Confini aperti, meltin pot e bandiere arcobaleno. L’immagine utopistica e pacifista di un mondo senza Stati e bandiere funziona ormai soltanto nella testa di pochi fanatici. Nella realtà, non c’è solo il pericolo terrorismo connesso al radicamento sul nostro territorio di popolazioni di origine straniera e non ci sono soltanto le ovvie problematiche sociali e identitarie a costringerci ad una riflessione sul nostro futuro come popolo e come Stato. Stando ai dati ed al racconto contenuto nella relazione della Direzione Nazionale Antimafia presentata dal procuratore Franco Roberti, infatti, lo scarso controllo di chi e di cosa entra ed esce dal nostro paese, negli ultimi anni, ha portato anche e soprattutto all’esplodere delle mafie di origine estera.
Il Guardian si interroga: “Perché il terrorismo non colpisce l’Italia?”
“Perché l’Italia è stata risparmiata dagli attacchi terroristici degli ultimi anni?”. Se lo è chiesto, ieri, “The Guardian” e qualche risposta il quotidiano inglese se l’è anche data. Una su tutte, però, spicca per le sue implicazioni politiche: “La differenza principale è che l’Italia non ha una popolazione ampia di immigrati di seconda generazione radicalizzata o che potrebbe essere radicalizzata“, ha spiegato Francesca Galli, assistente presso l’Università di Maastricht ed esperta di politiche contro il terrorismo. Una frase che è certamente illuminante sulla rilevanza dell’identità allogena originaria di molti terroristi, che può essere nascosta quanto vogliamo da attestati fittizi di cittadinanza ma non cancella la questione nella sua concretezza.
Tratta di uomini: la testimonianza del nigeriano Seun Femi raccolta dalla Bbc
Quello che sta facendo lo Stato italiano, le operazioni che a gran voce la sinistra italiana difende e chiama “salvataggi” per lavarsi la coscienza, quello di cui la destra italiana, senza clamore, di fatto è complice, non è molto diverso nelle sue logiche dall’essere in affari con i più grossi narcotrafficanti sulla scena internazionale. Proprio quei salvataggi, infatti, non sono altro che l’ultimo anello di una catena che fa parte di una grossa tratta internazionale di uomini, un import/export di persone che arrivano dall’Africa condotta da organizzazioni criminali allogene e, come abbiamo visto – ad esempio in occasione dell’operazione Johnny, che ha condotto all’arresto di centinaia di persone in Calabria aderenti ad una cosca che viveva anche sul business dei migranti -, anche locali che il governo italiano, continuando ad assecondare, non sta facendo altro che alimentare. Continua a leggere
Milano-Alicante in bicicletta: 1600 chilometri per riflettere su un mondo “low-cost”
Un percorso lungo (in linea di massima) mille e seicentodue chilometri, quindici giorni di pedalate, diciassette giorni in tenda in quindici posti diversi, tre Stati e centinaia di città attraversate, a partire dall’Italia, scivolando sulla pianura Padana, alla Francia, passando per le Alpi, fino alla Spagna, scavalcando i Pirenei. Un media di circa 107 chilometri percorsi ogni giorno, escludendo ovviamente due giorni di stop usati per riprender fiato ma anche le decine di chilometri in più fatti per errore. Zaino in spalla, caschetto sulla testa, borsa e tenda da campeggio sul portapacchi: la mia prima metà di giugno è trascorsa così, deciso più che mai a vincere la mia piccola sfida personale di arrivare, da amatore inesperto, da Milano ad Alicante usando la bicicletta come unico mezzo di trasporto.
In bici dall’Italia alla Spagna: la mia esperienza e i consigli pratici sul percorso [FOTO]
Nel post propedeutico a questo (Milano-Alicante in bici: 1600 chilometri per riflettere su un mondo “low-cost”) ho fatto cenno alla questione relativa all’appropriazione ed alla consapevolezza degli spazi, a quanto diventi importante in un tragitto simile il percorso più o, per lo meno, quanto l’arrivo. Perché nel calpestare, respirare, vivere le terre che attraversi, ne cogli davvero i mutamenti, la lontananza, il sudore di chi ha viaggiato e ha fondato, la magia di attraversare un confine e l’incubo di un mondo in cui non esistono più e tutto è identico, uguale, omologato, in breve, un insieme di non-luoghi equivalenti gli uni agli altri.
Giro d’Italia, Nibali premiato dal principe del Bahrein accusato di torture
Milano, 29 mag – Camicia bianca sbottonata e pantalone rosso, tenuta decisamente sportiva ed un nome che, dopo l’annuncio frettoloso, non dice nulla a molti dei curiosi presenti sul sagrato di piazza Duomo a Milano. Eppure Sheikh Nasser bin Hamad Al Khalifa – che insieme all’assessore allo Sport della Regione Lombardia Antonio Rossi, ha premiato Vincenzo Nibali, terzo classificato nell’edizione numero cento del Giro d’Italia 2017 – non è un personaggio qualsiasi.
Capelli bianchi e nostalgismo radical chic: a Milano la kermesse dei Democratici e Progressisti [FOTO]
Quelli che ci sono, sono bianchi e non parliamo solo del colore dei capelli della maggioranza di aderenti alla kermesse del neonato Movimento dei Democratici e Progressisti, ma anche di una prevalenza “razziale” che oggi, nel giorno in cui sempre a Milano si svolgeva anche la marcia pro-migranti a cui il movimento partecipa ufficialmente, fa riflettere e dà la cifra di una sinistra che rimane pur sempre appannaggio di un mondo per nulla “meticcio”, che stona sostanzialmente col mondo “nuovo” che vorrebbe invece propinarci. Il trinomio bianco, radical chic e borghese è ancora attualissimo per definire quell’area un tempo comunista ed oggi progressista, che ancora rispecchia alla perfezione l’identikit tracciato da Gaber nella sua canzone “Un’idea” (“in Virginia il signor Brown era l’uomo più antirazzista. Un giorno sua figlia sposò un uomo di colore, lui disse: “Bene!” – ma non era di buon umore”).
Detto questo, il colore dei capelli di moltissimi presenti è soltanto l’istantanea di una realtà che sprizza nostalgia da ogni poro: dal banchetto con le magliette del “Che” ed “Il Manifesto”(“quotidiano comunista”) alle foto di Gramsci in bella mostra, dalle t-shirt “Partigiani sempre” con la stella rossa ai pugni chiusi e l’introduzione di rito al grido di “cari compagni e compagne”. Chissà cosa direbbe ancora Gaber, peraltro, dell’insistente flirt di questa sinistra con gli ambienti radicali, testimoniato anche oggi dall’applautidissima presenza della ex senatrice Emma Bonino. Continua a leggere
Milano, firmato protocollo per redistribuzione immigrati. Le associazioni già si sfregano le mani
Il protocollo d’intesa per la distribuzione degli immigrati nell’area metropolitana di Milano è stato sottoscritto ieri da 76 sindaci sui 134 interessati. “Oggi hanno già firmato in 76″, ha commentato il prefetto Luciana Lamorgese, “ma sono più di 80 quelli che hanno dato la loro disponibilità”. Tanti, in ogni caso, i dinieghi, compresi quelle dei sindaci leghisti, che nel frattempo hanno manifestato contro l’intesa fuori dalla prefettura meneghina. Poco male dal momento che, come avevamo spiegato a marzo, dopo l’annuncio del neo prefetto riguardo il nuovo protocollo in arrivo, la Lamorgese non esiterà a costringere all’accoglienza anche i sindaci che non hanno accettato la proposta elaborata dal prefetto e sottoscritta ieri alla presenza del ministero dell’Interno Marco Minniti. Un pro-forma, dunque, che fa tanto democrazia, mentre il parere dei sindaci e dei movimenti politici contrari continua ad esser considerato pura espressione di razzismo e cresce la repressione nei confronti dei cittadini che si oppongono.
Alfano (ma non solo) in contatto col “boss” dell’accoglienza
Il Ministro degli Esteri Angelino Alfano, ieri, si è complimentato con la procura di Catanzaro per i quasi settanta arresti tra Crotone e Catanzaro, nell’ambito di un’inchiesta che coinvolge la cosca Arena, il business dei migranti e non solo. Ma non sono state sufficienti le congratulazioni ad impedire che in tanti, M5S e Fratelli d’Italia in primis, ne chiedessero le dimissioni dal suo ruolo di governo in seguito ad una foto che continua a circolare e che ritrae lo stesso Alfano insieme a tre indagati nell’ambito dell’operazione Johnny: Leonardo Sacco, ritenuto il raccordo tra istituzioni e clan nell’ambito della gestione del centro d’accoglienza di Isola Capo Rizzuto, e poi Antonio e Fernando Poerio, che ne avevano gestito il servizio di fornitura pasti.
Crotone, smantellata cosca della ‘ndrangheta: le mani sul business immigrazione
‘Ndrangheta, migranti, uomini di Chiesa e fondi Ue. Queste le parole chiave – alcune delle quali ricorrenti nelle cronache degli ultimi mesi – della maxi-operazione con la quale ben cinquecento agenti, sotto la guida della Direzione Distrettuale Antimafia di Catanzaro e del procuratore capo Nicola Gratteri, hanno arrestato 68 persone appartenenti alla cosca Arena di Isola Capo Rizzuto, in provincia di Crotone.
La compagine criminale, tra le altre attività, lucrava soprattutto grazie al business dei migranti e, nella fattispecie, alla gestione del centro di accoglienza di Isola Capo Rizzuto, uno dei più grandi d’Europa con i suoi cinque ettari di superficie ed i mille e cinquecento migranti ospitati. Nell’operazione la cosca sarebbe stata praticamente smantellata ma, quello che è interessante scoprire, è che tra i fermati, colpevoli secondo l’accusa di favorirne gli affari, ci sono anche Leonardo Sacco, presidente della sezione calabrese e lucana e già vice-presidente nazionale dell’organizzazione cattolica “Fraternità di Misericordia” che gestisce il centro, ed il parroco don Edoardo Scordio: anch’essi sono accusati di associazione mafiosa, reati finanziari e malversazione.






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