bancario ombra («cruciale nel formare e alimentare la superbolla che poi provocò il crollo delle piazze finanziarie nel 2008») ai paradisi fiscali («La sconveniente verità è che i più grandi gruppi (le solite Tbtf) sono parte attiva nelle operazioni di fuga di capitali »; «i paradisi fiscali sono infatti la faccia meno conosciuta, ma più centrale, della rete finanziaria mondiale»), fino, ovviamente, alla massa dei derivati («gioco d’azzardo puro», «trucco contabile per imbellettare i bilanci») da «637 trilioni di dollari, cioè circa dieci volte il Pil mondiale». Giochi d’azzardo senza copertura. Un castello di carta: ecco il capitalismo finanziario.

Ma il clou è nella riproposizione di uno studio del Politecnico federale di Zurigo («The Network of Global Corporate Control») che mappa il potere finanziario, confermando l’esistenza di una «cupola» al comando: una cinquantina di aziende che «controllano il 40 per cento del valore economico e finanziario di 43.060 multinazionali globali» e 1.318 aziende che «nonostante rappresentino appena il 20 per cento del fatturato operativo totale, attraverso i vari incroci azionari, sono di fatto proprietarie della grande maggioranza delle blue chips, cioè dei colossi manifatturieri quotati in Borsa, i big dell’economia reale, e accentrano su di sé il controllo di un ulteriore 60 per cento dei fatturati globali».

«La maggior parte delle multinazionali globali», conclude, «fa capo a una sorta di “cupola” […] formata nel suo nucleo centrale da appena 147 società. Il comando sull’economia globale è ancora più ferreo poiché questa superentità governa il 40 per cento dell’intera ricchezza del network delle 43.060 aziende».

Come anticipavamo, nessun complottismo, è tutto molto chiaro: «la cupola non è il risultato di una colossale cospirazione di illuminati attuata con diabolica strategia, quanto un corollario oggettivo di decisioni che si producono per via di un’interazione parcellizzata di migliaia di interessi utilitaristici». Insomma, un dato di fatto. Leggi antitrust, limitazioni degli incroci proprietari, queste alcune idee per intaccare questa pericolosa «interconnettività».

Ma al suo obiettivo Ciarrocca giunge dopo una rapida spiegazione della riserva frazionaria, attraverso la quale «le banche creano denaro dal nulla». È nel segreto dell’emissione monetaria fondata sul debito («il denaro non nasce fino al momento in cui non viene prestato») il fondamento dell’abbattimento dell’attuale capitalismo. Ed è per questo che il direttore di Wall Street Italia ripropone integralmente la proposta del movimento «Positive Money»: conversione degli attuali depositi bancari in «conti operativi», senza interessi ma garantiti inutilizzabili dalla banca per effettuare prestiti, investimenti, ecc.; creazione di «conti investimento», destinati invece alle suddette operazioni, concordando rischio, interessi e percentuale garantita dalla banca col cliente stesso (senza il trucco della riserva frazionaria); emissione di moneta da parte della banca centrale sulla base del fabbisogno indicato ogni anno da un’agenzia indipendente ed in base ai limiti stabiliti dal governo per i tassi di inflazione. La nuova moneta di fatto si sommerebbe alle entrate fiscali e sarebbe utilizzata per la spesa pubblica. Ed il nuovo denaro, anziché nascere come debito, ne sarebbe finalmente libero.
Queste, dunque, le conclusioni di un testo certamente consigliabile, che ha il merito della chiarezza e della sobrietà, ma che a tratti trasmette addirittura l’impressione che manchi qualcosa. In fondo, si tratta di un’opera che documenta verità non nuove, limitandosi ad aggiungere qua e là dati interessanti sui «poteri forti» e riproponendo al pubblico italiano una proposta forse poco conosciuta all’interno dei confini nazionali. In ogni caso, averlo nella propria libreria non è certo sconsigliabile.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, febbraio 2014

In aumento gli errori nelle pubblicazioni scientifiche, il carrierismo corrompe la ricerca

provette_colIl controllo, l’approfondimento e la verifica delle notizie in ambito giornalistico ha risentito in maniera evidente di un contesto in cui l’informazione per sopravvivere deve adeguarsi a tempi sempre più veloci e ad un mercato sempre più competitivo.
Nell’ambito della ricerca scientifica i risultati, in termini di superficialità tendenziale delle pubblicazioni, non sono a quanto pare diversi.

A denunciarlo “The Economist” attraverso due inchieste “allarmanti” pubblicate nel mese di ottobre: «Troppe scoperte – denuncia il quotidiano britannico – sono il risultato di esperimenti poco accurati o di analisi inadeguate. Chiunque investa nelle biotecnologie sa che già che metà degli studi pubblicati non sono ripetibili».

Posto che è esattamente la ripetibilità dei risultati il fondamento della scienza moderna, appare evidente che ci troviamo di fronte ad un abbassamento del livello della ricerca, spesso funzionale ad interessi privati più che a quelli della pura scienza.

E’ il caso di sottolineare perciò qualche altro dato di rilievo: «Nel 2012 i ricercatori dell’azienda biotecnologica Amagen hanno scoperto che erano in grado di replicare solo sei dei loro 53 studi oncologici “fondamentali”. Un’équipe della casa farmaceutica Bayer è riuscita a ripetere solo un quarto di 67 esperimenti altrettanto importanti. Un noto informatico lamenta il fatto che tre quarti degli articoli pubblicati nel suo settore sono fesserie. Tra il 2000 e il 2010, circa ottantamila pazienti hanno partecipato a test clinici basati su studi che poi sono stati ritrattati a causa di errori o di procedure inappropriate».

Nella fretta di fare notizia tutto fa brodo, sgomitando per far carriera l’approfondimento è rischiosa perdita di tempo, nell’ansia della scoperta la verifica diventa dettaglio.
È la superficialità che dilaga, la frenesia che fa sistema, l’apparenza che premia.

Una situazione che, tra parentesi, pare trovare riflesso nella mania dei sondaggi a buon mercato sempre più frequenti, che umiliano la statistica ignorando criteri e metodi scientifici quanto alla formazione del campione, alla sua ampiezza, ecc. L’importante, ormai, è che se ne parli, tanto più che il sondaggio nell’ agone politico, con la cassa di risonanza dei media, contribuisce alla creazione della notizia, del dibattito, plasmando e indirizzando l’opinione pubblica in realtà ancor prima di analizzarla.

Ma, tornando al tema generale, è chiaro che la concorrenza di sei o sette milioni di ricercatori è una cifra troppo alta per permettersi il lusso di ammettere un errore.
Tanto che, alla luce di una percentuale pari al 90% di lavori rifiutati dalle riviste specializzate, «un ricercatore su tre sa di un collega che ha reso più interessante un articolo escludendo dai risultati i dati scomodi», mentre soltanto il 14% delle pubblicazioni si occupa di smentire le ipotesi scientifiche rivelatesi false.

Per coglierne l’importanza, però, basti pensare che una di queste, ad esempio, è servita alla rivista Plos One per annunciare alla comunità scientifica, nell’aprile 2013, che «nove diversi esperimenti non erano riusciti a riprodurre i risultati di un celebre studio del 1998» riguardo il priming, «l’effetto piscologico secondo cui l’esposizione a uno stimolo influenza la risposta agli stimoli successivi».

Dal “regno della quantità”, probabilmente, non si poteva pretendere una scienza più accurata, né uno scienziato deontologicamente più corretto. “Segni dei tempi”.

Se il surf di Pound è la via libertaria al fascismo

ezrafasurf«Si vorrebbe Pound libertario anziché fascista, laddove, piaccia o non piaccia, egli fu libertario e fascista».

È forse in questa frase la chiave di lettura di «Ezra fa surf», ultima fatica letteraria di Adriano Scianca, giornalista e responsabile culturale di CasaPound, pubblicata dalle edizioni Zero91 con la premessa di Pietrangelo Buttafuoco.

Un titolo che, al di là dei rimandi musical-cinematografici, trasmette un’immagine chiara: «Pound fa surf perché è più fresco, libero, originale, rivoluzionario di tutti gli scribacchini alla moda», come spiega lo stesso autore. E pur nascondendo significati «alti» («surfare sulle contraddizioni del presente», spiega ancora Scianca in un’intervista, «ha un po’ il senso del “cavalcare la tigre” evoliano, essere nella modernità ma lottare per un’altra modernità») cerca volutamente il pubblico.

Pound, aggiunge infatti l’autore, «disprezzava la cultura elitaria che per parlare di presunte “cose alte” si rifugia nell’astrusità, rinunciando quindi al necessario compito educativo dell’artista. L’offesa più grave che potesse rivolgere a qualcuno era “snob“».

Snob come Lello Voce, che su «Il Fatto Quotidiano» si cimenta in una prova di desolante superficialità letteraria, «recensendo» il libro senza forse neanche averlo letto, stando ai commenti concentrati sulla prefazione di Buttafuoco e su CasaPound, che come al solito «va chiusa» ed «istiga al razzismo».

Unica nota di rilievo: il presunto cortocircuito tra l‘opposizione di Pound a chi fabbrica «guerre in serie» ed il sostegno ad un regime che quelle guerre le avrebbe prodotte.

Ovvietà che nel libro sono ampiamente chiarite. Infatti, senza considerare che «durante la guerra d’Etiopia esprime sostegno al regime», è indubbio che l’antimilitarismo di Pound, un apparente «elemento di discrasia dalla visione del mondo fascista», non gli impedisce di riconoscere al regime una sorta di «diritto alla resistenza» nei confronti delle «plutocrazie».

Tanto più che Scianca, riportando alcuni passi di Tarmo Kunnas e facendo riferimento al suo paragone con le «”tendenze pacifiste” di Brasillach, Céline, Drieu La Rochelle», segnala: «Nel suo pamphlet politico afferma che né il disarmo né un pacifismo morboso sono necessariamente le migliori garanzia della pace. Sebbene dichiari di non amare le guerre, ammette alcuni “effetti positivi” della prima guerra mondiale […]. La sua simpatia per l’eroismo non è molto lontana dal militarismo. […] Pound attaccava più che la guerra in sé, il carattere mercantile della guerra in corso».

Non certo un «pacifista integrale», come dimostra peraltro la cosiddetta «Sestina Altaforte»: «Maledica per sempre Iddio quelli che gridano “Pace”!».

«La sua condanna del fatto bellico», conclude Scianca, «come frutto di meccanismi speculativi indotti dalla grande finanza può tranquillamente coesistere sia con un elogio del valore guerriero che con il riconoscimento della necessità di difendersi con le armi dall’usurocrazia».

Ancora una volta, dunque, Pound libertario e fascista. Accanto ai popoli contro l’oppressione di «usura» e nello stesso tempo autore di versi come: «Ho nostalgia di gente del mio stampo/e il volgo non mi tocca».

Perché anche qui: «non c’è contraddizione […]: la sintesi alchemica fra spirito popolare e anima aristocratica è un topos che si riscontra spesso nella pubblicistica fascista». Era stato proprio il Duce, del resto, a chiarire: «Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente».

Quindi, Pound fascista nonostante le contraddizioni, esattamente a causa delle «contraddizioni» proprie alla visione anti-ideologica fascista, che coniugava animo futurista e spirito romano. Una prospettiva che in effetti il responsabile culturale di Cp sottolineava anche nel suo «Riprendersi Tutto» con riferimento al «futur-arditismo».

«Come e perché il pensiero di Pound salverà il mondo». Ecco infine nel sottotitolo la sua attualità, con la denuncia del precariato e della flessibilità che sposta l’attenzione dal teorico al fatto concreto e con le sue posizioni anti-liberiste mai banali, cui Scianca giunge premettendo un’utile analisi del «gran casinò finanziario» che è alla base dell’economia capitalistica odierna, il cui modello incentrato sul libero mercato vacilla visibilmente e culmina nella crisi del debito. Nella società fondata sul debito.

Un testo – per concludere – che tenta con rigore di far luce sugli aspetti controversi del dibattito su Pound compiendo appieno la sua missione: nelle 319 scorrevoli pagine di «Ezra fa surf», l’ «Omero del Novecento» rivive suscitando l’interesse di chi lo non conosce ma soddisfacendo al tempo stesso la curiosità letteraria di chi ha già un debole per il poeta di Haley.

Quanto alle polemiche sull’adesione al fascismo ed il suo ipotizzato (in realtà mai consumato) allontanamento, la presa di posizione è netta: non si trasformi il poeta in altro da sé soltanto per poterlo annoverare nel club dei grandi. E soprattutto: «i discendenti politici dei suoi carcerieri non pretendano di dare lezioni di poundismo ai figli spirituali dei suoi vicini di cella».

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, dicembre 2013 *

* l’articolo è stato pubblicato con il titolo “La via libertaria al fascismo”; qui si è preferito mantenere la proposta originaria di titolazione.

Il papa, Odifreddi e le larghe intese di una fede profana

napolitano sinagoga“Negli ultimi duemila anni, i legami tra la Chiesa cattolica e gli ebrei non erano mai stati così buoni”. A parlare, in occasione di un incontro in Vaticano nel settembre scorso, è Ronald Lauder, presidente del World Jewish Congress. Durante l’incontro pare che papa Francesco si sia speso molto anche per la risoluzione dell’annoso problema relativo alla macellazione “koscher” (rituale ebraica) degli animali, spesso vietata in Europa.

“Il papa che conduce il dibattito a questo livello – afferma invece Menachem Rosensaft, professore ebreo americano – significa che ci avviamo, com’è auspicabile, verso un’integrazione della memoria dell’Olocausto non solo nel quadro teologico ebraico, ma anche tra gli insegnamenti cattolici. Forse, allora potremo andare avanti insieme”. Rosensaft ha avuto in questi giorni uno scambio “epistolare” con papa Francesco che ha fatto il giro del mondo.

Le parole di Rosensaft seguono alle parole di risposta del papa a lui indirizzate, in seguito ad una riflessione inviata al Vaticano sulla “possibilità della presenza di Dio durante la Shoa”, come scrive il Washington Post.

La questione teologica per eccellenza (l’esistenza di Dio nonostante il male) qui acquisisce un senso nuovo e finisce per rappresentare non un’ingiustizia all’interno della storia, ma l’ingiustizia per eccellenza in una storia che è, dunque, storia sacra.

Un concetto che viene da sé, dal momento che il quesito generico necessita in questo caso di essere superato da uno più specifico, in relazione al comportamento ed all’eventuale assenza di Dio in quel preciso momento storico [rispetto ad un’assenza  che sarebbe poi inesistenza, visto che Dio è eterno, perciò è oppure non è – ciò che un papa ed una fede dovrebbero considerare come un dato ‘a priori’].

“In ambito ebraico – scrive ancora il WP -, la risposta alle questioni teologiche sollevate dalla Shoah ha spaziato da un rifiuto dell’esistenza di Dio nell’insegnamento di alcuni ambienti ultra- ortodossi che vedono l’Olocausto come una punizione divina”, fino ad altre per cui l’orrore, che questi ultra-ortodossi attribuiscono in qualche modo ad un Dio vendicativo veterotestamentario, è invece da attribuire ad un Male personificato nella storia di cui gli ebrei sono gli agnelli sacrificali.

In entrambi i casi, si tratta di storia sacra.

“La memoria della Shoa” è il “fondamento stesso della costruzione dell’identità europea”, ha invece commentato, a ridosso delle frasi del matematico di sinistra Piergiorgio Odifreddi sulle camere a gas, il giornalista e critico televisivo Aldo Grasso.

“Non entro nello specifico delle camere a gas – aveva detto Odifreddi in merito alle frasi di Priebke al riguardo – perché di esse so appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal ‘ministero della propaganda’ alleato nel dopoguerra, e non avendo mai fatto ricerche, e non essendo uno storico, non posso fare altro che ‘uniformarmi’ all’opinione comune; ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato”.

Nel frattempo, pochi giorni fa, con un colpo di mano, si è tentato di approvare in tutta fretta una legge per punire anche in Italia quello che viene definito ‘negazionismo’ – ovvero quel filone della ricerca storica che mira ad approfondire i dettagli ‘rivelati’ della persecuzione degli ebrei in Germania – e con esso i suoi sostenitori.

I grillini hanno stoppato la corsa della legge – che grazie alle larghe intese non avrebbe dovuto passare dal Parlamento – e tutti gli hanno urlato contro. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in sinagoga pochi giorni fa, era infatti tra i maggiori tifosi dell’iniziativa.

In un paese dove si discute su tutto, abbiamo individuato ciò che sta al di sopra degli schieramenti, ciò che non è ‘divisivo’ e che cementa le larghe intese.

E, per ‘naturale’ conseguenza, abbiamo un pezzo di storia che si fa legge. Ed una legge che non si limita a punire un reato ma, sul modello delle società arcaiche, in cui la norma rappresenta anche la volontà divina e violarla vuol dire commettere un’azione sacrilega, intende dividere tra buoni e cattivi, tra chi ha diritto ad un funerale e chi no, chi è uomo e chi un ‘non-uomo’, così come ha titolato ‘Il Fatto Quotidiano’ sul caso Priebke.

Ed, anzi, è proprio per questo che nasce, per togliere diritti ai ‘cattivi’. Il reato stesso viene creato su misura del cattivo. Esiste concettualmente prima il cattivo e poi il reato, ciò che è essenziale cogliere e che contravviene a qualsiasi concetto ‘moderno’ e ‘laico’ di diritto.

Nel frattempo, come visto, abbiamo chi sostiene il fondamento della stessa Europa, non solo sulle ‘radici giudaiche’, storicamente opinabili, ma addirittura la costruzione della sua identità attorno a questo pezzo di storia. Un altro concetto storicamente opinabile, del resto, dal momento che l’Europa si afferma come idea già in seguito alla prima guerra mondiale.

Ma ciò che conta è la percezione stessa che la persecuzione ebraica abbia avuto un ruolo. Perché vuol dire che, di fatto, ha finito per averlo seriamente un ruolo, oggi.

E non c’è da stupirsi che sia sorta questa ‘mitologia’ se, comprensibilmente, l’ebraismo conferisce una struttura teologica a questo pezzo di storia mentre il papa della Chiesa cattolica, meno comprensibilmente – e non certo per primo (non è stato lui a tirar fuori la storia dei ‘fratelli maggiori’ ed il Concilio Vaticano II è un fatto storico) -, contribuisce a teologizzare un evento in cui quello degli ebrei, sacralizzandosi, sembra porsi sullo stesso piano del sacrificio cristico.

Ecco perché la politica fatica a cogliere lo scempio di introdurre un reato di opinione che imponga la storia a suon di galera. Si tratta di una politica che legifera sull’onda di entusiasmi momentanei e dogmi simil-religiosi. Come dimostra il momento scelto per far approvare la legge, con il caso Priebke al centro del dibattito e la ricorrenza del rastrellamento degli ebrei romani che richiedeva di far approvare il provvedimento proprio in quella data.

Ed ecco, probabilmente, perché un matematico come Odifreddi, laico per eccellenza, uno che scalpita istintivamente quando ha a che fare con il sacro e con i dogmi religiosi, avverte questa contraddizione al contrario di molti altri. Perché è questo che la persecuzione ebraica ha finito per rappresentare in Occidente: una storia, una legge, una fede, che non hanno nulla a che fare con la scienza, il diritto e la laicità.

La gabbia del “monopolio radicale”: la società industriale nell’analisi di Illich

illich«La disassuefazione dallo sviluppo sarà dolorosa. Lo sarà per la generazione di passaggio, e soprattutto per i più intossicati dei suoi membri. Possa il ricordo di tali sofferenze preservare dai nostri errori le generazioni future».

Così, apocalitticamente, Ivan Illich. Corrono gli anni settanta quando scrive ‘La Convivialità’, testo non conforme, critico ed un po’ estremista, nel senso più positivo possibile del termine.

Conviviale è una società libera – per andare dritto al cuore del suo discorso – dal monopolio radicale.

«Il mondo moderno è talmente artificiale, alienato, arcano, che trascende le capacità dell’uomo comune […]. Sostituire la sveglia meccanica dell’educazione al risveglio del sapere significa soffocare nell’uomo il poeta, gelare il suo potere di dare senso al mondo. Non appena separato dalla natura, privato di lavoro creativo, mutilato nella curiosità, l’uomo perde le sue radici, è paralizzato, appassisce. Sovradeterminare l’ambiente fisico significa renderlo fisiologicamente ostile. Annegare l’uomo nel benessere significa incatenarlo al monopolio radicale […]. Invischiato nella sua felicità climatizzata, l’uomo è castrato: gli resta solo la rabbia, che lo porta ad uccidere oppure a uccidersi».

Animo anarchico, tra i primi assertori dell’ecologismo, idealmente non senza macchia (egualitarista e, contro il boom demografico, per il controllo delle nascite), Illich porta avanti un ragionamento economico – contestando alla radice il modo di produzione industriale – ma con approccio multidimensionale, poiché multidimensionale è l’equilibrio che è obiettivo della sua ricerca.

Catene. Nessuna parola rende meglio l’idea del monopolio radicale su cui si concentra l’analisi dello scrittore austriaco: «la società, una volta raggiunto lo stadio avanzato della produzione di massa, produce la propria distruzione». Non si tratta soltanto di ragioni ecologiche: «l’uomo che trova la propria gioia nell’impiego dello strumento conviviale lo chiamo austero […]. Per Aristotele come per Tommaso d’Aquino, è il fondamento dell’amicizia. Trattando del gioco ordinato e creatore, Tommaso definisce l’austerità come una virtù che non esclude tutti i piaceri, ma soltanto quelli che degradano o ostacolano le relazioni personali». Ecco disegnato l’uomo post-industriale nel discorso per nulla deterministico di Illich.

Ma torniamo al cuore del discorso: «la produzione sovrefficiente dà luogo a monopolio radicale […]. Con questo termine io intendo non il dominio di una marca ma la necessità industrialmente creata di servirsi di un tipo di prodotto. Si ha monopolio radicale quando un processo di produzione industriale esercita un controllo esclusivo sul soddisfacimento di un bisogno pressante, escludendo ogni possibilità di ricorrere, a tal fine, ad attività non industriali». Un discorso che trova la sua declinazione in tutte le branche dell’industrializzazione, e principalmente in quella dei servizi: il consumo non è una scelta ma un’imposizione.

Si può rinunciare al Mc Donald, non si può rinunciare al cibo industriale, che ha messo fuori mercato l’autoproduzione; si può rinunciare all’auto costosa, non si può rinunciare ad un veicolo a motore; si può rinunciare all’iPhone, non si può rinunciare ad essere reperibili. Tutto ciò, a patto di voler vivere in società. Del resto, «quando il monopolio radicale viene scoperto, in genere è troppo tardi per liberarsene in modo economico».

La sensazione di benessere muta, perché si ampia il divario tra ciò che si potrebbe avere e ciò che invece ha la maggioranza. «La povertà si modernizza: la sua soglia monetaria si eleva perché nuovi prodotti industriale si presentano come beni di prima necessità, restando tuttavia inaccessibili ai più. Nel terzo mondo, grazie alla ‘rivoluzione verde’, il contadino povero è espulso dalla sua terra. Come salariato agricolo guadagna di più, ma i suoi bambini non mangiano più come una volta. Il cittadino americano che guadagna dieci volte di più del salariato agricolo è anche lui disperatamente povero. Entrambi pagano sempre più caro un crescente ‘essermeno’».

Un crescendo di illusioni, che creano bisogni crescenti ed alimentano un consumo forzoso, che annienta la dignità dell’uomo rendendolo dipendente perfino dal consumo di servizi: «la popolazione dell’occidente ha imparato a sentirsi malata e a farsi curare conformemente alle categorie di moda nell’ambiente medico [..]. La salute è divenuta così una merce in un’economia di sviluppo». E con ragioni forse non troppo fondate: «la riduzione a volte spettacolare della morbilità e della mortalità all’inizio del processo di industrializzazione di un paese è dovuta soprattutto alle modificazioni dell’habitat e del regime alimentare e all’adozione di elementari misure d’igiene» in maniera «assai maggiore dei complessi ‘metodi’ di cure specialistiche». Tant’è che, spiega Illich: «nel 1972 il sottosegretario alla Sanità degli Stati Uniti d’America poteva affermare che quattro quinti della spesa federale servivano o ad accrescere la sofferenza o a curare malattie che non sarebbero insorte senza un precedente intervento medico […]. Giunti a questa seconda soglia, è la vita che appare malata, in un ambiente deleterio».

Per non parlare dei trasporti. «L’americano tipo dedica più di 1500 ore l’anno alla sua automobile […]. A questo americano occorrono dunque 1500 ore per percorrere 10000 chilometri di strada: 6 chilometri gli prendono più di un’ora». «L’industria dei trasporti genera scarsità di tempo». Eppure non se ne può fare a meno. «Che la gente sia obbligata a farsi trasportare e divenga incapace di circolare senza motore, questo è monopolio radicale».

Ed infine il caso principe: la formazione ed il sapere, monopolizzati da un insegnamento centralistico che comporta «segregazione dei non scolarizzati, accentramento degli strumenti del sapere sotto il controllo degli insegnanti». Marca le differenze Illich: «lo strumento conviviale favorisce la scoperta personale, quello industriale alimenta l’insegnamento». E poi evidenzia: «ovunque il tasso di aumento del costo della formazione è superiore a quello del prodotto globale».

Per sottolineare infine l’impatto reazionario ed omologante della scuola moderna: «che cosa si impara a scuola? Si impara che più ore vi si passano, più aumenta il proprio prezzo sul mercato. Si impara a valorizzare il consumo scaglionato di programmi. Si impara che tutto ciò che è prodotto da un’istituzione dominante vale e costa caro […]. Si impara a valorizzare l’avanzamento gerarchico, la sottomissione e la passività, e persino la devianza tipo che il maestro ama interpretare come sintomo di creatività. Si impara a brigare senza indisciplina i favori del burocrate che presiede alle sedute quotidiane, il professore a scuola, il capo in fabbrica […]. Si impara ad accettare senza mugugni il proprio posto nella società».

Si impara, insomma, ad abbassare la testa, ammettendo la propria ineluttabile condizione di schiavitù verso il sistema.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, dicembre 2011

Intervista a Pietrangelo Buttafuoco: “Il Lupo e la Luna”

buttafuoco pietrangeloLaddove Sicilia ed Oriente, terre, popoli e religioni diverse si incontrano, là troviamo Pietrangelo Buttafuoco. In libreria con ‘Il Lupo e la Luna’, il giornalista noto al grande pubblico per la conduzione di diversi programmi su La 7, ripropone stavolta in forma di romanzo temi a lui cari. Temi che venerdì scorso il pubblico di Lamezia Terme ha apprezzato in una gremita libreria Tavella grazie all’iniziativa dell’associazione Settecolori. «Difficile trovare una persona originale come lui – ci confida Fabrizio Falvo, promotore dell’iniziativa – che non fa professioni di fede sulle ragioni di una divisione, ma un lavoro di ricerca di ciò che è comune».

Rimettiamo la questione direttamente all’interessato: «dopo ‘Cabaret Voltaire’ – chiediamo – torna la dialettica tra Oriente e Occidente, cosa cambia?».

«Oriente e Occidente tornano – chiarisce Buttafuoco – ma con una particolare prospettiva: noi siamo il Mediterraneo, il luogo dove si sta realizzando il futuro. Il mondo del domani si dispiegherà intorno a quello che succede nel Mediterraneo. La situazione attuale lo dimostra, con quello che succede in Spagna, in Grecia, in Italia, nel Maghreb e nel Vicino Oriente. Il Mediterraneo è il limes tra Oriente e Occidente, che convivono nel Mediterraneo, perché tutto ciò che siamo noi si rispecchia in tutto ciò che noi pensiamo sia l’Oriente. I pregiudizi e l’ignoranza ci hanno sempre impedito di conoscere la realtà. Pensavamo che i turchi fossero esotici ed ai margini di chissà quale miseria, invece la Turchia è una delle prime potenze mondiali tanto in termini di lavoro, quanto a livello economico e finanziario. È solo l’ignoranza che ci costringe a vivere secondo certi schemi. Il Mediterraneo è l’unica realtà dove convivono, non solo Oriente e Occidente, ma anche Nord e Sud».

«Del resto, secondo René Guénon – rilanciamo – l’Oriente di oggi è nient’altro che l’Occidente di ieri».

«Per seguire la traccia di Guénon – aggiunge – è anche il luogo dove hanno trovato riparo i nostri dei quando sono dovuti fuggire dalla nostra dissoluzione e decadenza».

«Preferisce esprimersi – chiediamo in conclusione – nella forma del saggio o del romanzo come ha fatto questa volta?».

«Il romanzo lo preferisco – risponde – perché ho la necessità di arrivare ad un pubblico sempre più vasto. Certe cose sui giornali non ce le farebbero mai scrivere e soprattutto la politica estera è uno dei capitoli più sottoposti a censura. L’unico modo per raccontare liberamente è il romanzo, la creatività, la fantasia».

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, novembre 2011