Il potenziamento delle basi Usa in Italia in cifre: il Mediterraneo svenduto allo zio Sam

basi_militari_americaneIn Italia puoi fare ciò che vuoi. Ecco perché nel nostro paese si stanno concentrando gli investimenti militari statunitensi. L’Italia è garanzia di «flessibilità operativa», spiega un funzionario militare statunitense a David Vine, autore di un’inchiesta sulle basi e la spesa militare nel nostro paese e del libro “L’isola della vergogna: la storia segreta della base militare Usa a Diego Garcia” (in pieno Oceano Indiano, strategicamente una delle più importanti e segrete istallazioni militari fuori dagli States, pare sede di torture sui prigionieri), già collaboratore di “New York Times”, “The Washington Post” e “The Guardian”.

«In altri termini – scrive Vine -, garantisce la libertà di fare ciò che si vuole con restrizioni ed interferenze minime». O nulle, come sembra dimostrare un telegramma venuto fuori con la vicenda Wikileaks.

Inviato nel 2003 da Mel Sembler, ambasciatore statunitense in Italia, esso segnala: «Abbiamo ottenuto quello che chiedevamo per l’accesso alle basi, il transito e il sorvolo, garantendo che le forse possano attraversare agevolmente l’Italia per arrivare ai luoghi di combattimento».

In ballo era la guerra in Iraq. Al governo Silvio Berlusconi. L’operazione potenzialmente violava gli accordi bilaterali del 1954.

Secondo Vine, alla base dell’allontanamento da paesi come Germania e Giappone, questa flessibilità è dovuta ad una minore forza contrattuale o, in parole povere, ad una minore potenza ed influenza internazionale, che rende paesi come l’Italia «più sensibili alle pressioni politiche ed economiche di Washington». Una “sensibilità” che si traduce in accordi «meno restrittivi» e, quindi, più permissivi «in materia di ambiente e di lavoro», assicurando al Pentagono «libertà di perseguire azioni militari unilaterali con minime consultazioni con il paese ospitante».

«L’atteggiamento favorevole alle forze statunitensi dei politici italiani», conclude Vine, è dunque centrale nella strategia americana.

Venendo ai numeri, scopriamo così che dal 1991 in Italia la percentuale di forze statunitensi rispetto all’Europa è di fatto triplicata, passando dal 5% al 15%. Non che ci sia stato un aumento: è che i 13mila soldati presenti non variano numericamente rispetto ai tempi della guerra fredda, mentre in paesi come la Germania, che pure conta ancora il maggior numero di basi, la cifra è passata dai 250mila di primi anni Novanta ai 50mila attuali.

Su 800 basi statunitensi sparse per il mondo, scopriamo così che l’Italia si situa addirittura al quinto posto, con ben 59 istallazioni. A guidare la poco onorevole classifica la Germania con 179 e secondo il Giappone. In pratica i tre paesi dell’Asse usciti sconfitti dalla seconda guerra mondiale, militarmente colonizzati dalla principale potenza vincitrice. A seguire, terzi e quarti, Afghanistan (100, in fase di diminuzione) e la Corea del Sud (89), teatro di due tra le principali operazioni dal dopoguerra.

Si tratta in realtà di basi Nato e non Usa? «Una sottigliezze legale», secondo Vine, che chiarisce: «chiunque abbia occasione di visitare la nuova base di Vicenza non ha dubbi sul fatto che si tratti di una struttura interamente statunitense». Saranno anche basi Nato, ma gli ospiti sono ugualmente americani con totale libertà di azione.

Quanto agli investimenti, si parte dalla base friulana di Aviano: qui, dal 1992, sono stati spesi oltre 610 milioni di dollari. Metà dei soldi sono stati forniti dalla Nato, l’altra metà dai contribuenti americani. Gli 85 ettari di terreno dallo Stato italiano. Altri 115 sono spesi dall’aeronautica per opere edili.

Dal 1996 la marina ha stanziato invece più di 300 milioni per edificare la nuova base operativa presso l’aeroporto di Napoli. È qui che nel 2005 la marina ha trasferito da Londra il suo quartier generale, che ospita così un comando Naveur-Navaf (Naval forces Europe e Naval forces Africa).

A Sigonella, dal 2001, sono stati spesi altri 300 milioni, rendendola per traffico la seconda stazione aeronavale d’Europa. Stanno qui i marines addetti a fornire addestramento al personale militare africano in Botswana, Liberia, Gibuti, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenya, Tunisia e Senegal.

«E presto – segnala Vine – accoglierà una base Nato congiunta di intelligence, sorveglianza e ricognizione e un centro di addestramento e analisi dei dati». Come se non bastasse lo scandalo delle intercettazioni nei confronti degli alleati che ha travolto l’Nsa.

Sempre in Sicilia, a Niscemi, l’intenzione è quella di costruire un impianto di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza.

Medio Oriente, Balcani ed Africa: questo il nuovo fronte delle operazioni statunitensi, dietro le quali si nasconde la centralità strategica dell’Italia, dovuta alla sua posizione geografica favorevole, al centro del Mediterraneo. Posizione che, unitamente alla capacità di produrre armi di alta qualità (Finmeccanica nel 2008 ha venduto agli Usa equipaggiamenti per 2,3 miliardi di dollari), lasciamo sfruttare, peraltro senza condizioni, ai nostri colonizzatori.

Assad: ecco perché non ho usato armi chimiche. Europa non indipendente da politiche Usa

maggioni assadQuando il giornalismo fa quel che deve fare, ovvero offrire informazioni e la versione di tutte le parti in causa su una vicenda, ecco che vengono fuori interviste come quelle di Monica Maggioni al presidente siriano Bashard Al-Assad, la prima dopo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sulle armi chimiche.

Diversi i passaggi da sottolineare, uno su tutti quello durante il quale Assad asserisce di avere le prove dell’uso di armi chimiche da parte dei cosiddetti ribelli (come già altre fonti istituzionali avevano riferito) e nega che l’esercito siriano, da parte sua, abbia mai usato armi chimiche, tanto meno lo scorso 21 agosto, come denunciato dagli Usa.

MAI USATO ARMI CHIMICHE – «Logisticamente e realisticamente – ha spiegato molto pragmaticamente – quando si avanza non si usano armi chimiche: l’esercito stava avanzando, perché utilizzarle?!».

«Non sono state utilizzate per due anni e mezzo – ha evidenziato – quando c’erano molte situazioni difficili in diverse aree della Siria e un numero alto di terroristi, più che a damasco, perché non le abbiamo utilizzate?! Perché solo in quel posto?!».

Per poi aggiungere un particolare significativo: «abbiamo invitato in Siria la delegazione responsabile dell’indagine sull’uso delle armi chimiche prima di quell’incidente e il giorno in cui sono arrivate, il secondo giorno, l’esercito siriano avrebbe utilizzato armi chimiche: è plausibile?! Non si può credere a questa storia!». D’altra parte, ha concluso, «nessuna unità dell’esercito siriano dispone di armi chimiche, ci sono delle unità speciali che le gestiscono».

SE ARMATI SONO TERRORISTI, NON RIBELLI – Quanto ai ribelli e ad un possibile dialogo, Assad li ha commentato senza mezzi termini : «se sono armati non sono opposizione, ma terroristi», facendo cenno ad una definizione che sembrerebbe peraltro  sarebbe parsa scontata a tutto l’Occidente scontata in altre circostanze. E che pare confermata, d’altronde, dalle recenti prese di distanza di una gran parte dei gruppi armati rispetto alle forze definite “esterofile” da parte dei gruppi fondamentalisti islamici, decisi ad imporre la sharia in luogo del laicismo che caratterizza la Siria.

FUNZIONARI EUROPEI CREDONO A NOI – Dense di significati sul fronte geopolitico anche le considerazioni relative a Qatar ed Arabia Saudita, definiti “stati satellite” degli Usa, ma anche le riflessioni sull’Italia e sull’Europa: «Se vogliamo discutere del ruolo dell’Italia dovremmo vederlo alla luce del ruolo dell’Europa. L’Italia è indipendente dall’Europa? Se non è così, chi porterà avanti il ruolo dell’Europa? Poi, vogliamo discutere del rapporto tra gli europei e gli americani: l’Europa oggi è indipendente dalle politiche americane? Ho sentito da molti funzionari europei che sono convinti di quello che stiamo dicendo ma non possono dirlo apertamente».

NON SI ABBANDONA LA NAVE DURANTE LA TEMPESTA – Quanto alla richiesta di farsi da parte, ha chiarito: «come presidente devo restare al mio posto perché, quando c’è una tempesta, nessuno abbandona il proprio posto, non si abbandono il proprio posto e non si lascia il paese nel bel mezzo della tempesta. La mia missione è riportare il paese nel porto e non abbandonare la nave ed il popolo siriano».

Nel frattempo, è partita la missione tesa a catalogare l’arsenale chimico siriano, per la quale Assad si è detto pienamente disponibile, facendo notare l’ostacolo costituito dalla presenza dei gruppi armati. Entro fine mese la relazione finale.

Fonte: http://www.rainews24.it/it/video.php?id=36229

Israele boicotta il riavvicinamento Usa-Iran

MIDEAST ISRAEL POLITICSUsa e Iran tentano di normalizzare le proprie relazioni diplomatiche. Ed Israele si innervosisce, scalpita, freme. Non sopporta di vedere il suo dipendente statunitense prendere iniziative di testa sua. E contro i suoi interessi.

E, giunto a New York, per intervenire davanti l’assemblea dell’Onu ed incontrare lunedì il presidente Obama, il premier israeliano Benjamin Netanyahu ha immediatamente chiarito l’obiettivo primario della sua missione: condannare gli Usa rispetto ad un eventuale riavvicinamento con l’Iran.

Alimentando tensioni per mettere in difficoltà l’amministrazione americana.

“Nello stesso momento in cui condanna il terrorismo sul suolo americano – hanno riferito funzionari israeliani -, l’Iran invia un agente a raccogliere informazioni per un possibile attacco contro l’ambasciata degli Stati Uniti”.

Un’accusa pesante che fa riferimento all’arresto di una “presunta” spia iraniana, con la quale Israele cerca di convincere gli Usa che quella dell’Iran è una semplice operazione di facciata, mentre nella realtà rimarrebbe sempre lo stesso Stato amico del “terrorismo” che era l’altro ieri.

Parole che, del resto, fanno eco alle dichiarazioni rilasciate dal parlamentare ed ex ministro degli Esteri Avigdor Lieberman: “mentre l’attenzione del mondo è concentrata sui tentativi del presidente iraniano di farsi passare come moderato e conciliante, è importante ricordare che gli iraniani, nel corso degli anni, hanno sempre avuto la tendenza a comportarsi ingannevolmente con false promesse e false informazioni.

Quello dell’Iran, insomma, non sarebbe un nuovo corso, ma una semplice operazione di immagine. Un doppio gioco. Ed Israele non farebbe altro che tentare di mettere in guardia gli ingenui Usa.

Ed a nulla è servita, evidentemente, l’indicazione data dal premier israeliano, tesa ad evitare dichiarazioni in merito alla telefonata intercorsa tra Obama ed il presidente iraniano Hassan Rohani. Una cortesia diplomatica, a poche ore dall’incontro con il presidente statunitense, che, come in altre occasioni, i politici israeliani non hanno ritenuto di dover usare.

Fonte: http://www.haaretz.com/news/diplomacy-defense/1.549421

Schiaffeggia soldato israeliano: diplomatica francese costretta alle dimissioni

-Lo scorso 20 settembre aveva colpito al volto un soldato israeliano. E così a fine anno la diplomatica francese Marion Fesneau-Castaing dovrà lasciare il suo posto in Israele a seguito di un compromesso raggiunto tra i due governi..

L’incidente – spiega il francese Le Figarò – era avvenuto in occasione di una protesta in un villaggio beduino della Cisgiordania, che aveva subìto un ordine di demolizione al quale, due giorni prima, la Croce Rossa aveva cercato di porre rimedio con l’invio di tende che avrebbero dovuto ospitare le centinaia di persone rimaste senza dimora [1].

“Diversi diplomatici e attivisti europei – racconta il quotidiano israeliano Haaretz – cercavano di aiutare i palestinesi ad erigere alcune tende nel villaggio di Khirbet Makhoul, dove le autorità israeliane avevano demolito case costruite illegalmente all’inizio della settimana” [2].

È nel contesto di questa azione che la diplomatica, addetta culturale del consolato francese, “dopo essere stata estratta in malo modo[3] da un camion carico di aiuti umanitari ed essere strattonata dai soldati, si divincola e colpisce in viso con un ceffone un militare israeliano.

In seguito all’ampia diffusione del video in questione (vedi link) ed alle lamentele di Gerusalemme, la Francia ha così fatto in modo di costringere la diplomatica alle dimissioni per evitare ed evitarle l’espulsione. Quanto ai metodi usati dai soldati nei confronti di quella che è, appunto, una diplomatica, pare che la questione passi in secondo rispetto all’evidente priorità della Francia di preservare i rapporti con Israele a tutti i costi, nonostante il paese d’Oltralpe, e con essa l’Unione Europea, ritenga che quelle portate avanti da Israele in Cisgiordania siano violazioni del diritto internazionale.

“Dio non esiste”: corsi di ateismo nelle scuole irlandesi

Michael NugentContro una visione religiosa del mondo che ancora sopravvive forte in Irlanda, le associazioni atee del paese sono riuscite ad ottenere il diritto di insegnare nelle scuole primarie che Dio non esiste.

Saranno circa 16.000, infatti, gli alunni che assisteranno alle lezioni di Atheist Ireland, organizzazione promotrice e redattrice del programma, che comprenderà la lettura di testi quali “La magia del reale” di Richard Dawkins e che sarà disponibile anche attraverso un’applicazione per smartphone, tanto per non lasciarsi indietro nessun potenziale fedele superstite.

Entusiasta uno dei fondatori dell’organizzazione, Michael Nugent, che ha sottolineato come ben il 93% delle 3200 scuole primarie irlandesi siano gestite dalla Chiesa cattolica (anche se le spese sono a carico dello Stato).

Secondo Nugent, il corso rappresenterebbe il completamento di un insegnamento altrimenti unilaterale, dal momento che l’ora di religione tradizionale non offrirebbe la conoscenza delle diverse dottrine religiose.

In un paese in cui Dio e la fede fanno da sempre parte dell’identità nazionale (nella Costituzione irlandese del 1937, l’articolo 6.1 afferma: ” Tutti i poteri del governo, legislativo, esecutivo e giudiziario, derivano, sotto Dio, dal popolo”), il ministro dell’Istruzione Ruairi Quinn ha promesso “il cambiamento più radicale nella scuola primaria in Irlanda fin dalla fondazione dello Stato nel 1920”.

Fonte: http://www.theguardian.com/world/2013/sep/26/atheism-to-be-taught-irish-schoolchildren

Siria: ribelli rivendicano matrice fondamentalista del fronte anti-Assad

ribelli siriaLotta ad Al Qaeda, guerra al terrore, tranne in Siria però. Qui i fanatici dell’Islam fanno parte della cordata anti-Assad per cui meglio andarci coi piedi di piombo. E guai a far capire all’opinione pubblica mondiale che proprio Assad rappresenta in realtà un baluardo di laicismo contro le derive islamiste. È già abbastanza difficile così far digerire agli americani ed al mondo l’ennesima guerra destabilizzatrice. Ancora una volta con prove di colpevolezza raffazzonate e questa volta con lo spettro di uno scontro più o meno diretto con la Russia, tornata potenza mondiale.

Fortunatamente le notizie in un modo o nell’altro, grazie ad un fronte tutt’altro che compatto, trapelano e così proprio ieri ben tredici gruppi di ribelli hanno reso nota la “la creazione di un fronte islamista, in opposizione alla leadership della Coalizione Nazionale Siriana (AGI) [1] ed in nome di un obiettivo comune: uno Stato fondato sulla sharia, la legge islamica appunto.

Alberto Zanconato da Damasco descrive la sottoscrizione del documento, con il quale il fronte islamista si oppone ai ribelli ‘esterofili’, come una “clamorosa spaccatura”, nonché “un duro colpo agli sforzi degli Usa e degli europei per incoraggiare l’unità”. La presa di posizione, d’altra parte, conferma l’origine allogena del focolaio anti-Assad, a cui fa da contrappeso, come vediamo, unicamente un pericoloso focolaio di matrice fondamentalista.

Di recente, infine, una notizia ha confermato la mancata indipendenza di molte fonti ritenute autorevoli. Nel numero del 13/19 settembre, infatti, il settimanale ”Internazionale” riferiva in apertura: “Si è scoperto che Elizabeth O’Bagy, analista dell’Institute for the study of war, di cui la scorsa settimana abbiamo pubblicato un articolo uscito sul Wall Street Journal, lavora anche per la Syrian emergency task force, un gruppo di pressione che spinge per un intervento statunitense in Siria. Quindi non è una fonte indipendente”.

Siria, Assad per Al-Thawra: estremismo islamico vuole rottura dell’identità nazionale

assadNel cinquantenario del quotidiano “Al-Thawra”, il presidente siriano Bashar al-Assad ha rilasciato alla storica testata una corposa intervista pubblicata giovedì e diffusa integralmente da Syrian Arab News Agency [1]. Numerosi gli spunti utili a cogliere la realtà del “conflitto” siriano ed il ruolo dei media occidentali nel rendere tutto ciò meno comprensibile.

Una realtà sotto gli occhi di tutti ma scomoda da scandire a chiare lettere per non rischiare di confondere l’opinione pubblica: il nemico che combatte la Siria è lo stesso che l’Occidente ha millantato di aver combattuto per anni dopo l’undici settembre, il terrorismo islamico.

Ma ciò che ancor di più emerge è l’esistenza altrettanto scomoda di un’Islam forte ma laico, rappresentato esattamente dalla Siria.

«La nostra Costituzione e le nostre leggi – spiega infatti Assad – vietano i partiti politici fondati sulla base di un’ideologia religiosa». «Ciò non deve essere inteso – ha aggiunto il presidente siriano – come un atteggiamento avverso alla religione; al contrario, noi sosteniamo la religione. Religione in quanto vocazione, alta vocazione di insegnare la parola di Dio e che dovrebbe essere elevata a un livello più alto del governare la vita quotidiana delle persone». «La religione – ha concluso dunque Assad – non deve essere ridotta ad un partito politico».

Ecco i nemici della Siria, quindi. Identici in teoria ai nemici degli Usa, che pure adesso armano proprio i terroristi islamici in funzione anti-Assad, così come fecero in Afghanistan contro l’Urss.

«La Siria fin dal 1985 – ha ricordato Assad – ha ripetutamente chiesto una chiara definizione di terrorismo e ribadito la necessità di formare un’alleanza internazionale contro di esso. Ma tutto ciò non è stato preso sul serio dal momento che il terrorismo non aveva ancora colpito all’interno dei loro confini. Io ho sempre detto ai funzionari americani che la guerra contro l’Afghanistan avrebbe promosso e diffuso il terrorismo».

Ed i giacimenti di gas possono avere un ruolo in questo strano gioco di ruolo degli Usa? «I primi studi – spiega il presidente – hanno rilevato riserve di gas di grandi dimensioni soprattutto in mare, dall’Egitto attraverso la Palestina lungo la tutta la costa. Tali risorse sono di più a nord. E c’è chi sostiene che una delle ragioni della crisi siano proprio le riserve di gas ed il fatto che non dovrebbero essere a disposizione di stati che si oppongono alla politica israeliana e americana».

Propaganda in atto dunque, come quando si racconta di una Siria che si ribella ad Assad.

«Se per amor di discussione – ha aggiunto in merito – dovessimo accettare l’idea che il concetto di rivoluzione cambi, facendo di ciò che accade in Siria una rivoluzione, dovremmo poi ammettere anche che gli atti di Israele contro i palestinesi costituiscono una rivoluzione israeliana contro l’oppressione palestinese, o che l’invasione americana in Iraq e in Afghanistan è stata una rivoluzione».

Dunque, jihad contro la Siria? Neanche per idea. Ed è qui che il presidente Assad fa dichiarazioni importanti anche per cogliere la dialettica tra estremismo e Islam: «quello che sta accadendo in Siria è l’esatto contrario del concetto di jihad: è terrorismo». «E’ sufficiente – ha osservato – cercare la guida del Corano, nel quale risuonano le chiare parole di Dio. L’Islam è una religione di misericordia e di perdono. La parola “misericordia” è usata decine di volte nel Corano. L’Islam è venuto a promuovere i valori umani, a portare misericordia, amore ed impedire le uccisioni».

Duplice, infatti, il pericolo per la Siria e per i paesi arabi: l’appiattimento su posizioni occidentaliste ed, al contrario, la via del fanatismo religioso. Ed ecco, quindi, la necessità di una “terza via”, in nome del “panarabismo”, che unisca anziché dividere e cementi così l’identità nazionale.

Un’identità messa in pericolo, in primo luogo, proprio dall’emergere dei fanatismi religiosi, che «hanno creato la prima scissione tra panarabismo e islam, lavorando sodo per formare un paese per gli islamisti e un altro per i nazionalisti».

Identica, del resto, la chiave di lettura che il presidente Assad fornisce per spiegare la “crisi” del governo Morsi in Egitto, da imputare ad un prevalente sentimento “nazionalista” a dispetto dell’islamismo promosso dai Fratelli Mussulmani che, non a caso, avevano prodotto la rottura dei rapporti con la Siria solo qualche settimana fa.

«Quando Morsi ha reciso i rapporti con la Siria – ha riferito Assad – ci sono stati tentativi da parte degli egiziani per raggiungere un compromesso. Il ministro degli Esteri Walid al-Moallem ha rivelato questi dettagli nella sua recente conferenza stampa. Ciò implica che non tutti nel governo egiziano avevano approvato la decisione di Morsi perché era effettivamente una decisione errata».

Sicurezza israeliana “sequestra” cameraman tv Usa presso residenza ambasciatore

il presidente israeliano shimon peres arriva presso la residenza dell'ambasciatore usaIsraele mostra i muscoli. E per l’ennesima volta l’imbarazzo è prima di tutto dell’inerte alleato americano.

L’episodio, infatti, è accaduto proprio ieri presso la residenza dell’ambasciatore statunitense, vicino Tel Aviv, dove si festeggiava il 4 luglio, anniversario dell’indipendenza degli Usa nel 1776.

Qui un cameraman regolarmente accreditato di Al Hurratv statunitense in lingua araba con sede a Spingfield, finanziata dal governo americano e rivolta appunto al pubblico arabo – è stato in pratica “sequestrato” dagli uomini della sicurezza israeliana per oltre un’ora e mezza.

Ma non è tutto: Samer Jallad – questo il nome dell’operatore – nel corso dell’interrogatorio è stato prima costretto a togliersi le scarpe e rimanere seduto al sole per più di mezz’ora, dopo di che è stato condotto all’interno di un’altra stanza in cui la sicurezza gli ha addirittura imposto di togliersi i pantaloni per sottoporsi ad una perquisizione “completa”.

Tutto ciò, nonostante il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu – che ora non rilascia commenti e parla di “eventi da accertare” – fosse perfettamente a conoscenza della presenza di Jallad, che avrebbe dovuto documentare l’evento per conto dei media internazionali.

«Il Foreign Press Association, che rappresenta i media internazionali in Israele – spiega il quotidiano israeliano Haaretz [1] -, ha invitato l’ambasciata degli Stati Uniti a condannare l’accaduto».

«Troviamo particolarmente vergognoso – ha dichiarato l’FPA – che un membro dello staff di una rete finanziata dagli Usa possa esser stato vittima di “discriminazione” razziale nel corso di un evento ufficiale statunitense  che celebra il giorno dell’indipendenza americana».

L’ambasciata americana, nel frattempo, ha preferito non commentare, riferendo di non essere a conoscenza del fatto.

Germania, vignetta anti-israeliana irrita ambasciatore a Berlino: è antisemitismo

Sueddeutsche ZeitungProtagonista della vicenda è il “Sueddeutsche Zeitung” – testata tedesca di Monaco di Baviera, come si evince dal nome -, che martedì scorso ha pubblicato una vignetta in cui lo stato di Israele sarebbe stato rappresentato nella didascalia come un «mostro famelico», secondo quanto riferisce l’israeliano Hareetz [1].

L’immagine, che richiamerebbe l’oscura divinità di Moloch, la quale richiedeva ai padri il sacrificio dei propri figli, affiancata alla recensione di due testi su Israele, non è però stata gradita dall’ambasciatore israeliano a Berlino, che ha immediatamente sollevato la polemica e dato adito a diversi gruppi ebraici di tacciare addirittura la vignetta come antisemita [2].

Già mercoledì, in una breve dichiarazione sul proprio sito, il giornale ha celebrato il solito rituale: scuse immediate, pentimento per i «malintesi» causati e l’assicurazione che si è trattato di un «errore».

Garante Privacy: entro il 20 chiarimenti sul bug di Facebook. Intanto Symantec denuncia altra fuga di dati

facebook

Il Garante per la protezione dei dati personali, in una nota diffusa ieri, ha fatto sapere di aver dato tempo fino al 20 luglio a Facebook per fornire «chiarimenti sulle modalità di trattamento dei dati personali degli utenti dei servizi offerti dalla società dopo che, a causa di un bug di sistema, si è verificata una comunicazione di informazioni personali ad altri utenti, non necessariamente iscritti al social network»[1].

Il fatto era stato reso noto dai media lo scorso 22 giugno: «Scaricando le informazioni dal tool ‘Download Your Information’, qualcuno ha ottenuto dati delle persone che aveva nella lista dei contatti, prevalentemente numeri telefonici e indirizzi email» [2].

Un problema tecnico, secondo Mark Zuckerberg, che a onor del vero ha dato l’allarme e immediatamente allertato le autorità.

Da parte sua il Garante, che già nei giorni scorsi aveva dato conto dell’istruttoria contro Google, da Facebook pretende una verifica sul comportamento del social network in quell’occasione, riferendo: il numero di utenti italiani interessati dal bug, i rimedi adottati, se gli utenti sanno che i contatti della propria rubrica possono esser trattati da Facebook ed, infine, «se agli utenti venga garantito il diritto di opposizione al trattamento dei dati».

Nel frattempo, Symantec, produttrice dell’antivirus Norton,

«ha reso noto di aver rinvenuto un baco che comunicherebbe a Facebook i numeri di telefono degli utenti, senza alcuna autorizzazione da parte di quest’ultimi» [3]. Un “guasto” che interesserebbe l’applicazione per Android e che permetterebbe al social network di ricevere in automatico, quindi senza necessità di login, anche i dati di coloro che non sono iscritti a Facebook, semplicemente scaricando l’applicazione.

Da parte sua Facebook avrebbe rassicurato sull’intenzione di rimediare al bug e di cancellare il database.