St Peter Church: a Londra l’Italia passa soprattutto da qui

43727Ci si può perdere nelle speculazioni sull’integrazione, assicurare a se stessi ed agli altri di sentirsi cittadini del mondo, sminuire il valore dei confini considerandole barriere arbitrariamente tracciate dall’uomo. Ma, nel mondo reale, così come nella testa e nel cuore e nello spirito degli uomini, la lingua, le tradizioni comuni – anche negli aspetti più folkloristici e popolari -, le esperienze condivise di un popolo, che si manifestano appunto nelle tradizioni e ne rappresentano la storia, lasciano tracce difficili da cancellare. E sopravvivono anche all’oblio forzato della memoria. “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”, recita un antico adagio popolare: si può scacciare la natura anche col forcone, tanto tornerà ad affermarsi. L’identità, quella famiglia allargata chiamata Patria, quel Suolo che è Madre, quello Stato che è Padre, quella comunanza che è, dunque, anche di sangue e suolo, non ci allontana poi tanto dalla naturalissima immagine di un albero, con le radici ben piantate nella terra e le braccia rivolte al cielo. Siamo letteralmente parte della terra che ci ha dato la vita.

Anticipiamo una possibile obiezione: no, il fatto che le migrazioni siano sempre esistite non toglie davvero nulla al nostro punto di partenza, anzi, da sempre l’uomo ha difeso il suolo natio, si è curato della propria comunità ed ha cercato di farla prosperare.

Ma questa è soltanto una premessa. La notizia è un’altra. Ed è, in realtà, un po’ datata: 16 aprile 1863, per essere precisi. D’altra parte, è vero, oggi le stime sugli italiani a Londra, contano ormai circa mezzo milione di persone e, passeggiando per le strade della capitale britannica, nei negozi, nei ristoranti e nelle grandi catene, incontrare un italiano è così scontato che una chiesa tutta italiana a Londra forse non fa più notizia. Ma è un fatto che, dal 1863, per molti italiani, quella chiesa continua a rappresentare un’identità, forse riflessa o forse anche intrecciata con quella italiana, che proprio in quegli anni, del resto, si concretizzava finalmente nell’unità d’Italia (di cui oggi, 17 marzo, ricorre l’anniversario), in un’opposizione che già preannunciava un dualismo storico-politico, che però, da un punto di vista spirituale, al di là dell’aspetto ideologico, si ricomponeva in unità interiore nella maggior parte degli italiani.

E’ questa, infatti, la data in cui la St Peter Church, prima chiesa cattolica in Gran Bretagna, viene inaugurata, nascosta tra i vicoli di quella che, nel 1878, sarebbe diventata l’ampia Clerkenwell Road. Quello che segue, dunque, più che notizia di un fatto, è l’annuncio di una testimonianza, ma più che un omaggio è un racconto e più che storia di un edificio è una riflessione sulle radici, sull’identità e lo sradicamento, sulle migrazioni dei popoli, sul senso di comunità. Perché una domenica alla St Peter Church è come un salto nel passato e, al tempo stesso, un incontro settimanale con la propria terra.

Non molto distante da Covent Garden ed Oxford Circus, a pochi passi dal British Museum ed a tutti gli effetti, insomma, nel pieno centro di Londra, entrare in una chiesa e ritrovare la stessa architettura, l’identica struttura basilicale delle nostre chiese, ascoltare una messa celebrata in lingua italiana, in una chiesa a dir poco gremita a tutte le ore dell’appuntamento domenicale, come ormai non avviene neanche nei paesini dell’entroterra italiano, è un salto nostalgico nella penisola, un momento in cui smetti di sentirti ospite per ridivenire parte di una comunità, semplicemente attraverso la presenza. E stupisce e, ad un tempo, incuriosisce scoprire come la storia “nascosta” di questa cattedrale si riveli poi tutt’altro che noiosa lettera morta da museo, ma sia avvicini, invece, di più ai toni di un’autentica epopea, portata avanti da una fede che era a quel tempo esso stesso identità, collante e, soprattutto, ancora vitale.

A primo impatto, certo, suona persino eccessivamente “paesana”, vista oggi, la newsletter con l’annuncio dettagliato di battesimi, anniversari, matrimoni, qualche funerale, oltre a tutti gli appuntamenti ed i servizi della parrocchia. Per non dire dell’atmosfera dell’adiacente circolo, con tanto di enorme tricolore dipinto sull’angolo dell’edificio che lo ospita e gli anziani ai tavolini a giocare a carte la domenica mattina, uno spettacolo imperdibile, che diventa suggestivo in terra d’Inghilterra. Perché, infine, anche e soprattutto questo sa di casa e, snobismi a parte, di contatto umano. Non per rivangare gli stereotipi sulla freddezza degli inglesi, che poi per gli italiani del sud potrebbe anche essere la freddezza dei milanesi. No, gli stereotipi molto spesso raccontano la superficie. Ma in una città che conta oltre otto milioni di abitanti, stracolma di gente proveniente da ogni parte del mondo, è più che normale essere un numero. Qui il cerchio si restringe. Innanzitutto, sei italiano.

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L’impressione è quella di essere parte di una comunità “solidale”. Questioni religiose a parte, il senso di comunità, in effetti, è proprio questo. Con i suoi risvolti, positivi e negativi, la comunità in sociologia va a definire quella forma di “organizzazione” sociale quasi spontanea per cui ogni persona è connessa con le altre attraverso la condivisione di valori, pratiche sociali e religiose, abitudini e, soprattutto, attraverso la lingua. Quando diciamo che solo in percentuale minima l’aspetto verbale è essenziale nella comunicazione ci sembra quasi di dire una banalità, poiché, con tutta evidenza, ciò che attribuisce significato alle parole è, quasi sempre, il tono, l’espressione, il ritmo e tanti altri fattori posti al di là della semplice codificazione razionale di un termine. Ma per essere parte di una comunità bisogna essere parte di un mondo che va molto al di là persino di questo: riferimenti culturali, modi di essere, convenzioni sociali, convinzioni; tutto ciò è implicito in una lingua, nella comunicazione. La lingua, insomma, è la manifestazione di una identità, non un semplice codice. Ed è singolare come la storia di questa chiesa ne sia una dimostrazione pratica.

A differenza della “comunità”, invece, la “società” non è centrata sull’idea di identità, sulla condivisione. La società è la creazione moderna per cui un “vertice-burocrate” organizza un insieme di individui che rappresentano unicamente se stessi. Al massimo, nella società moderna, sono rappresentati dai partiti, strumenti comunque divisivi rispetto all’idea di comunità (come, del resto, suggerisce l’etimologia).

E l’integrazione non è altro che un’idea moderna (Nietzsche direbbe: “vale a dire un’idea sbagliata”), propria di popoli che hanno perso la dimensione comunitaria e sono stati costretti a standardizzarsi, ad essere tutti uguali. Nell’uguaglianza che svuota le particolarità, ciascuno diventa nessuno. I legami solidali si sciolgono, i vicini di casa diventando soltanto quelli che senti ogni tanto litigare o fare rumori, che perlopiù ti infastidiscono, i problemi con loro li risolvi con una raccomandata dal tuo avvocato, anziché in piazza passeggi al centro commerciale e non vai più al negozietto sotto casa ma al supermercato, mentre gli “amici” te li trovi su Tinder. Tutta una serie di cambiamenti che, nel bene e nel male, hanno mutato la natura dei rapporti sociali, indirizzate da precise scelte politiche ed economiche che non analizzeremo certo in questa sede.

Eravamo alla St Peter Church. Torniamo, stavolta per rimanerci, da quei ragazzi che si ritrovano per fare volontariato, da quei sacerdoti che assistono gli italiani in difficoltà con la legge, ritroviamo quella newsletter, la via crucis, la gente di ogni età, tra chi vive qui da anni e chi è appena arrivato, come i tanti giovani che giungono ormai in un flusso costante, agevolati nel loro proposito dall’enorme abbassamento dei costi dei trasporti transnazionali.

Per una storia che, come anticipavamo, inizia più di due secoli fa. Quando gli italiani a Londra erano più o meno due migliaia. Quando in Gran Bretagna, considerata oggi culla della democrazia, o perlomeno dipinta come tale, praticare il cattolicesimo era vietato per legge ed una chiesa cattolica non era una cosa tanto scontata come può sembrare oggi che, anche tra i grattacieli di Victoria Street, c’è l’enorme cattedrale di Westminster, la più grande chiesa cattolica in Gran Bretagna. C’è stato infatti un tempo in cui tutto ciò era impensabile ed i cattolici rivivevano un po’ l’esperienza dei primi cristiani, costretti a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni. Anche la fede era identità. Non poteva essere diversamente. Come per gli irlandesi, anche loro a combattere la repressione inglese, a lottare per un’indipendenza in cui l’appartenenza nazionale e quella religiosa si fondevano in una cosa sola. Se oggi esiste la St Peter Church è perché, quando la libertà religiosa non era cosa ovvia, gli italiani hanno dovuto conquistarsela. Anche a costo di affrontare la dura legge inglese ed un ambiente a dir poco ostile.

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“La chiesa italiana di San Pietro a Londra”, testo molto dettagliato e firmato da Luca Matteo Stanca, pubblicato per la prima volta nel 2001, si apre non a caso con una che conferma molte delle nostre riflessioni: “Si avverte infatti una devozione antica e radicata, con uno ‘stile’ che rimanda alle domeniche dei nostri paesi di qualche decennio fa, quasi che quegli uomini e quelle donne, sradicati dalla loro terra, vogliano gelosamente custodirne i suoni, i riti, gli odori […], e trasmetterli in consegna ai figli e ai nipoti che spesso li accompagnano […]. È vero, si avverte anche un velo di nostalgia, ed allo stesso tempo l’orgoglio della propria identità, nelle facce da italiani di coloro che animano la liturgia e le tante attività in cui si articola la vita di una comunità come questa, vivace e solidale”.

Leggere integralmente questa interessante opera di ricostruzione storica è senz’altro consigliato. Qui, però, è nostro interesse unicamente render l’idea del contesto storico e, quindi, del significato di questa basilica come affermazione di identità. Fino all’approvazione del Catholic Relief Act nel 1778, infatti, la Gran Bretagna, non soltanto vietava ai cattolici la pratica del proprio culto, ma anche, ad esempio, l’insegnamento, pena il carcere a vita, e ne limitava fortemente perfino il diritto di proprietà attraverso il divieto di acquistare o ereditare terre. I cattolici erano veri e proprio cittadini di serie b, per cui a Londra, approfittando dell’extraterritorialità diplomatica, esercitavano la propria fede presso la Cappella Sarda, “il più antico luogo di culto cattolico post-Riforma a Londra”, all’interno appunto dell’ambasciata del Regno di Sardegna, nell’attuale Sardinia Street. Solo con la legge del 1778, infatti, vennero escluse per i cattolici di Inghilterra e Galles queste misure più estreme nel caso avessero prestato giuramento alla corona britannica, anche se il tentativo di estendere l’atto in Scozia provocò, invece, rivolte ed il saccheggio di case, attività commerciali e luoghi di culto dei cattolici. Anche a Londra, del resto, nel 1780, vennero raccolte 44mila firme contro la legge e i dimostranti assediarono le cappelle cattoliche, tra cui la Cappella Sarda. A Covent Garden una stazione di polizia venne incendiata, dal momento che, nel frattempo, la rivolta, da anti-cattolica ed anti-irlandese, si era trasformata in una rivolta “anti-sistema”, con l’assalto alle prigioni ed alla Banca d’Inghilterra. Le celebrazioni cattoliche proseguono nella semi-clandestinità, per un periodo addirittura in un “pub” di Whetston Park: “un robusto irlandese alla porta chiede la parola d’ordine agli avventori, ed il vescovo stesso celebra in abiti civili, tenendo davanti a sé uno schiumante boccale di porter, onde poter dissimulare nel caso la riunione sia scoperta”. Ma nel 1790 ai cattolici vennero fatte ulteriori concessioni: rimanevano proibiti gli ordini monastici, indossare pubblicamente l’abito talare, i campanili, le celebrazioni pubbliche e l’educazione cattolica ai figli dei protestanti, ma è permessa quanto meno la pratica “privata” a porte chiuse del culto e dell’insegnamento.

La comunità cattolica, ovviamente, non era composta solo da italiani. E, nel 1824, con l’aumento di numero dei nostri connazionali, arriva don Angelo Maria Baldacconi, che subito esprime la difficoltà di occuparsi contemporaneamente sia degli italiani che degli altri fedeli. Nel 1829, intanto, ai cattolici viene permesso di sedere in Parlamento. E vent’anni dopo l’arrivo di padre Baldacconi, giunge a Londra il suo successore, don Raffaele Melia, membro della Società dell’Apostolato Cattolico fondato da san Vincenzo Pallotti e protagonista diretto della nascita della St Peter Church, che otterrà il compito di occuparsi specificamente degli italiani. Melia continua infatti a celebrare nella Cappella Reale Sarda davanti a due comunità diverse, e questa mescolanza crea forti difficoltà […]. Molti giorni che sono festivi per gli italiani non lo sono per gli inglesi, e molte devozioni care agli uni sono ignote agli altri […]. La necessità di una chiesa italiana, per gli italiani, si rende sempre più evidente”, spiega Stanca. Il concetto di identità e di comunità inizialmente espresso, anche in questo caso, è spiegato in maniera lampante dalla pratica, poiché collante di una comunità sono anche le pratiche condivise, le esperienze comuni, mentre la mescolanza impone livellamento e appiattimento delle differenze fra le comunità, coese all’interno sulla base di valori evidentemente comuni. Nel 1845, così, viene concepita l’idea di una chiesa italiana a Londra, che quasi subito si andrà delineando con il progetto di acquistare un terreno per la costruzione di una chiesa ex novo e, già nel ’47, viene individuata nella zona di Clerkenweel Road un terreno potenzialmente adatto ed inizia così, autorizzata da Roma, la raccolta dei fondi in tutta Italia per la sua futura edificazione, il cui acquisto dovrà esser effettuato dalla Società dell’Apostolato Cattolico. Ed è nell’anno successivo che Melia riferisce la volontà di Pio IX, ultimo sovrano dello Stato Pontificio nonché papa più longevo dopo san Pietro, di dedicare proprio a San Pietro la futura cattedrale, che torna però ad essere definita come “Chiesa di tutte le Nazioni”, forse proprio per le tensioni risorgimentali in corso. Don Vincenzo Pallotti, invece, raccomanda soltanto che niente possa “essere oggetto di scandalo” poiché “nella casa dei sacerdoti bisogna mantenere semplicità e povertà”. “La ricerca del sito”, racconta ancora Stanca, “da parte di Melia e Faò di Bruno si concentra su Clerknwell poiché è in questa zona, ed in particolare nei vicoli sovraffollati e malsani dell’area di Saffron Hill, che si è venuta concentrando la comunità degli italiani”. Immigrati poco qualificati, pressoché tutti ambulanti: arrotini, venditori di gelato, suonatori di organetto, che precedettero di poco il forte afflusso di cattolici irlandesi. Nel 1850, l’accusa al papa di aver ricostituito la gerarchia ecclesiastica in Inghilterra diede vita a nuovi episodi di violenza e manifestazioni anti-cattoliche. Padre Melia, l’anno successivo, pubblica sul giornale cattolico londinese “Tablet” un articolo in cui spiega: “Questa chiesa sarà sempre governata da una congregazione di sacerdoti secolari italiani fondata a Roma, così che lo spirito romano la influenzerà sempre”. Un articolo che provoca aspre reazioni all’interno della Camera dei Lord, sul “Times” ma anche negli ambienti della chiesa anglicana, che vedono nella scelta di edificare una cattedrale e dedicarla a San Pietro una sfida alla vicina cattedrale metropolitana di San Paolo. Nonostante tutto, nel dicembre del 1852, l’acquisto del terreno è finalmente concluso. Passeranno circa undici anni prima che il progetto tanto atteso possa vedere la luce, quasi in contemporanea con la neonata Italia, che senza dubbio contribuì a rafforzare il sentimento identitario. Come Roma, anche la St Peter Church non è stata costruita in un giorno.

13001181_1751122628440155_7571536844759652121_nEd ancora oggi, ogni prima domenica di novembre, all’interno cimitero di Brookwood, nella sezione militare italiana, ci si ritrova per commemorare i nostri connazionali caduti, in gran parte prigionieri di guerra, in collaborazione con ambasciata, consolato e associazioni italiane. Mentre la domenica successiva si celebra una messa in suffragio degli internati italiani che morirono nel 1940 sulla nave Arandora Star, ricordati da una targa proprio all’ingresso della chiesa. Una targa posta esattamente sopra la stele dedicata ai caduti della prima guerra mondiale, con due fasci littori sorprendentemente intatti ed una frase di Gabriele D’Annunzio: “Non invano moriste, o dolci figli, latin sangue gentile”. L’Italia che non dimentica se stessa, da queste parti, passa anche per la St Peter Church.

Emmanuel Raffaele

“Botticelli Reimagined” al Victoria and Albert Museum. L’Indipendent stronca l’iniziativa

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Secondo il “Corriere”, al Victoria and Albert Museum di Londra è in corso una mostra che “esalta il genio italiano”. “Botticelli re-inventato a Londra” è, infatti, il titolo completo del pezzo firmato da Stefano Bucci che racconta l’esposizione in corso da marzo e destinata a chiudersi il prossimo 3 luglio, dal titolo “Botticelli Reimagined”. Di tutt’altro avviso, invece, il quotidiano “The Indipendent” che, in una delle sue ultime edizioni cartacee prima dello storico e obbligato passaggio alla versione unicamente online, quella del 7 marzo scorso, ha dedicato ben due pagine intere all’iniziativa curata, tra gli altri, da Ana Debenedetti, Mark Evans e Stefan Weppelmann. Di tono ben diverso, però, l’apertura: “KILLING BOTTICELLI”, infatti, il titolo che campeggiava a piena pagina e caratteri maiuscoli, ad anticipare una recensione che è un’autentica bocciatura dell’evento, nonché un’interessantissima prospettiva ed analisi del pittore fiorentino.

Nulla di esaltante, né di entusiasmante, infatti, secondo Boyd Tonkin, autore del pezzo, nel vedere Botticelli in versione ‘kitsch’ su abiti firmati Dolce & Gabbana, la sua “Venere” impersonata da una Ursula Andress senza veli, Sean Connery che fa capolino sulla tela, allusioni soft-porn che non lasciano dell’artista italiano nient’altro che l’apparenza, trasformandolo così in un marchio, strumentalizzato, privato dei contenuti in maniera non dissimile dalla riduzione oleografica di Che Guevara stampata in serie che fa a pugni con la sua lotta contro il capitalismo. Tanto più che, spiega il cronista, la visita inizia con le opere più recenti, le peggiori secondo Tonkin: “la pura bruttezza della compiaciuta vendetta di questa sala sulla bellezza del Rinascimento nuoce allo sguardo e intorpidisce la mente”.

“Variazioni sperimentali”, per usare le parole dell’Indipendent, che rubano l’anima a Botticelli e, concentrandosi sulla tecnica, gli tolgono l’aspetto “metafisico” essenziale nella sua pittura. Niente contro Warhol, chiarisce Tonkin, ma “i discendenti ‘kitsch’ dell’artista, con le loro manipolazioni hi-tech di un’icona, tornano indietro di cinque secoli per sconsacrare il santuario di Botticelli”. Compresa la sua musa, Simonetta Vespucci. Più che reinterpretazione o tributo, uno sfregio secondo il quotidiano britannico fondato nel 1986.

“Il più volgare mucchio di spazzatura e scorie di sempre”, sancisce impietosamente il giornalista che, piuttosto, invita a visitare la Courtauld Gallery, presso la Somerset House, per ammirare le opere esposte fino al 15 maggio sul tema  “Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection”.

Vedi anche: Botticelli in versione kitsch: a Londra la mostra che umilia l’artista italiano

 

Sanremo, fa già discutere “N.E.G.R.A.” della nuova proposta Cecile. Ecco le “pagelle” della prima serata

maxresdefaultHo guardato il Festival di Sanremo. Lo confesso. Parafrasando Rino Gaetano, del resto: non ho mai criticato un film senza prima vederlo.

Una buona dose di curiosità, la consapevole della centralità mediatica dell’evento e i quattrini pubblici (quindi nostri) che vengono spesi per realizzarlo mi hanno infine convinto. Ma, al di là dello “show”, ne valeva la pena per ragioni che poi si sono rivelate più sostanziali dello spettacolo in sé e delle stesse aspettative intorno ad esse. E ovviamente mi riferisco alle polemiche sui presunti spot di Sanremo 2016 a favore di unioni civili e adozioni gay.

Ma partiamo leggeri: Carlo Conti. Un buon presentatore e nient’altro: pessima spalla, riuscirebbe a fare a pezzi l’entusiasmo anche del cabarettista più spigliato. D’altronde, pare che il suo sia stato il Sanremo più redditizio di questi ultimi tempi e, allo stesso tempo, il meno dispendioso il suo cachet: “soltanto” 550mila euro. Il suo stile per famiglie, con tanto di tirata legalitaria alla Barbara D’Urso (“ringraziamo poliziotti e carabinieri che ogni giorno rischiano la vita per noi”), è forse perfetto per Sanremo. E proprio questo è il suo problema.

E’ solo grazie al talento della bravissima Anna foglietta (che peraltro si è dimostrata anche un’ottima cantante!) se per una volta viene fuori un siparietto quasi simpatico. Sul palco per pubblicizzare il film in uscita l’11 febbraio “Perfetti sconosciuti”, l’attrice ha partecipato alla kermesse insieme alla bella e genuina Kasia Smutniak, ex di Pietro Taricone.

Quanto alla squadra di Conti, partiamo da Gabriel Garko, che per evitare (o alimentare?) le voci sulla sua presunta omosessualità ha pensato bene di indossare occhiali multicolor e molto probabilmente anche di utilizzare nascostamente (e posteriormente) qualche strano sex toy, che lo ha costretto a stare rigido e impettito per tutta la serata. All’attore italiano, che nei giorni scorsi a chi gli chiedeva se fosse gay oppure no ha risposto con una supercazzola (quando un sonoro “sticazzi” avrebbe fatto certamente di più al caso suo), consigliamo vivamente di tornare a fare il suo lavoro. Che dovrebbe essere l’attore. Anche se non è il massimo nella recitazione. Va bene, dai, vada per Sanremo. Ma almeno, Gabriel, se mai ci sarà una prossima volta, compra occhiali nuovi che non ti facciano sembrare cieco e dislessico quando leggi il gobbo.

Chi gradiremmo sul serio non ritrovare nelle prossime edizioni è, invece, Virginia Raffaele, che tenta invano ormai da tempo un’imitazione della Ferilli che, per la ripetitività della tecnica usata, non è mai sembrata troppo riuscita. Riproponendo del tutto fuori contesto il personaggio, prova a sfruttare una comicità da cine-panettone che già in versione originale non risulta troppo simpatica, dando l’idea di una maschera che all’occorrenza fa anche da presentatrice. E che, inevitabilmente, lo fa male.

Quanto alla valletta Madalina Diana Ghenea, rumena classe 1988, a Milano da quando aveva 15 anni, già nel cast del celebre film di Sorrentino “Youth”, poliglotta ma apparentemente monotonale nell’esprimersi, diciamo pure che la sua presenza non dispiace (sempre meglio degli altri due!) seppur neanche entusiasma. Fa il suo lavoro, o meglio, fa la sua parte e la sua parte non è che sia esattamente quella che ti svolta la serata. Forse leggermente e involontariamente indelicata nel presentare Enrico Ruggeri: “a Sanremo già nove volte e in due casi ha pure vinto!”, ha esclamato quasi con stupore. Ma siamo certi che l’artista non se la sia presa.

Tra parentesi, con “Il primo amore non si scorda mai” ed il suo romanticismo mai banale (“Siamo il prodotto di antiche passioni che ci hanno svelato la vita”), il cantante milanese non delude ed anche musicalmente sigla un pezzo decisamente nel suo stile, seppur non impegnato come alcuni suoi testi più recenti, ma sicuramente adatto al contesto sanremese. Anche lui, tra gli altri, ha cantato col nastro arcobaleno in sostegno delle unioni civili.

Altro “big”, fuori gara, Laura Pausini, che non appare in grande forma canora ma eccelle nella paraculaggine in stile “siete bellissimi” che riserva al pubblico italiano e ostenta un eccessivo desiderio di giocare a fare la ragazza della porta accanto. Poco naturale nello sketch in cui avrebbe dovuto fingersi sorpresa del duetto virtuale con se stessa (attraverso un video con la sua esibizione d’esordio a Sanremo ’93), ad un certo punto si riscopre addirittura adolescente e accenna una voce da ragazzina. Laura: vai a cercare Marco, “grassie”.

Aldo, Giovanni e Giacomo, che il prossimo 25 aprile saranno a Londra a festeggiare il 25° anno di carriera insieme, non strappano neanche una risata alla platea. Comprensibilmente. Carlo Conti, molto elegantemente, prima dell’esibizione gli chiede: “ma come è possibile che in tutto questo tempo non siete mai stati a Sanremo?”. Peraltro, difficilmente li chiameranno ancora.

Simpatico, al contrario, il collegamento con Rocco Tanica di Elio e le Storie Tese nelle vesti di giornalista: il suo intervento e la sua finta rassegna stampa hanno regalato un tocco di comicità intelligente alla serata.

Detto questo, resta un mistero: che fine ha fatto Beppe Vessicchio?! Invocato da più parti (“Uscitelo!”) e soprattutto dalla rete, il direttore d’orchestra – ha garantito il conduttore – farà la sua comparsa stasera.

Morgan-cade-skaeboardSi è decisamente fatto notare, invece, Morgan, caduto in skate sul red carpet a poche ore dal festival ma impeccabile nel suo smoking durante la gara. Finalmente tornato a fare il suo mestiere insieme ai Bluvertigo, ha dimenticato a casa la voce ma, in compenso, è autore di un pezzo valido e più orecchiabile del solito, che non gli ha evitato, però, di finire tra i quattro meno votati e quindi a rischio.

Tormentone sicuro quello di Arisa, così come la canzone di Rocco Hunt. Inutili si sono invece dimostrate le polemiche per la partecipazione al festival di Elton John, contestata per la presunta intenzione di fare uno spot a matrimoni e adozioni per gli omosessuali. A parte una battuta detta di sfuggita (“non avrei mai pensato di diventare papà”), pericolo scampato. Anche se il pericolo rappresentato dagli idioti (in genere politici) che piegano ogni evento anche internazionale alle beghe di casa nostra e non riescono ad esprimere altro che pensieri volgari, confusi e mediocri, quello temiamo non sarà superato facilmente.

Tanto quanto il pericolo della retorica, della quale fa una bella scorpacciata Irene Fornaciari, con la sua canzone sulle cosiddette “stragi del mare” dovute ai flussi migratori incontrollati che lei, molto razionalmente, pensa di risolvere con una ricetta semplice quanto efficace, ma soprattutto inedita: “Non più guerre e religioni”. Eureka! Irene Fornaciari for president. Altro che Jovanotti.

Ma non disperate. A far parlare di sé, nei prossimi giorni, sarà sicuramente Cecile (Vanessa Ngo Noug), “nuova proposta” ventiduenne di Ostia che canterà “N.E.G.R.A”. “Da piccola”, racconta in un’intervista, “una bimba mi chiese di che colore fosse il mio sangue: fu molto colpita nello scoprire che era proprio come il suo”. Molto bella e molto nuda, il suo videoclip è già disponibile online [1] e farà discutere. Ottima operazione di marketing, testo dal vittimismo spinto, farà rabbrividire i sacerdoti mediatici del politicamente corretto soltanto per il numero di volte in cui ripete il termine improponibile “negra”. Atto di accusa contro il razzismo italico, il pezzo rivela un’incomunicabilità dalla quale sarà difficile sganciarsi senza andare oltre gli stereotipi e le strumentalizzazioni reciproche, che in questo caso abbondano (e un poco offendono).

“N.E.G.R.A. ma quando mi vedi nuda non te ne fotte più”. Cecile, stai senza pensieri.

Chiara-MatitaMa, ancora a proposito di volti nuovi, segnatevi invece questo nome: Chiara Dello Iacovo. Molti di voi la conosceranno già, visto che su Facebook la sua pagina ha quasi 14mila likes (a dispetto degli oltre 5mila dell’affascinante concorrente di colore). Ma a tutti gli altri occorrerà anticipare il titolo del brano con il quale parteciperà alla gara: “Introverso”. Capelli corti, aria sbarazzina, bella quanto semplice e con due occhi che ipnotizzano, look casual un po’ mascolino, Chiara canta una canzone dal ritmo vivace, musicalmente piacevole, con un videoclip ben scenografato [2] e un testo quanto meno non scontato. Aspettando di ascoltare il resto, siamo certi che queste due si daranno battaglia. Nel frattempo, tra i big, ad attendere il proprio turno ci sono alcuni personaggi interessanti: a cominciare da Neffa, passando per il rapper napoletano Clementino (protagonista di vari duetti proprio con Rocco Hunt) e finendo con Elio e le Storie Tese e la loro satira in musica dal titolo “Vincere l’odio”. Oltre a loro, ci saranno anche Patty Pravo, Dolcenera e Valerio Scanu, ci auguriamo senza barba, se non altro per non confonderlo con Conchita Wurst.

Emmanuel Raffaele

 

[1] http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-2aed1376-27ba-4bdc-84d3-5d41eb8928c7-sanremo.html#p=0

[2] http://www.rai.tv/dl/RaiTV/programmi/media/ContentItem-3d9db9de-ef59-41eb-b495-fe236b02be51-sanremo.html#p=0

Ripartire da Omero: ecco perché l’Iliade salverà l’Europa

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Non intendiamo detronizzare Dante Alighieri ed il suo ruolo nella formazione di generazioni di liceali italiani, per i quali la Divina Commedia da sempre rappresenta lo strumento d’apprendimento delle radici della cultura italiana. Ma, in un momento storico in cui l’Europa  mostra i segni del suo tramonto, non sarebbe male fare qualche passo indietro, fino a quella che Maria Serena Mirto, nel suo saggio introduttivo nell’edizione Mondadori, definisce senza dubbio “la prima opera letteraria occidentale fissata dalla scrittura”: l’Iliade. Perché, se al termine Occidente non si intende dare l’accezione che comunemente ormai la lega all’ideologia occidentalista di matrice americana, può esistere ancora un Occidente, il cui cuore pulsante è l’Europa, che si imponga il dovere di custodire e rappresentare nei fatti la cultura greco-romana ed una storia fatta di guerre fratricide ma anche di scambi culturali, politici e sociali vitali per l’umanità, che rendono fratelli nel bene e nel male i popoli che, da secoli, vivono sul nostro continente. Rispolverare l’Iliade, dunque, vuol dire in quest’ottica riscoprire un universo simbolico dall’alto valore pedagogico che può senz’altro riportarci alle radici della civiltà europea e, con la sua identità originaria e fondante, anche tutta la sua forza.

zeus-100372710-primary.idgeUOMINI E DEI – Innanzitutto, “la società omerica”, sottolinea Guido Paduano, traduttore del testo originale, “mescola uomini e dèi nello stesso gruppo che organizza l’orizzonte dei giudizi e delle attese“. Ma, se il mescolarsi del piano umano con quello divino non è certo esclusiva del mondo ‘pagano’ (basti pensare all’origine del Cristianesimo), nei monoteismi la volontà divina, laddove si manifesta, lo fa in maniera lineare e “unidirezionale”, mentre nel mondo omerico, non solo uomini e dèi, ma anche tra loro stessi gli dèi si combattono, si aiutano, discutono, si confidano, si fanno giustizia e reclamano vendette, dimostrando di possedere la forza e l’immortalità ma certo non l’unità, rappresentata soltanto dalla figura “sovrana” di Zeus che riconcilia, con le buone o con le cattive, le diatribe tra gli “agenti sovrannaturali”. Il piano divino, insomma, ci riserva indubbiamente una complessità maggiore, meno artificiosa e costruita rispetto ai monoteismi, tanto che è Zeus stesso, prima della distruzione di Troia, a dichiarare: “Tra le città che gli uomini terrestri abitano sotto il sole e sotto il cielo stellato, più di tutte nel mio cuore onoravo la sacra Ilio e Priamo e il popolo del valoroso Priamo, perchè sugli altari non mancava mai la mia parte di libagioni e di grasso, l’onore che ci è dovuto”(IV). Quanto al mescolarsi del piano umano con quello divino, che potrebbe far pensare ad un racconto fiabesco o ad una visione farsesca del sovrannaturale, di per sé dimostra soltanto una concezione del mondo che non può prescindere da ciò che non è visibile. Talmente distante dal materialismo filosofico moderno che perfino i racconti umani non possono fare a meno della rappresentazione simbolica della partecipazione divina.

L’ETICA DELLA VIOLENZA – Venendo finalmente ai fatti narrati, bisogna ben guardarsi dal sovrapporre all’epica omerica una dimensione che possa dirsi a qualunque titolo pacifista: l’Iliade è interamente immersa nel codice della violenza istituzionalizzata, che non viene intaccato nè dalla profonda e universale pietà, e neanche dai dubbi sporadici sulla fondatezza della guerra”, premette ancora Paduano. “Si confondono volutamente”, prosegue, “l’aggressività istituzionale e quella privata, sebbene la prima sia altrettanto costruttiva della comunità e della socialità quanto la seconda ne è distruttiva […]. Dobbiamo allora distinguere da questa un’ulteriore opposizione: l’integrazione sociale di Ettore contro l’individualismo egoistico di Achille. Ed è proprio in questa chiave che vanno lette le parole di Zeus nei confronti di Ares: “Banderuola, non venirmi qui a piangere; tu mi sei il più odioso fra tutti gli dèi d’Olimpo perché sempre ti sono cari i litigi, le battaglie, le guerre”. Non si tratta di un’improvvisa ricaduta pacifista del sovrano celeste, ma del biasimo nei confronti di una violenza a scopo puramente privato, illegittima. In ogni caso, la violenza è considerata e descritta con realismo. Né nascosta, né esaltata, né demonizzata.  In verità, tutto nell’Iliade – ancor più nell’Odissea ma con sostanziali differenze nelle tematiche – è realismo: la gloria non cela i dolori della guerra, l’atto eroico non nasconde le mostruosità dei colpi e delle ferite, l’onore non disprezza la ricchezza materiale“Il figlio di Atreo”, racconta Omero, “incalzava gridando, con le mani invincibili sporche di sangue”. Non c’è un altro lato della medaglia: lo strumento dell’eroe è la violenza. Fatta di ossa rotte, scudi e crani trapassati, occhi inflizati, braccia spezzate.

Ogni forma di moralismo è assente. Ed il realismo non è perciò macchiavellico” ma è presa di coscienza delle cause, dei fini, dei mezzi e così anche delle loro conseguenze. “Odisseo da dietro gli piantò nel dorso la lancia in mezzo alle spalle, e gli trapassò il petto”. Non c’è pietà per chi fugge. Celebre per la sua proverbiale intelligenza, prode in battaglia, ottimo re, non per questo Odisseo è risparmiato dalla brutalità. E nel successivo poema a lui dedicato, peraltro, le scene di violenza descritte sono ancora più dure e macabre: al momento del ritorno a Itaca, la sua vendetta su Proci e traditori non è quella dell’eroe che stermina i nemici circondato da un’aura di splendore ma, anzi, è minuziosa e particolareggiata la descrizione dei cadaveri appesi e della scena del delitto (non più un campo di battaglia ma il focolare domestico che rende ancor più brutale la violenza). Non è forse un caso se i duelli sono quasi sempre raccontati attraverso la similitudine con il mondo animale: “Altri ancora fuggivano nella pianura, come giovenche spaventate dal leone piombato nel buio notturno; per quella a cui si avvicina si apre l’abisso di morte: le spezza il collo afferrandola coi forti denti prima, poi succhia il sangue e tutte le viscere; così li inseguiva il figlio di Atreo, il potente Agamennone” (XI).

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LA GLORIA AL SERVIZIO DELLA PATRIA – La gloria conquistata in battaglia, generata essenzialmente dal coraggio, è ovviamente il tema cruciale. E’ il coraggio che scolpisce nella memoria il ricordo dell’eroe, che lo innalza davanti agli uomini e ne fissa l’esempio nel ricordo dei posteri e della sua stirpe, il che rimanda anche al valore pedagogico e concreto della gloria stessa, poiché spinge ciascuno ad elevarsi, per inseguirne la grandiosità e, di conseguenza, rende più forte la patria. Mentre, al tempo stesso, viene fuori il ruolo centrale della stirpe, che conferisce ad ognuno la responsabilità di esserne degno, in una concezione anti-individualistica ovviamente sconosciuta al mondo moderno, che naturalmente rafforza tali popoli rispetto a quelli privi di un’identità collettiva. È perciò sul coraggio, ovviamente, che vengono spese le frasi più significative del poema, le più grandi lezioni di vita: “Vorrei almeno essere moglie di un uomo più forte, che capisse il biasimo e la vergogna di fronte agli uomini. Ma lui non ha e non avrà mai, neanche in futuro, un cuore saldo, e credo che dovrà scontarne la pena” (IV), confessa Elena, causa scatenante della guerra, al valoroso cognato Ettore, “figlio di Priamo” . Rapita al suo legittimo sposo dal biondo Paride, che ha così costretto il suo popolo ad anni di assedio per un capriccio, Elena stessa conosce una vergogna che lui non dimostra di avere, più incline ad assecondare i piaceri più che i suoi doveri, in contrapposizione netta e costante con Ettore che, pur fedele alla sua Andromaca – il loro incontro prima della battaglia è una delle scene più toccanti e significative dell’Iliade – padre affezionato e marito affettuoso, in quanto principe mette al primo posto il dovere verso la patria:“Terribilmente mi vergognerei di fronte ai Troiani e alle Troiane dai lunghi pepli”, dichiara con fermezza alla sua sposa, “se come un vile mi tenessi lontano dalla battaglia; non a questo mi spinge il mio cuore, poiché da sempre ho imparato ad essere forte e a combattere in prima fila tra i Troiani, dando grandissima gloria a mio padre e a me stesso” (VI). La gloria è individuale, certo, ma esiste soltanto in relazione al servizio della patria. Ed il pur invincibile Achille, amante delle razzie, spietato con il cadavere di Ettore, leader solitario dei suoi Mirmidoni, tradendo più volte il suo individualismo fino al ritiro dalla battaglia per un torto subito dal re Agamennone, capo della spedizione contro Troia, è elogiato in via esclusiva per le sue doti personali e nelle descrizioni non è circondato dalla stessa aura di eroismo che invece avvolge Ettore, adorato dal suo popolo pur nella sua umanità, che affronta in tutta la sua debolezza nel momento dello scontro per lui mortale con Achille, prima del quale tenta la fuga in preda al panico, fino a ritornare in sé andando incontro al Pelide ed al suo destino.


VALORE E FORZA COME FONTE DI LEGITTIMAZIONE DIVINA – 
“Non parlarmi di fuga, non ti darò ascolto. La mia nobiltà non può sottrarsi alla battaglia”, urla nel libro V Diomede a Stenelo che cerca di convincerlo a ritirarsi dalla prima fila dove Enea affronta Pandaro. La nobiltà nella società omerica non è questione di forma. Più precisamente, la sostanza non esclude la forma ma la precede, le trasmette i contenuti per esser tale e ne giustifica e motiva la forma. Ecco la regalità, il diritto dei re di esser tali, la gerarchia, in opposizione ad una concezione democratica ma, ancor di più, ad una concezione meramente “burocratica” della gerarchia, che Evola definirebbe “gerarchismo”, consistendo essenzialmente in una forma ormai priva di contenuti. Il capo è qui colui che “serve” la comunità, come un samurai che protegge l’impero giapponese ed il suo popolo, il capo nella società omerica gode dei suoi privilegi in virtù dei doveri ai quali assolve. Il capo è la guida. È in prima fila. Il capo è l’esempio ed è tale in quanto è il migliore. Ecco l’aristocrazia. Rigorosamente guerriera“Ora dobbiamo stare tra i Lici in prima fila e affrontare la battaglia bruciante, perché i Lici dalle forti corazze possano dire: ‘Non sono privi di gloria i nostri re, che governano la Licia e mangiano grasse pecore e bevono vino scelto, soave, ma hanno grande vigore, perché combattono in prima fila tra i Lici’ “, afferma infatto Sarpedonte spiegando il concetto con semplicità, meglio di quanto noi potremmo mai fare.

Ed è forse ancora più chiaro Odisseo quando, nel libro II, col malumore che serpeggia tra i Greci, stanchi e pronti a salpare con le loro navi per tornarsene a casa, con durezza sprona nobili e sudditi (come in questo caso) che vogliono fuggire: “Sciagurato, stattene fermo e seduto e ascolta gli altri che sono migliori di te; tu non hai valore né forza; non conti niente in battaglia e niente in consiglio; non vorremmo, qui dentro, regnare tutti! Non è un bene l’autorità di molti: ci deve essere un solo capo, un re a cui il figlio di Crono dal tortuoso pensiero ha dato lo scettro e le leggi, perché decida per gli altri. Troviamo qui una perfetta e concisa elaborazione teorica sulla legittimazione del potere sovrano secondo il “diritto divino”, centrale per secoli fino all’Illuminismo, qui peraltro efficacemente  spiegata nel suo significato concreto: il valore e la forza, è attraverso questi “segni” che il dio “seleziona” un capo. In questi indizi di superiorità consiste la sua legittimazione da parte del dio, che è consacrata dalla capacità stessa di farsi rispettare e, quindi, obbedire, poiché nel concetto di sovranità vengono in rilievo appunto tanto la capacità di creare diritto quanto la forza di farlo rispettare. E così niente è scontato e la gerarchia è costantemente in gioco sulla base dei comportamenti: i gradi si conquistano sul campo, concetto da chiarire per non cadere, sul fronte opposto, nello stesso vuoto teorico della legittimazione democratica rifugiandosi nella difesa strenua di una forma, qual è la regalità, che non è per forza sostanza.

Ciò che peraltro ribadiva Evola in una frase troppo spesso dimenticata o ignorata dagli stessi “evoliani” che, sulla base di questi ed altri punti delicati della sua costruzione “metapolitica”, hanno influenzato in senso conservatore l’ambiente in cui coestisono tutti coloro che guardano con interesse all’opera ed al significato del fenomeno fascista. Premesso quanto approfondito nella nostra breve digressione, Odisseo colpisce Tersite con lo scettro, colpevole di aver insultato pubblicamente Agamennone (verso il quale Odisseo non mostrerà certo servilismo in altre occasioni). E, coerentemente con l’ideale greco del “kalòs kai agathòs” (bello e buono) tipico dell’eroe, Tersite, per contrasto, è così significativamente descritto: “Tersite aveva in cuor suo molte parole confuse, inutili, disordinate, ostili ai sovrani, ma gli sembrava che avrebbero divertito gli Achei. Era il più brutto tra i Greci venuti a Troia: si trascinava zoppo ad un piede, le spalle curve rientranti sul petto; sopra, la testa era appuntita e coperta da rada peluria”.

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PATRIA E COMUNITA’ DI DESTINO – La centralità della gloria, del coraggio e della gerarchia, quindi, conducono direttamente all’idea di patria. Non si tratta di “semplice” patriottismo. No. Il concetto di patria qui presente va più a fondo ed è tutt’uno con l’etica anti-individualistica a cui abbiamo accennato e, quindi, con l’idea di Stato come comunità (in opposizione allo Stato come società, di matrice individualistica/liberale). È così, ad esempio, che Poseidone comanda ai greci: “Il guerriero prode che indossa un piccolo scudo lo ceda a un soldato peggiore e lui lo prenda più grande” (XIV). Il contrario di quanto avverrebbe in democrazia. Oppure ancora Ettore, che rivolge ai suoi questo particolare invito: “Chi di voi, colpito da lontano o da vicino, incontrerà il destino di morte, muoia: non è vergogna per lui morire difendendo la patria” (XV). È lui, strenuo difensore delle mura di Troia, a ritornare, nel libro XII, di nuovo su questo punto, evidentemente cruciale per i troiani, che appaiono sempre molto compatti nonostante muoiano e soffrano per il codardo Paride, mentre i greci sono spesso divisi pur trovandosi dalla parte del giusto, avendo il principe troiano infranto i patti: “Uno solo è l’augurio migliore, combattere per la patria”. È questo che tiene unito il popolo della “sacra Ilio”.

Nonostante Ettore venga poi ucciso, infatti, gli achei prenderanno Troia soltanto grazie ad un inganno di Odisseo che trova non pochi oppositori fra i suoi pari. “Crediamo forse di avere dietro di noi chi ci dà aiuto, o qualche muro più forte, che ci difenda dalla sciagura? Non c’è vicino nessuna città dai saldi bastioni dove possiamo difenderci avendo rinforzi dal popolo: siamo nella piana dei Troiani dalle forti corazze, sospesi verso il mare, lontani dalla nostra patria. Nelle nostre braccia è la luce, non nell’indolenza in battaglia(XV), grida Aiace – impavido e imponente, uscito indenne dallo scontro con Ettore, allo stremo delle sue forze – ai suoi che si stanno perdendo d’animo vedendo i guerrieri troiani imperversare a due passi dalle loro navi e dal loro campo. “Nelle nostre braccia è la luce”. E’ un uomo d’azioneAiace, un baluardo, ma questa sua frase mette in rilievo due cose fondamentali: la forza che proviene dal combattere per difendere la propria patria e i propri cari, “privilegio” che i greci non hanno, e la capacità di fare della propria idea (la giusta causa) la propria patria, supplendo alla forza che conferisce ciò che è (pur sempre) materiale con la forza che si ha dentro: il proprio spirito. “Nelle nostre braccia è la luce”.

INVIOLABILITA’ DEL SACRO

Inutile dire, in proposito, che il sacro permea anche il linguaggio dei personaggi e ne sancisce l’inviolabilità, fungendo così da garanzia degli accordi: “Zeus padre non aiuterà gli spergiuri, e quelli che per primi hanno infranto i patti” (Agamennone, IV). E ancora il capo degli Achei, nel libro XIX: “Mi sia testimone per primo Zeus, il dio massimo e sommo, la Terra, il Sole e le Erinni che sotto terra puniscono gli uomini che giurano il falso”. I patti sono sacri. Così come gli atti rituali: “non oso libare a Zeus il vino lucente con mani impure; il dio dalle nuvole nere non è lecito pregarlo sporchi di sangue e di fango”. In tutto questo – guerra ed eroismi, rituali e giuramenti, gloria e brutalità, fede e razionalità – consiste la “religiosità” dell’Iliade. E se l’Europa e i suoi popoli avranno una chance di rinascere, dopo tutto, dipenderà esattamente dalla nostra capacità di far risorgere quell’etica ormai sovvertita. Non sarebbe male iniziare a spiegarlo agli studenti dei nostri licei.

Emmanuel Raffaele, 1 gen 2016

Londra, dal 4 marzo l’attesissima mostra sulla vita di Muhammad Ali

muhammad-ali-draft2-grayscaleDal 4 marzo al 31 agosto gli appassionati della boxe in tutto il mondo avranno un motivo in più per visitare Londra. Infatti, “The O2”, l’enorme tensostruttura a forma di cupola allineata al meridiano di Greenwich, costruita a fine anni Novanta, ospiterà nel corso della primavera e dell’estate, l’attesissima esposizione dedicata alla vita di Muhammad Ali dentro e fuori dal ring.

Già sperimentata con lo scomparso Elvis Presley, che aveva attirato oltre 200mila visitatori, la formula servirà adesso a raccontare la storia di Cassius Marcellus Clay Jr, classe 1942, titolo mondiale dei pesi massimi dal 1964 al 1967, dal 1974 al 1978, divenuto Muhammad Ali in seguito alla conversione all’Islam, campione eccentrico e ribelle, “razzialmente identitario”, si vide ritirare la licenza da parte della commissione pugilistica in seguito al rifiuto di prestare il servizio militare nel corso della guerra degli Usa in Vietnam: «Non ho niente contro i Vietcong, loro non mi hanno mai chiamato “negro“».

“I am the greatest”, non a caso, è la frase che gli organizzatori hanno scelto per pubblicizzare l’evento: “quando si è grandi come lo sono io, è difficile essere modesti”, dichiarò infatti Ali, provocatore, esuberante, tracotante e, soprattutto, velocissimo ed imbattibile sul ring grazie ad un gioco di gambe che lo rendeva simile ad un ballerino nonostante la potenza dei suoi quasi cento chili distribuiti su 191 cm di altezza.

Un ring interattivo mostrerà, tra le prime cose, le sue tecniche di allenamento ed il suo modo di boxare. E poi ancora video inediti, fotografie e oltre un centinaio di oggetti tra guantoni, medaglie (compresa quella delle vinta da giovanissimo nel 1960 alle Olimpiadi di Roma) ed altre cose appartenute al campione che oggi, a 74 anni e con un morbo di Parkinson che non gli ha impedito di impegnarsi nella solidarietà, è stato calorosamente invitato dagli organizzatori a voler partecipare all’evento.

Uno degli spazi espositivi, ha spiegato David Miller, uno dei curatori della mostra, sarà dedicato proprio al suo scontro con le autorità nel 1967, quando si rifiutò di combattere contro i Vietcong. Autore di ben quattro libri sul personaggio, Miller confida: “Non sarà un’esperienza museale, vogliamo una mostra dallo sguardo torvo  e che abbai contro le persone allo stesso modo in cui farebbe Ali. Vogliamo, al tempo stesso, far ridere e piangere i visitatori”.

Campione irriverente e fuori dagli schemi, non reagiva al razzismo con vittimismo ma ostentando l’orgoglio delle sue radici, tanto che in un’intervista televisiva [1], al giornalista politicamente corretto che lo incalzava: “non mi dispiacerebbe se mia figlia sposasse un nero: è la società che ci vuole diversi”; lui rispondeva candidamente: Dio ci ha fatto diversi. Ed alle obiezioni dell’intervistatore, replicava con queste parole: “Triste? Non è triste se voglio che mio figlio somigli a me. Sarei triste se perdessi la mia meravigliosa identità. Chi vorrebbe uccidere la propria razza?”

[1] https://www.youtube.com/watch?v=RKV4xxmV-Sc

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Inarritu o Zalone? Meglio genuini che snob

the-revenant-trailerDiciamoci la verità, “The Revenant” è un po’ come “La Grande Bellezza”: anche se stavi a morì sulla poltrona, esprimere apprezzamento fa molto intellettuale e la tentazione di farsi passare per la creatura rara e differente che ne ha colto l’essenza è veramente forte.

Ma non sono sufficienti due ore e mezza di noia a fare di un film un capolavoro, come non sono sufficienti mille pagine infuocate a sostituire la concretezza di una rivoluzione.

Per carità, ciascuno è libero di apprezzare ciò che gli pare, tanto più che l’ultima pellicola di Di Caprio non è certo da buttar via. Un duro lavoro di ripresa che ha prodotto grandiosi risultati dal punto di vista scenografico, una cura maniacale per i particolari che ha reso l’opera un esempio di realismo cinematografico e una superlativa capacità d’interpretazione e adattamento dell’attore principale, che potrebbe, a buon diritto, far propria l’agognata statuetta. L’asprezza della natura selvaggia, il contrasto con gli artifici della modernità, l’approccio primordiale col sovrannaturale, l’uomo bianco brutto e cattivo coi nativi americani, l’essere indomabile proprio di un animo forte: per carità, tutto molto vero e ben rappresentato.

Ma ad un film serve altro oltre al realismo documentaristico e ad un bravo attore. Serve originalità. Perché una buona storia, da sola, non significa un buon film. E ciò che manca all’ultima fatica di Inarritu con Di Caprio protagonista, nel quale è tutto fin troppo lineare, è proprio questo. C’è lui, con un’incredibile volontà e gli innumerevoli ostacoli ad una vendetta annunciata. C’è la divinità ma in una dimensione quasi estranea. Ci sono i nativi ma non è la loro civiltà ad essere  protagonista. Ci sono i bianchi, ma anche loro sembrano comparse. E perfino Fitzgerald, l’antagonista, non desta grande interesse poiché, nell’eccessiva cura al realismo, si è del tutto tralasciato di dare maggiore profondità psicologica ai personaggi. Soltanto interminabili e vuoti silenzi. E lui, il protagonista, Hugh Glass, distante quanto basta da impedirci qualsiasi forma di empatia.

E così una “buona” storia è stata sprecata. Mel Gibson col suo “Apocalypto” ha tentato qualcosa di simile. Ma lui ci è riuscito. E lo ha fatto senza annoiare e con maggiore profondità.

Ciò che resta e infastidisce, dunque, non sono i giudizi positivi sul film, che ci possono stare eccome per una pellicola di questa caratura, ma solo quella punta di snobismo di chi, ossessionato evidentemente dai dualismi, ti costringe a scegliere, novello Pilato mediatico, tra Zalone o Di Caprio, come se, a prescindere dalla qualità, una risata abbia meno valore culturale della noia.

E lo snobismo fa sorridere quando il paragone tra due generi del tutto diversi rivela la mediocrità dell’esibizionismo finto-culturale. Ma, certo, fa riflettere sulla sterile critica distruttiva di chi fa dell’intellettualismo una presa di posizione.

Castellitto affranto: “Il successo di Zalone non fa bene al cinema”. Verdone piccato: “Facile fare il pieno se ti proiettano il film ovunque”. Facile. Ma lui perché non ci aveva mai pensato? Forse non è proprio così. Come il “comico” pugliese gli ha giustamente ricordato. Sinistroidi come sempre stranamente allarmati dai gusti del
popolo: “Zalone come i cinepanettoni”.

Tutti a rosicare, ma la verità è che scrivere una bella commedia, far ridere, è molto più difficile che scrivere un film drammatico. E’ un attimo risultare pesanti, volgari, banali o ripetitivi, far calare il gelo in sala. Chi scrive non ha mai gradito i “cinepanettoni”, né le traduzioni cinematografiche di fenomeni social stile “I soliti idioti”, né ha trovato particolarmente gradevole, per fare un altro esempio, l’ironia forzata e senza trama di “Qualunquemente”, nonostante il personaggio funzionasse negli sketch. Ed è questo il punto: Checco Zalone ha creato un personaggio ma non è mai uguale a se stesso nella scrittura comica, non utilizza di continuo un tormentone, non usa volgarità per far ridere, non risponde agli stessi schemi forzandoli all’infinito e scrive film che definire comici sarebbe offensivo; scrive belle commedie.

E se una commedia è capace di toccare temi socialmente e politicamente chiave, facendoti riflettere ed insieme ridere, allora è chiaro che, se proprio dobbiamo scegliere, allora Zalone meglio che “The Revenant” tutta la vita. Senza contare che Zalone, per quanto una certa destra voglia appropriarsene per farne un’icona della satira anticomunista, trova la sua forza esattamente nel non fare una satira schierata, mettendo alla berlina lo snobismo culturale ed il politicamente corretto di sinistra quanto un certo modo di essere furbetti caratteristicamente di “destra”, l’italiano medio con l’idea del posto fisso ed i suoi mille pregiudizi, quanto l’estremismo omologante di sinistra.

Cado dalle nubi“, “Che bella giornata“, “Sole a catinelle” e adesso “Quo vado?” col suo record di incassi. Una volta può essere il caso, due volte può essere culo, ma se alla quarta prova cinematografica non hai perso la freschezza della tua comicità, facendo ridere sempre in maniera diversa, costruendoci sopra storie ancora interessanti ed in modo originale, allora non sarai figo come Di Caprio o chic come Inarritu, non farai film per intellettuali e forse il tuo accento marcatamente e scherzosamente pugliese sarà sempre un troppo popolare per i gusti raffinati di alcuni, ma sostanzialmente hai vinto tu, questo è sicuro.

Per cui, se Luca Medici in arte Checco Zalone riesce a far riflettere pur con lo strumento, immediato ma delicato da maneggiare, della commedia, doppia razione di applausi per lui ed, a questo punto, bocciato Inarritu, che nonostante la noia e il dramma, la raffinatezza e le capacità, ci ha lasciati a bocca asciutta. Come in quei ristoranti straeleganti dove, guardando l’assaggio striminzito di pasta nel piatto, volentieri risponderemmo come Checco: “è cotta, la puoi scolare“.

Zalone, “dopo tanto buio nordico, la luce del Sud”. L’ennesima recensione di “Quo vado?”

quo-vadoZalone è un genio e questa non è una recensione ma un’ode a Luca Pasquale Medici ed alla sua ultima creatura cinematografica, “Quo vado?”. Ma, se fosse una recensione, sicuramente non vi piacerebbe perché la trovereste eccessiva. Perfino se aveste apprezzato il film la trovereste eccessiva, figuriamoci se non vi fosse piaciuto.

Iniziamo dalle cose terra terra: il film fa ridere. E non lo fa grazie a qualche battuta azzeccata e messa lì al punto giusto, non lo fa come un “cinepattone” elargendo scene trash a piene mani ma con una struttura ingegnosa, comica di per sé. Se fosse uno sport, il film di Zalone sarebbe certamente uno sport di squadra e non individuale. Non brilla grazie a piccole o grandi trovate, intuizioni sparse qua e là ma grazie ad uno schema che mantiene l’obiettivo puntato per l’intera durata della pellicola.

Ottantasei minuti in cui ognuno ha l’occasione di ridere di se stesso perché, se quella di Zalone è a tratti satira politica, allora bisogna anche ammettere che è una satira che finalmente non risparmia nessuno.

Da una parte c’è lui, il protagonista, a rappresentare la “burocrazia conservatrice”, la politica da Prima Repubblica che negli uffici ministeriali ci sguazza per sopravvivere, un paese dove il Parlamento chiacchiera e fa le leggi ma alla fine tutto resta com’è, l’ italietta dei mammoni che all’ indipendenza personale preferiscono le comodità, l’idea parassitaria dello Stato sociale che diventa assistenzialismo sfrenato, l’idea del posto fisso apprezzato per la salvaguardia di una sicurezza esistenziale piccolo borghese.

Dall’ altra Valeria, la co-protagonista, colta e progressista, nordica ed aperta al multiculturalismo, che al malaffare ed all’ aggiramento delle norme per interessi privati oppone un fortissimo senso civico e la priorità del bene comune.

Checco non risparmia nessuno, non si schiera da una parte o dall’altra, ma bersaglia tutti mettendo in evidenza le pecche di ciascuno, le assurdità degli eccessi . E predica fondamentalmente una impostazione anti-ideologica che tempera gli estremi, cercando un equilibrio senza giungere al compromesso incoerente.

Simpatico ed originale il modo in cui Zalone ci fa sorridere del legalismo sfrenato e della burocrazia come organizzazione razionale nella definizione sociologica del suo ruolo nella democrazia moderna, quanto del parassitismo social-democristiano da Prima Repubblica. Allo stesso modo in cui ci fa sorridere del multiculturalismo più acceso, che nega la diversità in nome di una omogeneità mascherata e di una eterogeneità nascosta e vissuta con imbarazzo,  tanto quanto degli stereotipi conservatori su uomo e donna, stranieri ed italiani. Prende in giro l’italiano medio quanto il radical chic. Propugna un patriottismo critico in salsa mediterranea, concludendo con un invito di indirizzo esistenziale, che chiude d’un tratto con la satira politica, ritornando idealmente alla scena iniziale del racconto sulla “storia della sua anima“. Ed è così che apre alla vittoria di un terzo modello, che scavalca entrambi gli steccati e non si fonda su un piano orizzontale, ma è ricerca di sé: il valore del rischio e del coraggio contro ogni appiattimento livellante (evitiamo di spoilerare la scena ma in sottofondo suona l’inno nazionale), il dono di sé come superamento dell’individualismo materialista, nella scena conclusiva.

Zalone dixit: dopo tanto buio nordico, la luce del Sud.

Londra, “riapre” ex Casa del Fascio, ieri inaugurazione a Charing Cross

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“Ambizione aggressiva” ed iniziative “strumentali”: questa secondo Alfio Bernabei, membro dell’Anpi ed organizzatore della mostra “Mussolini’s folly: farce and tragedy in Little Italy”, la valenza dell’acquisto, nel 1936, della Casa del Fascio di Londra niente meno che al numero 4 di Charing Cross Road, pieno centro della capitale inglese, a due passi da Trafalgar Square.

6Autore del documentario “Dangerous characters” per Channel 4 e del libro “Esuli ed emigrati italiani nel Regno Unito 1920-1940”, Bernabei inquadra così la decisione dell’allora ambasciatore italiano Dino Grandi di procedere, grazie alla raccolta fondi fatta dalla comunità italiana in Inghilterra, al trasferimento del Fascio di Londra (il “fascio primogenito all’estero”, nato nel 1921, un anno prima della Marcia su Roma), che era già stato ospitato in Great Russel Street e poi in Greek Street, negli oltre mille metri quadrati di Charing Cross, evento esaltato da L’Italia Nostra, “Organo ufficiale dei Fasci Italiani nelle Isole Britanniche” nel numero del 27 novembre 1936.

“Si trattava di iniziative necessarie ad annettere la comunità italiana”, commenta Bernabei, che però ammette: “gli italiani emigrati si sentivano ora più rispettati dagli inglesi” ed erano tutti intenti ad attuare gli indirizzi del regime fascista che li invitava a “non genuflettersi più, rappresentando il nuovo senso di dignità italiana, persino per chi era un semplice cameriere”.

Presente all’inaugurazione della mostra fotografica, che proseguirà fino al 15 dicembre, anche Giulia Romani, console presso il Consolato Generale d’Italia a Londra, e Simone Rossi, presidente della sezione londinese dell’ Anpi.

12Tesa a tramandare “la memoria” dei tragici eventi della seconda guerra mondiale nelle intenzioni degli organizzatori ed ospitata da quella che attualmente è una libreria strutturalmente ancora identica all’edificio dell’epoca, l’interessante esposizione racconta e nasconde però molto altro. E per capirlo è utile leggere alcuni passi di un emigrante italiano, Callisto Cavalli di Lugagnano Inferiore di Monchio, che nel suo libricino “Ricordi di un emigrante”, ripreso da Huges Colin nel suo “Lime, lemon & salsaparilla – The italian community in South Wales 1881-1945”, scrive: “Molti anni prima che io mi iscrivessi, il fascismo aveva preso piede a Londra e molti miei connazionali che ci risiedevano, tra cui la gente migliore della comunità, si erano iscritti al partito”. E ancora: “Prima del fascismo, tutti i governi italiani si erano curati ben poco – per non dire affatto – delle migliaia di persone emigrate: adesso le cose erano cambiate. Il governo fascista aiutò veramente i connazionali all’estero e per quanto fu possibile, ne favorì il benessere. Grazie al governo fascista, decine di scuole serali avevano aperto solo a Londra, per i figli degli emigrati che erano nati a Londra e che così potevano imparare la nostra lingua madre” (molte scuole vennero aperte in tutto il regno, compreso ad esempio il Galles, grazie al patrocinio del Consolato italiano di Cardiff). “Gli italiani di Londra”, conclude l’emigrante, “fascisti o non fascisti, non avevano mai mostrato tanto entusiasmo per la madrepatria come a quel tempo”.

3Riflessioni sulle quali è inevitabile soffermarsi, come sull’intero contesto in cui si verificarono gli eventi. Fa pensare, effettivamente, come, in seguito alle sanzioni della comunità internazionale contro l’Italia per l’attacco in Etiopia, anche gli italiani all’estero vollero contribuire fattivamente alla raccolta di beni a favore della madrepatria, come dimostra il numero de “L’Italia nostra” del 17 gennaio 1936: ben 18.480 sterline raccolte tra gli italiani di tutto il Regno Unito in oro e denaro contante.

Così come è necessario riflettere su quella frase, favorire il benessere degli italiani all’estero, che significò l’organizzazione da parte del governo fascista, non solo di corsi di lingua, ma anche di viaggi per gli italiani, di strutture sindacali ed assistenziali, di eventi sportivi, di iniziative culturali.
Numerose sedi con funzioni analoghe, infatti, aprirono in tutto il Regno Unito: a Cardiff, Bristol, Glasgow, Belfast, Greenhock, Edinburgo, Swansea, ecc. e tutte con le medesime finalità. Famoso è, il 5 giugno del 1939, il concerto del tenore di fama internazionale Beniamino Gigli presso la Casa del Fascio londinese, che si esibì davanti ad oltre 500 persone insieme a Maria Caniglia, in occasione della visita per la stagione d’opera al Covent Garden e l’incisione di un disco.

7Così come potrebbe colpire il fatto che a presiedere il fascio londinese vi sia stato anche Guglielmo Marconi, inventore del telegrafo, che in una famosa frase del resto dichiara: “Rivendico l’onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza d’Italia”.

Due ristoranti, una grande sala per gli eventi, la redazione del giornale “L’Italia nostra”, la sede dei “Giovani Italiani all’Estero” ed anche del Fascio Femminile di Londra (a dispetto di chi parla di esclusione delle donne dalla vita pubblica sotto il fascismo) erano stati adibiti in Charing Cross.

Un grande sforzo teso naturalmente anche a propagandare l’idea fascista in Gran Bretagna, il che attirò le attenzioni degli 007 inglesi senza evidentemente allarmare più di tanto, tenuto conto delle parole di apprezzamento per il regime persino da parte di Churchill che, prima del conflitto, in visita a Roma, affermò che, se fosse stato italiano, sarebbe stato certamente fascista.

11La sede, d’altronde, terminò la sua missione soltanto con la dichiarazione di guerra italiana, in seguito alla quale venne sequestrata e migliaia di civili italiani vennero internati senza alcuna colpa e deportati nelle ex colonie inglesi d’oltremare, nonostante molti avessero avuto addirittura figli o parenti nell’esercito inglese. Anche su Wikipedia è possibile “scoprire” che: “I paesi di entrambi gli schieramenti applicarono l’internamento di cittadini originari dei paesi nemici”. E così, anche nella democraticissima Inghilterra, i diritti civili e politici dei civili italiani vennero negati e le proprietà di molti vennero addirittura confiscate. Del resto, non si registra risarcimento alcuno per il sequestro della sede di cui sopra, acquistata con soldi italiani, né è mai ricomparsa la statua di Giulio Cesare presente al suo interno. L’Italia, in verità, attende anche scuse ufficiali in seguito al ben più triste evento dell’affondamento dell’ Arandora Star, nave salpata da Liverpool con a bordo oltre 1500 internati da deportare tra i 16 ed i 75 anni, tra cui appena 85 prigionieri di guerra e, dunque, quasi per intero, stracolma di civili di nazionalità nemiche che, per mancanza di spazio, 5dormivano sui pavimenti. Ed è anche a causa del sovraccarico ed un numero insufficiente di scialuppe, che in seguito al siluramento della nave da parte tedesca (che aveva scambiato la nave per un carico di armi), morirono oltre 800 persone tra cui ben 446 italiani.

Pezzi di una storia sicuramente da riscrivere, come dimostra puntualmente ogni involontario approfondimento dei tanti aspetti del secondo conflitto mondiale e delle sue cause.

Sovranita’, nemica secolare dei progressisti: ecco perche’ farne una parola d’ordine

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C’erano un volta gli stati nazionali. Ora non ci sono più. Se la politica fosse una fiaba progressista è indubbio che questo sarebbe il suo incipit.

“Se concepiamo la storia moderna non come vittoria dello stato assoluto, ma come vittoria del costituzionalismo, allora ci accorgeremo che l’elemento di continuità di questa lotta è proprio nel suo avversario, la sovranità” (N. Matteucci, “Sovranità”). E ancora: “se il binomio sovranità-Stato appartiene propriamente alla modernità, anzi se quel binomio è la modernità […], la sovranità e lo Stato sembrano destinati ad una pari obsolescenza nella dimensione del potere che risulta propria del post-moderno (D. Quaglioni, “La sovranità”). Ferrajoli addirittura definisce la sovranità un “relitto premoderno”. Secondo la scienza politica, in breve, la sovranità è un po’ il nemico principale della democrazia, sia quella diretta, che (soprattutto) quella rappresentativa fondata sulla separazione dei poteri. E ne è allo stesso l’incubo dal momento che, nel suo significato metastorico, che pure alcuni rifiutano, la sovranità in quanto tale, nata con gli stati nazionali ed il Trattato di Westfalia nel 1648, non è altro che il “supremo potere di comando (summa potestas) connesso all’esercizio delle funzioni fondamentali di ogni sistema politico” (P.P. Portinaro, “Sovranità” in “Enciclopedia del pensiero politico”). Dunque, un elemento ineliminabile, connaturato ad ogni comunità umana ed alla sua organizzazione politica. Ma c’è di più. Innanzitutto essa è per definizione assoluta. Non c’è quindi sovranità nello stato che riconosce poteri superiori ad esso fuori o dentro i confini nazionali. Inoltre, essendo per definizione indivisibile, la sovranità in quanto tale confligge con il concetto d’esordio, ad esempio, della costituzione italiana: la sovranità che appartiene al popolo, che infatti, evidenziandone l’artificio retorico, “la esercita nelle forme e nei limiti della costituzione” (art. 1 Cost) in quella che lo stesso Portinaro rileva essere una trasfigurazione del concetto in “sovranità del diritto”. Ciò semplicemente perché, come evidenzia Carl Shmitt, “sovrano è chi decide sullo stato d’eccezione”, chi detiene il “monopolio della decisione ultima”, mentre“tutte le tendenze del moderno sviluppo dello stato di diritto concorrono ad escludere un sovrano in questo senso”.

Il punto è questo: il nemico giurato delle teorie liberali, democratiche, socialiste e anarchiche è esattamente il concetto di sovranità e ciò che ci troviamo oggi a fronteggiare è in realtà una sconfitta già avvenuta e datata 1945 quando, la nascita dell’Onu e con essa della comunità internazionale quale oggi è intesa ed, in seguito (1948), la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, sanciscono la fine della sovranità assoluta degli stati all’interno dei propri confini e fanno dei principi democratici parte dei diritti inalienabili dell’uomo, rivelando l’ideologizzazione propria all’organizzazione. Legittimo. Ovvio addirittura. Sta di fatto che dire oggi “Basta Europa” ha un senso soltanto se si comprende che la lotta contro la tecnocrazia europea non è quella decisiva e che la questione è duplice. Da una parte combattere chi mira a relegare al passato la sovranità nazionale e con essa gli stati nazionali, con il piano esplicito, ad esempio, di una parte dei federalisti europei del dopoguerra di giungere ad uno stato federale con graduali erosioni della sovranità per giungere ad una federazione di fatto senza troppi clamori ed opposizioni eccessive, dall’altra comprendere che la battaglia per la sovranità si conclude soltanto con una nuova forma di stato, non certo con il liberalismo o uno degli altri modelli che costituiscono soltanto il preludio della sconfitta. Il problema, dunque, è tanto esterno quanto interno, politico più che mai. Chi vuole la fine degli stati nazionali, non vuole spostare semplicemente la sovranità altrove ma, disperdendola in mille rivoli (è la rete, modello non piramidale ma orizzontale, segnalata con entusiasmo anche nelle recenti discipline che analizzano le politiche pubbliche quale modello democratico di partecipazione ai processi decisionali ), di fatto, distruggerla. Il che non vuol dire giungere sul serio all’utopistico autogoverno del popolo ma soltanto costruire un altro, enorme, artificio retorico, giuridico e politico, da sostituire all’affascinante ma vuoto concetto di sovranità del popolo, che condurrà, anzi, sta conducendo già soltanto ad un ulteriore allontanamento della decisione ultima dai cittadini. Se la nostra casta dove risiedeva il potere decisionale prima stava in parlamento o negli uffici ministeriali, oggi sta fuori dai nostri confini, tanto più che persino le istituzioni che dovrebbero salvarne l’apparenza sono con tutta evidenza carenti quanto a rappresentatività. In un “comune” manuale di “Diritto costituzionale comparato ed europeo”, il cui autore è l’ex preside della Facoltà di Scienze politiche di Cosenza, Silvio Gambino, con simpatie non certo di destra, scrive: “Non si può, infatti, fare a meno di rilevare che il sistema costituzionale europeo che si dipana dal XXI sec. sotto le insegne dell’effettività si definisce sempre più come un ‘costituzionalismo dei governanti’, ‘ottriato’, vale a dire un costituzionalismo dall’alto, molto diverso, quindi, da quel ‘costituzionalismo dei governati’ che è stato protagonista degli stati europeo nel primo e (soprattutto) nel secondo Novecento […] ben lungi dal rispondere ai canoni della democrazia rappresentativa. E ancora: “Le decisioni più importanti, infatti, tendono ad essere prevalente (se non esclusivo) appannaggio dei vertici degli esecutivi dei singoli stati o della tecnocrazia comunitaria”.

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Ma – e c’è una frase tra queste ultime che infatti non sarà sfuggita ai più attenti – se la fine dello stato nazionale venuto fuori da Westfalia è databile al secondo dopoguerra, anche qui la sovranità, irresistibile poiché ineliminabile come dicevamo, fa capolino e dà ragione a Shmitt, nel momento in cui spiega: “l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto”. Sono proprio le potenze vincitrici di un conflitto, il secondo conflitto mondiale, infatti, che proprio alla luce della loro posizione di superiorità de facto “inaugurano” questo nuovo ordinamento internazionale, che pur nella sua necessaria ricerca di una legittimazione che non sia puramente coercitiva ma ideologica, così come da definizione del concetto di sovranità, pure disvela la sua origine tutt’altro che rappresentativa esplicitamente nel potere di veto che questi paesi hanno deciso di mantenere. Anche in Italia, del resto, la repubblica che in tanti proclamano “antifascista” nasce dalla guerra civile e non è certo attraverso strumenti democratici che giunge nelle mani dei vincitori (in questo caso, per meriti altrui). Lo stesso democraticissimo Rousseau – ed ora arriviamo al punto -, nemico persino della democrazia rappresentativa in quanto anti-democratica (“La sovranità non può venir rappresentata, per la stessa ragione per cui non può essere alienata; essa consiste essenzialmente nella volontà generale e la volontà non si rappresenta: o è essa stessa o è un’altra; una via di mezzo non esiste […]. Il popolo inglese si crede libero, ma è in grave errore; è libero solo durante l’elezione dei membri del parlamento, appena avvenuta l’elezione, è schiavo, è niente”), non solo non può far a meno di prevedere l’esistenza di un governo, preferibilmente – tra l’altro – di tipo non democratico, poiché esso necessiterebbe la mobilitazione costante del popolo; ma, addirittura, non può neanche lui fare a meno di ammettere che è necessaria una figura che detenga il potere nel caso si verifichi lo stato d’eccezione, esattamente come sostiene Shmitt: “L’ordine e la lentezza delle forme richiedono un lasso di tempo che a volte le circostanze rifiutano. Si possono determinare mille casi a cui il legislatore non ha provveduto […]. In questi rari casi e manifesti si provvede alla sicurezza pubblica con un atto speciale che ne affida l’incarico al più degno” (J.J. Rousseau, Contratto sociale). Tutto qua? No, non è tutto. “La grande anima del legislatore è il vero miracolo che deve far fede della sua missione”, sostiene infatti lo scrittore francese, fondando il suo stato di diritto su una figura semi-mitica che sta esattamente al di là del diritto. Riecco, definitivamente, Shmitt. E riecco, per tornare concreti ed “attuali”, la seconda guerra mondiale ed il nuovo ordinamento internazionale, che si fa sentire con le continue decisioni e/o limitazioni imposte dalle strutture sovranazionali (europee o mondiali) che decidono su questo o quel campo un tempo appannaggio esclusivo dello stato nazionale.

Insomma, se ci deve essere oggi una parola d’ordine, che valga contro l’Europa di banche e tecnocrati, ma anche contro i nemici interni, i nemici degli stati nazionali e di un modello politico in cui le decisioni non siano prese nell’oscurità dei passaggi burocratici, da assemblee non rappresentative e la responsabilità politica abbia ancora un senso e con esso anche il merito; se ci deve essere una parola che possa rappresentare l’opposizione all’arbitrio (la sovranità è altra cosa, poiché è all’origine del diritto) ma anche alla finzione democratica che nasconde interessi di natura economica, questa parola non può che essere una sola, inalienabile, imprescrittibile, indivisibile, assoluta ed esclusiva: SOVRANITA’.

Emmanuel Raffaele

Su Islam e Occidente, destra contro “destra”

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“Non sono adatto al mercato elettorale dove la pur formidabile Meloni è poi costretta ad argomentare da pezzente per salvaguardare il proprio orticello”. Così Pietrangelo Buttafuoco sulla proposta salviniana di candidarlo a governatore della Sicilia e la reazione del leader di Fratelli d’Italia Giorgia Meloni, contraria per il suo essere “islamico”.

La questione, in effetti, ha evidenziato una frattura da sempre presente all’interno dello scenario della cosiddetta destra, distinguendo una destra che si vuole conservatrice, occidentalista, con il pallino dell’ordine apparente di tipo borghese, ed una destra che non vorrebbe neanche poi tanto essere destra, ma si vuole avanguardia, rivoluzionaria, anti-borghese e più propriamente nazionalista, rifiutando sottomissioni culturali all’ideologia occidentalista di derivazione americana.

Una frattura – meta-politica, dal momento che poi le sfumature sono purtroppo le più varie – che intorno al tema dell’Islam si mostra con forza ed attualità.

Da una parte c’è la xenofobia di chi dal timore fa scaturire la propria identità soltanto per antitesi e si barrica così dietro la rigidità ideologica di chi è altrimenti privo di contenuti (si pensi alla destra in stile Oriana Fallaci o Giuliano Ferrara, atei a difesa di una presunta civiltà ebreo-cristiana). È la destra che ama il tintinnio delle manette, sta dalla parte della divisa e del più forte a prescindere, ha paura delle sirene di notte e brandisce croci aizzandole contro l’apertura di nuove moschee.

Dall’altra, c’è chi non teme le moschee o la diversità, non fa dell’immigrato il nemico ma, considerandolo una pedina (buono o cattivo ciò attiene alla sfera personale), si oppone piuttosto al fenomeno migratorio per motivi sociali e realmente identitari: è, innanzitutto, l’idea di Stato da difendere; poi lo Stato sociale messo a dura prova dall’immigrazione di massa, sia nella sua equità che nella sua tenuta; e, ancora, il concetto di cittadinanza, di popolo come “comunità” e non “società”; infine, l’idea stessa di diversità, che non è tale quando l’integrazione diviene omologazione della cultura al modello unico che, in nome di una sua presunta superiorità, proprio l’ideologia occidentalista porta avanti.

Inevitabilmente, chi non ama il liberalismo da cui scaturisce l’ideologia occidentalista e vorrebbe un fronte nazionale o europeo fondato su un modello economico-politico alternativo a quello fintamente democratico attuale, non ha certo interesse a paventare uno scontro di civiltà che oppone l’Islam ad uno schieramento per nulla affine, pur senza parteggiare per gli “invasori” o divenendo esterofili come è d’uso a sinistra.

Si sprecano, del resto, le fonti, che svelano la bugia occidentalista. Barbara De Poli, ad esempio, nel suo testo “I mussulmani nel terzo millennio”, ricorda: “Nel 1928, Hassan al-Bannà fondò al Cairo il movimento dei Fratelli Mussulmani, precursore delle diverse correnti radicali contemporanee. Secondo al-Bannà […] era necessario ripristinare la morale islamica e la legge religiosa, istituendo uno Stato islamico. La predicazione faceva leva sul sentimento religioso ma iscriveva l’Islam in una visione politica ideologizzata. Trovò ascolto soprattutto nei contesti sociali di nuova urbanizzazione.

La De Poli segnala due elementi importanti: fino alla prima metà del secolo scorso, i movimenti islamisti erano puntualmente schiacciati da quelli laici. Poi accade qualcosa: “Un fattore di islamizzazione si incardina nel conflitto bipolare: non va sottovalutato che il sostegno attivo ai movimenti islamisti fu una delle strategie promosse dagli Stati Uniti per sottrarre consensi al socialismo e indebolire le sinistre nei paesi arabi. Un contributo significativo a questo disegno venne dall’Arabia Saudita, altrettanto ostile al socialismo. Il controllo di luoghi del pellegrinaggio e, soprattutto, la scoperta del petrolio diedero alla casa saudita gli strumenti per divulgare la dottrina rigorista di Ubn Abd al-Wahhab, affine al salafismo radicale, su scala planetaria”.

Stato-islamico

Tutto ciò che, in breve, è ancora oggi sotto i nostri occhi, con l’appoggio ai ribelli in Siria contro Assad finché la nascita dello Stato islamico non costringe gli Usa a fare marcia indietro (almeno pubblicamente).

“È patente”, segnala infatti il testo, “l’ambiguità delle potenze occidentali, in particolare gli Stati Uniti, che proclamano la guerra contro il terrorismo islamista, ma per strategia politica considerano alleati moderati paesi come l’Arabia Saudita o il Pakistan e annoverano come ostili i regimi più laici del Vicino Oriente, quali l’Iraq di Saddam Hussayn (la cui rimozione ha fatto esplodere e radicalizzare i conflitti religiosi nel paese) o la Siria ba’thista”.

“I nuovi intellettuali dell’Islam”, in effetti, “hanno spesso una formazione di tipo moderno e una debole conoscenza teologica […]. Moderna è la formulazione di una teoria sistematizzata dello Stato islamico; moderni sono anche i modelli organizzativi rigidamente strutturati e gli strumenti della propaganda”.

L’Islam, insomma, si trasforma in ideologia ed in maniera speculare si comporta anche la civiltà cristiana, che nel frattempo perde adepti e la pratica del culto, ma diviene bandiera da sventolare contro la serpe custodita finora in seno da chi ora la dichiara male assoluto.

“Pur avendo dichiarato l’Islam fonte di diritto all’articolo 3 della Costituzione”, osserva la De Poli sulla Siria, “non ne cita mai l’autorità nella sezione dedicata al potere legislativo, attribuito all’Assemblea Popolare, che deve essere costituita almeno per metà da operai e contadini, ma che non pare necessiti della presenza di ulema. All’articolo 134 precisa inoltre che i giudizi in tribunale vanno resi in nome del ‘popolo arabo di Siria’, non in nome di Dio o dell’Islam. Anche per quanto riguarda i principi educativi, la Costituzione afferma che la scuola deve creare ‘una generazione araba socialista’ e non ‘mussulmana’ ”.

La ferma opposizione al fondamentalismo, dunque, non deve condurre ad un rifiuto dell’Islam.

Peraltro, l’Islam conosce una varietà di applicazioni della sharia fino al caso estremo della Tunisia, esempio di laicismo dal punto di vista legislativo. Esistono e sono esistiti più Islam, anche perché non esiste un clero ed una “chiesa” al suo interno. Sotto l’impero ottomano, ad esempio, attraverso le millet, era consentita la libertà religiosa ai cristiani ed alle altre comunità e persino la rappresentanza politica. Libertà religiosa che viene messa in dubbio soltanto dai fondamentalisti.

La percentuale minima di disposizioni giuridiche rintracciabili nel Corano – il 3/7% -, quasi tutte sul diritto di famiglia, consentono alle diverse scuole di pensiero le interpretazioni più varie ed esistono nell’Islam persino istituti “moderni”, come il divorzio. C’è anche – come nell’ebraismo – il ripudio, è vero, ma non è consigliato dal Profeta. Stessa cosa vale per la poligamia, vietata del resto in molti stati, usanza beduina ereditata a malincuore dall’Islam e giustificata da un solo versetto che ne limita l’applicazione ad alcuni casi e corredata da un forte monito sull’impossibile equità con cui trattare le mogli, che per molti è un invito a non praticarla.

Esiste un femminismo islamico, sviluppatosi al suo interno soltanto in modo minoritario nella forma anti-religiosa che ha caratterizzato quello occidentale, ma cresciuto, invece, in un quadro di rispetto e re-interpretazione dell’Islam. La profonda “mutevolezza” dell’Islam fattuale, a fronte di una sua immobilità dal punto di vista formale, è dunque fondamentale per approcciarlo. Lo stesso divieto di prestito ad interesse (ribà), ancora formalmente vietato e rispettatissimo è poi, però, aggirato con diversi mezzi. Quanto alle mutilazioni genitali femminili, sconosciute all’80% della comunità mussulmana, nessuna menzione ne fa il Corano, mentre sono citate senza essere consigliate soltanto in una hadit.

E ancora troviamo spunti di buon senso in quello che è il mahr, il donativo nuziale che, se pur da molti è interpretato come costo della sposa, per secoli ha rappresentato una essenziale tutela della donna, titolare di un suo patrimonio (vige solo la separazione dei beni) e garantita da questa “dote” che veniva data per metà in caso di ripudio, costituendo di fatto una sorta di mantenimento e garanzia contro l’arbitrio dell’uomo. L’Islam ha persino conosciuto i matrimoni a termine o temporanei, utili a permettere rapporti sessuali extraconiugali in una formale liceità.

Anche la zakat, il tributo solidale prescritto da Mohammed, non viene raccolto rigidamente, così come molti non effettuano la preghiera cinque volte al giorno o non effettuano il pellegrinaggio, mentre è molto rispettato il ramadan. Il laicismo, insomma, è prassi quotidiana, seppur senza ostentazioni.

Da un punto di vista politico, inoltre, conviene evidenziare la chiave anti-liberista che in molti intravedono nella zakat e nel divieto di prestito ad interesse il che, associato al forte senso della comunità, ha dato spesso vita al sogno di una terza via alternativa tra i due blocchi ideologici, in maniera non dissimile a certi ambienti nazionalisti europei. Si pensi ai partiti Ba’th.

Non è un caso se la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo voluta dall’ideologia occidentalista, non solo per tutelare diritti e libertà, ma anche per fare della democrazia e dei principi liberali e liberisti i fondamenti di un nuovo ordinamento mondiale di fatto in auge con l’Onu, ha conosciuto forti opposizioni da parte islamica, si pensi alle dichiarazioni parallele del Cairo nel 1990 o a quella del 1981 a Parigi.

Se è vero che l’Islam – come l’antica Roma – non distingue tra autorità spirituale e potere temporale (il Profeta era, d’altronde, capo politico, guerriero e capo spirituale), è anche vero che ciò non porta obbligatoriamente al modello della teocrazia, laddove il modello più vicino è forse proprio di tipo imperiale, senza contare che l’Islam, tenendo separati atti vietati ed atti obbligatori da atti sconsigliati ma comunque legittimi, contiene già al suo interno un potenziale “laico”.

In conclusione, non si può parlare di un solo Islam e non ci si può opporre dunque ad un immaginario Islam compatto e fondamentalista. Si può, invece, laddove possibile e mantenendo la propria identità, tentare un dialogo fruttuoso con chi, almeno potenzialmente, ha una visione economico-politica anti-capitalista e identitaria che ci avvicina molto più all’Islam che a certi elementi della destra occidentalista della porta accanto.

 

Emmanuel Raffaele