DINASTIE e feudi – Gentile e “L’Ora della Calabria” [con VIDEO]

gentile0,04 euro a riga. A tanto ammontava la retribuzione dei collaboratori (spesso pubblicisti) a Calabria Ora nel 2011, quando ebbi l’opportunità di scrivervi. Mesi dopo, ricevetti la telefonata di Citrigno padre, allora editore prima che a lui, Pietro, subentrasse il figlio Alfredo, in seguito al fallimento della precedente società ed al passaggio da Calabria Ora a L’Ora della Calabria. Convocato addirittura dal capo nella redazione centrale di Cosenza per «valorizzare» il mio contributo al giornale, ecco la proposta: un altro contratto a progetto ma con un fisso di 100 euro al mese.
L’impressione non fu delle migliori. Ma fu un episodio da nulla, significativo nella sua banalità.

Più avanti Citrigno, condannato a 4 anni ed 8 mesi per usura e oggetto di sequestro di beni da 100 milioni di euro da parte della Dia, venne indagato per violenza privata contro un suo giornalista. Spiega Il Fatto quotidiano: «Lo aveva costretto a dimettersi e ad accettare un contratto a tempo determinato. Ma il giornalista cosentino, Alessandro Bozzo, la sera del 15 marzo scorso, si è puntato la pistola alla tempia e si è sparato».
Nel capo d’accusa si legge: «mediante minaccia, costringeva Alessandro Bozzo a sottoscrivere dapprima gli atti, indirizzati alla Società Paese Sera editoriale srl, editrice della testata giornalistica Calabria Ora, nei quali dichiarava, contrariamente al vero, di voler risolvere consensualmente il contratto di lavoro a tempo indeterminato con la predetta società, senza avere nulla a pretendere e rinunciando a qualsiasi azione e/o vertenza giudiziaria», per poi costringerlo «a sottoscrivere il contratto di assunzione a tempo determinato con la società Gruppo Editoriale C&C srl, editrice della medesima testata giornalistica».

«Il più delle volte andava in contrasto con la proprietà, soprattutto quando toccava personaggi politici cari a questi ultimi», ha spiegato ai magistrati Antonella Garofalo.

Poi fu la volta delle dimissioni del direttore Piero Sansonetti, che nel suo «pezzo di commiato» spiegò: «Mi era stato chiesto di preparare un piano di ristrutturazione che prevedesse un fortissimo taglio del personale (si era arrivati ad ipotizzare fino a 50 licenziamenti su 75 redattori) e io mi sono rifiutato. Ho messo a punto un piano alternativo […] ma all’editore non è piaciuto». Ma in quell’addio vi è un passaggio forte: «So di avere accettato troppi compromessi […]. E quando ho deciso di non fare più compromessi, ed ero ancora convinto di essere così forte da poter sconfiggere qualsiasi nemico, mi hanno stritolato in un tempo brevissimo».
«Ho conosciuto molto bene Piero Citrigno », conclude Sansonetti, «e credo di avere capito i suoi pregi, molti, e suoi difetti, moltissimi (e gli confermo simpatia e affetto). Il suo difetto principale è uno solo: è un padrone».

Proprietario di numerose strutture sanitarie private e, a quanto pare, contiguo «ad alcuni esponenti di spicco delle consorterie criminose operanti nel territorio cosentino» (Agi), Pietro Citrigno passa quindi al figlio Alfredo la gestione del giornale di famiglia ed ecco che, nelle scorse settimane, la testata si ritrova al centro dell’attenzione mediatica nazionale in seguito alla tentata censura che il senatore Antonio Gentile avrebbe esercitato, di fatto impedendo l’uscita del giornale nel giorno in cui lo stesso avrebbe dovuto dare la notizia di un’indagine per associazione a delinquere riguardante il figlio Andrea.
Pressioni che hanno sollevato un polverone intorno alla nomina di Gentile a sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Renzi, portato la vicenda all’attenzione di tutte le testate nazionali e infine alle dimissioni del sottosegretario lo scorso 3 marzo, dopo articoli di fuoco di De Bortoli, Mauro, Sallusti e compagnia.

Da una parte i Citrigno, nei guai con la giustizia, dall’altra i Gentile, incensurati ma evidentemente ancor più temibili, «feudatari» della sanità cosentina e della città vecchia. Loro, spiega il tipografo Umberto De Rose (presidente dell’ente regionale in house Fincalabra e beneficiario di cinque milioni di finanziamenti finalizzati ad assunzioni mai avvenute) registrato mentre telefona ad Alfredo Citrigno su richiesta di Regolo, «nu minimu ‘e rapporti» e di «influenza» ce l’hanno. «Dovunque. Al Tribunale, per dire».
D’altronde il fratello del senatore e coordinatore calabrese di Ncd, Pino, è assessore regionale ai Lavori pubblici. «Vale la pena di farti un nemico che poi, ferito come un cinghiale a morte, che poi colpisce per ammazzare?!», chiede, a Citrigno, De Rose, il quale si fa «garante» e chiarisce che sono i Gentile stessi che «lo stanno chiedendo per mio tramite». Secondo De Rose no: «se ti fanno un male a te fanno un male anche al giornale».

Parole da clan più che da politica, tant’è che il tipografo è riuscito nell’impresa di giustificarsi davanti ai media nazionali attribuendo la colpa del presunto «fraintendimento» al dialetto. Senza spiegare la coincidenza per cui, proprio la stessa sera, alle due di notte, dopo vari tentativi andati a vuoto, le sue rotative per la stampa del giornale hanno finito per rompersi impedendo l’uscita del numero del giorno successivo.
Paradossi, come quello di Gentile, che si è difeso parlando di «macchina del fango», senza però chiarire nulla, né querelare De Rose, che avrebbe a questo punto mentito, o spiegare i contatti diretti tra l’editore ed il figlio Andrea, che via sms ringrazia anticipatamente convinto di ottenere la «gentilezza» richiesta.

Perciò, sicuramente onore al merito di Regolo, della sua redazione e della sua schiena dritta.
Una piccola stranezza, però, nella questione rimane.
«Ultimata la lavorazione del giornale», spiegava infatti Regolo il giorno successivo, «a tarda ora, l’editore mi ha chiesto se non fosse possibile ritirare dalla pubblicazione l’articolo relativo all’indagine in corso sul figlio del senatore Tonino Gentile […]. Di fronte alla mia insistenza, nella difesa del diritto di cronaca, ho minacciato all’editore stesso le mie dimissioni qualora fossi stato costretto a modificare il giornale».
Minaccia che viene ribadita dopo la telefonata di De Rose.

Nei giorni successivi, però, le pressioni dell’editore scompaiono, evaporano, si sgonfiano. Ci si dimentica che la notizia è rimasta sul giornale soltanto dietro minaccia di dimissioni e, così, dietro il bel gesto, qualcosa di scomodo rimane pur celato.

Compromessi, piccoli o grandi, o al limite del ricatto, «gentilezze». Dietro di esse influenze, rapporti, feudi elettorali, dinastie, padroni, guerre, contiguità, poteri. Sullo sfondo la finta innovazione di Renzi come i sepolcri imbiancati.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, aprile 2014

Calabria, culla della falsa rivoluzione di Ncd: qui il maggior numero di iscritti

IMG_7639Non sappiamo ancora se il dato è ascrivibile al fenomeno dell’arruffianamento tipico delle pop star nei concerti («siete il pubblico migliore che abbia mai avuto») oppure se quello proclamato dal ministro per le Riforme costituzionali Gaetano Quagliariello lo scorso 8 febbraio a Catanzaro verrà confermato dalle cifre ufficiali ma, volendo fidarci, questo è quanto: pare che proprio in Calabria il neonato partito di Angelino Alfano abbia registrato il maggior numero di iscritti.

Qui il centrodestra non ha mai dovuto affrontare le divisioni verificatesi a livello nazionale grazie al patto di ferro tra il presidente della Regione Giuseppe Scopelliti (ex Pdl) ed il presidente del Consiglio regionale Franco Talarico (Udc). Da queste parti si preferisce la quiete alla tempesta, anche se non tutti nel partito di Casini hanno sempre gradito, come dimostrano anche le reazioni all’annuncio precongressuale di Casini circa il suo ritorno nell’alveo del centrodestra, che ha irritato non poco l’ex ministro Udc Mario Tassone (da tempo in rotta con la linea del patto di ferro calabrese) ed ha invece visibilmente soddisfatto esattamente Talarico.

E così, a pochi giorni dalla chiusura delle iscrizioni, proprio la regione più a sud della penisola, culla un tempo di un Udc che da queste parti registrava percentuali record, si appresta a diventare la culla di Ncd.

La chiave del palazzo, in ogni caso, resterà nelle mani dell’affiatatissimo duo Talarico-Scopelliti, che nel frattempo è diventato neo-coordinatore nazionale dei circoli Ncd, col merito di esser stato «l’unico tra i presidenti di Regione eletti nel 2010 dal Pdl a non aver seguito Berlusconi in Forza Italia», (Corriere della Calabria).

Insieme resistono ormai da tempo alle numerose indagini che hanno coinvolto diversi esponenti dell’assemblea regionale, all’insostenibile emergenza rifiuti che ancora non trova risposta degna di tal nome, ad una sanità che è ancora in balìa di sprechi clientelari (uno su tutti il Centro Cuore a Reggio, ultratecnologico ma chiuso), accreditamenti di privati con cifre record rispetto alla media nazionale (senza contare interventi legislativi come quello che ha favorito – guarda caso – il Marrelli Hospital, che fa capo al marito di Antonella Stasi, vice di Scopelliti), carenze di personale (1.384 in meno al Riuniti di Reggio, ma anche il Pugliese di Catanzaro, la struttura principale della regione, non se la passa benissimo),  il penultimo posto nella classifica L.E.A. dopo il sorpasso della Puglia e con una Campania in ultima posizione più svelta di una Calabria che rischia di diventare presto ultima.

D’altronde, a proposito di sanità, un pezzo a parte meriterebbe la questione relativa alla Fondazione Campanella di Catanzaro, costituita nel 2006 (al governo della regione vi era l’ex ministro di centrosinistra Agazio Loiero) con i soldi della Regione e dell’Università Magna Graecia di Catanzaro, con l’obiettivo mai raggiunto di essere riconosciuta come Ircss entro termini di volta in volta prorogati da leggi regionali, che al riguardo possono vantare il poco lusinghiero merito di esser state puntualmente impugnate dal governo e contestate dal Tavolo Massicci, che ha sempre ritenuto inefficiente la struttura. Una struttura che, per farla breve, da ente privato aveva assunto senza concorso, ma da ente pubblico quale si era tentato per necessità di trasformarla non avrebbe potuto ri-assumere i suoi dipendenti. Ultra-indebitata ed ultra-finanziata, la fondazione dovrebbe ora esser salva, mentre i dipendenti in esubero dovrebbero esser ricollocati in una società in house della Regione, con una soluzione nuovamente contestata dal Tavolo Massicci ed un terribile gioco sulla pelle di centinaia di lavoratori.

Direttore generale della fondazione per cui tanto si è speso il governatore nonché socio fondatore di Ncd Scopelliti è stato, fino allo scorso anno – quando il rischio chiusura diveniva concreto -, Baldo Esposito, vicesindaco e assessore alla Cultura del Comune di Catanzaro, candidato consigliere dai consensi record e cofondatore di Catanzaro da Vivere, lista che fa capo al senatore ed ex assessore regionale Piero Aiello, ex Pdl che ora ha condotto la sua creatura all’interno di Ncd.

Sono proprio Aiello ed Esposito ad accogliere in una sala congressi gremita il ministro Quagliariello, riferimento di governo per Scopelliti, il quale pochi giorni fa all’Ansa dichiarava l’obiettivo di diecimila circoli entro la fine dell’anno.

Calabria dunque culla di un Nuovo Centro Destra che, in casa propria, per bocca del ministro, azzarda: «con Forza Italia abbiamo un modo diverso di approcciare la politica, dunque l’alleanza non è per nulla scontata: se si farà, sarà per scelta e non per necessità».

Del resto, è vero che, stando agli ultimi sondaggi, con il ritorno di Casini al centrodestra e l’approvazione della nuova legge elettorale, l’ex Casa delle Libertà rischia di vincere e portarsi a casa anche il premio di maggioranza messo in palio dall’Italicum e sarà quindi difficile assistere a scelte differenti da un’alleanza.

Ma Alfano e i suoi hanno ora il dovere di calcare la mano: in palio alle prossime elezioni, dopotutto, ci sarà la leadership politica del centrodestra. E con un Berlusconi ritornato in sella, gli alfaniani hanno bisogno di crearsi un’identità politica a tutti i costi. All’insegna della moderazione: «i valori del centrodestra», spiega Quagliariello, «si possono coniugare con gli interessi del paese: non basta più sventolare bandiere intorno ad un leader, occorre lavorare sul territorio». È lì, nei prospettati diecimila circoli di Scopelliti, che si gioca la battaglia tra Alfano e i circoli dal nome trash (Forza Silvio) di Berlusconi, leader indiscusso ed acclamato fino al diktat dell’ala governativa pidiellina, con relativa marcia indietro e seguente uscita dal governo Letta.

Una guerra senza spargimento di sangue in vista del voto.

Perciò, nel frattempo, Quagliariello continua a delineare l’idea di un centrodestra di governo: anti-populista («le mancate riforme hanno permesso ad un capocomico come Grillo di diventare un capo di partito»; «il M5S si combatte con la buona politica»), alternativo al duo Renzi-Berlusconi («non siamo pregiudizialmente a favore delle preferenze ma bisogna tener conto del tempo storico in cui si fanno le riforme e abbiamo già scontato troppo l’indignazione contro il parlamento dei nominati; e con questa legge il nostro resterà un parlamento di nominati, nonostante il listone diventi un listino»), democratico («le primarie per stabilire le cariche dovranno essere la base di un nuovo centrodestra»).

Un partito che preferisce «il privato» alle «aziende pubbliche» e che ribadisce l’adagio liberista per cui «è meglio un posto di lavoro precario che nessun posto di lavoro»; modo furbo per giustificare la flessibilità del lavoro, e quindi la precarietà, e quindi le delocalizzazioni, e quindi l’impoverimento del territorio e della nazione, riuscendo anche a conquistare gli applausi della platea, composta da giovani e meno giovani, tutti affascinati dal piglio riformista di un ministro che però propina ricette vecchie di decenni e già fallite.

Non è un caso se poi, due giorni dopo, il 10 febbraio, nel Giorno del Ricordo in onore degli italiani infoibati ed uccisi e dell’esodo istriano, in ogni piazza calabrese non si conti più di qualche decina di persone alle fiaccolate in omaggio delle vittime. Giovani e meno giovani stanno lì, pendono dalle labbra del ministro liberista, che odia l’Italia ed i suoi posti di lavoro, che governa con Letta e regala i soldi alle banche, e non hanno quindi tempo per pensare alla pulizia etnica subita dai connazionali.

Non hanno tempo per ricordare ed omaggiare, figurarsi per difendere la nostra nazione.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, marzo 2014

* titolo modificato

 

Chi sono i padroni del mondo?

padroni del mondoPOCO meno di duecentosessanta pagine edite da Chiarelettere e scritte da Luca Ciarrocca, direttore del giornale online Wall
Street Italia: si tratta di ‘Padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle
popolazioni’, giunto alla terza ristampa in appena quarantacinque giorni.

Un successo meritato e, nonostante titolo e sottotitolo sembrano associarlo alle più forzate teorie complottiste, privo di fronzoli. Un testo rigoroso, ricco di dati, analisi, riflessioni ed una unica certezza: togliere la sovranità monetaria alle banche commerciali, che la detengono di fatto.

Insomma, nessun panciuto finanziere ebreo, nessuna riunione di incappucciati, in breve, niente di non documentabile e superfluo. Ciarrocca, invece, fa di più e di meglio: va al sodo e mostra un dominio che è nei dati, negli incroci delle proprietà societarie, nelle truffe finanziarie legali (una su tutte, la famosa riserva frazionaria) e illegali, a danno della sovranità dei popoli e di un’economia sana.

Punto di partenza è la crisi del 2008, crisi sistemica sistematicamente irrisolta secondo Ciarrocca, che individua nella questione delle «Tbtf» (too big to fail – banche troppo grandi per fallire) e nella pericolosa interconnettività di un potere economico eccessivamente concentrato nelle mani di pochi i nodi principali di questa crisi che rischia di esplodere in una nuova, catastrofica, bolla speculativa entro il 2018.

«I mercati finanziari», scrive citando l’economista Andrea Fumagalli, «non sono qualcosa di etereo e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia. Lungi dall’essere concorrenziali, si confermano fortemente concentrati e oligopolistici: una piramide che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70 per cento dei flussi
finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva».
«Se i mercati finanziari sono come greggi», scrive, «allora occorre individuarne i caproni che li guidano.» «Le piccole banche», sottolinea «hanno un potenziale pressoché nullo di innescare un rischio sistemico, ma sono anche scarsamente esposte alla bancarotta». Le Tbtf, invece, accentrano il potere economico ed, allo stesso tempo, costituiscono un rischio troppo alto per la società, alimentando un circolo vizioso di salvataggi, inefficienza e «azzardo morale». Ecco perché Ciarrocca adombra in diverse occasioni l’idea di smembrare queste grandi banche, che sono in fin dei conti quelle ventotto che il Financial Stability Board di Basilea 3 ha individuato appunto come «Systemically Important Financial Institution». Istituti di credito (tra cui figura, unica italiana, UniCredit) che, secondo gli standard di Basilea 3, per affrontare nuovi shock sistemici entro il 2018 «non hanno bisogno
di una semplice iniezione di liquidità ma di mezzi pari a tre volte gli utili accumulati».

Altro che fuori pericolo: la prossima tempesta rischia di esser senza ritorno. Così, passando per lo «scandalo Libor», truffa ventennale sui tassi di interesse tesa a «truccare uno dei motori centrali del capitalismo finanziario», Ciarrocca arriva a mostrarci «Il lato oscuro del capitalismo»: dal sistema bancario ombra («cruciale nel formare e alimentare la superbolla che poi provocò il crollo delle piazze finanziarie nel 2008») ai paradisi fiscali («La sconveniente verità è che i più grandi gruppi (le solite Tbtf) sono parte attiva nelle operazioni di fuga di capitali »; «i paradisi fiscali sono infatti la faccia meno conosciuta, ma più centrale, della rete finanziaria mondiale»), fino, ovviamente, alla massa dei derivati («gioco d’azzardo puro», «trucco contabile per imbellettare i bilanci») da «637 trilioni di dollari, cioè circa dieci volte il Pil mondiale». Giochi d’azzardo senza copertura. Un castello di carta: ecco il capitalismo finanziario.

Ma il clou è nella riproposizione di uno studio del Politecnico federale di Zurigo («The Network of Global Corporate Control») che mappa il potere finanziario, confermando l’esistenza di una «cupola» al comando: una cinquantina di aziende che «controllano il 40 per cento del valore economico e finanziario di 43.060 multinazionali globali» e 1.318 aziende che «nonostante rappresentino appena il 20 per cento del fatturato operativo totale, attraverso i vari incroci azionari, sono di fatto proprietarie della grande maggioranza delle blue chips, cioè dei colossi manifatturieri quotati in Borsa, i big dell’economia reale, e accentrano su di sé il controllo di un ulteriore 60 per cento dei fatturati globali».

«La maggior parte delle multinazionali globali», conclude, «fa capo a una sorta di “cupola” […] formata nel suo nucleo centrale da appena 147 società. Il comando sull’economia globale è ancora più ferreo poiché questa superentità governa il 40 per cento dell’intera ricchezza del network delle 43.060 aziende».

Come anticipavamo, nessun complottismo, è tutto molto chiaro: «la cupola non è il risultato di una colossale cospirazione di illuminati attuata con diabolica strategia, quanto un corollario oggettivo di decisioni che si producono per via di un’interazione parcellizzata di migliaia di interessi utilitaristici». Insomma, un dato di fatto. Leggi antitrust, limitazioni degli incroci proprietari, queste alcune idee per intaccare questa pericolosa «interconnettività».

Ma al suo obiettivo Ciarrocca giunge dopo una rapida spiegazione della riserva frazionaria, attraverso la quale «le banche creano denaro dal nulla». È nel segreto dell’emissione monetaria fondata sul debito («il denaro non nasce fino al momento in cui non viene prestato») il fondamento dell’abbattimento dell’attuale capitalismo. Ed è per questo che il direttore di Wall Street Italia ripropone integralmente la proposta del movimento «Positive Money»: conversione degli attuali depositi bancari in «conti operativi», senza interessi ma garantiti inutilizzabili dalla banca per effettuare prestiti, investimenti, ecc.; creazione di «conti investimento», destinati invece alle suddette operazioni, concordando rischio, interessi e percentuale garantita dalla banca col cliente stesso (senza il trucco della riserva frazionaria); emissione di moneta da parte della banca centrale sulla base del fabbisogno indicato ogni anno da un’agenzia indipendente ed in base ai limiti stabiliti dal governo per i tassi di inflazione. La nuova moneta di fatto si sommerebbe alle entrate fiscali e sarebbe utilizzata per la spesa pubblica. Ed il nuovo denaro, anziché nascere come debito, ne sarebbe finalmente libero.
Queste, dunque, le conclusioni di un testo certamente consigliabile, che ha il merito della chiarezza e della sobrietà, ma che a tratti trasmette addirittura l’impressione che manchi qualcosa. In fondo, si tratta di un’opera che documenta verità non nuove, limitandosi ad aggiungere qua e là dati interessanti sui «poteri forti» e riproponendo al pubblico italiano una proposta forse poco conosciuta all’interno dei confini nazionali. In ogni caso, averlo nella propria libreria non è certo sconsigliabile.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, febbraio 2014

In aumento gli errori nelle pubblicazioni scientifiche, il carrierismo corrompe la ricerca

provette_colIl controllo, l’approfondimento e la verifica delle notizie in ambito giornalistico ha risentito in maniera evidente di un contesto in cui l’informazione per sopravvivere deve adeguarsi a tempi sempre più veloci e ad un mercato sempre più competitivo.
Nell’ambito della ricerca scientifica i risultati, in termini di superficialità tendenziale delle pubblicazioni, non sono a quanto pare diversi.

A denunciarlo “The Economist” attraverso due inchieste “allarmanti” pubblicate nel mese di ottobre: «Troppe scoperte – denuncia il quotidiano britannico – sono il risultato di esperimenti poco accurati o di analisi inadeguate. Chiunque investa nelle biotecnologie sa che già che metà degli studi pubblicati non sono ripetibili».

Posto che è esattamente la ripetibilità dei risultati il fondamento della scienza moderna, appare evidente che ci troviamo di fronte ad un abbassamento del livello della ricerca, spesso funzionale ad interessi privati più che a quelli della pura scienza.

E’ il caso di sottolineare perciò qualche altro dato di rilievo: «Nel 2012 i ricercatori dell’azienda biotecnologica Amagen hanno scoperto che erano in grado di replicare solo sei dei loro 53 studi oncologici “fondamentali”. Un’équipe della casa farmaceutica Bayer è riuscita a ripetere solo un quarto di 67 esperimenti altrettanto importanti. Un noto informatico lamenta il fatto che tre quarti degli articoli pubblicati nel suo settore sono fesserie. Tra il 2000 e il 2010, circa ottantamila pazienti hanno partecipato a test clinici basati su studi che poi sono stati ritrattati a causa di errori o di procedure inappropriate».

Nella fretta di fare notizia tutto fa brodo, sgomitando per far carriera l’approfondimento è rischiosa perdita di tempo, nell’ansia della scoperta la verifica diventa dettaglio.
È la superficialità che dilaga, la frenesia che fa sistema, l’apparenza che premia.

Una situazione che, tra parentesi, pare trovare riflesso nella mania dei sondaggi a buon mercato sempre più frequenti, che umiliano la statistica ignorando criteri e metodi scientifici quanto alla formazione del campione, alla sua ampiezza, ecc. L’importante, ormai, è che se ne parli, tanto più che il sondaggio nell’ agone politico, con la cassa di risonanza dei media, contribuisce alla creazione della notizia, del dibattito, plasmando e indirizzando l’opinione pubblica in realtà ancor prima di analizzarla.

Ma, tornando al tema generale, è chiaro che la concorrenza di sei o sette milioni di ricercatori è una cifra troppo alta per permettersi il lusso di ammettere un errore.
Tanto che, alla luce di una percentuale pari al 90% di lavori rifiutati dalle riviste specializzate, «un ricercatore su tre sa di un collega che ha reso più interessante un articolo escludendo dai risultati i dati scomodi», mentre soltanto il 14% delle pubblicazioni si occupa di smentire le ipotesi scientifiche rivelatesi false.

Per coglierne l’importanza, però, basti pensare che una di queste, ad esempio, è servita alla rivista Plos One per annunciare alla comunità scientifica, nell’aprile 2013, che «nove diversi esperimenti non erano riusciti a riprodurre i risultati di un celebre studio del 1998» riguardo il priming, «l’effetto piscologico secondo cui l’esposizione a uno stimolo influenza la risposta agli stimoli successivi».

Dal “regno della quantità”, probabilmente, non si poteva pretendere una scienza più accurata, né uno scienziato deontologicamente più corretto. “Segni dei tempi”.

Se il surf di Pound è la via libertaria al fascismo

ezrafasurf«Si vorrebbe Pound libertario anziché fascista, laddove, piaccia o non piaccia, egli fu libertario e fascista».

È forse in questa frase la chiave di lettura di «Ezra fa surf», ultima fatica letteraria di Adriano Scianca, giornalista e responsabile culturale di CasaPound, pubblicata dalle edizioni Zero91 con la premessa di Pietrangelo Buttafuoco.

Un titolo che, al di là dei rimandi musical-cinematografici, trasmette un’immagine chiara: «Pound fa surf perché è più fresco, libero, originale, rivoluzionario di tutti gli scribacchini alla moda», come spiega lo stesso autore. E pur nascondendo significati «alti» («surfare sulle contraddizioni del presente», spiega ancora Scianca in un’intervista, «ha un po’ il senso del “cavalcare la tigre” evoliano, essere nella modernità ma lottare per un’altra modernità») cerca volutamente il pubblico.

Pound, aggiunge infatti l’autore, «disprezzava la cultura elitaria che per parlare di presunte “cose alte” si rifugia nell’astrusità, rinunciando quindi al necessario compito educativo dell’artista. L’offesa più grave che potesse rivolgere a qualcuno era “snob“».

Snob come Lello Voce, che su «Il Fatto Quotidiano» si cimenta in una prova di desolante superficialità letteraria, «recensendo» il libro senza forse neanche averlo letto, stando ai commenti concentrati sulla prefazione di Buttafuoco e su CasaPound, che come al solito «va chiusa» ed «istiga al razzismo».

Unica nota di rilievo: il presunto cortocircuito tra l‘opposizione di Pound a chi fabbrica «guerre in serie» ed il sostegno ad un regime che quelle guerre le avrebbe prodotte.

Ovvietà che nel libro sono ampiamente chiarite. Infatti, senza considerare che «durante la guerra d’Etiopia esprime sostegno al regime», è indubbio che l’antimilitarismo di Pound, un apparente «elemento di discrasia dalla visione del mondo fascista», non gli impedisce di riconoscere al regime una sorta di «diritto alla resistenza» nei confronti delle «plutocrazie».

Tanto più che Scianca, riportando alcuni passi di Tarmo Kunnas e facendo riferimento al suo paragone con le «”tendenze pacifiste” di Brasillach, Céline, Drieu La Rochelle», segnala: «Nel suo pamphlet politico afferma che né il disarmo né un pacifismo morboso sono necessariamente le migliori garanzia della pace. Sebbene dichiari di non amare le guerre, ammette alcuni “effetti positivi” della prima guerra mondiale […]. La sua simpatia per l’eroismo non è molto lontana dal militarismo. […] Pound attaccava più che la guerra in sé, il carattere mercantile della guerra in corso».

Non certo un «pacifista integrale», come dimostra peraltro la cosiddetta «Sestina Altaforte»: «Maledica per sempre Iddio quelli che gridano “Pace”!».

«La sua condanna del fatto bellico», conclude Scianca, «come frutto di meccanismi speculativi indotti dalla grande finanza può tranquillamente coesistere sia con un elogio del valore guerriero che con il riconoscimento della necessità di difendersi con le armi dall’usurocrazia».

Ancora una volta, dunque, Pound libertario e fascista. Accanto ai popoli contro l’oppressione di «usura» e nello stesso tempo autore di versi come: «Ho nostalgia di gente del mio stampo/e il volgo non mi tocca».

Perché anche qui: «non c’è contraddizione […]: la sintesi alchemica fra spirito popolare e anima aristocratica è un topos che si riscontra spesso nella pubblicistica fascista». Era stato proprio il Duce, del resto, a chiarire: «Noi ci permettiamo di essere aristocratici e democratici, conservatori e progressisti, reazionari e rivoluzionari, legalisti e illegalisti, a seconda delle circostanze di tempo, di luogo e di ambiente».

Quindi, Pound fascista nonostante le contraddizioni, esattamente a causa delle «contraddizioni» proprie alla visione anti-ideologica fascista, che coniugava animo futurista e spirito romano. Una prospettiva che in effetti il responsabile culturale di Cp sottolineava anche nel suo «Riprendersi Tutto» con riferimento al «futur-arditismo».

«Come e perché il pensiero di Pound salverà il mondo». Ecco infine nel sottotitolo la sua attualità, con la denuncia del precariato e della flessibilità che sposta l’attenzione dal teorico al fatto concreto e con le sue posizioni anti-liberiste mai banali, cui Scianca giunge premettendo un’utile analisi del «gran casinò finanziario» che è alla base dell’economia capitalistica odierna, il cui modello incentrato sul libero mercato vacilla visibilmente e culmina nella crisi del debito. Nella società fondata sul debito.

Un testo – per concludere – che tenta con rigore di far luce sugli aspetti controversi del dibattito su Pound compiendo appieno la sua missione: nelle 319 scorrevoli pagine di «Ezra fa surf», l’ «Omero del Novecento» rivive suscitando l’interesse di chi lo non conosce ma soddisfacendo al tempo stesso la curiosità letteraria di chi ha già un debole per il poeta di Haley.

Quanto alle polemiche sull’adesione al fascismo ed il suo ipotizzato (in realtà mai consumato) allontanamento, la presa di posizione è netta: non si trasformi il poeta in altro da sé soltanto per poterlo annoverare nel club dei grandi. E soprattutto: «i discendenti politici dei suoi carcerieri non pretendano di dare lezioni di poundismo ai figli spirituali dei suoi vicini di cella».

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, dicembre 2013 *

* l’articolo è stato pubblicato con il titolo “La via libertaria al fascismo”; qui si è preferito mantenere la proposta originaria di titolazione.

Oltre 461mila morti: i numeri della guerra in Iraq

iraqÈ venuta fuori il mese scorso su “Plos Medicine” e, di rimbalzo, sul “Los Angeles Times”, una stima delle morti dirette e indirette della guerra in Iraq, secondo la quale ben 461mila sarebbero i morti da attribuire al conflitto partito nel 2003.

Secondo i ricercatori, tra questi Amy Hagopian, dell’Università di Washington, il 60% dei decessi sarebbe da attribuire ad episodi di violenza diretta: per il 35% per mano delle forze della coalizione guidata dagli Usa, per il 32% in seguito agli scontri interni e l’11% ala criminalità.

Il restante 40% sarebbe invece legato a cause consequenziali delle operazioni belliche, quali «la distruzione delle infrastrutture, il maggior stress, l’impossibilità di curarsi, la carenza di acqua e di cibo». In breve, il peggioramento delle condizioni di vita nel paese mediorientale dopo i bombardamenti americani, che tra le morti violente fanno registrare il 12% delle cause di morte, a dispetto del 63% dovuto agli scontri a fuoco.

Lo studio, realizzato grazie alle interviste ed ai dati raccolti da una équipe di medici iracheni presso duemila famiglie, è stato considerato prezioso da molti esperti, seppur l’assenza di dati certi sulla popolazione totale potrebbe aver negativamente influenzato il lavoro.

Secondo altre stime, infatti, già nel 2006 i morti sarebbero stati oltre 600mila.

La ricerca, ovviamente, considera come conseguenti al conflitto le cosiddette “morti in eccesso”, confrontando l’andamento demografico precedente alla guerra con quello successivo.

Il potenziamento delle basi Usa in Italia in cifre: il Mediterraneo svenduto allo zio Sam

basi_militari_americaneIn Italia puoi fare ciò che vuoi. Ecco perché nel nostro paese si stanno concentrando gli investimenti militari statunitensi. L’Italia è garanzia di «flessibilità operativa», spiega un funzionario militare statunitense a David Vine, autore di un’inchiesta sulle basi e la spesa militare nel nostro paese e del libro “L’isola della vergogna: la storia segreta della base militare Usa a Diego Garcia” (in pieno Oceano Indiano, strategicamente una delle più importanti e segrete istallazioni militari fuori dagli States, pare sede di torture sui prigionieri), già collaboratore di “New York Times”, “The Washington Post” e “The Guardian”.

«In altri termini – scrive Vine -, garantisce la libertà di fare ciò che si vuole con restrizioni ed interferenze minime». O nulle, come sembra dimostrare un telegramma venuto fuori con la vicenda Wikileaks.

Inviato nel 2003 da Mel Sembler, ambasciatore statunitense in Italia, esso segnala: «Abbiamo ottenuto quello che chiedevamo per l’accesso alle basi, il transito e il sorvolo, garantendo che le forse possano attraversare agevolmente l’Italia per arrivare ai luoghi di combattimento».

In ballo era la guerra in Iraq. Al governo Silvio Berlusconi. L’operazione potenzialmente violava gli accordi bilaterali del 1954.

Secondo Vine, alla base dell’allontanamento da paesi come Germania e Giappone, questa flessibilità è dovuta ad una minore forza contrattuale o, in parole povere, ad una minore potenza ed influenza internazionale, che rende paesi come l’Italia «più sensibili alle pressioni politiche ed economiche di Washington». Una “sensibilità” che si traduce in accordi «meno restrittivi» e, quindi, più permissivi «in materia di ambiente e di lavoro», assicurando al Pentagono «libertà di perseguire azioni militari unilaterali con minime consultazioni con il paese ospitante».

«L’atteggiamento favorevole alle forze statunitensi dei politici italiani», conclude Vine, è dunque centrale nella strategia americana.

Venendo ai numeri, scopriamo così che dal 1991 in Italia la percentuale di forze statunitensi rispetto all’Europa è di fatto triplicata, passando dal 5% al 15%. Non che ci sia stato un aumento: è che i 13mila soldati presenti non variano numericamente rispetto ai tempi della guerra fredda, mentre in paesi come la Germania, che pure conta ancora il maggior numero di basi, la cifra è passata dai 250mila di primi anni Novanta ai 50mila attuali.

Su 800 basi statunitensi sparse per il mondo, scopriamo così che l’Italia si situa addirittura al quinto posto, con ben 59 istallazioni. A guidare la poco onorevole classifica la Germania con 179 e secondo il Giappone. In pratica i tre paesi dell’Asse usciti sconfitti dalla seconda guerra mondiale, militarmente colonizzati dalla principale potenza vincitrice. A seguire, terzi e quarti, Afghanistan (100, in fase di diminuzione) e la Corea del Sud (89), teatro di due tra le principali operazioni dal dopoguerra.

Si tratta in realtà di basi Nato e non Usa? «Una sottigliezze legale», secondo Vine, che chiarisce: «chiunque abbia occasione di visitare la nuova base di Vicenza non ha dubbi sul fatto che si tratti di una struttura interamente statunitense». Saranno anche basi Nato, ma gli ospiti sono ugualmente americani con totale libertà di azione.

Quanto agli investimenti, si parte dalla base friulana di Aviano: qui, dal 1992, sono stati spesi oltre 610 milioni di dollari. Metà dei soldi sono stati forniti dalla Nato, l’altra metà dai contribuenti americani. Gli 85 ettari di terreno dallo Stato italiano. Altri 115 sono spesi dall’aeronautica per opere edili.

Dal 1996 la marina ha stanziato invece più di 300 milioni per edificare la nuova base operativa presso l’aeroporto di Napoli. È qui che nel 2005 la marina ha trasferito da Londra il suo quartier generale, che ospita così un comando Naveur-Navaf (Naval forces Europe e Naval forces Africa).

A Sigonella, dal 2001, sono stati spesi altri 300 milioni, rendendola per traffico la seconda stazione aeronavale d’Europa. Stanno qui i marines addetti a fornire addestramento al personale militare africano in Botswana, Liberia, Gibuti, Burundi, Uganda, Tanzania, Kenya, Tunisia e Senegal.

«E presto – segnala Vine – accoglierà una base Nato congiunta di intelligence, sorveglianza e ricognizione e un centro di addestramento e analisi dei dati». Come se non bastasse lo scandalo delle intercettazioni nei confronti degli alleati che ha travolto l’Nsa.

Sempre in Sicilia, a Niscemi, l’intenzione è quella di costruire un impianto di comunicazioni satellitari ad altissima frequenza.

Medio Oriente, Balcani ed Africa: questo il nuovo fronte delle operazioni statunitensi, dietro le quali si nasconde la centralità strategica dell’Italia, dovuta alla sua posizione geografica favorevole, al centro del Mediterraneo. Posizione che, unitamente alla capacità di produrre armi di alta qualità (Finmeccanica nel 2008 ha venduto agli Usa equipaggiamenti per 2,3 miliardi di dollari), lasciamo sfruttare, peraltro senza condizioni, ai nostri colonizzatori.

Pietre contro il ministro: ma è stata la sinistra e la notizia non si “gonfia”

resizer2Strano il mestiere del giornalista.

Può capitare che il Blocco Studentesco – organizzazione giovanile nata da CasaPound – protesti in una scuola per il diritto allo studio entrando goliardicamente nell’edificio con fumogeni tricolori ed il povero giornalista si trova subito costretto a fare titoloni da prima pagina e servizi con tanto di volti spaventati per Studio Aperto.

Poi gli capita tra le mani una notizia reale ed è costretto a sminuire perché il padrone non vuole. Perché a fare danni sono stati i buoni, quelli di sinistra (oddio, si può dire sinistra in questi casi?!), insomma, i non-fascisti.

Ed in questo caso il pompiere è addirittura il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, protagonista involontaria, ieri, di una dura contestazione in quel di Rende (Cosenza), in occasione di una visita all’Università della Calabria, ritrovo storicamente rosso di una Calabria che tende al nero.

«Gli studenti – scrive il Quotidiano della Calabria – hanno forzato il cordone di sicurezza delle forze dell’ordine e hanno fatto irruzione nell’area protetta attorno alla sala dove è in programma la cerimonia alla presenza delle autorità. All’arrivo dell’auto con Maria Chiara Carrozza la situazione si è fatta ancora più delicata. Sono state lanciate pietre contro il veicolo. La polizia ha effettuato cariche di alleggerimento e qualcuno e finito anche a terra».

«I cori, il lancio di sassi,  poi il cordone delle forze dell’ordine forzato», questo il quadro dipinto invece dalla Gazzetta del Sud.

Ma a distanza di qualche ora una breve nota del ministro bacchetta e dà la linea per l’indomani: «la notizia è stata amplificata troppo».

Parole che mettono in imbarazzo le stesse testate che hanno riportato l’episodio: «posso assicurare – afferma infatti il ministro – che nessuno studente ha lanciato uova o pietre contro la macchina».

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Una versione che sarebbe anche credibile, se non fosse che lo stesso Quotidiano ribatte timidamente: «La contestazione però c’è stata e i sassi sono volati. Tanto che due carabinieri, secondo quanto riferisce l’Ansa, sono rimasti lievemente contusi e si sono recati al pronto soccorso dove sono stati medicati per lievi escoriazioni alla testa».

Il Fatto Quotidiano”, che meritoriamente riporta la notizia a pag. 9 ma la nasconde in un piccolo riquadro, questa volta si traveste da democristiano: in prima battuta descrive il lancio di pietre e uova, in chiusura rilancia la versione del ministro, senza smentirsi e senza spiegare quale delle due è la notizia da considerarsi vera.

Intanto sfumano le prime pagine. La notizia è ridimensionata dai giornali locali, figurarsi sui notiziari nazionali. Non sarà che davvero “quelli là” hanno lanciato davvero le pietre al ministro? Probabile, viste le foto. Di sicuro, i servizi di Studio Aperto ed i volti scandalizzati dei commentatori pronti a censurare il comportamento dei soliti violenti ce li siamo risparmiati. Quelli sono riservati ai fascisti.

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Il papa, Odifreddi e le larghe intese di una fede profana

napolitano sinagoga“Negli ultimi duemila anni, i legami tra la Chiesa cattolica e gli ebrei non erano mai stati così buoni”. A parlare, in occasione di un incontro in Vaticano nel settembre scorso, è Ronald Lauder, presidente del World Jewish Congress. Durante l’incontro pare che papa Francesco si sia speso molto anche per la risoluzione dell’annoso problema relativo alla macellazione “koscher” (rituale ebraica) degli animali, spesso vietata in Europa.

“Il papa che conduce il dibattito a questo livello – afferma invece Menachem Rosensaft, professore ebreo americano – significa che ci avviamo, com’è auspicabile, verso un’integrazione della memoria dell’Olocausto non solo nel quadro teologico ebraico, ma anche tra gli insegnamenti cattolici. Forse, allora potremo andare avanti insieme”. Rosensaft ha avuto in questi giorni uno scambio “epistolare” con papa Francesco che ha fatto il giro del mondo.

Le parole di Rosensaft seguono alle parole di risposta del papa a lui indirizzate, in seguito ad una riflessione inviata al Vaticano sulla “possibilità della presenza di Dio durante la Shoa”, come scrive il Washington Post.

La questione teologica per eccellenza (l’esistenza di Dio nonostante il male) qui acquisisce un senso nuovo e finisce per rappresentare non un’ingiustizia all’interno della storia, ma l’ingiustizia per eccellenza in una storia che è, dunque, storia sacra.

Un concetto che viene da sé, dal momento che il quesito generico necessita in questo caso di essere superato da uno più specifico, in relazione al comportamento ed all’eventuale assenza di Dio in quel preciso momento storico [rispetto ad un’assenza  che sarebbe poi inesistenza, visto che Dio è eterno, perciò è oppure non è – ciò che un papa ed una fede dovrebbero considerare come un dato ‘a priori’].

“In ambito ebraico – scrive ancora il WP -, la risposta alle questioni teologiche sollevate dalla Shoah ha spaziato da un rifiuto dell’esistenza di Dio nell’insegnamento di alcuni ambienti ultra- ortodossi che vedono l’Olocausto come una punizione divina”, fino ad altre per cui l’orrore, che questi ultra-ortodossi attribuiscono in qualche modo ad un Dio vendicativo veterotestamentario, è invece da attribuire ad un Male personificato nella storia di cui gli ebrei sono gli agnelli sacrificali.

In entrambi i casi, si tratta di storia sacra.

“La memoria della Shoa” è il “fondamento stesso della costruzione dell’identità europea”, ha invece commentato, a ridosso delle frasi del matematico di sinistra Piergiorgio Odifreddi sulle camere a gas, il giornalista e critico televisivo Aldo Grasso.

“Non entro nello specifico delle camere a gas – aveva detto Odifreddi in merito alle frasi di Priebke al riguardo – perché di esse so appunto soltanto ciò che mi è stato fornito dal ‘ministero della propaganda’ alleato nel dopoguerra, e non avendo mai fatto ricerche, e non essendo uno storico, non posso fare altro che ‘uniformarmi’ all’opinione comune; ma almeno sono cosciente del fatto che di opinione si tratti, e che le cose possano stare molto diversamente da come mi è stato insegnato”.

Nel frattempo, pochi giorni fa, con un colpo di mano, si è tentato di approvare in tutta fretta una legge per punire anche in Italia quello che viene definito ‘negazionismo’ – ovvero quel filone della ricerca storica che mira ad approfondire i dettagli ‘rivelati’ della persecuzione degli ebrei in Germania – e con esso i suoi sostenitori.

I grillini hanno stoppato la corsa della legge – che grazie alle larghe intese non avrebbe dovuto passare dal Parlamento – e tutti gli hanno urlato contro. Il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in sinagoga pochi giorni fa, era infatti tra i maggiori tifosi dell’iniziativa.

In un paese dove si discute su tutto, abbiamo individuato ciò che sta al di sopra degli schieramenti, ciò che non è ‘divisivo’ e che cementa le larghe intese.

E, per ‘naturale’ conseguenza, abbiamo un pezzo di storia che si fa legge. Ed una legge che non si limita a punire un reato ma, sul modello delle società arcaiche, in cui la norma rappresenta anche la volontà divina e violarla vuol dire commettere un’azione sacrilega, intende dividere tra buoni e cattivi, tra chi ha diritto ad un funerale e chi no, chi è uomo e chi un ‘non-uomo’, così come ha titolato ‘Il Fatto Quotidiano’ sul caso Priebke.

Ed, anzi, è proprio per questo che nasce, per togliere diritti ai ‘cattivi’. Il reato stesso viene creato su misura del cattivo. Esiste concettualmente prima il cattivo e poi il reato, ciò che è essenziale cogliere e che contravviene a qualsiasi concetto ‘moderno’ e ‘laico’ di diritto.

Nel frattempo, come visto, abbiamo chi sostiene il fondamento della stessa Europa, non solo sulle ‘radici giudaiche’, storicamente opinabili, ma addirittura la costruzione della sua identità attorno a questo pezzo di storia. Un altro concetto storicamente opinabile, del resto, dal momento che l’Europa si afferma come idea già in seguito alla prima guerra mondiale.

Ma ciò che conta è la percezione stessa che la persecuzione ebraica abbia avuto un ruolo. Perché vuol dire che, di fatto, ha finito per averlo seriamente un ruolo, oggi.

E non c’è da stupirsi che sia sorta questa ‘mitologia’ se, comprensibilmente, l’ebraismo conferisce una struttura teologica a questo pezzo di storia mentre il papa della Chiesa cattolica, meno comprensibilmente – e non certo per primo (non è stato lui a tirar fuori la storia dei ‘fratelli maggiori’ ed il Concilio Vaticano II è un fatto storico) -, contribuisce a teologizzare un evento in cui quello degli ebrei, sacralizzandosi, sembra porsi sullo stesso piano del sacrificio cristico.

Ecco perché la politica fatica a cogliere lo scempio di introdurre un reato di opinione che imponga la storia a suon di galera. Si tratta di una politica che legifera sull’onda di entusiasmi momentanei e dogmi simil-religiosi. Come dimostra il momento scelto per far approvare la legge, con il caso Priebke al centro del dibattito e la ricorrenza del rastrellamento degli ebrei romani che richiedeva di far approvare il provvedimento proprio in quella data.

Ed ecco, probabilmente, perché un matematico come Odifreddi, laico per eccellenza, uno che scalpita istintivamente quando ha a che fare con il sacro e con i dogmi religiosi, avverte questa contraddizione al contrario di molti altri. Perché è questo che la persecuzione ebraica ha finito per rappresentare in Occidente: una storia, una legge, una fede, che non hanno nulla a che fare con la scienza, il diritto e la laicità.

Associazioni gay decideranno nuova campagna Barilla. Rientra il boicotaggio

USA, festeggiamenti dopo sentenza Corte Suprema su nozze gaySe avesse pensato ad un’operazione di marketing fallimentare, non sarebbe riuscito a fare di meglio, mettendosi in un colpo solo contro tutti con i suoi dietrofront improponibili. Guido Barilla, patron della multinazionale che dal 1877 sforna pasta secca (e non solo), dopo la campagna di boicottaggio lanciata contro la sua azienda, ha infatti incontrato ieri mattina diverse associazioni della comunità lgbt tra cui Arcigay, Arcilesbica, Equality Italia, Famiglie Arcobaleno e Gaynet. A promuovere l’incontro il presidente della commissione Politiche economiche dell’Emilia Romagna, nonché attivista gay, Franco Grillini, che ha ospitato nel suo ufficio il meeting durato circa un’ora e mezza.

«Barilla ha chiesto di nuovo scusa per quello che ha detto in quell’intervista. Ribadendo come non pensi davvero quelle cose», ha spiegato Grillini.

«Ci ha chiesto scusa mille volte – ha sottolineato anche Flavio Romani, presidente dell’Arcigaye si capiva, guardandolo negli occhi, che era sincero. Gli abbiamo proposto di utilizzare quel brutto scivolone, che ha avuto un’eco mondiale, per avviare una svolta costruttiva».

Più che un passo indietro, l’emblema della paraculaggine, la lode del politicamente corretto, l’apologia del don Abbondio-pensiero, il degrado della coerenza italica.

«Non farei mai uno spot con una famiglia omosessuale – aveva originariamente dichiarato Barilla -, non per mancanza di rispetto ma perché non la penso come loro, la nostra è una famiglia classica dove la donna ha un ruolo fondamentale».

«Per noi il concetto di famiglia sacrale – proseguiva –  rimane un valore fondamentale dell’azienda».

E non contento, faceva anche arditamente sfoggio di notevole coraggio intellettuale: «se a loro piace la nostra pasta e la nostra comunicazione la mangiano, altrimenti mangeranno un’altra pasta. Uno non può piacere sempre a tutti». Senza , tra l’altro, risparmiarsi in concessioni: «io rispetto tutti – aggiunge Barilla – facciano quello che vogliono senza disturbare gli altri. Sono anche favorevole al matrimonio omosessuale, ma non all’adozione per una famiglia gay».

Frasi catturate dal conduttore de “La Zanzara” su Radio 24, che avevano immediatamente fatto il giro del web, sollevando polemiche ed un dibattito mediatico infinito e provocando, addirittura, il lancio di una campagna di boicottaggio contro la Barilla, portato avanti dai movimenti lgbt e da ampie parti della sinistra.

Stranamente, non era mancato chi, nel vociare nauseante della massa, aveva osato evidenziare che ognuno nella propria pubblicità ci mette chi gli pare e non può esser costretto a metterci una coppia gay per non esser tacciato di omofobia, che marketing vuol dire anche scegliersi un settore di mercato da rappresentare, che in fin dei conti Barilla non aveva offeso nessuno, anzi, aveva evidenziato il proprio rispetto e la condivisione del matrimonio gay. Si era messo a difenderlo perfino Antonio Tresca, blogger dell’ultra-sensazionalista Huffington Post [1].

Ma non c’è stato niente da fare. Nel Paese della Boldrini e del “vietato per le donne servire a tavola in tv”, Barilla a lasciare che i gay “mangino un’altra pasta” perché “non si può piacere a tutti” non ci ha pensato, in realtà, neanche 24 ore. Il tempo di accorgersi che si era messo contro una delle lobby più forti e ha ingranato subito la retromarcia. Scuse inviate al mondo gay in ogni forma mediatica possibile. Ma la comunità lgbt in questi casi ama fare la difficile e, così, Guido Barilla ha ceduto su tutta la linea. Un incontro apposito e quella che è una resa praticamente incondizionata: in cambio della fine del boicottaggio, prenderanno loro in mano il…marketing Barilla.

«Abbiamo concordato – ha spiegato Romani – l’inizio di una collaborazione stretta e fattiva tra Barilla e le associazioni Lgbt che da un lato offriranno spunti, suggerimenti e consigli all’azienda per una comunicazione che sia più aggiornata, giusta e corretta, dall’altro, abbiamo avuto da Guido Barilla l’appoggio per progetti e campagne di forte impatto sociale sulle nostre battaglie per i diritti e contro l’omofobia».

Detteranno la nuova linea, insomma. Con buona pace della coerenza, che non aiuta nel “business”.