Germania, 78 miliardi per i richiedenti asilo: insegnargli il tedesco e trovargli un lavoro

In Germania, in un anno, i richiedenti asilo che hanno ottenuto benefit sono stati ben 975mila, in aumento del 169%, per una spesa totale di 5,3 miliardi di euro nel 2015, praticamente raddoppiata rispetto all’anno precedente quando la cifra si era fermata ai 2,4 miliardi. Una cifra enorme e che esclude, peraltro, tutti coloro che hanno ricevuto già lo status di rifugiato, anche dovuta al fatto che “solo un’esigua minoranza del milione di persone entrate nel paese l’anno scorso ha trovato un lavoro”, secondo il “Sole 24 ore”, che ha pubblicato l’indagine con i dati in questione. A ricevere i benefici sono soprattutto uomini (67%) giovanissimi (25 anni l’età media), mentre appena il 30% della cifra complessiva è stata utilizzata per assistenza ai minori. Trova conferma, dunque, l’impressione che le famiglia in fuga dalla guerra non compongano la fetta più consistente di questa ondata migratoria ininterrotta.

Nel frattempo, grandi aziende del settore automobilistico hanno reso noto che i programmi di formazione dedicati agli immigrati, promossi dalla Merkel, sono andati bene. Così la Daimler, che aveva dato vita a tirocini (finanziati per metà con soldi pubblici tedeschi) di 14 settimane per quaranta richiedenti asilo, tra i 20 ed i 51 anni, provenienti da Afghanistan, Eritrea, Gambia, Nigeria, Pakistan e Siria. Il fine era quello di insegnare loro il tedesco ed il lavoro nelle fabbriche. Missione compiuta a quanto pare. Mentre la Porsche prepara l’ingresso nella sua squadra di undici dei tredici richiedenti asilo (dai 16 ai 38 anni) che avevano partecipato ad un programma di inserimento simile. “Eravamo fermamente intenzionati ad assistere i rifugiati nel loro processo di integrazione”, ha dichiarato Andreas Haffner del settore Risorse umane dell’azienda automobilistica, che a novembre avvierà un percorso identico per altri quindici persone e che ha intenzione di reinserire nel programma d’insegnamento anche i due non ancora pronti all’inserimento lavorativo che avevano partecipato ai corsi appena conclusi.

Il Ministero delle Finanze tedesche, nel frattempo, prevede che ben 77,6 miliardi saranno ancora spesi tra il 2017 ed il 2020 per gli immigrati, “per nutrirli, addestrarli al lavoro, dare loro una casa” volendo usare le parole del “Sole 24 ore”. Infatti, nonostante la responsabilità degli aiuti ricada sugli enti “regionali”, il governo centrale ha contribuito molto alla spesa in questo campo, assegnando ai länder 670 euro extra per ogni richiedente asilo ricevuto.

Poi, se “Alternativa per la Germania” supera la Cdu nella pur piccola regione del Meclemburgo-Pomerania, non state a farvi troppe domande, il perché è chiaro: è solo un modo per gridare “prima di tedeschi” e dire basta a queste politiche a tutti gli effetti razziste contro i cittadini.

Emmanuel Raffaele, 8 set 2016

Londra, disordini in Hyde Park al grido di “Black Lives Matter”

Londra, 20 lug – Secondo l’Evening Standard, forse in un eccesso di enfasi giornalistica, è stata “la peggiore esplosione di violenza giovanile dalle rivolte del 2011“. Scontri, lanci di bottiglie, vetri rotti e qualche agente di polizia accoltellato in pieno centro, nello storico Hyde Park a Londra, dopo una festa organizzata attraverso i social network.

Centinaia di ragazzi, respinti poi fino a Marble Arch e rimasti qui fino a mezzanotte, hanno creato disordini al ritmo dell’ormai noto slogan “Black Lives Matter“, a partire dal  tardo pomeriggio, quando hanno improvvisamente reagito con violenza alla massiccia presenza delle forze dell’ordine, dando il via agli scontri.

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Autorità palestinese contro Regno Unito: “Dichiarazione Balfour” illegittima. Israele protesta

MFA Director General Dore Gold

Nei giorni scorsi il ministro degli esteri dell’Autorità palestinese, Riyad al-Maliki, in un discorso tenuto prima di una riunione della Lega araba in Mauritania, a nome del presidente Mahmoud Abbas, aveva chiesto sostegno nella messa a punto di una procedura legale contro la Gran Bretagna per la Dichiarazione Balfour del 1917. A poche ore di distanza, Dore Gold, nominato direttore generale del ministero degli Affari esteri israeliano da Netanyahu, in un comunicato, ha dichiarato: “A parte l’evidente mancanza di qualsiasi base giuridica per la rivendicazione di Abbas, l’iniziativa stessa dimostra ancora una volta il persistente rifiuto della controparte palestinese di riconoscere la legittima e originaria connessione del popolo ebraico alla sua antica patria“. Il documento in questione, risalente al 2 novembre del 1917, è quello attraverso il quale l’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour espresse ufficialmente l’intenzione del Regno Unito di sostenere “la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico“, in vista della futura spartizione del paese e dell’imminente mandato britannico sulla Palestina dopo la conclusione del primo conflitto mondiale ed il disfacimento dell’impero ottomano. Una missiva indirizzata a Lionel Walter Rothschild, in quanto rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista, che venne poi inclusa nei trattati di pace che assegnavano ufficialmente la Palestina al Regno Unito, un atto che, prosegue Gold, “ha avuto l’effetto di trasformare la posizione politica espressa nella Dichiarazione Balfour in un obbligo giuridico riconosciuto a livello internazionale”. Secondo la parte israeliana, questo atto spiegherebbe la pretesa di inserire il riconoscimento della legittimità di Israele in ogni negoziato; riconoscimento che quest’atto metterebbe in dubbio. Ora, in attesa di capire se le intenzioni siano serie e quali saranno le argomentazioni addotte,  è indubbio che l’iniziativa palestinese presta il fianco a queste critiche e sembra avere un forte sapore propagandistico: cosa si spera concretamente di poter ottenere? Ma, questioni di real politik a parte, l’iniziativa ha, se non altro, il merito di ricordare il contesto storico che vide, trent’anni dopo, la nascita dello stato di Israele, probabilmente anche in contraddizione con uno dei passaggi di quella famosa dichiarazione: “Il governo di Sua Maestà […] si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina”. Ma è certo che  proprio nella volontà affermatasi e che portò un popolo a colonizzare la terra d’altri in nome di un diritto tuttalpiù risalente a migliaia di anni prima, in una concezione di popolo che contraddice i principi stessi dello stato laico, con le conseguente sparizione della Palestina e, di fatto, l’erosione dei diritti delle popolazioni arabe che ci vivevano, è possibile ritrovare l’origine dei mali che hanno sconvolto e continuano a sconvolgere quella regione.

Emmanuel Raffaele, 29 lug 2016

Immigrati come schiavi al Cara di Mineo: le rivelazioni del rapporto #FilieraSporca

Italy, Sicily, Ribera, Oranges Harvesting

Qui sei completamente solo, senza famiglia, senza niente. E così finisci in strada“. La questione dell’immigrazione di massa sta forse tutta qui, nelle parole di un giovane senegalese in occhiali da sole e felpa, richiedente asilo ed attualmente ospite del “Cara” di Mineo, tristemente famoso centro d’accoglienza siciliano in provincia di Catania. Ogni giorno, dopo l’apertura dei cancelli alle otto di mattina, pedala per due o tre ore, raccoglie arance per qualche padrone pagato intorno ai dieci euro e poi rientra al “Residence degli Aranci”. Gli immigrati ci pagano le pensioni, dicono gli esperti. E visto che son così bravi, ecco che arriva anche il protocollo d’intesa tra il Ministro dell’Interno Alfano e Confindustria per i tirocini d’inserimento lavorativo riservati ai rifugiati: in un paese con la disoccupazione giovanile alle stelle, qualcosa sicuramente non quadra. Ma questo qualcosa, a volte, non ha a che fare soltanto con la cattiva politica ma anche con lo sfruttamento, altro aspetto della questione immigrazione che difficilmente può ancora essere nascosta. Ieri, ad esempio, “Internazionale” pubblicava il quarto di una serie di reportage dedicati al fenomeno migratorio dal titolo paradigmatico: “Gli schiavi di Mineo”, un servizio curato da Paolo Martino e Mario Poeta nel quadro dell’inchiesta “Welcome to Italy” coordinato da Stefano Liberti. Tra gli intervistati il ragazzo di cui sopra, perfettamente cosciente della situazione: “mi dicono che i bianchi guadagnano 40/50 euro al giorno”, spiega prima di lanciarsi in un rap che si chiude così: “Dio è grande, un giorno mi vedrete in alto”. Dio è grande e la voglia di rivalsa delle masse di migranti è tanta, lo scontro sociale è dietro l’angolo ed esplode qua e là, mostrandosi a viso aperto, ad esempio, in quel di Rosarno. I responsabili diretti forse non stanno sulle poltrone, ma le loro politiche buoniste ed inefficienti, probabilmente, permettono la persistenza di queste situazioni. “Più rimangono, più si mantengono certi equilibri”, spiega Rocco Anzaldi di Flai/Cgil, facendo capire che il centro fa comodo a molte aziende, fa comodo a chi sfrutta ed i tempi burocratici assolutamente fuori da ogni normativa aiutano il proliferare del lavoro nero, grigio o schiavistico. Gli ospiti della struttura sono circa quattromila e “circa in mille ogni mattina”, spiega Anzaldi, “vanno nei campi e, nonostante un mese fa ci siano state sanzioni, il fenomeno continua”. “Qui non si tratta di lavoro nero, ma di schiavi”, conclude. Nelle strutture temporanee, i richiedenti asilo non dovrebbero stare più di trentadue giorni, in realtà ci stanno per mesi ed è impossibile allo stato attuale fare diversamente: i tempi sono lunghi, troppo lunghi, ed a volte gli immigrati rimangono per anche per cinque mesi senza mai aver modo di incontrare la commissione e portare avanti la richiesta. Quando poi ricevono l’esito, se è negativo, devono pagare un avvocato e aspettare altrettanto. Nel frattempo, trascorsi sei mesi, dovrebbero ricevere un permesso temporaneo che gli permette di lavorare. Ormai i tempi si sono allungati, a volte si aspettano anche due anni e la commissione più vicina è a Siracusa. La legge, praticamente, è una farsa. La burocrazia è la realtà. E la realtà è lenta, farraginosa, complice dell’illegalità. In ogni caso, chi lavora nei campi non ha bisogno di permesso. Anzi. Serve manodopera a basso costo per una filiera a dir poco in difficoltà nella quale i produttori, da una parte sono l’ultimo anello di una catena che li spreme imponendogli prezzi bassissimi, dall’altra si trasformano spesso in padroni che sottopagano i lavoratori, stranieri soprattutto ma anche gli italiani che non hanno altra scelta.

ct2I prezzi sono scesi al loro minimo storico”, spiega il secondo rapporto “#FilieraSporca” realizzato dalle associazioni “daSud”, “Terra” e “terrelibere.org”, “arrivando a toccare il minimo di 16/20 centesimi al chilo per il prodotto “fresco” e di 5/7 centesimi al chilo per il prodotto destinato alla trasformazione”. La filiera, che rifornisce anche multinazionali e grandi aziende italiane, è estremamente frammentata verso il basso, la produzione è basata su piccole aziende spesso a conduzione familiare, impossibile una vera tracciabilità. “Se volessimo controllare i fornitori della Ortogel, per evitare assolutamente il rischio da voi paventato, dovremmo visitare 11.571 aziende agricole nei 100 giorni lavorativi di una campagna agrumaria. Sono 115 aziende agricole al giorno”, spiegano dall’azienda. Esselunga, invece, ha dichiarato di lavorare con aziende che sottoscrivono un preciso codice etico, ma non ha voluto farne i nomi. Per la realizzazione del rapporto, a ben dieci grandi attori del settore sono state chieste informazioni su fornitori e subfornitori. Si tratta di Coop, Conad, Carrefour, Auchan – Sma, Crai, Esselunga, Pam Panorama, Sisa Spa, Despar, Gruppo Vegè e Lidl. “Le risposte sono pervenute solo da quattro di loro: Coop, Pam Panorama, Auchan – Sma e Esselunga”, chiarisce il rapporto, che evidenzia quanto arduo sia, soprattutto, spesso anche per le aziende, risalire ai subfornitori, piccoli e piccolissimi produttori a cui facevano riferimento poc’anzi. La manodopera a basso costo è la risposta ad una filiera che non funziona. “Il fenomeno del lavoro schiavile nei campi italiani è da anni irrisolto. Il motivo è semplice. Si tratta di qualcosa di funzionale al sistema produttivo”. Funzionale, certo, ma direttamente connesso con la concorrenza di paesi in cui il costo di produzione scende vertiginosamente, così che aumentano paurosamente, come sottolinea il rapporto, le importazioni da Egitto, Marocco, Spagna e dal Brasile per il succo. Lì sta la causa del caporalato e forse non siamo troppo lontani dalla verità se diciamo che, tra i mandanti, c’è la politica delle frontiere economiche completamente aperte. Non si accorgono che gli schiavi prima o poi si ribellano. “Le arance finiscono a magazzini e industrie che – molto probabilmente – vendono succo e prodotto fresco a notissimi marchi della grande distribuzione e alle multinazionali che tutti conosciamo”. Basti pensare che gli agrumi rappresentano il 15 % del pil siciliano ed il 4% di quello nazionale. “Tra produttore singolo e OP non cambia niente, il problema è che quest’anno ci sono troppe arance, e troppo piccole, e non riusciamo a reggere la concorrenza degli agrumi provenienti da Spagna e Marocco, venduti a 15 centesimi al chilo e trattati chimicamente, cosa che in Italia è vietata”, spiega un piccolo produttore. E così che le aziende di trasformazione medio-grandi, che un decennio fa erano duecento, oggi si sono ridotte a 13, mentre “i piccoli contadini nella morsa della fame costringendoli a vendere le loro terre a commercianti, che grazie al capitale accumulato dai fondi europei, sono in grado di investire in una sorta di landgrabbing (accaparramento delle terre) in salsa nostrana”. Il percorso verso la competitività, insomma, passa da sfruttamento, grossi capitali e concentrazione delle risorse: controlli scarsi sulle regole e frontiere aperte, in breve, modificano la struttura del mercato e del tessuto imprenditoriale.

I mandanti di tutto questo stanno seduti in poltrona e cianciano di libero mercato. Chi denuncia, quasi sempre, sono organizzazioni e giornali, come lo stesso “Internazionale”, che si nutrono di retorica immigrazionista. Nel frattempo i migranti, soli, senza famiglia, finiscono in strada o nei campi a dieci euro al giorno. E nessuno pensa a fare uno più uno, dicendo basta al fenomeno criminogeno e sradicante dell’immigrazione di massa.

Emmanuel Raffaele, 24 giu 2016

I pub hanno sconfitto i grattacieli: tutta l’identità inglese in quel “leave”

victoria-streetCirca il 64% degli elettori tra i 18 e i 24 anni non era interessato a dire la sua sulla brexit. Il dato, dopo ore di accanimento mediatico contro vecchi, provinciali e poveri, è sfuggito di bocca all’ex premier Enrico Letta. Al contrario, ha evidenziato, è stato l’83% degli over 65 a votare al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Altro dato interessante: erano ammessi al voto gli immigrati residenti dei 54 paesi del Commonwealth, ma non i cittadini europei residenti, il che già rende l’idea di cosa è il Regno Unito. Fondamentalmente, infine, hanno votato per la brexit tutto il Galles, l’Inghilterra, mentre hanno votato a favore dell’Ue la Scozia, l’Irlanda del Nord e la Greater London, ovvero tutti quelli a cui il Regno Unito sta stretto. Basti guardare all’esempio di Gibilterra, conteso con la Spagna: ha votato “remain” il 96,9% dei votanti, un record. Ed a poche ore dal voto, infatti, c’è chi chiede addirittura l’indipendenza di Londra.

Hanno votato per l’Unione Europea le aree meno “patriottiche”, le aree meno “inglesi”, inclusa una Londra invasa da immigrati di ogni parte del mondo e da banchieri, che in queste ore i giornali danno allarmati e in procinto di spostarsi al di qua della Manica. Vedremo cosa accadrà ma, sicuramente, il fatto che la finanza abbandoni il Regno Unito, come se prima e dopo l’Ue ci sia il buio, non è credibile. Come evidenziavamo poc’anzi, il Commonwealth e le ex colonie hanno avuto un grande ruolo nello sviluppo economico della Gran Bretagna, la cui economia ha invece conosciuto vari periodi di rallentamento sotto l’Unione Europea ed è rimasta forte anche grazie ad una moneta propria. La brexit non è un risultato in sé, come non lo sarebbe il crollo dell’Unione Europea. La brexit è un punto di partenza. Sta a loro e a noi, ora, fare le mosse giuste. Ed è fondamentale chi sarà al governo, ammesso che il verdetto popolare sarà rispettato, il che non è per nulla scontato. Oltre due milioni di persone hanno già sottoscritto una petizione per ritornare al voto, i liberali (!) hanno chiesto di ignorare l’esito del referendum, i giornali stanno creando il caso sul pentimento di molti che hanno votato “leave” e la propaganda è ancor più forte di prima. Ed è curioso, a posteriori, riguardare il volantino distribuito da alcuni sostenitori del “remain” con il grafico che dava le piccole imprese al 75% favorevoli alla brexit. In basso, la firma: Goldman Sachs aveva commissionato quel sondaggio. Sicuramente la finanza non era a favore del “leave”, ma questo non vuol dire che adesso se ne starà a guardare e si darà per sconfitta. Pensarlo vorrebbe dire leggere la realtà in maniera schematica e riduttiva. Le possibilità, d’altronde, ci sono eccome; la Gran Bretagna, con una percentuale del resto molto ridotta pari al 51,9%, non ha votato per l’isolamento, ha semplicemente scelto l’indipendenza politica. La libertà di decidere con chi fare affari, come tutti gli altri paesi al mondo che non fanno parte dell’Unione Europa, compresa la Svizzera, che pure sta nel cuore dell’Europa e non muore di fame. Senza contare il peso politico ed economico del Regno Unito. Ecco perché la brexit è solo un punto di partenza ed ecco perché, d’altra parte, era possibile schierarsi soltanto da una parte. La brexit ha fatto uno sgambetto alla finanza, ma non è finita. In prospettiva europea, le possibilità sono altrettanto notevoli, sia a livello politico che economico e tutto sta nel giocarsi bene le proprie carte. Altra osservazione in merito ai dati rilevati, dicevamo, è quella sulla cosiddetta “generazione Erasmus”: giornali e politici progressisti si sono accaniti in maniera inquietante contro “ignoranti” ed operai delle periferie, contro lo stesso concetto di democrazia, in un corto circuito che è uno degli aspetti più rilevanti del voto, censurando per prima cosa la scelta di indire un referendum e giungendo a conclusioni sulle quali ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Nessuno ha invece colto l’altra faccia della medaglia: il disinteresse di quella generazione, cresciuta senza identità e nella cultura “arcobaleno”. E’ anche questa una riflessione, laddove l’astensione è stata complessivamente abbastanza limitata (27,8%). Altra riflessione, è che il “leave” ha vinto contro ogni sondaggio, nonostante l’omicidio di Jo Cox, nonostante abbiano associato il brexit al disastro economico, governi e strutture sovranazionali abbiano minacciato letteralmente il popolo inglese, abbiano annunciato la fine di Londra, prospettato la deportazioni degli stranieri, una sanità allo sfascio, il pericolo per la sicurezza nazionale, il nostro Saviano – che oggi si dispera e maledice il popolo – aveva addirittura collegato i sostenitori della brexit a chi ricicla denaro sporco, aziende francesi avevano acquistato pagine di giornale per pregare gli inglesi di restare, le multinazionali avesse fatto campagna per restare, il banchiere Soros si era schierato, la Francia lasciava intuire ritorsioni sul fronte immigrati. Quello inglese è stato, se non altro, uno scatto d’orgoglio, ben riassunto dal discorso finale di Boris Johnson, leader conservatore, due volte sindaco di Londra e principale esponente del ‘partito’ del “leave”, che ha sottolineato: “loro dicono ‘non possiamo’, noi diciamo ‘noi possiamo’. Loro dicono ‘non abbiamo altra scelta che inchinarci a Bruxelles, noi diciamo ‘voi state incredibilmente sottostimando questo paese e ciò che può fare”. Per poi concludere così la sua esortazione: “Se votiamo “leave” e ci riprendiamo il controllo, giovedì sarà il giorno dell’indipendenza del nostro Paese”. Consapevole di questo orgoglio britannico, d’altronde, il posizionamento che da mesi perseguiva il premier Cameron era fondato su un solido sostegno al “remain”, certo, seguito però dalle trattative con l’Ue sul welfare ed altri punti che premevano al paese e che permettono di leggere sicuramente la sua strategia come un “abbiamo ottenuto ciò che volevamo, ora ci conviene restare”, piuttosto che col tono di sudditanza del genere “ce lo chiede l’Europa”, che invece riscuote tanto successo dalle nostre parti.

La mappa del voto
La mappa del voto

In tutto ciò, c’è il dato principale: il popolo inglese tiene alla propria indipendenza ed ha una identità, coscienza e forza propria, io direi una certa risolutezza, che è un po’ il loro tratto distintivo e ne fa dei “pragmatici autoritari” da secoli, nel bene e nel male. Il popolo inglese si percepisce ed è altro rispetto all’Europa. Nella sua identità la monarchia ha simbolicamente un ruolo importante, suscita un profondo rispetto e riscuote un forte consenso non solo popolare ma anche e soprattutto mediatico e basterebbe aver sfogliato i giornali in questi mesi, con le celebrazioni per il novantesimo compleanno della regina più longeva per rendersene conto. Il Regno Unito ha un carattere più vicino, per motivi storici ed economici, a quello degli Usa. E che sia Europa è soltanto una questione geografica. Del resto, ha mantenuto la propria moneta, il sovrano è a capo di una chiesa di Stato, nata da un contrasto con il Vaticano ai tempi di Enrico VIII a cui si deve appunto la nascita della Chiesa anglicana, conserva le proprie unità di misura, si guida al contrario e, soprattutto, qui nessuno si vergogna a sventolare la propria bandiera. Esibire la propria potenza militare non è ancora un peccato originale, basti pensare ad una delle piazze principali, Trafalgar Square, che celebra una vittoria e, con enorme colonna, l’ammiraglio Nelson. Il patriottismo, qui, non è ancora passato di moda. La cultura politica, del resto, ha una storia del tutto diversa da quella continentale. E, per dirla tutta, il Regno Unito è stata la prima tra le potenze europee ad avere un impero e l’ultima a rinunciarvi, dopo almeno quattro secoli, soltanto negli anni Novanta, con la restituzione di Hong Kong alla Cina. Un padrone brutale con le colonie africane ed asiatiche, che ha un grosso ruolo sulle attuali criticità dello scenario mediorientale (nascita di Israele inclusa), che ha dominato l’Australia, ha lottato per mantenere nel regno l’Irlanda col ferro e col fuoco, trattando i cattolici e gli irlandesi per secoli come cittadini di serie b. È stata “la più grande organizzazione criminale mai esistita nel traffico della droga” (Corrado Augias, “I segreti di Londra) allorché, a metà Ottocento, lasciava smerciare ai suoi “commercianti” l’oppio in Cina fino a scontrarsi ed umiliare militarmente il paese asiatico (con stragi di civili incluse) in nome degli interessi economici. Nei primi anni del Novecento ha fatto la guerra ai boeri per il dominio dei territori sudafricani e delle sue risorse diamantifere, inventando i campi di concentramento, rinchiudendovi metà di loro (22mila bambini, 4mila donne e 2mila uomini vi moriranno) e permettendo stupri di massa ai suoi soldati. Negli anni Ottanta ha “persino” rivendicato armi in pugno la sovranità sugli isolotti delle Falkland, sulle quali l’Argentina pretendeva la sovranità. Possiede ancora quattordici territori d’oltremare tra cui Gibilterra, contesa con la Spagna. E’, come accennavamo, attualmente guida dei paesi del Commonwealth, associazione di stati di natura peculiare che comprende praticamente tutte le ex colonie.

dcaf74e78a9043bc8729733cbef63c8aIl presidente degli Stati Uniti Obama ha rimbrottato gli inglesi favorevoli al “leave” con toni forti, certo, ma erano i toni che si usano con un concorrente che ti vuole fregare. Non quelli di chi parla ad un popolo sottomesso e, sicuramente, il responso ha dimostrato che almeno la metà del popolo inglese non è disposto a sottomettersi. Gli Stati Uniti, dopo tutto, sono anch’essi un ex colonia; la visita ai reali è stata cordiale, un dialogo tra pari grado. Soltanto la Francia di De Gaulle ha osato sfidare il predominio americano sul continente e, allo stesso tempo, l’idea di Europa attuale in cui gli organi sovranazionali e non le nazioni hanno il potere decisionale. Infatti, soltanto Francia e Regno Unito hanno diritto di veto all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I trionfi militari contano. La potenza vuol dire ancora libertà. “Internazionale”, prima del referendum, faceva cenno, polemicamente, alla nostalgia imperiale degli inglesi. Non è un errore di lettura. Johnson, dicevamo, sottolineava il concetto di indipendenza; il 22 giugno il “Sun” in prima pagina titolava, a caratteri cubitali: “INDIPENDENCE DAY. BRITAIN’S RESURGENCE”. Certo, non avrebbe mai potuto farlo il moderato Times, che ogni giorno ospitava articoli contro “Boris”. Londra è per il “remain”. Londra, la City, la parte benestante del paese. E se l’incremento di 513mila abitanti dell’anno scorso era dovuto per due terzi all’immigrazione, solo a Londra questo incremento è stato di 135mila unità, nonostante i 77mila londinesi spostatisi altrove. Solo nell’ultimo anno, del resto, oltre 55mila italiani hanno fatto richiesta per ottenere il National Insurance Number, indispensabile per poter lavorare nel Regno Unito. La popolazione italiana stimata nella capitale cresce a ritmi vertiginosi sopra la quota dei 600mila. Non è l’emigrazione di un tempo, è un’emigrazione semplificata dai voli low cost. C’è il sogno, c’è la concretezza, la convenienza e, a volte, la superficialità. La brexit non farà male. Senz’altro non farà male a noi, a fermare questa emorragia. Perché la “generazione Erasmus” vola a Londra anche perché, crede, qui le identità si mescolano. Questo è il sogno di Londra. E c’è del vero e c’è del falso. Ci sono, di fatto, due realtà parallele, come quelle che hanno votato dimostrando le divisioni interne al paese. In realtà, Londra, quella vera, è una città dove le identità sono tante e forti più che altrove. Convivono, certo. Ma si mantengono tali. E forse c’è da riconoscere un merito nel saper far convivere le diverse identità senza i disastri, ad esempio, della Francia. Ma non è sempre così, basti pensare alla rivolta di Brixton ai tempi della Thatcher. Oppure ai foreign fighter che oggi partono in forza da Londra per la Siria; alle prigioni inglesi in mano agli estremisti islamici, ai quartieri divisi per etnia, agli italiani che stanno quasi solo con altri italiani e così via.

Londra e il Regno Unito sono spesso due mondi opposti. Un mondo rurale in opposizione ad una capitale mondiale. Questa è la definizione singolarmente usata più volte proprio da Johnson nel corso della campagna referendaria, a dimostrazione dei suoi progetti. Londra non è quel paese rurale che vedi già a pochi chilometri dalla capitale, quando basta un’ora per immergerti in una cittadina del Sussex, circondata dalla foresta, in cui attraversi strade completamente ricoperte dai rami e trovi la più lunga fila di case con struttura in legno del XIV secolo. Lì dove entri al pub ed il clima che trovi è decisamente più inglese di quello che trovi nella maggior parte dei pub della metropoli londinese. La provincia e la finanza erano un po’ opposti in questo referendum e i dati lo hanno confermato.

Persino il Corriere riconosceva: “I poveri vogliono il Leave”. Ben 140 miliardari e 400.000 milionari vivono a Londra, dove ha trionfato il “remain”. E’ stato anche uno scontro di classe. Anche qua, come qualcuno ha sottolineato in riferimento alle elezioni Usa, e volendo schematizzare un po’ la realtà, si trattava di uno scontro tra la working class di etnia bianca (o meglio, bianca inglese, come sottolineano i moduli in cui spessi ti trovi a dover selezionare una casella a scelta tra “Bianchi inglesi” e “Altri bianchi”) ed il disegno di una società liberista e, in prima fase, progressista, che attecchisce soprattutto tra chi grazie al liberismo si arricchisce e tra chi disconosce o non riconosce le identità o perché “altro” o perché assuefatto o perché ideologizzato. D’altronde, sono state esattamente alcune organizzazioni sostenitrici del Brexit ad opporre, in un manifesto di propaganda, una donna in abiti tradizionali asiatici ed un giovane “teppista” bianco in polo e bretelle e anfibi. Il target era chiaro ed era chiara anche l’associazione col fascismo e col nazismo dei sostenitori del Brexit. Fino all’assurda uccisione di Jo Cox, in merito alla quale ci si è compiaciuti nel sottolineare i “contatti” con organizzazioni di “estrema destra”. Le reazioni alla brexit erano prevedibili ed ora il pericolo è proprio un brexit che perde sostegno: il popolo, si sa, è volubile.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa, ora, proviamo a immaginare Londra sotto Roma, quell’impero rimpianto proprio da Boris Johnson nel suo libro di dieci anni fa. Gli imperi vengono fuori dalla volontà di potenza dei popoli. E quello inglese è venuto fuori molto dopo l’espressione romana. E allo stesso modo può terminare. Ciò non dipende tanto dagli inglesi ma da noi. Non c’è trionfo nell’Europa che implora Londra, ma un’Europa che, invece, può riportare più a sud l’asse principale sarebbe una buona occasione, non solo per noi ma anche per un’Europa meno “americana” che magari un giorno attragga anche Londra. Pensate per un attimo, ad esempio, anche all’ipotesi di una lingua parlata in tutto il mondo come lo spagnolo, che prende il posto dell’inglese all’interno dei confini dell’Ue. Pensate anche il cambio di prospettiva possibile nei rapporti internazionali, geopolitici, economici. Cose che chiaramente non avverranno perché l’Europa, non solo l’Italia quindi, è attualmente colonia dell’impero a stelle e strisce chiamato “Nato”. Ecco perché il Regno Unito in Europa avrebbe fatto più comodo agli americani: anziché un rivale con aspirazioni forti sullo scenario mondiale, avrebbe avuto un semplice protagonista di un’organizzazione regionale più facilmente controllabile e, al tempo stesso, un fedele alleato.

Dunque, il tifo per la brexit andava bene, ovviamente con razionalità e la consapevolezza delle sue molteplici funzioni e significati: strategicamente, in chiave anti-élite europee, per dare un colpo a questa idea di Europa che non va; in chiave di popolo ponendosi, nonostante il diffuso sentimento anti-inglese, in un’ottica non geopolitica, ma semplicemente dalla parte del popolo che sceglieva l’autodeterminazione, al di là delle strumentalizzazioni e degli eventuali utilizzi favorevoli ai potenti che potrà avvenire anche dopo questo risultato; in chiave “imperiale”, nel proposito – che in tutto ciò è l’unica prospettiva attiva rimanente – di spostare appunto verso il sud baricentro politico-culturale-economico e identitario dell’Europa. In questo modo, il tifo andava sempre e comunque a vantaggio di quella “working class” bianca tartassata da imposte, settarismi, immigrazione e da un sistema economico-politico avverso.

L’Europa delle identità era in quel “leave”, che pure è solo una promessa che temiamo di veder infranta. E, certo, anche l’identità inglese, che pur non ci appartiene, era in gioco. Ma, chi crede nelle identità, preferirà sempre una piccola casa in legno e mattoncini rossi ai grattacieli che trasformano Victoria Street e rendono artificiale e quasi surreale Canary Wharf; preferirà sempre un genuino hooligan inglese ad un impeccabile impiegato di JP Morgan. Ed è in Victoria Street e nei progetti di decine di grattacieli che dovranno nascere in città che si manifesta la battaglia eterna di Londra, quella tra lo spirito rurale e lo spirito cosmopolita, quella tra il popolo ed il capitale.

da21113778b1f2c80665294ab1cfa190Proprio in Victoria Street, nel bel mezzo di una lunga serie straordinariamente inquietante di vetri specchiati e grattacieli, sopravvive isolata una piccola struttura a due o tre piani che ospita un pub. Eppure, non lontano da lì, ritrovi la tipica architettura inglese: case basse, giardinetto, mattoncini rossi, qua e là un pub, tanto legno, tanto verde, un certo ordine, marciapiedi fruibili, una tessuto stradale quasi sempre lineare. E’ di quella Londra che ci si innamora. Di quei tetti bassi che donano ancora familiarità ad una città che pure ospita circa 12 milioni di persone. Di quel rosso che sa di campagna e camini. Di quei pub che sanno di taverne medievali e custodiscono letteralmente lo spirito inglese. Nella cultura della “public house”, d’altronde, c’è la working class che si incontra e si forma, molto spesso con un’impronta etnica precisa legata allo stile tipicamente inglese del pub (mentre gli immigrati extra-europei spesso e volentieri stazionano nei numerosissimi ristoranti e bar più o meno etnici della capitale), lì c’è l’informalità inglese riassunta in una lingua che tende a semplificare e che va dritta al punto e mescola le storie, le generazioni ed a volte anche le classi sociali. Perché il pub inglese ha poco a che fare con le popolari riproduzioni italiane: il pub inglese è prima di tutto una mentalità. E non è un caso se ultimamente a Londra è allarme per il numero dei pub che progressivamente chiudono i battenti. Il pub è socializzazione popolaresca e virile. Lì ci trovi il ragazzo, l’adulto e l’anziano a scambiarsi due chiacchiere davanti ad una birra, magari dopo il lavoro. Ci trovi il pensionato con i coetanei, i ragazzi che guardano le partite. Si consuma eventualmente il pasto senza troppi fronzoli, sul legno e senza un particolare servizio al cliente o armamentario di posate. Ma quello che non manca mai è la boccale pieno. Il pub precede Starbucks nel pensare la socializzazione. Da Starbucks viene spontanea la non-socializzazione virtuale. Al pub se sei solo dopo un po’ sei già in compagnia. Da Starbucks anche se non sei solo dopo un po’ sei già al pc o al cellulare. Starbucks è da impiegati, il pub è la working class. Al pub si mangia, si beve e si fa festa. È letteralmente il centro di aggregazione popolare inglese per eccellenza. E, forse, è anche quel mondo così autentico che ha votato per il “leave”.

Emmanuel Raffaele, 26 giu 2016

Boris Johnson, il leader della brexit che sogna l’impero romano. E lo racconta in un libro

Mayor of London Boris Johnson at a reception and dinner in New York hosted by the British Fashion Council to celebrate the creative talent shared between New York and Britain ahead of New York fashion week next week.

A pochi giorni dal referendum che il prossimo 23 giugno deciderà le sorti del Regno Unito e della sua permanenza all’interno dell’Unione Europea, si susseguono i sondaggi e, a dir la verità, le indicazioni che se ne possono trarre cambiano di settimana in settimana. Nel frattempo, tra i sostenitori del “leave” ora ‘pericolosamente’ in vantaggio, è emersa ormai a livello internazionale la figura dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, capofila tra i sostenitori della “brexit”, parafulmine di ogni accusa e nuovo incubo “populista” che in questa partita si sta giocando probabilmente il tutto per tutto. Classe 1964, personalità forte e capigliatura inconfondibilmente scomposta, poliglotta formatosi proprio nelle scuole europee, cittadino britannico ma anche statunitense per nascita, figlio di una famiglia benestante inglese con ramificazioni fra le più varie, già parlamentare e giornalista, in passato sostenitore di Barack Obama, esponente del Partito Conservatore in competizione principalmente con il premier e collega di partito David Cameron, Alexander Boris de Pfeffel Johnson è anche autore di un dettagliato saggio dal titolo altisonante: “The dream of Rome” (“Il sogno di Roma – La lezione dell’antichità per capire l’Europa di oggi” nell’edizione italiana pubblicata da Garzanti). Nel testo, uscito ormai un decennio fa con in copertina la folta e bionda chioma caratteristica del personaggio ed una riproduzione stilizzata del Colosseo, i fervori anti-europeisti sono ancora lontani, ma proprio la comparazione utilizzata come metodo ne fa una lettura tutto sommato critica seppur propositiva rispetto al futuro dell’Ue. Perciò, prima di urlare scandalizzati all’incoerenza, sarebbe bene leggere il testo, perché sono certamente nascoste tra quelle pagine le ragioni di un ripensamento. E sta sicuramente nell’ammirazione per Roma una delle motivazioni che ha peraltro spinto il due volte sindaco della capitale Johnson a reintrodurre nelle scuole pubbliche della ‘Greater London’ lo studio del latino, a suo dire (giustamente), utile a comprendere la struttura della lingua.

“Il sogno di Roma” è, “brexit” a parte, una lettura di sicuro interessante per capire Roma e coglierne l’impronta “sovranazionale” ma, quanto alla comparazione con l’Unione Europa che è il filo conduttore del libro, è chiaro che è indispensabile un altrettanto forte senso critico per filtrarne adeguatamente il messaggio. Fatto ciò, ciò che viene fuori è in gran parte condivisibile. “Non riusciremo mai a riproporre l’Impero Romano, con la sua grande e pacifica unità di razze e nazioni. Ma se la storia ci insegna qualcosa, è che siamo destinati a non smettere di provarci”. Nelle conclusioni di un’opera che si conclude esattamente con queste parole, ad esempio, Johnson si lancia addirittura nella proposta di ammettere la Turchia in Europa in continuità con Roma. Ma, nonostante questa uscita e le semplificazioni conclusive su ciò che va salvato e ciò che va respinto dell’impero, nel complesso ci troviamo di fronte ad un discorso che, considerato integralmente, è meno superficiale di quanto il sunto finale possa far pensare. Infatti, ciò che resta e costituisce il nocciolo del discorso di Johnson, è una lunga argomentazione sulle nazioni e sul concetto di identità, declinato nelle sue forme pratiche e concrete. Il discorso sull’unità e la ‘tolleranza’, detto per inciso, potrebbe suonare assurdo in ottica ‘nazionalista’, ma così non è in ottica imperiale. Ed è proprio un’ottica imperiale quella che Johnson vorrebbe per l’Europa. Una prospettiva in cui l’europeizzazione segua l’esempio della romanizzazione dei popoli condotta fruttuosamente dall’impero, in cui nonostante tutto risulta appunto essenziale la distanza tra “noi e loro”. E’ questo un concetto che ritorna spesso ed è proprio questa, a suo dire, una delle concause della decadenza e poi della fine di Roma: “L’impero iniziò a perdere quel vitale senso di ‘noi e loro’. Ad un certo punto, divenne difficile distinguere i barbari dai romani”. Ma, prima di passare a ciò che simbolicamente segnava questa identità e costituisce il punto centrale del discorso, è importante coglierne l’altrettanto importante aspetto ‘estetico’. Poiché la romanizzazione, ricorda Boris, partiva da un immaginario che imponeva una spontanea imitazione dello stile romano e, così, l’elevazione dei popoli fin negli aspetti più esteriori dell’esistenza, a cominciare dall’igiene – con l’uso diffuso dei bagni pubblici – fino alla partecipazione ai giochi, agli spettacoli teatrali, alle usanze alimentari e all’abbigliamento. Apparire ‘romano’ era vera e propria ‘moda’, il che chiarisce quanto il concetto di tolleranza sia da considerare all’interno di un contesto in cui l’autorità e la potenza militare dell’impero erano realtà indiscusse. Laddove si impone una forza centripeta, la tolleranza riporta al centro; laddove essa manca, la tolleranza è disgregazione in balìa delle forze centrifughe.

13427920_1773284836223934_6162518016838642274_nRoma, insomma, nell’essenzialità del culto stesso della sua grandezza e della sua dimensione spirituale, ma anche nell’essere esempio pratico di civiltà per gli altri popoli. “I Romani non hanno semplicemente costruito città lungo l’impero. Hanno costruito centri per trasformare i barbari in romani”. “Quando i Romani sono giunti nel nord e nell’ovest dell’Europa”, ammette Johnson, “vi hanno trovato una società primitiva basata sull’agricoltura di sussistenza e sul saccheggio. Con l’introduzione delle città romanizzate, e del giorno dedicato al mercato, si arrivò al concetto di vendere il proprio surplus e trarne un profitto. I romani, in altre parole, produssero il primo esempio di Comunità Economica Europea. E’ stata un successo, ed è stata fatta con una regolamentazione di gran lunga più snella rispetto a quella odierna”. Anche in questo caso, è da evitare una lettura ideologica del passaggio in questione, laddove il termine ‘surplus’ rimanda semplicemente a quell’economia reale oggi sottomessa alla speculazione ed è tutt’altro che legittimo commercio. Ma è proprio una lettura critica che riesce a far emergere quanto di vero c’è nell’analisi, tenendosi lontani dalle forzature di un parallelo improprio e riproposto spesso tra il modello economico di Roma ed il capitalismo: “La pax romana”, prosegue, “garantì sicurezza, la prima essenziale condizione per il capitalismo e gli investimenti. Fornì anche un impianto legale, il diritto romano che è tra i più grandi lasciti di quel tempo”. Resta il fatto che, forzature concettuali a parte, ciò che viene descritto dimostra come Roma fu anche questo, fu anche faro di civiltà, visione del futuro, ‘modernizzazione’, efficienza organizzativa (se non vogliamo usare il compromettente termine di ‘progresso’, che pure non dovrebbe spaventare né essere confuso con il ‘progressismo’ che del primo è solo la caricatura); tutto ciò che l’Europa non riesce ad essere. Va da sé che la romanizzazione procedeva anche grazie ad una conquista delle élite che era prima di tutto conquista dei cuori e delle menti, dovuta ad una superiorità che l’euroscettico Boris non teme di dichiarare esplicitamente rispetto alle “tribù preesistenti di Francia, Germania, Spagna, portogallo, Belgio, Britannia, Olanda, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca ed altri membri dell’attuale Ue”, divertendosi anche a sfidare il politicamente corretto: “immagino che alcuni accademici ti diranno che le loro culture erano nobili e di alto livello tanto quanto quella degli invasori; che le loro sculture increspate non erano inferiori alle statue romane”. In un’epoca in cui circa il 10% dei “francesi” ed appena il 6,5% degli “inglesi” viveva in “città, in realtà, Roma rappresenta la città per eccellenza. Pretendevano i tributi, ma concedevano una sorta di autogoverno, costruivano acquedotti, ponti, strade, terme, teatri, fontane, archi e fornivano una nuova concezione di “humanitas”: “benevolentia, goodwill; observantia, respect; mansuetudo, gentleness; facilitas, affability; severitas, austerity; dignitas, merit, reputation; gravitas, autority, weight”.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa il segreto di Roma, come anticipavamo, era secondo Johnson, non a torto, la capacità innata di congiungere all’aspetto materiale un piano simbolico che sprigionava potenza e autorità e, dunque, un’attrazione inevitabile, che si manifestava fin nella romanizzazione dei cognomi, così come oggi accade con gli inglesismi ed i numerosi aspetti dell’imperialismo americano. Roma era l’orgoglio ed il significato stesso di esserlo: “Fin dal principio, dunque, Roma non fu definita etnicamente; Roma non fu definita geograficamente; Roma fu un’idea”. Il suggerimento di Johnson è ormai chiaro: trovare un rimedio a questa carenza simbolica e quindi identitaria che era invece alla base di Roma è la chiave di volta per la rinascita dell’Europa. “Romanization happen by ritual and repetition”. Anche attraverso i giochi, crudeli è vero (200mila morti nel solo Colosseo nelle lotte tra gladiatori), ma – spiega Johnson – fondamentali in questo processo: “Era un mondo che credeva più di ogni altra cosa in vinti e vincitori, nella morte e nella gloria. Non ci poteva essere gloria senza il rischio della morte, e non ci potevano essere vincitori senza sconfitti”. E così anche il teatro, i riti e tutto ciò che l’impero proponeva quale paradigma di Roma in tutto il suo territorio educava ad essere romano senza nulla concedere alla retorica ed alla debolezza. Interessante, in proposito, come Johnson, di famiglia anglicana, faccia risalire alla cristianizzazione dell’impero un vero e proprio mutamento della prospettiva e quindi delle sue basi: “Fu l’inizio della fine di una trama magica creata da Augusto – la semi-religiosa identificazione tra il cittadino ed il potere centrale”. Con l’avvento del Cristianesimo, sostiene Johnson, che addirittura paragona i primi cristiani agli attuali estremisti islamici, calò sull’impero uno spirito censorio e moralista che portò alla cancellazione di ogni traccia di paganesimo: stop al culto dell’imperatore ed alla costruzione di terme, bagni pubblici e teatri, basta giochi olimpici. “Questi fanatici”, segnala, “spensero il fuoco eterno nel Tempio di Vesta”. Ecco che il discorso mostra qui l’assoluta centralità che per questo originale “euroscettico” inglese ha l’aspetto simbolico. “Improvvisamente c’era un nuovo modello di comportamento: quello ascetico” ed i ricchi smisero di donare per accrescere lo splendore delle città e iniziarono a spendersi per i poveri, cambiarono i “valori” di riferimento ed anche l’arte cambiava orientamento.

“Dove sono i rituali dell’Europa oggi?”, “Dove sono i simboli condivisi?”, si chiede giustamente Boris che, attraverso i suoi esempi, spinge ad una riflessione (che lui stesso accenna con riferimento al simbolo dell’aquila) anche rispetto all’americanizzazione/occidentalizzazione. Poiché, nonostante i contenuti di questo imperialismo culturale siano ben diversi, il tratto comune è, come sempre avviene, la presenza di una identità forte basata su una dimensione simbolica (“Anche su un mondo putrescente si può costruire una toccante e magnifica epopea. American Sniper è quell’epopea”). Ecco perché, sottolinea Johnson, il romano-scetticismo senza dubbio esisteva come oggi l’euroscetticismo (o l’antiamericanismo), ma nel momento in cui Roma dominava, le identità locali passavano di fatto in secondo piano, soggiogate mentalmente prima che militarmente da questa ‘volontà di potenza’.

È possibile, dopo Roma, che l’Europa ritrovi tutto ciò incarnando ancora il motto “plurimae gentes, unus populus”?

Ebbene, la risposta, dopo una trattazione ampia che ne costruisce la premessa, sembrerebbe incredibilmente vicina proprio al concetto che fu cardine del “Manifesto dell’Estremocentroalto” casapoundiano: “Etica. Epica. Estetica”. Se le categorie del politico si fondano per forza di cose sulla dimensione di ‘noi’ e ‘loro’; se l’autorità è anche potenza; se l’identità è un’idea-guida; allora la risposta ad un fallimento e la soluzione per un rinnovamento non può che essere un’epica di grandezza ed un’estetica caratterizzante che contengano in sé l’etica base di questa idea. Se le vittorie forgiano l’orgoglio nazionale, come rilevato nelle fasi iniziali del testo, sono dunque gli eroi condivisi e gli ideali eroici che mancano all’Europa per essere nazione. Ma se, come afferma Johnson, “l’Unione Europea è un prodotto della guerra fredda”, un prodotto americano specifica, è chiaro che occorre prima spostare il polo d’attrazione al di qua dell’oceano Atlantico. E dal momento che gli inglesi hanno avuto il loro impero, hanno la loro tradizione monarchica, la loro chiesa, un sentimento indipendentista radicato e una volontà di potenza che probabilmente sopravvive ancora, finché l’Europa ‘romana’ resterà dormiente, non si può pretendere che il polo d’attrazione torni nel cuore del continente. Ed è anche questa una chiave di lettura del voto del prossimo 23 giugno.

Emmanuel Raffaele, 14 giu 2016

“Doromizu”, il ‘noir’ di Vattani che, di riflesso, ci racconta il Giappone

Doromizu«Come si dice “umiliante” in giapponese?». Kuzujokuteki. Pare che si dica così. «Umilianti, che trasformano le cose belle in cose brutte. Che buttano giù lo spirito delle persone. Che sviliscono la bellezza». Se Mario Vattani – ex console italiano in Giappone, attualmente coordinatore dei rapporti con i paesi dell’Asia e del Pacifico, tempo fa finito sui giornali e sospeso per un suo concerto nel corso di una iniziativa di CasaPound – avesse voluto banalmente raccontare il “suo” Giappone, avrebbe semplicemente fatto un libro opposto a quello che, invece, è giunto già alla prima ristampa dopo pochi mesi nelle librerie. Perché in “Doromizu – Acqua Torbida”, romanzo edito da Mondadori, trecentosessantatre pagine che si leggono d’un fiato, la tradizione giapponese si vede solo di riflesso. Vattani, che pur lascia intuire di amarla, la sfiora, le passa accanto, ma non osa andare oltre, prenderla di petto, farsene interprete. E’ una scelta – supponiamo – non solo narrativa. Una forma di rispetto molto orientale, di poche parole.

Ad essere umiliate nel racconto di Vattani sono le donne dei violenti video per adulti girati dal protagonista Alex Merisi, italiano cresciuto nel Regno Unito, in Giappone forse per perdersi e probabilmente poi ritrovarsi. Una lettura politica sarebbe riduttiva e fuori luogo, ma quello che (tra le righe) viene fuori ricorda, se non altro, l’umiliazione del Giappone, dopo Hiroshima e Nagasaki, l’annientamento materiale e spirituale, la “colonizzazione americana”. «Intanto, come tanti morti viventi, al ritmo della musica che rimbomba dai locali, uomini e donne sfatti, sudati e scamiciati nonostante il freddo, iniziano ad avviarsi verso la stazione. Penso che l’inferno sia fatto così».

“Doromizu” è sicuramente altro, molto di più da un punto di vista metaforico e molto di meno da un punto di vista letterale. Legata, in copertina, una donna in abito tradizionale giapponese, richiamo alle pratiche descritte dalle scene dei film che Alex si trova a raccontare armato di telecamera. Legata sembra essere l’anima del Giappone. Che sopravvive come può in tutto ciò che non è modernità, perfino nell’oscurità della yazuka e nell’ambigua funzione dei tatuaggi tradizionali, ai confini di un mondo «dove non ci sono né colpa né perdono», nel quale, però, conta dare il meglio di sé, circondarsi di chi e di cosa ti permette di tirarlo fuori. Conta la consapevolezza di aver fatto ciò che dovevi. Ed in qualche modo l’errore è perdere l’equilibrio, cadere è soltanto una conseguenza. Mentre è saggezza rendersi conto del legame tra i due momenti.

Dal buio e dalla umiliazione, un Giappone che affronta l’Occidente vincitore a modo suo, un modo tragico, fatale, silenzioso. «Forse nella vita reale, come nella fotografia, quando la luce è troppo forte appiattisce le immagini, nel senso che le rende ancora più bidimensionali, toglie loro la profondità, il contrasto». Sarà per questo che Vattani, per raccontarci il Giappone, ha scelto il “noir”.

Il disastro della legge Cirinnà, oltre la retorica pro e contro

Lo scorso 11 maggio è stata approvata in via definitiva la legge Cirinnà sulle cosiddette unioni civili tra persone dello stesso sesso. Eppure, per le sigle legate al mondo lgbt non sembra abbastanza. Dunque, le ritroveremo ancora, il prossimo 11 giugno, a sfilare per le vie di Roma, con il consueto stile da parata carnevalesca tipica dei “gay pride”. Ma, prima di provare a capire cosa potrebbero volere ancora, sembra inevitabile sottolineare le contraddizioni di un mondo, che si ostina a proporsi come alternativo ed anticonformista attraverso le mascherate di un evento il quale, però, è caduto ormai nel triste tentativo di dissimulare il grigiore di chi, nei fatti, ha ineluttabilmente virato sul linguaggio del tutto “tradizionale” della famiglia, dei figli e…delle ‘carte bollate’. Una farsa che comincia a stancare anche loro ma tant’è. Il “gay pride” è questo, seppur andrebbe forse archiviata, quanto meno, la sua dimensione ‘politica’: si preserverebbe un’identità nella sua originalità ed, al tempo stesso, si riuscirebbe a parlare di più delle cose concrete con chi ne ha le capacità. Molto probabilmente ne sarebbe venuta fuori una legge migliore.

Se un dialogo, infatti, andava e va cercato con il mondo dell’omosessualità, non è certamente il mondo che fa partire i boicottaggi contro la Barilla se si schiera con la famiglia tradizionale o che taccia di omofobia chiunque non assecondi ogni loro richiesta. Ci siamo già occupati criticamente della versione iniziale del ddl Cirinnà, che nel frattempo veniva fatta a pezzi, e vi abbiamo anche spiegato perché la legge venuta fuori, al di là dei tecnicismi, non era ricevibile. Abbiamo assistito alle dichiarazioni folli di questo mondo pronto a dire che quello dei genitori è soltanto uno “stereotipo” e quello della madre un semplice “concetto antropologico”. Ma oggi, anche a fronte delle posizioni di questi movimenti, corre l’obbligo di approfondire la legge e far notare che si è ceduto praticamente su tutti i fronti (eccetto, in parte, la questione adozioni).

cfff573d68786245302ea768c0dde139-620x372Non si chiamano così, ma di fatto oggi in Italia esistono i ‘matrimoni’ tra persone dello stesso sesso, che sono cosa ben diversa da un riconoscimento dei diritti delle coppie gay ed una loro regolamentazione. Lo anticipavamo già in riferimento al testo originario, possiamo ribadirlo sulla base del maxi-emendamento introdotto e che lo ha riscritto. A confermarlo, peraltro, è oggi anche un approfondimento disponibile nella guida giuridica ad hoc pubblicata dal quotidiano “Italia Oggi”. “Vengono descritte come formazioni sociali e incasellate sotto l’articolo 2 della Costituzione, si dice, per non equipararle alla famiglia, disciplinata dall’articolo 29. Il problema”, spiega Antonio Ciccia Messina nell’intervento introduttivo, “è che la stessa famiglia è una formazione sociale e, quindi, si tratta di una questione puramente nominalistica”. Si parla esplicitamente di concordare la “vita familiare” – prosegue -, i partner possono assumere lo stesso cognome, “si applicano le disposizioni sulle successioni legittime, sulla tutela dei legittimari, sui patti di famiglia e sulle pensioni di reversibilità”, “hanno uno specifico atto costitutivo e cioè la dichiarazione in comune di fronte all’ufficiale dello stato civile” e “come nel matrimonio, prevede una regolamentazione quadro, in cui trovano posto l’obbligo di assistenza morale, materiale e coabitazione e l’obbligo di compartecipare ai bisogni comuni in proporzione alle proprie sostanze e alle proprie capacità di lavoro”. “Certo”, conclude, “manca l’obbligo reciproco alla fedeltà, ma pare davvero troppo poco per distinguere l’unione dal matrimonio”. Se è possibile, insomma, il maxi-emendamento è stato capace di peggiorare un disegno di legge che avevamo già criticato per questa ragione, al di là della presenza esplicita delle adozioni. Le modifiche alla legge, infatti, ne hanno stravolto l’impostazione così che le unioni civili, che almeno concettualmente avrebbero dovuto costituire un’alternativa al matrimonio valida sia per eterosessuali che per omosessuali, attualmente, invece, sono esattamente il matrimonio fatto apposta per i gay. Il nuovo impianto della legge, infatti, introduce una disciplina specifica per le convivenze, con un’impostazione più debole rispetto alle unioni civili come erano state inizialmente concepite e che ora, più o meno in quella forma, vengono invece riservate esclusivamente agli omosessuali. Se qualcuno volesse lamentarsi di questa legge, dunque, non dovrebbero certo essere loro, ma le coppie eterosessuali che hanno a disposizione, per così dire, una opzione in meno rispetto alle coppie gay. “L’unione civile è costruita sul modello della famiglia, la convivenza di fatto è invece la somma di due persone che non costituiscono una nuova identità. Se le unioni civili somigliano a un matrimonio, le convivenze sono assimilabili ad una unione provvisoria” (Messina). Per la convivenza di fatto è sufficiente una dichiarazione anagrafica, la questione del cognome non è disciplinata, non c’è obbligo di coabitazione, né di contribuzione ai bisogni comuni ed una disciplina minima dei rapporti patrimoniali – regolati da contratti di convivenza facoltativi di natura privatistica – e dell’assegno di mantenimento, mentre lo scioglimento è unilaterale. “Non configurano un nucleo unitario, poiché la legge si limita ad elencare alcune prerogative”, chiarisce ancora Messina. Una soluzione che sarebbe stata probabilmente ottimale per distinguere il matrimonio e la famiglia dalle unioni omosessuali, pur garantendo ampi diritti, se non fosse che, invece, si è preferito dare alle coppie gay qualcosa di più, il matrimonio appunto, in una forma ancora più esplicita di quella inizialmente proposta. Esempio lampante di questa specifica volontà, al di là dell’evidenza giuridica delle disposizioni, è il comma 27 della legge: “Alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”. In pratica, il matrimonio diventa automaticamente unione civile se marito o moglie cambiano sesso. Più chiaro di così! L’unico ostacolo da superare, insomma, è quello costituito dal parere della Consulta che, giustamente, per il matrimonio “ha sempre ritenuto necessaria la diversità di sesso dei coniugi”. Superato questo piccolo scoglio, è chiaro che non ci sarà più neanche la questione nominalistica di mezzo e finirebbe per crollare ogni ostacolo alle adozioni.

81220Peraltro, nonostante le adozioni non siano esplicitamente accolte dal nuovo testo, Messina fa notare: “sul punto la legge è fumosa. Da un lato esclude l’automatica estensione alle parti dell’unione civile la legge sulle adozioni (184/1983), ma contemporaneamente dichiara fermo quanto consentito dalla stessa legge. E allora va valutato in particolare se, alla stregua della stessa legge, non sia già oggi ammessa (quale adozione in casi speciali) la cosiddetta stepchild adoption, senza bisogno di una norma ad hoc dalle legge. Sono i lavori parlamentari a ricordare, in proposito, la decisione del tribunale per i minorenni di Roma (sentenza 30/07/2014, n. 229), con la quale, a legislazione vigente, il giudice ha riconosciuto, ai sensi dell’articolo 44 della legge 184/1983, l’adozione, da parte di una coppia di donne omosessuali, di una bambina, figlia biologica di una di loro. Quindi la vera notizia sarebbe non la mancata espressione prevista della adozione, quanto, al contrario, il mancato divieto”.

Tornando alle convivenze, che abbiamo definito come un modello che avrebbe potuto esser sufficiente e valido sia per il mondo etero che gay – premesso che invece le unioni civili sono in tutto equiparate al matrimonio – i diritti dei partner, in questo caso, sono definiti ‘minimali’. Diritto di visita per quanto riguarda l’ordinamento penitenziario, diritti in tema di sanità, come per la donazione degli organi o le informazioni sanitarie e l’assistenza, diritto di abitare nella stessa casa in caso di morte del proprietario, diritto di succedere nel contratto di locazione, la preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, diritti in ordine all’impresa familiare, oltre alla possibilità accennata pocanzi di sottoscrivere un contratto di convivenza per regolare gli aspetti patrimoniali. Attraverso questo istituto, quindi, è possibile comunque accordarsi sulle modalità di contribuzione, eventuale mantenimento dei figli e persino introdurre il regime di comunione dei beni tipico del matrimonio, mentre lascia al testamento la disciplina delle successioni.

Chiarite brevemente, dunque, le ragioni ‘tecniche’ del disastro Cirinnà, di male in peggio dal ddl all’approvazione finale, rimangono solo alcune considerazioni conclusive. Innanzitutto, questa: stare dalla parte di chi ha voluto queste legge era oggettivamente impensabile, ma anche stare dalla parte di chi ha invocato l’inferno per il demoniaco legislatore distruttore della ‘famiglia cristiana’ poteva costituire senz’altro motivo d’imbarazzo ma, strategicamente e con i dovuti distinguo, non c’era forse nient’altro da fare, considerando gli obiettivi finali della lobby gay. Quanto all’obbligo di fedeltà mancato, si tratta di una scelta peculiare del tutto immotivata: come abbiamo visto, non è questo che permette di distinguere l’istituto delle unioni civili tra persone dello stesso sesso ed il matrimonio. Un’altra furbata ma poco riuscita, dal momento che nessuno ha, ovviamente, apprezzato poiché semplicemente non ha alcun senso.

Quanto alle adozioni, Silvia Veronesi ricorda che nell’art. 44 co. 1 della legge sulle adozioni, all’esempio classico di adozione in seguito a stato di abbandono del minore riservato ai coniugi, si aggiunge l’eccezione costituita da “casi volti a rispettare vincoli affettivi e relazionali preesistenti o a risolvere situazioni personali nelle quali l’interesse del minore a un’idonea collocazione familiare deve prevalere e finalizzati in sostanza all’instaurazione di vincoli giuridici significativi tra il minore e chi di lui stabilmente si occupa” (Corte d’appello di Roma). “In questi casi”, spiega Veronesi, “l’adozione è consentita anche alle persone non coniugate e alla persona singola”. Tanto più che – aggiunge – la Cassazione, nel respingere il ricorso di un uomo, ha stabilito che “non è sufficiente asserire che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del minore il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale ma occorre dimostrare le presunte ripercussioni negative, sul piano educativo e della crescita del bambino, allegando certezze scientifiche o dati di esperienza”. Nel merito del dibattito sulle adozioni, dunque, bisogna far attenzione a non limitarsi agli slogan. E’ fuor di dubbio che occorre opporsi alle adozioni classiche da parte delle coppie omosessuali. Questa, che è ormai la battaglia principale rimasta da combattere alla lobby gay, deve anzi costituire in parallelo una linea di confine che non bisogna permettere si varchi poiché, questo si, segnerebbe il punto di non ritorno di un cambiamento nel modello di famiglia inaccettabile ed epocale. L’adozione non può diventare il metodo standard per le coppie omosessuali per avere dei figli che altrimenti non potrebbero avere. Tanto meno si può consentire che lo diventino metodi ancora più squallidi come l’utero in affitto e roba simile. Sarebbe invece opportuno lasciare che sia un approccio giurisprudenziale a valutare, caso per caso, l’opportunità che un minore venga normalmente dato in affidamento al genitore con figli propri che è parte di una coppia omosessuale oppure, qualora non ci siano ragioni dimostrabili ad impedirlo ed in via quindi eccezionale, anche al suo partner (ipotizziamo il caso di scomparsa o altro) non in quanto tale ma in quanto persona a cui il bambino è affettivamente legato e che si prende cura di lui, come potrebbe esserlo un parente o una persona vicina al genitore.

Infine, vale la pena evidenziare la visione semplicistica o strumentale di chi parla delle leggi sui “matrimoni gay” col tono dell’ “amore che trionfa”, dal momento che le reali aspirazioni in gioco non hanno nulla a che fare con un sentimento che non dovrebbe essere certo un contratto a sancire – il che vale sia per le coppie omosessuali che per quelle etero – e che, soprattutto, nessuno si propone di impedire.

Emmanuel Raffaele, 25 maggio

Saviano a Londra: legalizzare tutte le droghe. Chi ricicla vuole la brexit

1Le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma è anche vero che, se errare è umano, perseverare è diabolico. Per commentare Roberto Saviano, il re delle banalità, nuova icona della sinistra, ci affidiamo anche noi ai luoghi comuni: legge del contrappasso. Le ultime sparate le aveva fatte contro Salvini, paragonando il suo libro a quello di Hitler, visto che ultimamente l’antifascismo è il suo hobby preferito: fa molto social e va bene per ogni stagione. Invece ieri, a Londra, ospitato dal King’s College per un dibattito organizzato dalla Italian Society con il giornalista investigativo Misha Glenny, già collaboratore del Guardian e della Bbc, il tema principale sono stati i suoi libri sul crimine organizzato ed  il business della droga: il famosissimo “Gomorra”, che ha fornito lo spunto per il film e la serie televisiva, ed il più recente “Zero Zero Zero”, sul traffico internazionale di stupefacenti (2013).

2«Per me si dovrebbero legalizzare tutte le droghe», ha dichiarato il giornalista, entrato poche ore fa in polemica con il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna, critico nei confronti del mantenimento della sua scorta – per la cronaca, Saviano, pur affermando di voler essere libero al più presto, se l’era presa parecchio. La proposta di legalizzare la cannabis, così come la cocaina e tutto il resto, per risolvere il problema del crimine organizzato che ci specula, non è l’unica “perla” della giornata. Ma, per inciso, ci chiediamo se – questioni di merito a parte – si possa davvero pensare che, per sconfiggere organizzazioni come la mafia, la camorra o altre organizzazioni internazionali, che esistono prima della cocaina ed hanno dettato legge da sempre attraverso ogni tipo di commercio illegale, il gioco, la corruzione, attraverso gli appalti, attualmente in Italia anche attraverso l’immigrazione, possa essere sufficiente legalizzare uno dei loro business, seppur forse il più grosso. Certo sarebbe un gran colpo, ma la questione è ben altra. E Saviano dovrebbe saperlo. Ma è fatto così. Fin quando prova a fare il giornalista investigativo ci potrebbe anche stare simpatico. Solo che poi prende iniziative, fa di testa sua, si butta sulla politica e sulle sue «congetture» (parole sue!) come quella sul Brexit appunto: «quelli che riciclano soldi sporchi sono gli stessi che portano avanti la battaglia per il Brexit». Ebbene si, l’ha detto. Ma questo – breve parentesi – è solo una dei tanti episodi di quella che nel Regno Unito è stata ribattezzata “strategia della paura”, portata avanti dai grandi mezzi di informazione e da personaggi di spicco sul piano internazionale per convincere gli inglesi a votare per rimanere nell’Unione Europea il prossimo 23 giugno. Per il resto, questioni condivisibili nell’ambito del dibattito sui paradisi fiscali, il riciclaggio ed il ruolo dei “mediatori”. «L’Inghilterra», ha affermato, «è il paese più “corrotto” al mondo riguardo la provenienza dei capitali finanziari, perché attira tutti i capitali sporchi attraverso le sue isole offshore». «Il 90% delle compagnie proprietarie di immobili», ha aggiunto, «hanno sedi nei paradisi fiscali, che servono non tanto ad evadere ma a nascondere il denaro ed a celarne la provenienza. Mentre i “facilitatori”, la nuova borghesia londinese fatta perlopiù di commercialisti, gestiscono il denaro ma non sono responsabili della loro provenienza, risultando quindi difficilmente incriminabili, tanto più che in Inghilterra è molto difficile dimostrare il riciclaggio». Saviano, un consiglio: più libri e meno social.

Emmanuel Raffaele, 28 mag 2016

Enorme rissa in carcere: dopo il video shock emerge il fallimento del sistema inglese

prison--main_2875190aSoltanto ieri ci eravamo occupati di come l’estremismo islamico in Gran Bretagna trovi nelle prigioni inglesi l’ambiente ideale in cui svilupparsi, un vero e proprio campo di addestramento secondo le rivelazioni di un testimone ex detenuto nella prigione di Belmarsh. Ma ecco che, a poche ore di distanza, un video registrato dalle telecamere di sicurezza del carcere londinese di Wandsworth, diffuso dalla BBC, sconvolge di nuovo il Regno Unito e fornisce la conferma di una enorme falla nel sistema inglese: una questione di sicurezza ma, anche, di civiltà. Il video, infatti, mostra alcuni momenti di una enorme rissa avvenuta circa due settimane fa nel cortile del carcere, ha come protagonisti una gang di albanesi ed una gang locale e si conclude con gli elisoccorsi giunti all’interno della struttura a causa di un detenuto accoltellato ed in stato di incoscienza. “Se lo scopo è quello di sviluppare un ambiente in cui trovino spazio la riabilitazione ed il reinserimento, allora alcune delle nostre prigioni stanno fallendo, non c’è dubbio su questo”, ha dichiarato Peter Clarke, nuovo capo ispettore della prigione, che ha aggiunto: “il livello di violenza nelle nostre prigioni è inaccettabilmente alto“. L’episodio, infatti, non è un caso isolato ed ha fatto si che i principali quotidiani del paese si interrogassero sullo stato delle prigioni britanniche. E le cifre venute fuori sono a dir poco impressionanti. Nel 2015, ad esempio, i servizi di emergenza sono stati chiamati addirittura ogni venti minuti per interventi all’interno strutture penitenziarie di quella che è considerata la culla del capitalismo. Polizia, ambulanza e vigili del fuoco sono stati chiamati in causa ben 26.621 volte, il doppio rispetto a quattro anni fa. Nell’ultimo anno, infatti, ben 20mila sono state le aggressioni registrate e ben 32mila gli episodi di autolesionismo, connessi anche ai problemi di salute mentale che costituiscono secondo le autorità una questione rilevante nelle carceri britanniche. Quanto alla sicurezza delle strutture, rispetto al 201 gli oggetti fatti entrare di nascosto sono più che raddoppiati: se nel 2013 797 erano stati scoperti, nel 2015 si tratta infatti di ben 2.151 casi. L’ultimo, clamoroso, era stato reso noto soltanto pochi giorni fa dai media inglesi attraverso un video che mostrava un drone portare droga e telefono cellulare ad un detenuto in una prigione di Londra. Si ha un bel criticare e ridere del “bel paese” in Europa ma, a quanto pare, quanto a civiltà e sicurezza nessuno ha nulla da insegnarci.

Emmanuel Raffaele, 19 mag 2016