“Agnus Dei”, un film sugli stupri sovietici in cui i sovietici non sembrano il problema

Al cinema la Seconda Guerra Mondiale è, ancora oggi, protagonista più che mai. Lo testimonia, ad esempio, la pellicola di Mel Gibson di cui abbiamo parlato ieri. E lo testimonia, tra le altre, una pellicola, pur meno nota, diretta dalla francese Anne Fontaine, proiettata nelle stesse ore in molte sale cinematografiche, “Agnus Dei”. Quella storia – è evidente – non è ancora storia passata e chiusa negli archivi. Ecco perché anche “Agnus Dei”, pur schivando ogni problematizzazione storica dei fatti narrati, forse proprio per questa ragione, non può essere considerato un film del tutto neutrale.

Realizzato con la collaborazione del Polish Film Institute e girato ad inizio 2015, “Les Innocentes” (questo il titolo originale), prendendo spunto dagli scarni scritti del suo diario, racconta l’esperienza di Mathilde Beaulieu, giovane francese volontaria nella Croce Rossa, in missione in Polonia per curare i feriti di guerra francesi. Mathilde, infatti, nel corso della sua attività, entra segretamente in contatto con un convento di suore il cui stupro sistematico e ripetuto compiuto dalle truppe sovietiche ha lasciato molte di loro in stato di gravidanza e bisognose di cure. Ed è proprio questa storia che conquista ovviamente il centro della scena.

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Mel Gibson torna con “Hacksaw Ridge”: il pacifismo coraggioso di Desmond Doss

“Dopo dieci anni l’«infamous» Mel Gibson torna dietro la macchina da presa e con il suo talento di cineasta riesce a far (almeno temporaneamente) dimenticare gli episodi di ubriachezza, risse, esternazioni antisemite e omofobe per cui è noto” (“La Stampa”). “Un film non pacifista su un pacifista” (“Repubblica”). Stando alle recensioni, le premesse per un gran film e per querelle di vario genere nel merito della pellicola e del suo regista c’erano e ci sono tutte. Ma, bisogna dirlo, le aspettative non vengono disattese: “La battaglia di Hacksaw Ridge” (soltanto “Hacksaw Ridge” nel titolo originale), ultimo lavoro di Mel Gibson, nelle sale cinematografiche in questi giorni, è un film certamente da vedere.

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Tremonti a CasaPound: “la democrazia non si esporta”. Ma dimentica l’intervento in Iraq nel 2003

Milano, 17 dic – “Le guerre di esportazione hanno causato le migrazioni di massa. Ma la democrazia è un processo progressivo che non si può esportare. Inoltre, patria deriva da ‘pater’: non puoi superare e violare la terra degli altri”. Ma ci troviamo di fronte ad un secco “no comment” quando, all’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti, chiediamo conto della sua posizione e dell’operato del secondo governo Berlusconi, che all’invasione statunitense dell’Iraq del 2003 diede il proprio sostegno e vi partecipò attivamente. In merito a quell’intervento, costruito sulla bugia dell’intelligence delle armi chimiche di Saddam Hussein, l’ex ministro di peso di ben quattro governi Berlusconi su quattro ha preferito il silenzio.

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Un barcone affondato in piazza Duomo: l’ultima sceneggiata immigrazionista

Da tempo si pensava a come farne il simbolo per eccellenza delle “stragi del mare”, nelle quali sono rimaste vittime, negli ultimi anni, migliaia di immigrati provenienti dall’Africa attraverso il Mediterraneo. E così, dopo l’incontro tra il sindaco di Milano Beppe Sala ed il regista Alejandro González Iñárritu avvenuto la settimana scorsa, per il barcone affondato nell’aprile 2015 a largo della Libia, si profila l’ipotesi di portarlo addirittura nel bel mezzo di piazza Duomo entro il 24 marzo 2017, laddove papa Francesco, in visita nel capoluogo lombardo, celebrerà messa proprio in quella data.

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Le colonie fasciste? Abbandonate al proprio destino, parola di “Repubblica”

Il progetto nasce da un’idea di Fabio Gubellini dal titolo “Un’estate fa“. Lo svolgimento avviene, singolarmente, sulle colonne bolognesi del quotidiano “Repubblica“, che due giorni ha pubblicato gli scatti del fotografo, minuziosamente raccontati sul suo sito. Il suo, infatti, è un viaggio nelle colonie estive costruite dal Fascismo in tutta la penisola e successivamente abbandonate dallo Stato.

Accade, così, l’impensabile. “Repubblica” che, pur sforzandosi di affibiarci significati loschi, è costretta ad ammettere: “Le colonie, strutture situate in contesti marini o montani e destinate al soggiorno di bambini ed adolescenti per lo svolgimento di attività ludiche e ricreative, nascono nella prima metà del XIX secolo. Il loro massimo sviluppo avviene però durante il Fascismo“. “Le colonie”, prosegue così il giornale diretto da Mario Calabresi, “diventano il fiore all’occhiello del programma igienista del Regime, ed oltre allo scopo ludico e ricreativo assumono anche quello propagandistico. Per questo motivo durante il Ventennio viene intensificata l’attività delle colonie estive con la costruzione di nuove moderne strutture in stile razionalista, soprattutto lungo la riviera romagnola”.

La difficoltà di “Repubblica” è evidente ma, considerato il dettagliatissimo progetto di Gubellini, è infine obbligata a vuotare il sacco: “Oggi, in gran parte, queste strutture risultano abbandonate al proprio destino. Solo la colonia Agip di Cesenatico viene ancora utilizzata per lo scopo per cui era stata progettata. Gli spazi della colonia Principe Umberto di San Benedetto del Tronto sono utilizzati per alcuni corsi di laurea dell’Università di Camerino, mentre la Colonia Le Navi di Cattolica ospita un acquario. Il resto delle strutture è abbandonato al proprio destino, nei migliori dei casi ci sono in piedi progetti di riqualificazione, mentre per altre si aspetta che crollino per liberarsi da scomodi vincoli architettonici e poter riedificare liberamente”.

Nel corso del viaggio, da aprile ad agosto dell’anno in corso, spiega il fotografo, “accanto ai nomi delle colonie e ai luoghi di costruzione, sono iniziati a comparire nomi di mirabili architetti ed ingegneri che ci hanno voluto lasciare un segno tangibile delle loro abilità”. Ennesima prova, peraltro, dell’importante ruolo che – come dimostra anche l’interessante libro “Il Fascismo di pietra” (Emilio Gentile, Editori Laterza) – ebbe sotto il regime fascista l’architettura ed il mondo delle arti. Una cura per la bellezza dimenticata che si rispecchia nel degrado delle città oggi. “Un tempo erano meta di vacanza, ora sono spazi sotto utilizzati o abbandonati, ricordo di un passato scomodo senza un futuro certo“, commenta amareggiato Gubellini, prima di rivelare le sue intenzioni: “L’intento di questo percorso fotografico è quello di sensibilizzare più persone possibili alla valorizzazione di questo importante patrimonio architettonico, con la speranza che la maggior parte di queste colonie possa essere riqualificata secondo criteri che rispettino gli originali progetti, affinché in questi luoghi si possano tornare a svolgere quelle attività ludiche e ricreative per i quali erano stati concepiti”.Emmanuel Raffaele, 13 dic 2016

Tremonti a CasaPound, l’Anpi (come al solito) insorge: “Si vergogni”

Lo scorso mercoledì 19 ottobre, l’ex ministro dell’Economia Giulio Tremonti ha presentato il suo libro presso la sede centrale di CasaPound Italia in via Napoleone III a Roma. Ma l’Associazione Nazionale Partigiani, evidentemente, finiti i tempi delle fughe in montagna, non ha molto altro da fare a parte scandalizzarsi, scandalizzarsi senza sosta. Ecco perché, alla notizia della presentazione di “Mundus Furiosusa Milano il prossimo venerdì 16 dicembre, ancora su invito del movimento guidato da Gianluca Iannone, la solita dichiarazione fotocopia non sono proprio riusciti a trattenerla: “Trovo vergognoso che un ex ministro e attuale senatore della Repubblica italiana vada a presentare i suoi libri ospite di un’associazione di militanti che si definiscono i fascisti del terzo millennio. È un modo di farsi pubblicità spregiudicato, senza rispetto per la Costituzione”.

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“Parola di Dio”: quando l’attacco alla religione è una scusa per criticare Putin

In Russia, la religione è ovunque. Come negli Stati Uniti, i predicatori si sono impadroniti delle televisioni. La religione è diventata la seconda ideologia ufficiale. Controlla la mente di chiunque. È un dogma caliginoso, che diffonde oscurantismi ovunque. I russi preferiscono avere un leader da seguire, piuttosto che pensare con la propria testa. Anche se la religione è separata dallo Stato, in realtà la religione ortodossa controlla ogni livello della società”. A rilasciare queste dichiarazioni in un’intervista è Kirill Serebrennikov, regista russo di origini ebraiche che ha diretto “Parola di Dio”, uscito nelle sale cinematografiche italiane lo scorso 27 ottobre.

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Spiritualità pagana e monoteismi: la questione identitaria nell’ultimo libro di Adriano Scianca

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Lo scorso 7 ottobre, in occasione della presentazione del suo nuovo libro a Milano, Adriano Scianca invitava i lettori della sua ultima opera ad evitare la pregiudiziale “religiosa” nell’interpretazione del suo “messaggio”. Ma, se pure questa richiesta abbia una propria coerenza, l’attacco frontale al monoteismo, come visione religiosa, culturale e «antropologica» di natura esclusiva, rimane una chiave di lettura essenziale de “L’identità sacra”.

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“In guerra per amore”, un Pif niente male: nel film americani collusi coi boss

E’ stato infine necessario attendere la seconda pellicola di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, per raccontare al grande pubblico che gli americani, con la sbarco in Sicilia del ’43, consegnarono il potere nelle mani della mafia, in cambio di una conquista facile ed indolore. E nonostante l’ironia che fa da sfondo, il messaggio è diretto e centrale più che mai, senza sconti. Di questo non si può che render merito al giovanissimo conduttore ed attore siciliano che, pur omaggiando il patriottismo e l’onestà del capitano Scotten, ucciso in Sicilia dopo aver scritto una lettera per denunciare il fenomeno, punta l’indice dritto contro la Casa Bianca e l’allora presidente Roosevelt, colpevole di aver fatto scarcerare moltissimi criminali facendoli passare per prigionieri politici, assegnando poi ai boss locali ruoli di responsabilità, quando non la sindacatura di molti comuni siculi a seguito dell’invasione.

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“Ma Loute”, una satira nichilista e surreale sulla lotta di classe

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«Ma Loute», lotta di classe cannibale”. Il Manifesto l’ha vista così. Una verità perlomeno parziale. Del resto, si è scritto tanto sull’ultima pellicola di Bruno Dumont, ma tanto altro ci sarebbe ancora da dire su un’opera ricca di significati tutti, però, impliciti. Di certo c’è che questo film sui generis non si può comprendere senza immaginare una tela surrealista. “Abbandonata la chiave mistico-autoriale degli esordi, Dumont sembra voler bissare il successo della miniserie ‘P’tit Quinquin’ (inedita in Italia) accentuandone il carattere farsesco e fumettistico. Stavolta però rischia di perdere il senso della misura. Il «giallo» svapora tra la recitazione caricaturale degli attori, tra miracoli, levitazioni e sberleffi vari”, ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere. “Una comicità aggressiva che costringe gli attori a recitare come marionette impazzite ma esauriti il divertimento e la fascinazione iniziale finisce per sfondare solo porte aperte”, ha osservato Fabio Ferzetti sul Messaggero. Non siamo tuttavia certi che siano queste le obiezioni da muovere al film, uscito nel 2016 e presentato in concorso al Festival di Cannes. Come dicevamo, infatti, è impossibile, appropriarsi delle chiavi di lettura di “Ma Loute” facendo riferimento alla sua “comicità aggressiva”, al “carattere farsesco e fumettistico”, ma ignorando il surrealismo d’inizio Novecento, che si muove piuttosto sul piano del sogno e dell’inconscio. Un assurdo che, in quest’ottica, diventa normale e dà vita ad un esperimento curioso anche per il suo esser fuori tempo.

Dumont non ha alcuna intenzione di far ridere sul serio. La sua comicità è goffa, scontata, assurda appunto. Tutto avviene sul piano di un’irrealtà onirica e, non a caso, su uno sfondo noir. È una comicità di contrasto. Di contrasto con una realtà che filtra attraverso gli episodi di cronaca da film giallo, con le sparizioni ed il terribile segreto che nascondono, e l’ambientazione “verista” del mondo povero e terribile dei pescatori. La lotta di classe è, più che altro, nell’incomunicabilità tra i due mondi e nell’incontrarsi soltanto nei meandri oscuri del lavoro servile e del crimine. Se da un lato c’è un mondo borghese finto, abitato da maschere di inetti e debosciati incestuosi, rappresentato attraverso una goffaggine parolaia, cerimoniosa ed istrionica che, forse, sarebbe comica in altro contesto, dall’altro, proletariato e sottoproletariato, al contrario, comunicano attraverso i silenzi e gli sguardi ed il loro aspetto è molto più reale, fino ad essere terrificante. In questo mondo non ci sono maschere e le brutture non vengono nascoste dalle apparenze. Tutt’altro.

ma-loute-2-kucg-835x437ilsole24ore-webDue mondi che non solo comunicano con lo spettatore in maniera differente e parallela, ma non comunicano neanche tra loro. Difficilmente, nei 122 minuti del film, si incontrano personaggi dei due mondi che dialogano (alla donna di servizio è addirittura fatto divieto di parlare con i padroni). Persino quando le due famiglie al centro della storia, quella povera di Ma Loute Brufort e quella ricca dei Van Peteghem, sono costretti ad un faccia a faccia, il dialogo rimane praticamente assente. È un film che rimanda alla lotta fra le classi, certo, ma che il regista la racconti secondo paradigmi già noti non è così scontato. Se il mondo borghese e capitalista è formato da macchiette ridicole, da profili privi di profondità psicologica che appiattiscono (somatizzandolo) su un materialissimo piano orizzontale persino un inconscio che cela segreti e perversioni inconfessabili, rifugiandosi tutt’al più in una spiritualità che è moralismo di facciata, folklore e forma esteriore, i rappresentanti del proletariato, invece, sono omertosi, infidi e cannibali. Un cannibalismo che richiama molto chiaramente ad un simbolismo di natura sociale, senza però costringerci ad una lettura “buonista” del bisognoso costretto al crimine dalla fame. Traspare, piuttosto, una natura che qualcuno ha giustamente definito “ferina” e che si ritrova, in un film in cui nulla è messo lì per caso, nella fastidiosa ed eccessiva litigiosità di Ma Loute e dei suoi fratelli, nella banalità istintiva della loro cattiveria, nell’esprimersi male (Ma Loute ha un difetto di pronuncia che provocherà l’ilarità della famiglia borghese) e, come notavamo, molto poco, quando non attraverso grugniti e sputi. Il loro aspetto, del resto, è animalesco e persino la scelta degli attori – volti noti come Valeria Bruni Tedeschi nel caso della famiglia borghese, sconosciuti non attori nel caso della famiglia di pescatori – viene utilizzata dal regista per marcare le distanze tra una classe immeritatamente dominante e degenerata ed un “terzo stato” pronto a sbranarla.

L’unico avvicinamento tra i due mondi, il flirt tra Ma Loute e Billie Van Peteghem, il ragazzino borghese con tratti marcatamente femminei, che ama travestirsi da donna, appare attratto dal mondo del giovane pescatore e lo seduce per forza di cose attraverso l’inganno, si rivela d’altronde fallace e disastroso negli esiti. Alla fine, tra le braccia di Ma Loute troviamo la donna di servizio della famiglia di Billie. Le due classi persistono nella naturale inconciliabilità ed, anzi, anche la ragazza in questione, fino a quel momento apparsa sempre nel contesto della famiglia borghese dei Van Peteghem, svela definitivamente il suo sentimento di classe unendosi al suo simile del quale si rivela complice nelle sue terribili trame. Billie, unico corpo che appare parzialmente nudo, unico personaggio a non sembrare una maschera pur ricorrendo esplicitamente al travestimento, è probabilmente l’autentico protagonista del film, filtro impotente tra i due mondi, la cui identità sessuale incerta e lo scandalo che ne deriva è senz’altro chiave di volta, ma potrebbe benissimo avere una valenza del tutto simbolica indipendente dalle questioni di genere.

ma-loute-1In tutto questo contesto, il personaggio senz’altro più goffo, col suo peso eccessivo e la sua inefficienza, è sicuramente il commissario Alfred Machin, che segue fin dall’inizio il caso delle sparizioni e che rimane inutilmente al centro della vicenda fino alle clamorose scene finali (“mi gonfio perché non scopro niente”), mostrando di essere riconducibile – attraverso i suoi atteggiamenti e gli atteggiamenti dei borghesi nei suoi confronti – ad un mondo borghese pomposo, formale e poco pratico, del tutto distaccato dalla realtà.

Quella di Dumont non è comicità assurda e un po’ noir, è satira. Un’opera originale a cui non si può certo rimproverare la fotografia, complici i silenziosi ed ameni paesaggi costieri della Francia settentrionale, né la scelta delle musiche. E se qualcuno ha scritto che il film si apprezza inizialmente per le sue trovate sorprendenti, per poi lasciare un po’ l’amaro in bocca per il suo ripetersi, la realtà è che, semmai, è vero il contrario, dal momento che, allo spettatore ignaro, il film può, in prima battuta, apparire quel che non è, rivelandosi soltanto col trascorrere delle scene in tutti i suoi aspetti simbolici. È un film la cui lentezza fa parte del gioco, ma non infastidisce troppo grazie ad una sceneggiatura leggera. E sì, forse è vero, si avverte qualcosa di eccessivo e, al tempo stesso, una qualche carenza. Quanto agli eccessi, si tratta certamente della recitazione e della costruzione troppo teatrale delle scene, elemento di disturbo dall’effetto però ricercato e garantito. Quanto alle carenze, ci si riduce ad un semplice fatto: è un film “cervellotico” che lascia poco spazio all’emozione – che siano il riso, la rabbia, la tristezza, la paura, l’entusiasmo o la gioia – e va interamente “pensato”. I suoi pregi ed i suoi difetti son tutti qua. È una satira allegorica, nichilista, sulla lotta di classe che però ti riporta fuori dalla sala per nulla diverso da quando eri entrato. Non aggiunge nulla, non toglie nulla. Non suscita rabbia né tristezza. E questo può esser un gran difetto per un film.

Emmanuel Raffaele, 25 set 2016