In aumento gli errori nelle pubblicazioni scientifiche, il carrierismo corrompe la ricerca

provette_colIl controllo, l’approfondimento e la verifica delle notizie in ambito giornalistico ha risentito in maniera evidente di un contesto in cui l’informazione per sopravvivere deve adeguarsi a tempi sempre più veloci e ad un mercato sempre più competitivo.
Nell’ambito della ricerca scientifica i risultati, in termini di superficialità tendenziale delle pubblicazioni, non sono a quanto pare diversi.

A denunciarlo “The Economist” attraverso due inchieste “allarmanti” pubblicate nel mese di ottobre: «Troppe scoperte – denuncia il quotidiano britannico – sono il risultato di esperimenti poco accurati o di analisi inadeguate. Chiunque investa nelle biotecnologie sa che già che metà degli studi pubblicati non sono ripetibili».

Posto che è esattamente la ripetibilità dei risultati il fondamento della scienza moderna, appare evidente che ci troviamo di fronte ad un abbassamento del livello della ricerca, spesso funzionale ad interessi privati più che a quelli della pura scienza.

E’ il caso di sottolineare perciò qualche altro dato di rilievo: «Nel 2012 i ricercatori dell’azienda biotecnologica Amagen hanno scoperto che erano in grado di replicare solo sei dei loro 53 studi oncologici “fondamentali”. Un’équipe della casa farmaceutica Bayer è riuscita a ripetere solo un quarto di 67 esperimenti altrettanto importanti. Un noto informatico lamenta il fatto che tre quarti degli articoli pubblicati nel suo settore sono fesserie. Tra il 2000 e il 2010, circa ottantamila pazienti hanno partecipato a test clinici basati su studi che poi sono stati ritrattati a causa di errori o di procedure inappropriate».

Nella fretta di fare notizia tutto fa brodo, sgomitando per far carriera l’approfondimento è rischiosa perdita di tempo, nell’ansia della scoperta la verifica diventa dettaglio.
È la superficialità che dilaga, la frenesia che fa sistema, l’apparenza che premia.

Una situazione che, tra parentesi, pare trovare riflesso nella mania dei sondaggi a buon mercato sempre più frequenti, che umiliano la statistica ignorando criteri e metodi scientifici quanto alla formazione del campione, alla sua ampiezza, ecc. L’importante, ormai, è che se ne parli, tanto più che il sondaggio nell’ agone politico, con la cassa di risonanza dei media, contribuisce alla creazione della notizia, del dibattito, plasmando e indirizzando l’opinione pubblica in realtà ancor prima di analizzarla.

Ma, tornando al tema generale, è chiaro che la concorrenza di sei o sette milioni di ricercatori è una cifra troppo alta per permettersi il lusso di ammettere un errore.
Tanto che, alla luce di una percentuale pari al 90% di lavori rifiutati dalle riviste specializzate, «un ricercatore su tre sa di un collega che ha reso più interessante un articolo escludendo dai risultati i dati scomodi», mentre soltanto il 14% delle pubblicazioni si occupa di smentire le ipotesi scientifiche rivelatesi false.

Per coglierne l’importanza, però, basti pensare che una di queste, ad esempio, è servita alla rivista Plos One per annunciare alla comunità scientifica, nell’aprile 2013, che «nove diversi esperimenti non erano riusciti a riprodurre i risultati di un celebre studio del 1998» riguardo il priming, «l’effetto piscologico secondo cui l’esposizione a uno stimolo influenza la risposta agli stimoli successivi».

Dal “regno della quantità”, probabilmente, non si poteva pretendere una scienza più accurata, né uno scienziato deontologicamente più corretto. “Segni dei tempi”.

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