In realtà, non è la prima sentenza al riguardo. Già nell’aprile scorso, infatti, il Tribunale di Bergamo si era pronunciato in maniera simile a quanto fatto, nelle ore scorse, dal Tribunale di Milano: il bonus bebè di 80/160 euro al mese per tre anni spetta anche agli immigrati con semplice permesso di lavoro. A confermare l’interpretazione estensiva dell’attribuzione è una sentenza che, due giorni fa, nel capoluogo lombardo, ha riconosciuto il diritto all’assegno ad una donna salvadoregna, priva non solo della cittadinanza italiana ma anche di permesso di soggiorno di lungo periodo, come previsto dai requisiti elencati nella legge finanziaria 2015 per accedere appunto al bonus bebé. La donna, dotata di semplice permesso di soggiorno lavorativo, aveva infatti ricevuto il no dell’Inps rispetto alla sua richiesta e così, sostenuta da alcune associazioni, aveva fatto ricorso contro la decisione sulla base di una direttiva europea che esige pari trattamento nel settore della sicurezza sociale anche per i cittadini di paesi che non fanno parte dell’Unione Europea.
POLITICA E SOCIETA’
Analisi e approfondimenti dedicati a notizie e tematiche della politica italiana, ma anche di eventi e fenomeni sociali e/o nazional-popolari di interesse direttamente o indirettamente politico.
“Energie per l’Italia”: il nuovo centrodestra di Parisi che puzza di Ottocento [FOTO]

Milano, 17 set – “Oggi gettiamo le fondamenta di una nuova piattaforma di governo: una piattaforma liberale e popolare”. Queste, nel giorno di apertura dell’evento “Megawatt. Energie per l’Italia“, le parole di Stefano Parisi, candidato sindaco per il centrodestra alle ultime elezioni amministrative di Milano, sconfitto dal candidato Pd Giuseppe Sala. Scopo della convention, a sentire l’ex manager di Fastweb, è il non certo modesto tentativo di costruire una vera e propria proposta di governo per il paese: “Nel giro di qualche mese”, ha spiegato, “presenteremo un vero programma di governo agli italiani”. “Oggi”, ha aggiunto, “nasce una nuova comunità politica che sta dentro il centrodestra e che vuole dare un contributo, una mano e che non è contro i partiti, ma la politica deve aprirsi perché se si chiude rischia di perdersi”.

Laicità, società civile e liberalismo le parole chiave dell’incontro, partecipato da poco più di un migliaio di persone, a fronte delle quattromila previste alla vigilia. Non particolarmente calorosa la reazione della politica, che dà l’impressione di voler, per il momento, stare a guardare – se per calcolo o reale diffidenza questo si capirà più avanti. Di certo, Parisi, che oggi trarrà le conclusioni, non ha voluto politici tra i relatori e Forza Italia non ha certo partecipato all’iniziativa in forze, nonostante inizialmente si parlasse dell’esplicita volontà di Berlusconi nel progetto di affidare proprio a lui le redini dello schieramento. Nessuna delegazione ufficiale, però, ha preso parte all’evento, mentre erano presenti Roberto Formigoni, ex presidente della Regione Lombardia, il capogruppo di Area Popolare (ex Forza Italia) Maurizio Lupi, l’ex ministro della Salute Maurizio Sacconi e l’ex ministro delle Infrastrutture Claudio Scajola.

Tra i primi ad intervenire, invece, è stato Massimo Gandolfini, presidente del “Family Day”, che ha esordito parlando di natalità come “volano per la ricostruzione da un punto di vista socioeconomico”, lanciando l’allarme sull’insostenibilità di uno Stato che non dà centralità alla famiglia e rischia di implodere sotto i colpi della cultura anni Ottanta del Double Income No Kids: “la famiglia è il primo welfare”, ha concluso. Parole, tutto sommato, ragionevoli seguite dall’intervento di Gaela Bernini per la Fondazione Bracco, già esponente di rilievo della Fondazione Milano per Expo. È la società civile di Parisi. Ma l’idea, per metodo e tipologia, non sembra poi così distante dagli esperimenti fallimentari dell’ex presidente del Consiglio Mario Monti. Il filosofo Gilberto Corbellini, che prende la parola subito dopo, infatti, non lesina attacchi di stampo fortemente centrista: “La diffusione di credenze irrazionali gonfia le vele al populismo”. Una stilettata al petto di Matteo Salvini, che intanto, da Pontida, dichiarava: “Piuttosto che stare in strada con gente come quella che c’è oggi alla convention di Parisi è meglio essere soli e orgogliosi“. Staremo a vedere, dal momento che il segretario della Lega ha poi ammorbidito i toni dichiarandosi disponibile al dialogo con tutti, seppur a certe condizioni. Sta di fatto che, già nelle elezioni amministrative, Parisi era appoggiato dalla Lega ed il leader era sempre lo stesso. Lo stesso che non ha mai del tutto chiuso le porte a Berlusconi e che ha fatto ultimamente pensare, nonostante il sostegno alla francese Le Pen, ad un addio fattuale rispetto al progetto sovranista da lui stesso lanciato.

Diversi altri spunti vengono dagli interventi, a cominciare dalle critiche mosse al sistema scolastico – giudicato classista, discriminatorio e di bassa qualità (“la scuola non è un ammortizzatore sociale per i docenti”) soprattutto in certe regioni – da parte di suor Anna Monia Alfieri, presidente della Fidae Lombardia. Un intervento dall’oratoria efficace e sorprendente, che si è distinto per i contenuti ed ha indubbiamente scosso la platea, che le ha regalato una calorosa standing ovation sul finale. Un intervento, dal punto di vista sostanziale, che sembrava vedere la soluzione concreta in una minore autonomia delle regioni; autonomia al centro, invece, del discorso di Carlo Portieri, che ha parlato di “necessità del federalismo” e di quello incompiuto e quindi mai fallito, a suo modo di vedere, realizzato in Italia. Le regioni, spiega, non dovrebbero avere competenze residuali, così come la libertà dei cittadini non può essere ciò che resta delle imposizioni che vengono dall’alto. Individuo al centro, dunque, seppure è singolarmente proprio dall’accusa di individualismo che parte l’incredibile requisitoria di matrice ottocentesca contro il welfare state.

Tutto inizia con in collegamento da Londra e la spiegazione dei mali dello stato sociale, che svuota le casse dello stato e si limita a trasferire il reddito da chi ha di più a chi ha di meno, superando così compiti che sono stati e, a quanto pare, per i fan di Parisi, dovrebbero essere propri della società civile e non dello Stato centrale. Basti pensare che, ad oltre un secolo di distanza, si torna a guardare alle società di mutuo soccorso ed alle strutture scolastiche della Chiesa. È qui che il liberalismo di Parisi comincia a puzzare di Ottocento, di privatizzazioni e di privilegi. Ripensando alla frase sul populismo, del resto, tutto torna. Un caso? Dopo il video inglese uno potrebbe anche sospettarlo. Soltanto che , poco dopo, sul palco si sente di peggio: robe del tipo “l’assistenza sanitaria e l’educazione scolastica fornita dallo Stato sono una deformazione della realtà”, “se il privato ruba, il pubblico spreca” o “la politica frena la produttività nella sanità”. Tutto ad un tratto il welfare state, introdotto peraltro in Italia dal Fascismo, appare addirittura “comunista” , cosa che manco Berlusconi o Monti avevano mai osato dire. Se lo stato sociale è in crisi, insomma, è a causa della sua insostenibilità, etica prima di tutto. Discorsi d’accademia, certo. Peccato che qui si sta tentando di costruire il nuovo centrodestra e riferimenti culturali del genere non sono del tutto tranquillizzanti. Parisi, evidentemente, non teme di essere impopolare. O meglio: non teme le conseguenze di una sciatteria democratica che impedisce anche di cogliere il senso devastante delle tesi espresse. Ma, se sulla spesa gli amici di Parisi non sembrano troppo convinti, sul tassare appaiono più sciolti: “l’abolizione dell’Ici è stata troppo frettolosa”. Liberali a targhe alterne.

Interessante, ma un po’ insipido dal punto di vista politico, invece, l’intervento di Maryan Ismail. L’antropologia somala (così si definisce nonostante abbia studiato in Italia fin dalle elementari), mussulman a sufi, ex dirigente Pd, dimessasi a causa dell’elezione in Consiglio comunale di una mussulmana ortodossa, ha spiegato: “L’Islam oscurantista che ci presentano oggi è un’Islam politico”. “Chi scappa dal Corno d’Africa”, ha continuato, “scappa dalle bombe jihadiste”. Diritti dei migranti e si alle moschee non politicizzare, quanto al burkini: “prima le donne che lo indossano dovrebbero riconoscere i diritti di noi che non lo portiamo”. E sull’Islam: “alcuni versetti si possono sospendere per avere un’Islam più spirituale”. Certo, comodo così. Di certo, se questo è il mondo di Parisi, un liberalismo anti-statale e tanta confusione, le premesse non sono delle migliori.
Emmanuel Raffaele, 17 set 2016
Immigrati come schiavi al Cara di Mineo: le rivelazioni del rapporto #FilieraSporca
“Qui sei completamente solo, senza famiglia, senza niente. E così finisci in strada“. La questione dell’immigrazione di massa sta forse tutta qui, nelle parole di un giovane senegalese in occhiali da sole e felpa, richiedente asilo ed attualmente ospite del “Cara” di Mineo, tristemente famoso centro d’accoglienza siciliano in provincia di Catania. Ogni giorno, dopo l’apertura dei cancelli alle otto di mattina, pedala per due o tre ore, raccoglie arance per qualche padrone pagato intorno ai dieci euro e poi rientra al “Residence degli Aranci”. Gli immigrati ci pagano le pensioni, dicono gli esperti. E visto che son così bravi, ecco che arriva anche il protocollo d’intesa tra il Ministro dell’Interno Alfano e Confindustria per i tirocini d’inserimento lavorativo riservati ai rifugiati: in un paese con la disoccupazione giovanile alle stelle, qualcosa sicuramente non quadra. Ma questo qualcosa, a volte, non ha a che fare soltanto con la cattiva politica ma anche con lo sfruttamento, altro aspetto della questione immigrazione che difficilmente può ancora essere nascosta. Ieri, ad esempio, “Internazionale” pubblicava il quarto di una serie di reportage dedicati al fenomeno migratorio dal titolo paradigmatico: “Gli schiavi di Mineo”, un servizio curato da Paolo Martino e Mario Poeta nel quadro dell’inchiesta “Welcome to Italy” coordinato da Stefano Liberti. Tra gli intervistati il ragazzo di cui sopra, perfettamente cosciente della situazione: “mi dicono che i bianchi guadagnano 40/50 euro al giorno”, spiega prima di lanciarsi in un rap che si chiude così: “Dio è grande, un giorno mi vedrete in alto”. Dio è grande e la voglia di rivalsa delle masse di migranti è tanta, lo scontro sociale è dietro l’angolo ed esplode qua e là, mostrandosi a viso aperto, ad esempio, in quel di Rosarno. I responsabili diretti forse non stanno sulle poltrone, ma le loro politiche buoniste ed inefficienti, probabilmente, permettono la persistenza di queste situazioni. “Più rimangono, più si mantengono certi equilibri”, spiega Rocco Anzaldi di Flai/Cgil, facendo capire che il centro fa comodo a molte aziende, fa comodo a chi sfrutta ed i tempi burocratici assolutamente fuori da ogni normativa aiutano il proliferare del lavoro nero, grigio o schiavistico. Gli ospiti della struttura sono circa quattromila e “circa in mille ogni mattina”, spiega Anzaldi, “vanno nei campi e, nonostante un mese fa ci siano state sanzioni, il fenomeno continua”. “Qui non si tratta di lavoro nero, ma di schiavi”, conclude. Nelle strutture temporanee, i richiedenti asilo non dovrebbero stare più di trentadue giorni, in realtà ci stanno per mesi ed è impossibile allo stato attuale fare diversamente: i tempi sono lunghi, troppo lunghi, ed a volte gli immigrati rimangono per anche per cinque mesi senza mai aver modo di incontrare la commissione e portare avanti la richiesta. Quando poi ricevono l’esito, se è negativo, devono pagare un avvocato e aspettare altrettanto. Nel frattempo, trascorsi sei mesi, dovrebbero ricevere un permesso temporaneo che gli permette di lavorare. Ormai i tempi si sono allungati, a volte si aspettano anche due anni e la commissione più vicina è a Siracusa. La legge, praticamente, è una farsa. La burocrazia è la realtà. E la realtà è lenta, farraginosa, complice dell’illegalità. In ogni caso, chi lavora nei campi non ha bisogno di permesso. Anzi. Serve manodopera a basso costo per una filiera a dir poco in difficoltà nella quale i produttori, da una parte sono l’ultimo anello di una catena che li spreme imponendogli prezzi bassissimi, dall’altra si trasformano spesso in padroni che sottopagano i lavoratori, stranieri soprattutto ma anche gli italiani che non hanno altra scelta.
“I prezzi sono scesi al loro minimo storico”, spiega il secondo rapporto “#FilieraSporca” realizzato dalle associazioni “daSud”, “Terra” e “terrelibere.org”, “arrivando a toccare il minimo di 16/20 centesimi al chilo per il prodotto “fresco” e di 5/7 centesimi al chilo per il prodotto destinato alla trasformazione”. La filiera, che rifornisce anche multinazionali e grandi aziende italiane, è estremamente frammentata verso il basso, la produzione è basata su piccole aziende spesso a conduzione familiare, impossibile una vera tracciabilità. “Se volessimo controllare i fornitori della Ortogel, per evitare assolutamente il rischio da voi paventato, dovremmo visitare 11.571 aziende agricole nei 100 giorni lavorativi di una campagna agrumaria. Sono 115 aziende agricole al giorno”, spiegano dall’azienda. Esselunga, invece, ha dichiarato di lavorare con aziende che sottoscrivono un preciso codice etico, ma non ha voluto farne i nomi. Per la realizzazione del rapporto, a ben dieci grandi attori del settore sono state chieste informazioni su fornitori e subfornitori. Si tratta di Coop, Conad, Carrefour, Auchan – Sma, Crai, Esselunga, Pam Panorama, Sisa Spa, Despar, Gruppo Vegè e Lidl. “Le risposte sono pervenute solo da quattro di loro: Coop, Pam Panorama, Auchan – Sma e Esselunga”, chiarisce il rapporto, che evidenzia quanto arduo sia, soprattutto, spesso anche per le aziende, risalire ai subfornitori, piccoli e piccolissimi produttori a cui facevano riferimento poc’anzi. La manodopera a basso costo è la risposta ad una filiera che non funziona. “Il fenomeno del lavoro schiavile nei campi italiani è da anni irrisolto. Il motivo è semplice. Si tratta di qualcosa di funzionale al sistema produttivo”. Funzionale, certo, ma direttamente connesso con la concorrenza di paesi in cui il costo di produzione scende vertiginosamente, così che aumentano paurosamente, come sottolinea il rapporto, le importazioni da Egitto, Marocco, Spagna e dal Brasile per il succo. Lì sta la causa del caporalato e forse non siamo troppo lontani dalla verità se diciamo che, tra i mandanti, c’è la politica delle frontiere economiche completamente aperte. Non si accorgono che gli schiavi prima o poi si ribellano. “Le arance finiscono a magazzini e industrie che – molto probabilmente – vendono succo e prodotto fresco a notissimi marchi della grande distribuzione e alle multinazionali che tutti conosciamo”. Basti pensare che gli agrumi rappresentano il 15 % del pil siciliano ed il 4% di quello nazionale. “Tra produttore singolo e OP non cambia niente, il problema è che quest’anno ci sono troppe arance, e troppo piccole, e non riusciamo a reggere la concorrenza degli agrumi provenienti da Spagna e Marocco, venduti a 15 centesimi al chilo e trattati chimicamente, cosa che in Italia è vietata”, spiega un piccolo produttore. E così che le aziende di trasformazione medio-grandi, che un decennio fa erano duecento, oggi si sono ridotte a 13, mentre “i piccoli contadini nella morsa della fame costringendoli a vendere le loro terre a commercianti, che grazie al capitale accumulato dai fondi europei, sono in grado di investire in una sorta di landgrabbing (accaparramento delle terre) in salsa nostrana”. Il percorso verso la competitività, insomma, passa da sfruttamento, grossi capitali e concentrazione delle risorse: controlli scarsi sulle regole e frontiere aperte, in breve, modificano la struttura del mercato e del tessuto imprenditoriale.
I mandanti di tutto questo stanno seduti in poltrona e cianciano di libero mercato. Chi denuncia, quasi sempre, sono organizzazioni e giornali, come lo stesso “Internazionale”, che si nutrono di retorica immigrazionista. Nel frattempo i migranti, soli, senza famiglia, finiscono in strada o nei campi a dieci euro al giorno. E nessuno pensa a fare uno più uno, dicendo basta al fenomeno criminogeno e sradicante dell’immigrazione di massa.
Emmanuel Raffaele, 24 giu 2016
I pub hanno sconfitto i grattacieli: tutta l’identità inglese in quel “leave”
Circa il 64% degli elettori tra i 18 e i 24 anni non era interessato a dire la sua sulla brexit. Il dato, dopo ore di accanimento mediatico contro vecchi, provinciali e poveri, è sfuggito di bocca all’ex premier Enrico Letta. Al contrario, ha evidenziato, è stato l’83% degli over 65 a votare al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Altro dato interessante: erano ammessi al voto gli immigrati residenti dei 54 paesi del Commonwealth, ma non i cittadini europei residenti, il che già rende l’idea di cosa è il Regno Unito. Fondamentalmente, infine, hanno votato per la brexit tutto il Galles, l’Inghilterra, mentre hanno votato a favore dell’Ue la Scozia, l’Irlanda del Nord e la Greater London, ovvero tutti quelli a cui il Regno Unito sta stretto. Basti guardare all’esempio di Gibilterra, conteso con la Spagna: ha votato “remain” il 96,9% dei votanti, un record. Ed a poche ore dal voto, infatti, c’è chi chiede addirittura l’indipendenza di Londra.
Hanno votato per l’Unione Europea le aree meno “patriottiche”, le aree meno “inglesi”, inclusa una Londra invasa da immigrati di ogni parte del mondo e da banchieri, che in queste ore i giornali danno allarmati e in procinto di spostarsi al di qua della Manica. Vedremo cosa accadrà ma, sicuramente, il fatto che la finanza abbandoni il Regno Unito, come se prima e dopo l’Ue ci sia il buio, non è credibile. Come evidenziavamo poc’anzi, il Commonwealth e le ex colonie hanno avuto un grande ruolo nello sviluppo economico della Gran Bretagna, la cui economia ha invece conosciuto vari periodi di rallentamento sotto l’Unione Europea ed è rimasta forte anche grazie ad una moneta propria. La brexit non è un risultato in sé, come non lo sarebbe il crollo dell’Unione Europea. La brexit è un punto di partenza. Sta a loro e a noi, ora, fare le mosse giuste. Ed è fondamentale chi sarà al governo, ammesso che il verdetto popolare sarà rispettato, il che non è per nulla scontato. Oltre due milioni di persone hanno già sottoscritto una petizione per ritornare al voto, i liberali (!) hanno chiesto di ignorare l’esito del referendum, i giornali stanno creando il caso sul pentimento di molti che hanno votato “leave” e la propaganda è ancor più forte di prima. Ed è curioso, a posteriori, riguardare il volantino distribuito da alcuni sostenitori del “remain” con il grafico che dava le piccole imprese al 75% favorevoli alla brexit. In basso, la firma: Goldman Sachs aveva commissionato quel sondaggio. Sicuramente la finanza non era a favore del “leave”, ma questo non vuol dire che adesso se ne starà a guardare e si darà per sconfitta. Pensarlo vorrebbe dire leggere la realtà in maniera schematica e riduttiva. Le possibilità, d’altronde, ci sono eccome; la Gran Bretagna, con una percentuale del resto molto ridotta pari al 51,9%, non ha votato per l’isolamento, ha semplicemente scelto l’indipendenza politica. La libertà di decidere con chi fare affari, come tutti gli altri paesi al mondo che non fanno parte dell’Unione Europa, compresa la Svizzera, che pure sta nel cuore dell’Europa e non muore di fame. Senza contare il peso politico ed economico del Regno Unito. Ecco perché la brexit è solo un punto di partenza ed ecco perché, d’altra parte, era possibile schierarsi soltanto da una parte. La brexit ha fatto uno sgambetto alla finanza, ma non è finita. In prospettiva europea, le possibilità sono altrettanto notevoli, sia a livello politico che economico e tutto sta nel giocarsi bene le proprie carte. Altra osservazione in merito ai dati rilevati, dicevamo, è quella sulla cosiddetta “generazione Erasmus”: giornali e politici progressisti si sono accaniti in maniera inquietante contro “ignoranti” ed operai delle periferie, contro lo stesso concetto di democrazia, in un corto circuito che è uno degli aspetti più rilevanti del voto, censurando per prima cosa la scelta di indire un referendum e giungendo a conclusioni sulle quali ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Nessuno ha invece colto l’altra faccia della medaglia: il disinteresse di quella generazione, cresciuta senza identità e nella cultura “arcobaleno”. E’ anche questa una riflessione, laddove l’astensione è stata complessivamente abbastanza limitata (27,8%). Altra riflessione, è che il “leave” ha vinto contro ogni sondaggio, nonostante l’omicidio di Jo Cox, nonostante abbiano associato il brexit al disastro economico, governi e strutture sovranazionali abbiano minacciato letteralmente il popolo inglese, abbiano annunciato la fine di Londra, prospettato la deportazioni degli stranieri, una sanità allo sfascio, il pericolo per la sicurezza nazionale, il nostro Saviano – che oggi si dispera e maledice il popolo – aveva addirittura collegato i sostenitori della brexit a chi ricicla denaro sporco, aziende francesi avevano acquistato pagine di giornale per pregare gli inglesi di restare, le multinazionali avesse fatto campagna per restare, il banchiere Soros si era schierato, la Francia lasciava intuire ritorsioni sul fronte immigrati. Quello inglese è stato, se non altro, uno scatto d’orgoglio, ben riassunto dal discorso finale di Boris Johnson, leader conservatore, due volte sindaco di Londra e principale esponente del ‘partito’ del “leave”, che ha sottolineato: “loro dicono ‘non possiamo’, noi diciamo ‘noi possiamo’. Loro dicono ‘non abbiamo altra scelta che inchinarci a Bruxelles, noi diciamo ‘voi state incredibilmente sottostimando questo paese e ciò che può fare”. Per poi concludere così la sua esortazione: “Se votiamo “leave” e ci riprendiamo il controllo, giovedì sarà il giorno dell’indipendenza del nostro Paese”. Consapevole di questo orgoglio britannico, d’altronde, il posizionamento che da mesi perseguiva il premier Cameron era fondato su un solido sostegno al “remain”, certo, seguito però dalle trattative con l’Ue sul welfare ed altri punti che premevano al paese e che permettono di leggere sicuramente la sua strategia come un “abbiamo ottenuto ciò che volevamo, ora ci conviene restare”, piuttosto che col tono di sudditanza del genere “ce lo chiede l’Europa”, che invece riscuote tanto successo dalle nostre parti.

In tutto ciò, c’è il dato principale: il popolo inglese tiene alla propria indipendenza ed ha una identità, coscienza e forza propria, io direi una certa risolutezza, che è un po’ il loro tratto distintivo e ne fa dei “pragmatici autoritari” da secoli, nel bene e nel male. Il popolo inglese si percepisce ed è altro rispetto all’Europa. Nella sua identità la monarchia ha simbolicamente un ruolo importante, suscita un profondo rispetto e riscuote un forte consenso non solo popolare ma anche e soprattutto mediatico e basterebbe aver sfogliato i giornali in questi mesi, con le celebrazioni per il novantesimo compleanno della regina più longeva per rendersene conto. Il Regno Unito ha un carattere più vicino, per motivi storici ed economici, a quello degli Usa. E che sia Europa è soltanto una questione geografica. Del resto, ha mantenuto la propria moneta, il sovrano è a capo di una chiesa di Stato, nata da un contrasto con il Vaticano ai tempi di Enrico VIII a cui si deve appunto la nascita della Chiesa anglicana, conserva le proprie unità di misura, si guida al contrario e, soprattutto, qui nessuno si vergogna a sventolare la propria bandiera. Esibire la propria potenza militare non è ancora un peccato originale, basti pensare ad una delle piazze principali, Trafalgar Square, che celebra una vittoria e, con enorme colonna, l’ammiraglio Nelson. Il patriottismo, qui, non è ancora passato di moda. La cultura politica, del resto, ha una storia del tutto diversa da quella continentale. E, per dirla tutta, il Regno Unito è stata la prima tra le potenze europee ad avere un impero e l’ultima a rinunciarvi, dopo almeno quattro secoli, soltanto negli anni Novanta, con la restituzione di Hong Kong alla Cina. Un padrone brutale con le colonie africane ed asiatiche, che ha un grosso ruolo sulle attuali criticità dello scenario mediorientale (nascita di Israele inclusa), che ha dominato l’Australia, ha lottato per mantenere nel regno l’Irlanda col ferro e col fuoco, trattando i cattolici e gli irlandesi per secoli come cittadini di serie b. È stata “la più grande organizzazione criminale mai esistita nel traffico della droga” (Corrado Augias, “I segreti di Londra) allorché, a metà Ottocento, lasciava smerciare ai suoi “commercianti” l’oppio in Cina fino a scontrarsi ed umiliare militarmente il paese asiatico (con stragi di civili incluse) in nome degli interessi economici. Nei primi anni del Novecento ha fatto la guerra ai boeri per il dominio dei territori sudafricani e delle sue risorse diamantifere, inventando i campi di concentramento, rinchiudendovi metà di loro (22mila bambini, 4mila donne e 2mila uomini vi moriranno) e permettendo stupri di massa ai suoi soldati. Negli anni Ottanta ha “persino” rivendicato armi in pugno la sovranità sugli isolotti delle Falkland, sulle quali l’Argentina pretendeva la sovranità. Possiede ancora quattordici territori d’oltremare tra cui Gibilterra, contesa con la Spagna. E’, come accennavamo, attualmente guida dei paesi del Commonwealth, associazione di stati di natura peculiare che comprende praticamente tutte le ex colonie.
Il presidente degli Stati Uniti Obama ha rimbrottato gli inglesi favorevoli al “leave” con toni forti, certo, ma erano i toni che si usano con un concorrente che ti vuole fregare. Non quelli di chi parla ad un popolo sottomesso e, sicuramente, il responso ha dimostrato che almeno la metà del popolo inglese non è disposto a sottomettersi. Gli Stati Uniti, dopo tutto, sono anch’essi un ex colonia; la visita ai reali è stata cordiale, un dialogo tra pari grado. Soltanto la Francia di De Gaulle ha osato sfidare il predominio americano sul continente e, allo stesso tempo, l’idea di Europa attuale in cui gli organi sovranazionali e non le nazioni hanno il potere decisionale. Infatti, soltanto Francia e Regno Unito hanno diritto di veto all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I trionfi militari contano. La potenza vuol dire ancora libertà. “Internazionale”, prima del referendum, faceva cenno, polemicamente, alla nostalgia imperiale degli inglesi. Non è un errore di lettura. Johnson, dicevamo, sottolineava il concetto di indipendenza; il 22 giugno il “Sun” in prima pagina titolava, a caratteri cubitali: “INDIPENDENCE DAY. BRITAIN’S RESURGENCE”. Certo, non avrebbe mai potuto farlo il moderato Times, che ogni giorno ospitava articoli contro “Boris”. Londra è per il “remain”. Londra, la City, la parte benestante del paese. E se l’incremento di 513mila abitanti dell’anno scorso era dovuto per due terzi all’immigrazione, solo a Londra questo incremento è stato di 135mila unità, nonostante i 77mila londinesi spostatisi altrove. Solo nell’ultimo anno, del resto, oltre 55mila italiani hanno fatto richiesta per ottenere il National Insurance Number, indispensabile per poter lavorare nel Regno Unito. La popolazione italiana stimata nella capitale cresce a ritmi vertiginosi sopra la quota dei 600mila. Non è l’emigrazione di un tempo, è un’emigrazione semplificata dai voli low cost. C’è il sogno, c’è la concretezza, la convenienza e, a volte, la superficialità. La brexit non farà male. Senz’altro non farà male a noi, a fermare questa emorragia. Perché la “generazione Erasmus” vola a Londra anche perché, crede, qui le identità si mescolano. Questo è il sogno di Londra. E c’è del vero e c’è del falso. Ci sono, di fatto, due realtà parallele, come quelle che hanno votato dimostrando le divisioni interne al paese. In realtà, Londra, quella vera, è una città dove le identità sono tante e forti più che altrove. Convivono, certo. Ma si mantengono tali. E forse c’è da riconoscere un merito nel saper far convivere le diverse identità senza i disastri, ad esempio, della Francia. Ma non è sempre così, basti pensare alla rivolta di Brixton ai tempi della Thatcher. Oppure ai foreign fighter che oggi partono in forza da Londra per la Siria; alle prigioni inglesi in mano agli estremisti islamici, ai quartieri divisi per etnia, agli italiani che stanno quasi solo con altri italiani e così via.
Londra e il Regno Unito sono spesso due mondi opposti. Un mondo rurale in opposizione ad una capitale mondiale. Questa è la definizione singolarmente usata più volte proprio da Johnson nel corso della campagna referendaria, a dimostrazione dei suoi progetti. Londra non è quel paese rurale che vedi già a pochi chilometri dalla capitale, quando basta un’ora per immergerti in una cittadina del Sussex, circondata dalla foresta, in cui attraversi strade completamente ricoperte dai rami e trovi la più lunga fila di case con struttura in legno del XIV secolo. Lì dove entri al pub ed il clima che trovi è decisamente più inglese di quello che trovi nella maggior parte dei pub della metropoli londinese. La provincia e la finanza erano un po’ opposti in questo referendum e i dati lo hanno confermato.
Persino il Corriere riconosceva: “I poveri vogliono il Leave”. Ben 140 miliardari e 400.000 milionari vivono a Londra, dove ha trionfato il “remain”. E’ stato anche uno scontro di classe. Anche qua, come qualcuno ha sottolineato in riferimento alle elezioni Usa, e volendo schematizzare un po’ la realtà, si trattava di uno scontro tra la working class di etnia bianca (o meglio, bianca inglese, come sottolineano i moduli in cui spessi ti trovi a dover selezionare una casella a scelta tra “Bianchi inglesi” e “Altri bianchi”) ed il disegno di una società liberista e, in prima fase, progressista, che attecchisce soprattutto tra chi grazie al liberismo si arricchisce e tra chi disconosce o non riconosce le identità o perché “altro” o perché assuefatto o perché ideologizzato. D’altronde, sono state esattamente alcune organizzazioni sostenitrici del Brexit ad opporre, in un manifesto di propaganda, una donna in abiti tradizionali asiatici ed un giovane “teppista” bianco in polo e bretelle e anfibi. Il target era chiaro ed era chiara anche l’associazione col fascismo e col nazismo dei sostenitori del Brexit. Fino all’assurda uccisione di Jo Cox, in merito alla quale ci si è compiaciuti nel sottolineare i “contatti” con organizzazioni di “estrema destra”. Le reazioni alla brexit erano prevedibili ed ora il pericolo è proprio un brexit che perde sostegno: il popolo, si sa, è volubile.
Ma, ora, proviamo a immaginare Londra sotto Roma, quell’impero rimpianto proprio da Boris Johnson nel suo libro di dieci anni fa. Gli imperi vengono fuori dalla volontà di potenza dei popoli. E quello inglese è venuto fuori molto dopo l’espressione romana. E allo stesso modo può terminare. Ciò non dipende tanto dagli inglesi ma da noi. Non c’è trionfo nell’Europa che implora Londra, ma un’Europa che, invece, può riportare più a sud l’asse principale sarebbe una buona occasione, non solo per noi ma anche per un’Europa meno “americana” che magari un giorno attragga anche Londra. Pensate per un attimo, ad esempio, anche all’ipotesi di una lingua parlata in tutto il mondo come lo spagnolo, che prende il posto dell’inglese all’interno dei confini dell’Ue. Pensate anche il cambio di prospettiva possibile nei rapporti internazionali, geopolitici, economici. Cose che chiaramente non avverranno perché l’Europa, non solo l’Italia quindi, è attualmente colonia dell’impero a stelle e strisce chiamato “Nato”. Ecco perché il Regno Unito in Europa avrebbe fatto più comodo agli americani: anziché un rivale con aspirazioni forti sullo scenario mondiale, avrebbe avuto un semplice protagonista di un’organizzazione regionale più facilmente controllabile e, al tempo stesso, un fedele alleato.
Dunque, il tifo per la brexit andava bene, ovviamente con razionalità e la consapevolezza delle sue molteplici funzioni e significati: strategicamente, in chiave anti-élite europee, per dare un colpo a questa idea di Europa che non va; in chiave di popolo ponendosi, nonostante il diffuso sentimento anti-inglese, in un’ottica non geopolitica, ma semplicemente dalla parte del popolo che sceglieva l’autodeterminazione, al di là delle strumentalizzazioni e degli eventuali utilizzi favorevoli ai potenti che potrà avvenire anche dopo questo risultato; in chiave “imperiale”, nel proposito – che in tutto ciò è l’unica prospettiva attiva rimanente – di spostare appunto verso il sud baricentro politico-culturale-economico e identitario dell’Europa. In questo modo, il tifo andava sempre e comunque a vantaggio di quella “working class” bianca tartassata da imposte, settarismi, immigrazione e da un sistema economico-politico avverso.
L’Europa delle identità era in quel “leave”, che pure è solo una promessa che temiamo di veder infranta. E, certo, anche l’identità inglese, che pur non ci appartiene, era in gioco. Ma, chi crede nelle identità, preferirà sempre una piccola casa in legno e mattoncini rossi ai grattacieli che trasformano Victoria Street e rendono artificiale e quasi surreale Canary Wharf; preferirà sempre un genuino hooligan inglese ad un impeccabile impiegato di JP Morgan. Ed è in Victoria Street e nei progetti di decine di grattacieli che dovranno nascere in città che si manifesta la battaglia eterna di Londra, quella tra lo spirito rurale e lo spirito cosmopolita, quella tra il popolo ed il capitale.
Proprio in Victoria Street, nel bel mezzo di una lunga serie straordinariamente inquietante di vetri specchiati e grattacieli, sopravvive isolata una piccola struttura a due o tre piani che ospita un pub. Eppure, non lontano da lì, ritrovi la tipica architettura inglese: case basse, giardinetto, mattoncini rossi, qua e là un pub, tanto legno, tanto verde, un certo ordine, marciapiedi fruibili, una tessuto stradale quasi sempre lineare. E’ di quella Londra che ci si innamora. Di quei tetti bassi che donano ancora familiarità ad una città che pure ospita circa 12 milioni di persone. Di quel rosso che sa di campagna e camini. Di quei pub che sanno di taverne medievali e custodiscono letteralmente lo spirito inglese. Nella cultura della “public house”, d’altronde, c’è la working class che si incontra e si forma, molto spesso con un’impronta etnica precisa legata allo stile tipicamente inglese del pub (mentre gli immigrati extra-europei spesso e volentieri stazionano nei numerosissimi ristoranti e bar più o meno etnici della capitale), lì c’è l’informalità inglese riassunta in una lingua che tende a semplificare e che va dritta al punto e mescola le storie, le generazioni ed a volte anche le classi sociali. Perché il pub inglese ha poco a che fare con le popolari riproduzioni italiane: il pub inglese è prima di tutto una mentalità. E non è un caso se ultimamente a Londra è allarme per il numero dei pub che progressivamente chiudono i battenti. Il pub è socializzazione popolaresca e virile. Lì ci trovi il ragazzo, l’adulto e l’anziano a scambiarsi due chiacchiere davanti ad una birra, magari dopo il lavoro. Ci trovi il pensionato con i coetanei, i ragazzi che guardano le partite. Si consuma eventualmente il pasto senza troppi fronzoli, sul legno e senza un particolare servizio al cliente o armamentario di posate. Ma quello che non manca mai è la boccale pieno. Il pub precede Starbucks nel pensare la socializzazione. Da Starbucks viene spontanea la non-socializzazione virtuale. Al pub se sei solo dopo un po’ sei già in compagnia. Da Starbucks anche se non sei solo dopo un po’ sei già al pc o al cellulare. Starbucks è da impiegati, il pub è la working class. Al pub si mangia, si beve e si fa festa. È letteralmente il centro di aggregazione popolare inglese per eccellenza. E, forse, è anche quel mondo così autentico che ha votato per il “leave”.
Emmanuel Raffaele, 26 giu 2016
Il disastro della legge Cirinnà, oltre la retorica pro e contro
Lo scorso 11 maggio è stata approvata in via definitiva la legge Cirinnà sulle cosiddette unioni civili tra persone dello stesso sesso. Eppure, per le sigle legate al mondo lgbt non sembra abbastanza. Dunque, le ritroveremo ancora, il prossimo 11 giugno, a sfilare per le vie di Roma, con il consueto stile da parata carnevalesca tipica dei “gay pride”. Ma, prima di provare a capire cosa potrebbero volere ancora, sembra inevitabile sottolineare le contraddizioni di un mondo, che si ostina a proporsi come alternativo ed anticonformista attraverso le mascherate di un evento il quale, però, è caduto ormai nel triste tentativo di dissimulare il grigiore di chi, nei fatti, ha ineluttabilmente virato sul linguaggio del tutto “tradizionale” della famiglia, dei figli e…delle ‘carte bollate’. Una farsa che comincia a stancare anche loro ma tant’è. Il “gay pride” è questo, seppur andrebbe forse archiviata, quanto meno, la sua dimensione ‘politica’: si preserverebbe un’identità nella sua originalità ed, al tempo stesso, si riuscirebbe a parlare di più delle cose concrete con chi ne ha le capacità. Molto probabilmente ne sarebbe venuta fuori una legge migliore.
Se un dialogo, infatti, andava e va cercato con il mondo dell’omosessualità, non è certamente il mondo che fa partire i boicottaggi contro la Barilla se si schiera con la famiglia tradizionale o che taccia di omofobia chiunque non assecondi ogni loro richiesta. Ci siamo già occupati criticamente della versione iniziale del ddl Cirinnà, che nel frattempo veniva fatta a pezzi, e vi abbiamo anche spiegato perché la legge venuta fuori, al di là dei tecnicismi, non era ricevibile. Abbiamo assistito alle dichiarazioni folli di questo mondo pronto a dire che quello dei genitori è soltanto uno “stereotipo” e quello della madre un semplice “concetto antropologico”. Ma oggi, anche a fronte delle posizioni di questi movimenti, corre l’obbligo di approfondire la legge e far notare che si è ceduto praticamente su tutti i fronti (eccetto, in parte, la questione adozioni).
Non si chiamano così, ma di fatto oggi in Italia esistono i ‘matrimoni’ tra persone dello stesso sesso, che sono cosa ben diversa da un riconoscimento dei diritti delle coppie gay ed una loro regolamentazione. Lo anticipavamo già in riferimento al testo originario, possiamo ribadirlo sulla base del maxi-emendamento introdotto e che lo ha riscritto. A confermarlo, peraltro, è oggi anche un approfondimento disponibile nella guida giuridica ad hoc pubblicata dal quotidiano “Italia Oggi”. “Vengono descritte come formazioni sociali e incasellate sotto l’articolo 2 della Costituzione, si dice, per non equipararle alla famiglia, disciplinata dall’articolo 29. Il problema”, spiega Antonio Ciccia Messina nell’intervento introduttivo, “è che la stessa famiglia è una formazione sociale e, quindi, si tratta di una questione puramente nominalistica”. Si parla esplicitamente di concordare la “vita familiare” – prosegue -, i partner possono assumere lo stesso cognome, “si applicano le disposizioni sulle successioni legittime, sulla tutela dei legittimari, sui patti di famiglia e sulle pensioni di reversibilità”, “hanno uno specifico atto costitutivo e cioè la dichiarazione in comune di fronte all’ufficiale dello stato civile” e “come nel matrimonio, prevede una regolamentazione quadro, in cui trovano posto l’obbligo di assistenza morale, materiale e coabitazione e l’obbligo di compartecipare ai bisogni comuni in proporzione alle proprie sostanze e alle proprie capacità di lavoro”. “Certo”, conclude, “manca l’obbligo reciproco alla fedeltà, ma pare davvero troppo poco per distinguere l’unione dal matrimonio”. Se è possibile, insomma, il maxi-emendamento è stato capace di peggiorare un disegno di legge che avevamo già criticato per questa ragione, al di là della presenza esplicita delle adozioni. Le modifiche alla legge, infatti, ne hanno stravolto l’impostazione così che le unioni civili, che almeno concettualmente avrebbero dovuto costituire un’alternativa al matrimonio valida sia per eterosessuali che per omosessuali, attualmente, invece, sono esattamente il matrimonio fatto apposta per i gay. Il nuovo impianto della legge, infatti, introduce una disciplina specifica per le convivenze, con un’impostazione più debole rispetto alle unioni civili come erano state inizialmente concepite e che ora, più o meno in quella forma, vengono invece riservate esclusivamente agli omosessuali. Se qualcuno volesse lamentarsi di questa legge, dunque, non dovrebbero certo essere loro, ma le coppie eterosessuali che hanno a disposizione, per così dire, una opzione in meno rispetto alle coppie gay. “L’unione civile è costruita sul modello della famiglia, la convivenza di fatto è invece la somma di due persone che non costituiscono una nuova identità. Se le unioni civili somigliano a un matrimonio, le convivenze sono assimilabili ad una unione provvisoria” (Messina). Per la convivenza di fatto è sufficiente una dichiarazione anagrafica, la questione del cognome non è disciplinata, non c’è obbligo di coabitazione, né di contribuzione ai bisogni comuni ed una disciplina minima dei rapporti patrimoniali – regolati da contratti di convivenza facoltativi di natura privatistica – e dell’assegno di mantenimento, mentre lo scioglimento è unilaterale. “Non configurano un nucleo unitario, poiché la legge si limita ad elencare alcune prerogative”, chiarisce ancora Messina. Una soluzione che sarebbe stata probabilmente ottimale per distinguere il matrimonio e la famiglia dalle unioni omosessuali, pur garantendo ampi diritti, se non fosse che, invece, si è preferito dare alle coppie gay qualcosa di più, il matrimonio appunto, in una forma ancora più esplicita di quella inizialmente proposta. Esempio lampante di questa specifica volontà, al di là dell’evidenza giuridica delle disposizioni, è il comma 27 della legge: “Alla rettificazione anagrafica di sesso, ove i coniugi abbiano manifestato la volontà di non sciogliere il matrimonio o di non cessarne gli effetti civili, consegue l’automatica instaurazione dell’unione civile tra persone dello stesso sesso”. In pratica, il matrimonio diventa automaticamente unione civile se marito o moglie cambiano sesso. Più chiaro di così! L’unico ostacolo da superare, insomma, è quello costituito dal parere della Consulta che, giustamente, per il matrimonio “ha sempre ritenuto necessaria la diversità di sesso dei coniugi”. Superato questo piccolo scoglio, è chiaro che non ci sarà più neanche la questione nominalistica di mezzo e finirebbe per crollare ogni ostacolo alle adozioni.
Peraltro, nonostante le adozioni non siano esplicitamente accolte dal nuovo testo, Messina fa notare: “sul punto la legge è fumosa. Da un lato esclude l’automatica estensione alle parti dell’unione civile la legge sulle adozioni (184/1983), ma contemporaneamente dichiara fermo quanto consentito dalla stessa legge. E allora va valutato in particolare se, alla stregua della stessa legge, non sia già oggi ammessa (quale adozione in casi speciali) la cosiddetta stepchild adoption, senza bisogno di una norma ad hoc dalle legge. Sono i lavori parlamentari a ricordare, in proposito, la decisione del tribunale per i minorenni di Roma (sentenza 30/07/2014, n. 229), con la quale, a legislazione vigente, il giudice ha riconosciuto, ai sensi dell’articolo 44 della legge 184/1983, l’adozione, da parte di una coppia di donne omosessuali, di una bambina, figlia biologica di una di loro. Quindi la vera notizia sarebbe non la mancata espressione prevista della adozione, quanto, al contrario, il mancato divieto”.
Tornando alle convivenze, che abbiamo definito come un modello che avrebbe potuto esser sufficiente e valido sia per il mondo etero che gay – premesso che invece le unioni civili sono in tutto equiparate al matrimonio – i diritti dei partner, in questo caso, sono definiti ‘minimali’. Diritto di visita per quanto riguarda l’ordinamento penitenziario, diritti in tema di sanità, come per la donazione degli organi o le informazioni sanitarie e l’assistenza, diritto di abitare nella stessa casa in caso di morte del proprietario, diritto di succedere nel contratto di locazione, la preferenza nelle graduatorie per l’assegnazione di alloggi di edilizia popolare, diritti in ordine all’impresa familiare, oltre alla possibilità accennata pocanzi di sottoscrivere un contratto di convivenza per regolare gli aspetti patrimoniali. Attraverso questo istituto, quindi, è possibile comunque accordarsi sulle modalità di contribuzione, eventuale mantenimento dei figli e persino introdurre il regime di comunione dei beni tipico del matrimonio, mentre lascia al testamento la disciplina delle successioni.
Chiarite brevemente, dunque, le ragioni ‘tecniche’ del disastro Cirinnà, di male in peggio dal ddl all’approvazione finale, rimangono solo alcune considerazioni conclusive. Innanzitutto, questa: stare dalla parte di chi ha voluto queste legge era oggettivamente impensabile, ma anche stare dalla parte di chi ha invocato l’inferno per il demoniaco legislatore distruttore della ‘famiglia cristiana’ poteva costituire senz’altro motivo d’imbarazzo ma, strategicamente e con i dovuti distinguo, non c’era forse nient’altro da fare, considerando gli obiettivi finali della lobby gay. Quanto all’obbligo di fedeltà mancato, si tratta di una scelta peculiare del tutto immotivata: come abbiamo visto, non è questo che permette di distinguere l’istituto delle unioni civili tra persone dello stesso sesso ed il matrimonio. Un’altra furbata ma poco riuscita, dal momento che nessuno ha, ovviamente, apprezzato poiché semplicemente non ha alcun senso.
Quanto alle adozioni, Silvia Veronesi ricorda che nell’art. 44 co. 1 della legge sulle adozioni, all’esempio classico di adozione in seguito a stato di abbandono del minore riservato ai coniugi, si aggiunge l’eccezione costituita da “casi volti a rispettare vincoli affettivi e relazionali preesistenti o a risolvere situazioni personali nelle quali l’interesse del minore a un’idonea collocazione familiare deve prevalere e finalizzati in sostanza all’instaurazione di vincoli giuridici significativi tra il minore e chi di lui stabilmente si occupa” (Corte d’appello di Roma). “In questi casi”, spiega Veronesi, “l’adozione è consentita anche alle persone non coniugate e alla persona singola”. Tanto più che – aggiunge – la Cassazione, nel respingere il ricorso di un uomo, ha stabilito che “non è sufficiente asserire che sia dannoso per l’equilibrato sviluppo del minore il fatto di vivere in una famiglia incentrata su una coppia omosessuale ma occorre dimostrare le presunte ripercussioni negative, sul piano educativo e della crescita del bambino, allegando certezze scientifiche o dati di esperienza”. Nel merito del dibattito sulle adozioni, dunque, bisogna far attenzione a non limitarsi agli slogan. E’ fuor di dubbio che occorre opporsi alle adozioni classiche da parte delle coppie omosessuali. Questa, che è ormai la battaglia principale rimasta da combattere alla lobby gay, deve anzi costituire in parallelo una linea di confine che non bisogna permettere si varchi poiché, questo si, segnerebbe il punto di non ritorno di un cambiamento nel modello di famiglia inaccettabile ed epocale. L’adozione non può diventare il metodo standard per le coppie omosessuali per avere dei figli che altrimenti non potrebbero avere. Tanto meno si può consentire che lo diventino metodi ancora più squallidi come l’utero in affitto e roba simile. Sarebbe invece opportuno lasciare che sia un approccio giurisprudenziale a valutare, caso per caso, l’opportunità che un minore venga normalmente dato in affidamento al genitore con figli propri che è parte di una coppia omosessuale oppure, qualora non ci siano ragioni dimostrabili ad impedirlo ed in via quindi eccezionale, anche al suo partner (ipotizziamo il caso di scomparsa o altro) non in quanto tale ma in quanto persona a cui il bambino è affettivamente legato e che si prende cura di lui, come potrebbe esserlo un parente o una persona vicina al genitore.
Infine, vale la pena evidenziare la visione semplicistica o strumentale di chi parla delle leggi sui “matrimoni gay” col tono dell’ “amore che trionfa”, dal momento che le reali aspirazioni in gioco non hanno nulla a che fare con un sentimento che non dovrebbe essere certo un contratto a sancire – il che vale sia per le coppie omosessuali che per quelle etero – e che, soprattutto, nessuno si propone di impedire.
Emmanuel Raffaele, 25 maggio
Papa Francesco e la lezione dimenticata di Roma, ma anche di Cristo
Forse non ci facciamo caso, ma quando pensiamo al passato, facciamo sempre riferimento mentale ad organizzazioni politiche in cui la frammistione tra politica e religione si suppone fosse forte. Dio era il dio del popolo, spiegava Nietzsche, perciò la dimensione politica e quella religiosa coincidevano. Nonostante questo, si trattava di ordinamenti probabilmente più “laici” nella sostanza di quello che si sta affermando nell’epoca post-liberale.
Impossibile? Lo spunto viene proprio dalle recenti parole del papa sull’amare il prossimo ed il suo riferimento diretto alle politiche italiane sull’accoglienza. Legge dello spirito sacrosanta quella dell’amore per il prossimo. Ma il capo della Chiesa cattolica, come già segnalato da più parti, compie un’operazione pericolosa, oltreché scorretta, allargando ad una dimensione politica il campo d’applicazione di una disposizione “spirituale” a carattere prettamente individuale.
Il «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», frase con la quale, di fatto, Gesù Cristo legittimò l’autorità del potere temporale romano, tenendo per sé “soltanto” la sovranità sulle anime, non è una semplice trovata per sfuggire ad una delle tante trappole dottrinarie vanamente tentate contro di lui dai farisei. Si tratta, infatti, di una tra le tante espressioni di una dottrina che la vita stessa di Cristo va a rappresentare. «Il mio regno non è di questo mondo» è quello che, del resto, ripete più volte nel corso della sua predicazione, sottolineando una caratteristica fondamentale del suo messaggio e della sua dottrina: la sua parola, infatti, non solo è rivolta esclusivamente all’azione individuale ma, soprattutto, si concentra non soltanto sull’azione in sé ma sul modo in cui si realizza l’azione. «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità», racconta Matteo, citando direttamente il Messia dei cristiani. Ed in queste parole sta il senso della sua predicazione: ripulire l’interiorità dell’uomo. Non contano molto per lui le buone azioni, quanto le buone azioni fatte col cuore puro, con sincerità. Non si pone il problema di una giustizia politica o sociale, ma di una giustizia individuale, interiore, spirituale. È chiaro e scontato che questo non implica un disinteresse per le buone o le cattive azioni della società nel suo complesso, ma è indubbio che Gesù Cristo non mette in discussione il piano politico, deludendo peraltro i suoi apostoli, che in alcune occasioni sembrano seguirlo solo per la convinzione che il loro “re” avrebbe guidato una rivolta di natura sociale contro i romani. Molto semplicemente, Cristo non pretende di essere un legislatore politico ma un legislatore dello spirito, mirando ad influire sui comportamenti tra gli uomini e non certo a fare della sua parola un programma politico. Se lo avesse voluto fare, lo avrebbe fatto o detto. Non lo ha fatto, né detto e questo dovrebbe far riflettere prima di tutto chi dovrebbe rappresentare in terra la sua parola. Ma, soprattutto, se lo avesse fatto o voluto fare, siamo proprio sicuri che il suo programma politico sarebbe stato affine a quello proposto da papa Francesco? Non osiamo rispondere, ma sottolineiamo l’interrogativo. Ed evidenziamo che peraltro, nel tempo, la Chiesa ha dato una risposta a tutto questo, compilando vari “catechismi” e dottrine in cui dell’immigrazione, come della giustizia sociale e penale, c’è una visione del tutto “razionale” e non certo banalmente e utopisticamente improntata all’evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”. Questa frase non è e non può essere un programma politico a meno di non opporsi alla politica stessa, nel senso di stato, organizzazione sociale e diritto. Ed in questo caso, a maggior ragione, lo uno stato se ne dovrebbe guardare.
Quella tracciata dal Cristo è, in ogni caso, senz’altro una frattura rispetto alla religiosità tradizionale, che ha dato vita alla difficile (e alterna dal punto di vista dell’approccio rispetto al messaggio originario) dialettica Stato-Chiesa e Impero-Chiesa, cambiando definitivamente il rapporto tra religione e Stato in Occidente. Appunto. Anche il contributo paolino, del resto, si inserisce su questa direttrice («ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite», Rm – 13, 1-7) senza contare il catechismo di san Tommaso d’Aquino, il quale ha ben chiara la priorità comunitaria nella decisione politica rispetto alla decisione individuale: «la cura del bene comune è affidata ai principi investiti della pubblica autorità», chiarisce nel corso di un discorso sulla pena di morte. Dopo l’avvento del Cristianesimo, quindi, la dimensione politica e quella spirituale si separano e, proprio in relazione a tutto questo, è opportuno che questa separazione venga rispettata, considerando la dimensione ormai “privata” del messaggio cristico.
La retorica dell’accoglienza, quindi, va combattuta anche in nome del “laicismo” e del “diritto” nel senso più alto del termine. La politica delle porte aperte rispetto all’immigrazione di massa è, sostanzialmente, una soluzione “religiosa” al problema, che pretende di rispondere ad un fenomeno che ha dimensione politica attraverso i doveri “spirituali” dell’accoglienza e della generosità. La risposta, invece, non può che essere politica ed indipendente da qualsiasi influenza “religiosa” (o ideologica, che fa lo stesso) nel momento decisionale.
E’ su queste stesse basi, del resto, che si tende, purtroppo, ad associare l’opposizione all’immigrazione di massa con un atteggiamento esistenzialmente e/o razzialmente ostile all’immigrato in quanto persona. Un’associazione mentale che, appunto, riflette quanto detto: il criterio con il quale, chi si oppone a questa visione sulla base dell’antirazzismo e dell’amore per il prossimo, crede si debba legiferare, muove da motivazioni meramente “reazionarie” rispetto appunto a quelle che combatte, il razzismo e l’odio. E’ un criterio, dunque, specchio di quello opposto, che pure non è giudicato politico, ma che è, come esso, legato ad antipatie e/o simpatie personali, emozioni, sentimenti e stati d’animo, in breve, a tutto ciò in base al quale, in nome dell’imparzialità, non si dovrebbe proprio pensare di legiferare: l’amore contro l’odio per il prossimo, l’antirazzismo contro il razzismo.
Nel racconto tradizionale della fondazione di Roma il 21 aprile 753 a.c., Romolo uccide Remo, che pure è il fratello, non per odio o per rancore e, certo, non con piacere visto il legame; lo fa per dovere. Distinguendo perfettamente la dimensione politica da quella personale che spiritualmente lo legava al fratello. L’esempio di Roma, anche fosse soltanto mitologia – cosa che non è -, rifletterebbe una concezione del potere di natura religiosa ma laicissimo nella pratica. La religiosità del potere sta appunto nella sua origine, ma non è la dimensione spirituale personale che ispira il momento decisionale e la dimensione politica, poiché questa deve rimanere legata alla “legge”, al diritto, ad un’idea di giustizia che non è bontà individuale ma “bontà” in ottica comunitaria. Ed in ottica comunitaria, quindi, ciò che può essere bene per il singolo può essere male per la comunità e, perciò, il caso singolo deve essere trattato in base ad un criterio che dà la precedenza al bene comunitario: questa è politica, questo è diritto, perché questa è imparzialità. Questo è il vuoto “politico” volutamente lasciato da Cristo, al quale hanno cercato di rimediare i teologi, riuscendoci, come Tommaso d’Aquino, oppure giungendo a soluzioni troppo legate alla situazione contingente. Spiritualmente, affettivamente, se fosse stato “buono”, inteso nell’accezione moderna del tutto individualistica, Romolo non si sarebbe macchiato volentieri dell’omicidio del fratello, ne avrebbe fatto a meno, avrebbe chiuso un occhio, in fondo non aveva fatto male a nessuno. E’, però, il suo dovere politico di ordinatore che gli impone di non agire secondo una dimensione personale ma considerando, invece, soltanto se quell’atto avrebbe fatto il bene della comunità. E, avendo minato l’autorità, la legge e quindi il diritto, lo uccide. Non per odio, ma per dovere. L’opposizione all’immigrazione, in pari modo, non coinvolge affatto la dimensione personale, non è una questione di odio e, in ogni caso, se per alcuni lo è, non va valutata in base a questi fattori: semplicemente la risposta non deve avere a che fare con l’assecondare o l’opporsi a questi fattori. E questa stessa conclusione, di ritorno, fornisce anche un indirizzo spiritualmente interessante per quanti si oppongono al fenomeno migratorio, da cristiani oppure no: “combattere senza odiare”, parafrasando una vecchia ma sempre attuale canzone. Dunque, tenetevi lontani dal fare dell’immigrato come persona un nemico; dal motivare il vostro no all’immigrazione con l’odio, il rancore, la paura; tenetevi lontani, insomma, per quanto il rispetto di una persona lo possa meritare, dal confondere i due piani come a sua volta fa chi vi accusa, riducendovi, in fin dei conti, ad essere spiritualmente soltanto dei miseri razzisti piuttosto che dei patrioti sinceri. Questa è spiritualità romana.
TTIP: le rivelazioni di Greenpeace, lo stop della Francia. Ecco perché dire no
Parole forti contro il Ttip sono arrivate ieri niente meno che dal presidente della Repubblica francese François Hollande. «La Francia», ha spiegato, «è contro l’attuale contenuto del Trattato transatlantico sul commercio e sugli investimenti per questioni fondamentali del Paese come l’agricoltura, la salute e l’ambiente». «E’ per questa ragione che la Francia dice no al proseguimento degli attuali negoziati», ha aggiunto Hollande, a poche ore dalle rivelazioni di Greenpeace che, entrata in possesso di alcuni documenti riservati relativi ai negoziati, ha denunciato il pericolo rappresentato dal trattato per l’Europa.
In discussione, tra le altre cose, vi è la reciprocità d’accesso ai mercati pubblici e, nel complesso, un modus operandi da parte degli Stati Uniti che appare del tutto predatorio. «Il problema», aveva confessato d’altronde il dirigente del ministero dello Sviluppo economico Amedeo Teti, nel corso di un’audizione in Senato, «è che gli Usa non sono stati capaci di fare aperture all’Europa nemmeno in ambiti come gli appalti pubblici e i servizi». In poche parole gli americani, per favorire le esportazioni delle proprie merci (sulle quali infatti gli analisti, in prospettiva, prevedono incrementi maggiori di quelli europei), spingono sull’Europa per una gara al ribasso rispetto alle norme a tutela dei consumatori, ma rimangono invece molto attenti a tutelare i propri interessi, ad esempio la legge cosiddetta “buy american” che obbliga le aziende vincitrici di appalti ad usare prodotti per la metà statunitensi. E che non è l’unica, dal momento che durissimi limiti alle aziende straniere sono posti anche sull’acquisto delle compagnie aeree, la produzione di imbarcazioni, le bevande alcoliche, oltre ad altre limitazioni “minori” su un’ampia gamma di prodotti europei. Provvedimenti sacrosanti, che del resto portano alla luce una verità di fondo: il libero scambio piace agli Usa, ma il loro approccio non è per nulla ideologico. Prima gli interessi nazionali, poi, semmai, il libero mercato che, a quanto pare, non sempre è una manna dal cielo neanche per loro ed al quale, molto probabilmente, credono nella misura in cui gli garantisce una posizione dominante.
Qualche anno fa, in effetti, quando i negoziati erano ancora in fase embrionale, Tiziana Ciprini (M5S) evidenziava in una interpellanza parlamentare: «gli USA fanno già parte dell’American Free Trade Agreement (NAFTA) e del Central America Free Trade Agreement (CAFTA) e hanno già avviato i negoziati per due nuovi accordi: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione europea e la Trans Pacific Partnership (TPP) con vari paesi dell’Asia; grazie a questi trattati gli USA si troveranno al centro di una vasta zona di libero scambio che renderà vantaggioso per le aziende estere spostare la produzione negli Stati Uniti, sia per alimentare l’enorme mercato interno, sia per riesportare in tutti quei Paesi che hanno accordi di libero scambio con gli USA». Come il Piano Marshall rimise in piedi l’Europa inondandola di prodotti e prestiti americani, così il Ttip non è certo l’ennesimo atto di generosità nei confronti del nostro continente. E quel che è bene, è che almeno questa volta la cosa è abbastanza esplicita. Ecco perché, secondo un sondaggio della Fondazione Bertelsmann, in due anni la fiducia dei tedeschi – pur campioni dell’export – nel trattato transatlantico è scesa dal 55% al 34% e, addirittura, quella rispetto al libero scambio più in generale dall’86% al 56%. In Gran Bretagna, anche a causa della Cina, che produce da sola ben 860 milioni di tonnellate su un totale mondiale di 1665 milioni, inondando i mercati europei già in crisi, le più grandi acciaierie del paese stanno per chiudere i battenti. Altro omaggio del libero mercato. E poi ci si chiede perché i popoli cominciano a non poterne più e sono contro l’Europa che asseconda queste logiche. Persino gli statunitensi, una volta compreso che il libero mercato i vantaggi che ti dà prima o poi te li toglie, non ne sembrano più così affascinati, tanto che i sostenitori del Ttip sembra siano giunti ad appena il 15% degli intervistati (Limes). Addirittura, segnalava un’inchiesta di “Repubblica” l’anno scorso, il consiglio comunale di New York, guidato da Bill de Blasio, in sintonia con il deputato democratico Jerrold Nadler, annunciava: «Faremo di New York una città immune dai trattati di libero scambio».
Nel frattempo, come anticipavamo, Greenpeace Olanda ha pubblicato 240 pagine di documenti riservati, il cui contenuto non sembra però rinnovare più di tanto lo scenario intuibile dopo tre anni di trattative ed un ritardo di almeno un paio d’anni sulla prevista chiusura dei negoziati. Secondo Greenpeace, Usa e Ue stanno «creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante». «Nessuno dei capitoli che abbiamo visto», spiegano, «fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”». L’omissione sarebbe un indizio poco promettente, dunque, ma non è tutto: «Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato Ue», prosegue Greenpeace, «non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. Invece la richiesta Usa di un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli». In pratica, se in Europa, prima di vendere un prodotto, l’azienda deve provare l’assenza di rischi, negli Stati Uniti il prodotto viene venduto finché qualcuno non dimostri i rischi, magari dopo averne subito sulla propria pelle le conseguenze. E questo è quello che gli americani propongono di fare anche nel nostro continente. Gli Stati Uniti, inoltre, pretendono un accesso più semplice per i propri prodotti agrari in cambio dei vantaggi per l’industria europea delle automobili (o meglio, minacciando ritorsioni su di essa).
Le trattative, dunque, al contrario di quanto sostiene Greenpeace, si prolungano proprio a causa degli interessi divergenti, ma – su questo siamo d’accordo – non c’è da illudersi che gli interessi in campo siano quelli dei cittadini e non quelli delle lobby europee che hanno ovviamente un grosso ruolo nelle trattative, tanto quanto quelle americane. È scontro, intanto, sulle norme a tutela dei marchi pregiati dei vini europei, norme delle quali gli Usa farebbero volentieri a meno. E’ scontro sull’importazione della carne, dal momento che l’Europa non permette l’uso di ormoni come avviene invece oltreoceano. In ballo anche la questione ogm. Anche se il commissario al Commercio Cecilia Malmstrom tenta di rassicurare: «Nessun accordo commerciale ad opera della Ue abbasserà mai il nostro livello di tutela dei consumatori, o della sicurezza alimentare, o dell’ambiente. Non cambieranno le nostre leggi in materia di ogm, o sul nostro modo sicuro di produrre carne di manzo, o il modo di proteggere l’ambiente. Qualsiasi accordo commerciale potrà solo cambiare i regolamenti per renderli più forti». Non si capisce, dunque, perché trattare, se bastava chiedere agli Usa di adeguarsi ai nostri regolamenti. Sta di fatto che la firma del trattato, che doveva arrivare nel 2014 e poi nel 2015, probabilmente non arriverà neanche nel 2016 ed a pesare, oltre alle questioni già citate, ci sono anche le prossime elezioni del presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo, altra questione posta più volte sul banco degli imputati ed ora ritornata è la trasparenza. Al punto che persino sulla politicamente correttissima “Repubblica”, Giampaolo Cadalanu ha commentato critico: «non è accettabile che il feticcio del mercato libero sia ancora venerato dietro porte chiuse a doppia mandata. Perché il diritto di far circolare liberamente le merci non può che valere anche per l’informazione». Persino dalle loro parti c’è chi ha definito lo scenario «preoccupante», anche in relazione all’atteggiamento statunitense, aggressivo e chiuso rispetto alle pretese europee. Uno dei pericoli, segnalava nel maggio scorso l’inchiesta di Federico Rampini citata poc’anzi, sarebbe anche «la clausola Investor to State Dispute Settlement (Isds), che consentirebbe alle imprese private di far causa agli Stati davanti a una corte arbitrale per annullare provvedimenti considerati discriminatori. Il pericolo è che potenti multinazionali, difese da eserciti di avvocati, possano intimidire piccoli Stati, o perfino Regioni e Comuni, per far valere i propri interessi».
Ma, detto questo, sbaglieremmo se facessimo credere che il problema sia la carne piena di ormoni che forse importeremo dagli Stati Uniti oppure i vini italiani copiati oltreoceano o gli standard di sicurezza sui prodotti meccanici. Sarebbe fumo negli occhi utile soltanto a nascondere la questione fondamentale, che è l’accordo in sé: volete oppure no un ulteriore passo avanti verso il mercato unico globale? Il punto è tutto qua e c’è poco da focalizzarsi sulle questioni tecniche e sugli accordi che l’Ue saprà raggiungere. In ogni caso, una volta raggiunti questi accordi, le barriere commerciali ancora esistenti non esisteranno più e questa area enorme di libero scambio includerà economie che pesano per circa la metà del Pil mondiale. Cosa vuol dire, in parole semplici? Ebbene, per spiegarlo, non c’è bisogno né di concetti difficili, né di partire da lontano, dai mestieri scomparsi perché sostituiti dai prezzi più convenienti della fabbricazione in serie in ogni campo, seppur anche questo rappresenti un anello dello stesso meccanismo. Basterà invece far caso alla realtà che vi circonda. Ad esempio, avete presente il cinema della vostra città che ha chiuso per la concorrenza insostenibile del multisala? Avete presente il negozio di generi alimentari che ha chiuso perché non reggeva il confronto con le grandi catene di supermercati? Avete presente quei campi incolti perché gli agrumi non viene più raccoglierli dal momento che importarli costa meno grazie ai vantaggi di una manodopera più economica altrove? O gli appalti per i servizi pubblici della vostra città, che ormai sono quasi sempre in mano a qualche multinazionale specializzata? Ricordate, insomma, l’economia locale, territoriale, fatta di piccola iniziativa privata e vantaggi da un punto di vista anche qualitativo? Ecco, è esattamente quel tipo di economia e di realtà – caratteristica, peraltro, del tessuto produttivo italiano – che un mercato sempre più grande tende a far sparire. E con il Ttip, chiaramente, le cose non possono che peggiorare in tal senso. Come in una vasca in cui i pesci sono sempre più grandi, non c’è speranza per i pesci piccoli in una vasca dove gli squali fanno razzia di tutto. E nonostante ci siano i numeri a confermarlo, basterebbe ragionare per capirlo. Anzi, proprio ragionare sulle cose, forse, potrebbe essere utile a sfuggire alla propaganda che vi riempie di numeri e stime sulla crescita. Il Pil aumenterà. Pare dello 0,5% su scala europea. Probabile. Ma di chi saranno i profitti? Si prevede che le esportazioni statunitense aumenteranno, più di quelle europee. Ma ancora una volta, ricordiamo il punto: vasca grande, pesci grandi. Come sempre di più accade sotto i nostri occhi, il mercato globale tende a trasformarci tutti in dipendenti di colossi economici spesso multinazionali, uccidendo l’iniziativa realmente “privata” in nome dell’economia di scala. E lo fa in nome di parole eleganti e “futuristiche” come efficienza, produttività, libero scambio. Un’efficienza ed una produttività, appunto, talmente alta che soltanto poche grandi aziende possono garantire, riducendo il libero scambio ad un club per pochi. Quando le trattative saranno concluse, i parlamenti dei 28 paesi coinvolti dovranno ratificare il trattato: siete sicuri di aver votato le persone giuste per fermare tutto questo? In caso contrario, la prossima volta che una grossa impresa delocalizzerà e licenzierà, la prossima volta che un piccolo esercizio commerciale chiuderà strozzato dalla concorrenza del grande magazzino, quando vi verrà in mente di aprire un’attività e vi renderete conto che quella libertà di farlo è solo teorica, ricordatevi che un po’ di colpa ce l’avete anche voi.
Emmanuel Raffaele, 4 mag 2016
L’integrazione c’è già e non è la soluzione (al terrorismo). Ditelo a Saviano

Cui prodest? Forse non sarà la risposta alla domanda sui mandanti (se ci sono) della strage di Bruxelles e del terrorismo islamico. Ma vale la pena notare come il terrorismo produca, come sempre, l’estremizzazione delle posizioni e, dunque, la manifestazione di posizioni del tutto assurde, da una parte e dall’altra. Difficile sapere il perché di quell’indirizzo dimenticato e non trasmesso dalla polizia all’antiterrorismo, difficile sapere se dietro gli attentati terroristici degli ultimi anni e dietro tutte le stranezze ci sia la mano di qualcuno che, come già avvenne in Italia, intende portare avanti una strategia della tensione su scala internazionale per tenere ancorato il fronte occidentale su posizioni filo-israeliane. Gli indizi ci sono tutti, a cominciare dalla questione siriana, dalla complicità della Turchia nei traffici dell’Isis. Dopo tutto qualcuno deve pur rifornire di soldi e armi personaggi di origine allogena che, però, generalmente, nascono e si trovano già in Europa. Ma la realtà è più complessa persino di quel che pensano i complottisti, è multipolare, per cui meglio valutare i fatti in base a ciò che è appurato. Pur sovvenzionato e/o favorito dall’esterno, il terrorismo islamico è una realtà, un pericolo concreto ed in quanto tale non si può ignorarne la vicinanza agli ambienti del fondamentalismo islamico.
Altra certezza è, come dicevamo, che il terrorismo ha centrato il bersaglio. Da una parte i gessetti colorati, i vari Saviano, Mannoia, Boldrini e simili con le loro dichiarazioni fotocopia sull’accoglienza e l’integrazione come panacea a tutti i mali; dall’altra, i vari Belpietro, Ferrara, Magdi ‘Cristiano’ Allam, Salvini a dire che l’Islam in sé è il male, contro la libertà e contro l’Occidente che si deve schierare unito contro di loro (come volevasi dimostrare). Sulle alleanze ‘sciolte’ con l’Arabia Saudita, in genere, sorvolano. Così come la prima categoria, in genere, sorvola su un fatto: in tutta Europa l’integrazione è già un fatto, l’accoglienza di centinaia di migliaia di immigrati anche, eppure il clima sembra soltanto peggiorato.
Come sempre, quindi, realismo, concretezza e principi saldi, servono molto più di ideologie e schieramenti aprioristici.
Il nome del profeta dell’Islam è tra i nomi più diffusi tra i nuovi nati in Gran Bretagna, tra i più diffusi in Belgio, Al Jazeera, rete televisiva che ha come telespettatori una percentuale di mussulmani pari a circa il 98% ha le sue sedi a Washington e Londra, in Spagna e altre città europee e tantissime altre ancora negli Stati Uniti. L’Islam è già parte dell’Occidente. Donald Trump dice di voler espellere i mussulmani dal paese ma sa benissimo che è una sciocchezza propagandistica. E ‘confidiamo nella cattiva fede’ dei giornalisti e dei politici nostrani quando affermano che il nemico è l’Islam, salvo poi inchinarsi al politicamente corretto in maniera bipartisan quando c’è da puntare il dito sul ‘razzismo dell’estrema destra’, solitamente accusata per il suo antisemitismo. Il presunto antisemitismo non va bene ma, a quanto pare, discriminare milioni di persone per la propria fede (e limitatamente anche per la razza, dal momento che, però, mussulmani si può anche diventarlo da italiani, ad esempio), invece, si.
Il loro liberalismo si ferma lì. Il loro antirazzismo è solo servilismo ad Israele. Non a caso lo scrittore Roberto Saviano, divenuto noto al grande pubblico con la pubblicazione del libro “Gomorra” sulla malavita campana, oggi ‘twitta’: “Il terrorismo si combatte solo con l’integrazione”. Evidentemente, vivendo sotto scorta dal 2006, Saviano è un po’ fuori dal mondo. E peraltro un po’ confuso, dal momento che nel 2010 (e poi anche in altre occasioni) dichiarò il suo sostegno allo stato di Israele, di certo non un campione d’accoglienza e integrazione, con l’occupazione dei territori palestinesi, i muri e pochi giorni fa l’ultima dimostrazione della sua democraticità: un soldato israeliano che spara a freddo e uccide un palestinese disteso per terra, già immobilizzato e tratto in arresto dopo un accoltellamento. Con lui, considerato eroe nazionale, è accorso subito a complimentarsi un esponente dell’estrema destra anti-araba israeliana. In quella occasione lo scrittore icona del politicamente corretto definì Israele “una democrazia sotto assedio”. In quell’occasione, evidentemente, si dimenticò di suggerire l’integrazione come soluzione. L’isolamento di Gaza, senza accesso ad acqua ed elettricità, prigione a cielo aperto, deve essergli sembrata un’ottima idea.
Due giorni fa, a Londra, sono stati fermati due giovani mussulmani di 21 e 22 anni, che avevano già effettuato ricognizioni presso alcune stazioni di polizia per effettuare attentati. Entrambi con cittadinanza inglese, sono cresciuti nello stesso quartiere del tristemente famoso ‘Jihadi John’, l’altro inglese appartenente all’Isis ucciso in un raid.
Uno di loro era stato presidente della “Islamic Society”, club interno al prestigioso King’s College di Londra, che ha la sua sede principale sullo Strand, in centro. Lo stesso ateneo in cui, qualche settimana fa, la Boldrini teneva il discorso annuale del Jean Monnet Centre of Excellence e straparlava di europeismo, antifascismo e accoglienza. Lo stesso club finito sui giornali nei giorni scorsi per avere organizzato un banchetto in cui donne e uomini erano separati nel corso della serata da un paravento posto in mezzo alla sala. Un evento a pagamento ‘privato’ per cui l’ateneo ha declinato ogni responsabilità ed il cui acquisto ticket prevedeva due differenti contatti per uomini e donne.
Non più di una settimana fa, sui quotidiani inglesi era possibile leggere di una prestigiosa boutique in Oxford Circus (siamo sempre a Londra, città in cui i bianchi sono ufficialmente una minoranza) che esporrà i cosiddetti ‘burkini’ (costume da bagno completamente coprente utilizzato dalle donne mussulmane) nel proprio store. Alla London Fashion Week, il mese scorso, hanno sfilato modelle col velo. In giro per la città, in strada e sul posto di lavoro, non si contano i centri islamici, le donne col velo o con il burqa.
A Parigi, nel quartiere di Saint Denis, e soprattutto nella ‘belga’ Molenbeek, dove i terroristi delle stragi sono stati protetti dalla comunità che ci viveva, abbiamo visto che l’integrazione non solo c’è, ma appartiene ormai al passato: in futuro ad integrarci dovremo essere noi. Ed effettivamente, con la politica delle frontiere aperte e la bassissima natalità europea, presto neanche questo sarà più un problema. L’Europa com’era, semplicemente, non esisterà più. L’Europa di etnia caucasica, di religione cristiana, di origini greco-romane, sarà soltanto storia, con la benedizione di Boldrini & Co.
Ne saranno contenti anche gli antifascisti di tutta Europa, che lanciano agli immigrati il rassicurante slogan “Refugee Welcome” e si sono detti disposti ad accettare gli stupri in cambio delle frontiere aperte. Gli stupri si possono accettare, il ‘razzismo’ no.
Papa Francesco, in occasione del rito della lavanda dei piedi che precede la Pasqua, si è inchinato e ha baciato simbolicamente i piedi a dodici immigrati di fede islamica. Alcuni sacerdoti hanno messo le loro chiese a disposizione degli islamici per la loro preghiera.
La cantante Fiorella Mannoia ha dichiarato: “i nostri morti per i loro”, avallando così il terrorismo, il ‘nostro’ ed il loro.
“In Siria”, ha dichiarato, “ci sono migliaia di cittadini morti uccisi da bombardamenti, perché loro non sono essere umani innocenti come noi? Bisogna avere la stessa pietà per i nostri morti come per i loro. La comunicazione non li mette sullo stesso piano: quando accadono cose in occidente ci spaventiamo, ma anche quelle sono famiglie”. Giusto, per carità: peccato che non abbia detto una parola sulla destituzione del presidente Assad, unico a combattere sul campo l’Isis insieme alla Russia di Putin. Peccato abbia condannato il terrorismo occidentale, ma non quello islamico, che non è esattamente un modo leale di “fare la guerra”.
D’altronde, non è stata l’unica a dire: perché gli attentati ad Ankara, in Africa e nel resto del mondo non ci colpiscono come quelli di Parigi o di Bruxelles?
Un po’ come dire ad una madre a cui è morto il figlio o ad un ragazzo a cui è morto il fratello: perché soffri così tanto quando ogni giorno, nel mondo, muoiono tantissime persone e tu non sei altrettanto dispiaciuto?
Sfugge completamente il concetto di comunità, che precede e dà le basi ideali al concetto di identità, di fratellanza, di vicinanza umana rispetto a chi condivide con te qualcosa, rispetto a chi conosci più da vicino, con il quale sei unito concretamente e non astrattamente.
Annalisa Gadaleta, assessore proprio a Molenbeek, ha dichiarato all’Ansa: “Ma gli italiani a chi vogliono fare la lezione? I primi a essere venuti qui a migliaia siamo stati noi perché avevamo fame e volevamo una vita migliore”. E poi ancora: “Oggi arrivano persone che fuggono dalla guerra e non puoi dire loro rimanete a farvi ammazzare nei vostri Paesi”. “L’errore”, ha aggiunto, “è pensare che chi viene da Paesi connotati da dittature o comunque regimi non democratici, possano venire e adeguarsi automaticamente alla democrazia”.
L’essere europei, avere una cultura comune, una fratellanza spirituale, le medesime origini etniche non sembrano avere alcuna importanza per l’assessore in questione come per tanti altri. L’italiano che va in Belgio è la stessa cosa dell’africano che arriva in Europa. Peraltro, non che l’emigrazione in sé sia un fenomeno positivo, ma c’è differenza sostanziale anche tra le migrazioni di massa, gli arrivi sui barconi, le invasioni alle frontiere e gli spostamenti, molto più contenuti e sostanzialmente diversi nel metodo, degli italiani nel tempo. Non che l’emigrazione, con lo sradicamento che porta con sé, possa essere considerato di suo un fenomeno positivo. Ma non si possono neanche ignorare le differenze. In un ritratto in bianco e nero, le sfumature sono tutto nella buona riuscita del disegno, non puoi ridurre il tutto al si o no alle sfumature.
E non sono semplicemente accettabili parole tese a giustificare i comportamenti anti-sociali dei migranti, né politicamente sensate le conclusioni: “i fenomeno migratori non si possono fermare”.
Non solo si possono fermare, ma se così fosse, faremmo prima a dichiarare il fallimento degli Stati, con l’unico risultato positivo che, almeno, personaggi come la Gadaleta non avrebbero più un posto sicuro su cui poggiare il culo.
Certo, forse dall’Italia è ancora possibile pensare che la situazione sia connessa all’integrazione. Ma neanche più di tanto. In una prospettiva europea, però, con l’integrazione ed in alcuni casi la predominanza islamica, invocare l’integrazione è semplicemente fuori luogo e fuori tempo. L’integrazione c’è già. E non è evidentemente la soluzione.
Ma, tra parentesi, cosa si intende per integrazione? Cosa vuol dire concretamente questo concetto un po’ astratto che può rappresentare tutto e niente? Vuol dire tolleranza? Libertà religiosa? Vuol dire che gli islamici devono diventare come noi? Vuol dire che noi dobbiamo diventare come loro? A meno con il termine non si intenda, quindi, l’ipotesi di annullare la nostra o la loro identità, integrazione non può voler dire altro che coesistenza pacifica e rispetto.
E tutto ciò che abbiamo detto, il comportamento delle istituzioni, della società, non dimostra minimamente il contrario. O si vuole contestare l’opinione dei singoli e imporre il pensiero unico filo-islamico? Neanche questa, peraltro, sarebbe integrazione. Sarebbe censura. La legge già prevede reati di pensiero fin troppo restrittivi, dubitiamo ci sia bisogno di introdurne altri. O forse impedire le minigonne, chiudere in casa le donne europee è integrazione?
Quanto alle soluzioni, c’è chi dice che siamo in guerra e bisogna bombardare. Ma finora, chissà perché, gli unici a respingere sul campo i jihadisti sono stati il presidente siriano e quello russo, mentre gli americani hanno storto il naso quando Putin ha colpito i cosiddetti “ribelli moderati”. La loro soluzione, come sempre, è quella di violare la sovranità di altri stati sovrani, in genere stati laici, come la Siria appunto ed in passato la Libia, l’Iraq, per poi lamentarsi della destabilizzazione e dell’avanzare di milizia fondamentaliste, in genere finanziate dagli alleati arabi o turchi ed armati e a volte addestrati dagli stessi Stati Uniti per abbattere i regimi in questione. Chiaramente prima di “scoprire” che si tratta di terroristi.
Bombardare la Siria, però, è una chiara violazione di sovranità. Quanto alla Libia, è chiaro, invece, che l’intervento diventa inevitabile per il nostro paese nel momento in cui diventa un pericolo diretto e, tranne quello fantoccio portato su un barcone dall’Occidente, non esiste praticamente un governo.
Infine, c’è la questione immigrazione. È chiaro a tutti, tranne che a chi “amministra” il nostro paese, che – questioni sociali e politiche di fondo a parte – è impensabile conciliare la lotta al terrorismo con l’arrivo di masse di immigrati difficilmente identificabili. Ed è impensabile parlare di integrazione laddove i fenomeni diventano di massa: è come ingoiare un’intera scatola di medicine in una volta sola e pensare di averne benefici o rimanere sott’acqua a bocca aperta con l’intento di reidratarsi. Il popolo ebraico si è insediato in massa in Palestina ed ha dato vita allo stato di Israele: l’esperimento integrazione non sembra sia andato a buon fine. Persino la coesistenza è divenuta impossibile. Naturalmente. Tanto per ricordare a Saviano il concetto di integrazione dei suoi beniamini.
Lo stop all’invasione delle frontiere europee, dunque, è una misura necessaria, seppur non completamente risolutiva. I terroristi, lo sappiamo, sono già nel nostro continente, molto spesso ci sono nati, sono cittadini europei, super integrati appunto. E’ chiaro che non ci si può limitare ad attendere gli attentati e ricercare poi i responsabili. Un lavoro di intelligence che finora ha rivelato molte falle. A volte anche troppe per non essere sospette.
Ma il problema che sta alla radice del fenomeno dei foreign fighters e dei terroristi cresciuti nelle nostre città e nelle nostre scuole non può che suggerire soluzioni del tutto opposte a quelle suggerite dai maestri del politicamente corretto. È chiaro che nel quartiere arabo di Bruxelles o in quello di Parigi, l’Europa è soltanto un nome su una mappa. L’Europa è un’identità che in quei posti smette di esistere, rappresenta lo straniero (nemico o meno) e non la propria comunità di appartenenza. La possibilità di coesistere pacificamente l’Europa ha imparato a concederla finalmente. Ma l’interrogativo è: la coesistenza pacifica a cui ci siamo resi disponibili ha prodotto ‘integrazione’ ? Ha permesso, insomma, la nascita di un sentimento comunitario comune? Non lo ha fatto. Fondamentalismo a parte, il punto è proprio quello: il sentimento comunitario fondato sulla condivisione linguistica, culturale, religiosa, etnica resiste, da sempre peraltro, alla coesistenza.
Dunque? Tornare indietro a qualche, a volte troppi decenni fa o anche più non è possibile. Ma fermare l’avanzata di un esperimento che si è rivelato fallimentare, invece, lo è. Affermare l’identità europea, invertire la rotta, ridare vitalità ad un corpo morente, rimettere al centro la natalità, pretendere che si possa tornare a parlare e considerare le minoranze come tali nella vita pubblica, senza tabù. E, quanto alle azioni specifiche, non si può pretendere di affrontare il terrorismo come il crimine comune e non per quello che è socialmente. Dunque, espulsioni vere e, per chi l’ha acquisita, revoca della cittadinanza se chi viene condannato in via definitiva per fatti legati al terrorismo islamico ad esempio. Intervenire sulle connivenze, i legami comunitari dei terroristi, utilizzando le stesse misure nei confronti della rete di protezione che li circonda. Familiari, conoscenti. Destrutturare le loro ‘posizioni’ e, nel frattempo, ristrutturare le nostre.
Tutte cose che, se venissero fatte, si griderebbe subito al nazismo. Ecco perché non si farà nulla. Ed ecco perché l’Europa morirà senza combattere. Mentre pochi tenteranno di resistere, abbandonati a se stessi e trattati come i veri nemici.
Catanzaro, Mattarella inaugura cittadella regionale: il palazzo della casta calabrese
Domani, 29 gennaio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la inaugurerà ufficialmente. Ma la storia della nuova sede della giunta regionale calabrese è tutt’altro che semplice. E, come sempre accade con la burocrazia italiana, parte da lontano e desta polemiche. L’ultima ieri, a poche ore dall’arrivo del presidente a Catanzaro, capoluogo calabrese che ospita in località Germaneto l’edificio realizzato secondo il progetto dell’architetto Paolo Portoghesi.
È Sergio Rizzo, questa volta, dalle colonne del Corriere, a riaccendere le critiche ricordando i costi enormi dell’operazione per una cattedrale nel deserto che vanta una superficie “di 65 mila metri quadrati. Appena duemila in meno rispetto ai 67.121 della reggia del re Sole”, costruita con “costi triplicati in vent’anni, fino a oltre 160 milioni” e che non impedirà la dismissione dell’attuale sede della Giunta, Palazzo Alemanni, in pieno centro cittadino, che rimarrà aperta come “sede di rappresentanza” (!) e ospiterà gli uffici del Commissario ad acta per la Sanità.
In realtà, le questioni giustamente sollevate dal noto editorialista sono ancor più comprensibili alla luce di un contesto cittadino e regionale in cui la burocrazia attanaglia per intero la realtà sociale e impedisce lo svilupparsi di un’economia regionale vera. Una burocrazia alimentata nel tempo dalla politica e che, in Calabria, conta ad esempio ben 2.141 dipendenti soltanto per la Giunta regionale, inclusi – come ricorda Rizzo – “quei 481 trasferiti dalle Province dopo l’entrata in vigore della legge che porta il nome del ministro Graziano Delrio”.
Ma, visto che qualcuno l’ha paragonata ai fasti di Versailles, dovrebbe prima fare i conti con la pessima qualità degli amministratori calabresi e comprendere quanto verosimile possa essere in questo caso il proverbiale modo di dire “cattedrale nel deserto”.
Infatti, a parte l’anonimo grigiore che esprime la struttura nel progetto scelto e realizzato (opinione personale), gli amministratori nel tempo hanno pensato in grande ma ragionato in piccolo ed in modo schizofrenico, collocando alcune importanti strutture cittadine proprio in un’area che, attualmente, è poco abitata, priva di rilevanti aree commerciali e mal connessa con il resto della rete stradale cittadina, contando di farne il centro strategico di un capoluogo dal volto nuovo. Un’idea forse giusta, comunque plausibile, nonostante si possa sospettare degli affari con la compravendita dei terreni in un’area che un tempo fu di “campagna”; un’idea però responsabile indubbiamente della morte del centro storico e dell’asfissia dell’intero complesso cittadino fondato finora su tutt’altre direttrici e con l’unico pregio di dimostrare una minima visione d’insieme, con qualche corretto spunto dal punto di vista dello sviluppo urbano e della mobilità, se non fosse per lo spopolamento cittadino che avrebbe dovuto far ritenere improbabile il previsto ampliamento. E comunque portando avanti il tutto in maniera poco lineare.
Sempre in quest’area, inoltre, è stata collocata l’Università “Magna Graecia” con annesso Policlinico universitario (e la tristemente nota Fondazione Campanella, al centro di altri scandali di livello nazionale), qui dovrebbe spostarsi il principale ospedale della città, qui si trova la nuova stazione ferroviaria di Catanzaro, priva di impiegati, letteralmente teatro di pascolo per le pecore, con pochissime navette che la collegano al centro, in degrado e pericolosamente deserta, inutilizzabile come scalo cittadino principale, mentre a circa 2 km, la stazione di Catanzaro Lido già la sostituisce nei fatti. Collegata quanto meno al centro ed agli altri quartieri della città dalla “Littorina”, tratto ferroviario realizzato in epoca fascista attualmente a gestione pubblica, nucleo principale di quella che dovrà essere la “metropolitana di Catanzaro”, con un costo del biglietto in costante crescita e una frequenza molto bassa di corse durante il giorno.
Il risultato di queste grandi idee sono una stazione nuova ma deserta, inutilizzata, inutilizzabile e già vecchia, una stazione “marinara” collocata in area del tutto degradata che funge “abusivamente” da stazione principale ed una stazione “vecchia” ancora chiusa con annesso tratto ferroviario, nonostante fosse stato già realizzato il collegamento – anch’esso cemento sprecato ed attuale regno del degrado – con quello che avrebbe dovuto essere un grande centro direzionale, i cui lavori hanno quasi raso al suolo una collina prima di esser bloccati da anni di processi e comparse in tribunale da parte di politici e costruttori.
Tutto ciò dopo il sostanziale fallimento dell’altrettanto storica “funicolare”, riproposta ai catanzaresi come soluzione al traffico veicolare dalle periferie alla città e poi finita con l’enorme parcheggio a valle, con splendido panorama con vista rovine Parco Romani (vedi centro direzionale poco sopra), deserto, inutilizzabile, teatro dell’abbandono ed una durata del viaggio che è passata dal minuto e mezzo dell’inaugurazione alle interminabili attese per una partenza e l’angosciante e lenta risalita della collina, con tanto di sosta a metà percorso (dove era stato realizzato un a dir poco sottoutilizzato scalo), per giungere infine sul lato “sud” del corso cittadino a combattere con il pessimo servizio navette di un’azienda per la mobilità da sempre sfruttata solo a fini politici e – notizia di poche ore fa – un corso cittadino che conta ormai un quarto degli spazi commerciali sfitti.
Tutto ciò a pochi passi da una Facoltà di Sociologia aperta da pochi anni in centro al solo scopo, a dir poco assurdo, di bilanciare la fuga dal centro storico.
Per cui perdonatemi se non riesco a trovare scandalosa l’inaugurazione della “Cittadella” regionale – che a quanto pare si chiamerà, con presunzione tutta retorica, “Palazzo degli Itali” – soltanto per i costi, per gli sprechi di spazio, risorse e per il Consiglio regionale ancora a Reggio Calabria, un assurdo residuo di spartizione democristiana ma sempre attuale del potere, che ogni anno ci costa peraltro centinaia e centinaia e centinaia di migliaia di euro di rimborsi (cinque anni fa, ricorda Rizzo, ben 211.842,42 euro soltanto all’ex presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova).
No. A scandalizzarmi quando vedo la nuova costruzione è il volto del potere oligarchico calabrese che esso rappresenta e che ha distrutto la mia città. Che l’ha resa brutta, invivibile, le ha tolto l’anima. Che l’ha spogliata. Vedo i pochi che l’hanno governata da sovrani assoluti, magari dietro le quinte e mi immagino i loro volti. E so che attualmente la mia città, capoluogo di regione, è isolata dal resto della Calabria e dall’Italia. Con uno scalo ferroviario che non la serve direttamente se non per linee secondarie e regionali, posto a 30 km di distanza, con un collegamento pessimo e per lunghi periodi interrotto. Con un grande ateneo, come quello di Rende (Cosenza), che ospita migliaia di studenti catanzaresi ma rimane ancora difficilmente raggiungibile. Con la televisione pubblica che ha sede altrove e si occupa appena dei suoi problemi e se lo fa si preoccupa di non disturbare troppo chi governa. E le periferie sud regalate alla delinquenza rom, i quali, una volta ottenuto gentilmente in omaggio, anni orsono, dai politicanti che mendicavano in cambio voti, il loro fortino fatto di edifici popolari ormai sede di ogni tipo di spaccio, difficilmente accessibili alle forze dell’ordine, hanno agevolmente potuto estendere ad altri rami i loro business.
Vedo i loro volti in quell’immenso edificio. Anzi, in quei 14 edifici di cui è composto. Ed in quei 2.400 metri quadrati di garage vedo i loro scheletri nell’armadio. In quei 46 anni di affitti pagati finora per gli uffici della Regione vedo gli interessi dei privati che si intrecciano al pubblico. E nella capienza esagerata della struttura, che arriva fino a 5.500 persone e non promette niente di buono, ma che ospiterà poco meno di tremila persone, senza che l’attuale sede della giunta, nella stessa città, venga chiusa, e senza che l’Assemblea regionale e i loro staff (120 persone) vengano anch’essi trasferiti qui, magari insieme ai 362 dipendenti dell’assemblea regionale, beh, in questo enorme spreco non posso che continuare a vedere quei volti prendersi gioco di noi.
Ed allora quando leggo che navette gratuite sono previste per condurre mandrie di catanzaresi trionfanti alla corte di Mattarella, a festeggiare con giubilo questo tripudio di inutilità e spreco, falsità e burocrazia; quando penso che persino i dipendenti sono stati invitati in extremis a quello che si presenta come un evidente numero da circo e niente più; quando penso ai 10 anni tra stop e burocrazia, allora ho quasi la sensazione che avrei preferito un bel parco archeologico e lo stop definitivo dei lavori, quando ad inizio cantiere venne ritrovato un insediamento di epoca ellenistica che rallenterà i lavori per due anni. Quelle rovine, dichiarate poi “delocalizzabili” dall’ex presidente della Regione ed ex ministro Agazio Loiero, ideatore della cittadella, quanto meno, non mascheravano dietro un fasto meschino ed ipocrita la decadenza a cui la politica calabrese ha abbandonato il suo territorio con la schizofrenia interessata della sua progettualità.
Milano, ‘Feltri show’ alla presentazione di Sovranità: “basta prendere ordini dall’Europa”
E’ un Vittorio Feltri come al solito incontenibile a prendersi la scena in occasione della presentazione di “Sovranità” svoltasi ieri sera presso il C.A.M. di corso Garibaldi a Milano.
E lo fa all’insegna del no a quest’Europa: «Lingue, culture, economia, politica estera, fisco: niente accomuna i 27 paesi dell’Ue eccetto la moneta. Mai nella storia nazioni diverse sono state unite efficacemente soltanto da una moneta. E proprio in questi giorni, infatti, tocchiamo con mano l’inconsistenza dell’Europa sul caso Libia».
«Mondialismo o sovranità: il binomio destra-sinistra non rappresenta più il crinale di distinzione decisivo nella politica», spiega infatti Alberto Arrighi, ex deputato di An, tra gli animatori principali del nuovo soggetto della destra identitaria nato per sostenere il progetto politico di Matteo Salvini.
Del resto, lo slogan del movimento, «sovranità, identità, lavoro», rappresenta tre nette scelte di campo. Sovranità, prima di tutto, per recuperare il potere decisionale in ogni ambito: monetario, energetico, militare, economico, territoriale e rimettere al centro gli interessi del paese e dei cittadini italiani. Identità, in opposizione al multiculturalismo che snatura le nazioni. Lavoro, contro una finanza che si è impadronita dell’economia.
Una linea sulla quale sembra concordare l’editorialista de “Il Giornale” che, pur confessandosi idealmente europeista, contesta duramente l’Ue e non fa sconti a nessuno: «Monti, Letta e Renzi, tutti a baciare la pantofola della Merkel: lei ci prende per il culo, noi imbecilli che andiamo a prendere ordini».
L’ex direttore di “Libero” e de “Il Giornale”, che lo scorso anno ha pubblicato per Mondadori “Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l’Europa”, non è del resto nuovo ad uscite sovraniste e, nella sua lettura, la resa incondizionata dell’Italia ha un’origine ben precisa: «l’Italia negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta era all’avanguardia in ogni campo, aveva compiuto il suo miracolo economico, nonostante la guerra: l’Olivetti con il primo pc, l’invenzione della plastica, l’Eni, il nostro paese vanta da sempre le più grandi invenzioni. Poi nel ’68 hanno vinto i cretini, coloro che volevano distruggere ogni cosa».
Una provocazione, ma neanche troppo: «l’Italia ha sempre avuto a che fare col nemico interno, basti pensare che, alla morte del dittatore sovietico Breznev, metà parlamento andò al suo funerale, incluso Pertini, che ancora oggi è idolatrato. E durante la “Guerra fredda” mezza Italia faceva il tifo per il nemico contro gli interessi del proprio paese».
Nel mirino c’è, chiaramente, una sinistra che ha anteposto gli interessi di partito agli interessi nazionali, ma c’è soprattutto l’affermazione col ’68 di una visione del mondo rinunciataria, utopistica, politicamente corretta che, etichettando come fascista ogni forma di patriottismo, ha distrutto ogni ambizione italiana, ogni orgogliosa rivendicazione dei propri interessi, la capacità di lottare per la propria dignità, per il proprio paese.
«Una costituzione ipocrita», ha aggiunto Feltri, «ripudia la guerra ed alla sola idea della guerra, alla vista di un fucile, tremiamo. Abbiamo abolito la leva obbligatoria, rinunciato alla difesa, delegato tutto agli americani salvo poi accusarli di essere guerrafondai. Ma le guerre ci sono e noi abbiamo così soltanto azzerato la nostra dignità, diventando incapaci di dire no».
Un paese a capo chino, questo il frutto del ’68: una dittatura del politicamente corretto al punto che, spiega Riccardo Pelliccetti, inviato de “Il Giornale”, «se scriviamo la parola “clandestino” rischiamo di incorrere in sanzioni dell’ordine dei giornalisti».
«Anche la crescita demografica», ha ricordato il leghista Fabrizio Ricca, «è divenuto argomento tabù dopo la caduta del fascismo ed ora, con l’attuale tasso di crescita, siamo destinati a morire. La priorità ora è difendere i nostri confini dall’invasione in atto».
Diversi punti di contatto e priorità in comune: è, dunque, questo il collante tra ampi settori della cosiddetta destra radicale e la nuova Lega targata Matteo Salvini che, al di là dei personalismi, sembra avere le idee programmaticamente molto chiare ed un progetto a lungo termine per proseguire su questa linea, come dimostrato dai dieci punti presentati su “Il Foglio” lo scorso 11 febbraio.
Il programma di Salvini: nazionalizzazioni, produzione domestica, sovranità monetaria
«Meno Europa», come recita il primo punto, ma non solo: «nazionalizzazione di imprese strategiche e/o produttrici di beni richiesti dal mercato ma momentaneamente in crisi», «flessibilità di bilancio», «abolizione della legge Fornero», «no al Ttip» (Trattato transatlantico su commercio ed investimenti), «controllare le frontiere», zero tassazione per chi ha reddito zero, «superamento del sistema dei trasferimenti fiscali».
Un programma che, al di là delle semplificazioni giornalistiche, riflette una visione tutt’altro che classicamente liberale, d’impronta sociale e sovranista e, dunque, molto vicino alla cosiddetta destra identitaria.
«La difesa dell’euro si attua sulla pelle degli italiani […] mentre il riequilibrio potrebbe attuarsi in modo naturale con un cambio flessibile», esordisce il segretario della Lega, che bolla come fumo negli occhi anche l’attenzione eccessiva per un’inflazione sotto controllo: «anche in presenza di prezzi stabili (o addirittura in calo) se il reddito si riduce fortemente ecco che il potere d’acquisto svanisce […]. In pratica 100 per cento di inflazione pur con prezzi immobili».
E, poi, no al Tiip, come anticipavamo: «Spalancare ulteriormente l’Italia alla concorrenza estera mentre la nostra industria, la nostra agricoltura, il nostro allevamento sono in ginocchio significherebbe dare il colpo di grazia alla nostra economia», chiarisce Salvini, che sottolinea anche l’implicita cessione di sovranità nel demandare «ad altri le autorità di controllo e sorveglianza».
Il quarto punto potrebbe benissimo far parte del programma di politica economica di CasaPound e nessuno ci troverebbe nulla di strano, anzi: «In attesa del rilancio “naturale” dell’industria con il recupero della sovranità monetaria si potrebbero creare fabbriche e coltivazioni mirate alla produzione di beni esclusivamente importati da paesi extra Ue […]. La spesa necessaria alla riconversione delle imprese o, nel caso della produzione di beni abitualmente importati, alla copertura della realizzazione “sottocosto” di tali beni (se fosse conveniente produrre a prezzo pieno lo farebbero i privati) consentirà di rimettere in circolo denaro, contrastando al contempo lo squilibrio della bilancia commerciale perché si ridurrebbero le importazioni».
Priorità per le piccole e medie imprese a dispetto delle «grandi imprese globalizzate e delocalizzate» col «plauso costante di Confindustria»: «la chiave del nostro modello», spiega infatti, «sarà la produzione domestica […]. Se molti imprenditori italiani hanno deciso di delocalizzare salvando i propri profitti a scapito dei posti di lavoro si preparino a fare marcia indietro». Altro punto da anni cavallo di battaglia della destra identitaria.
«Un sistema previdenziale che diventa contributivo», afferma invece Salvini a proposito della legge Fornero, «ma al contempo lascia i lavoratori privi di un lavoro e della pensione è assurdo, barbaro e deve essere abolito». Dunque, più stato sociale contro i teorici del liberismo.
«Il Pd preme», aggiunge l’ottavo punto, «per l’azzeramento degli enti locali in Italia, la cessione di sovranità a Bruxelles e l’annegamento globalista in un mondo dominato dalle grandi multinazionali rese “competitive” dalla mano d’opera a basso prezzo incoraggiata ad invaderci con “mare nostrum” e frontiere aperte. Noi, anche qui, vogliamo l’esatto contrario. Siamo convinti che il “frullato” di culture e sapori faccia comodo solo a pochi e che invece nella diversità, nelle tradizioni e nelle autonomie locali vi sia la vera ricchezza. Pertanto siamo per uno stop all’immigrazione incontrollata in assenza di domanda di lavoro». Standing quasi ovation: considerate le premesse si poteva benissimo essere più chiari nel chiedere lo stop all’immigrazione, punto.
E ancora. «Terapia shock per mezzo dello strumento della flat tax. Un’unica aliquota molto bassa uguale per tutti, con una deduzione fissa su base familiare renderà dichiarare i propri redditi semplice e conveniente» secondo una logica di base precisa: «I debiti si ripagano col lavoro e con la crescita: considerare le coperture dei provvedimenti fiscali ex ante senza valutare l’impatto di tali provvedimenti sull’economia è un semplice metodo perché nulla cambi mai».
È invece la conclusione del discorso di Salvini a suscitare il bisogno di qualche chiarimento: non vogliamo pagare i debiti degli altri, i nostri soldi devono rimanere qua, non diamoli all’Europa. E fin qui ci siamo. Poi, però, il discorso prosegue con questa logica fin dentro i confini nazionali, giungendo a conclusioni che non possono esser digerite senza fiatare: «Noi proponiamo un sistema dove nessuno debba pagare per altri e dove ognuno possa essere competitivo con le proprie forze». «Pertanto», aggiunge in maniera ancora più esplicita, «dopo un iniziale ritorno allo status quo pre-euro, necessario per rimettere in piedi il tessuto industriale del nord Italia con l’aiuto di una valuta più leggera, occorrerà pensare a meccanismi di flessibilità (come ad esempio due monete) per riequilibrare la competitività del sud esattamente nello stesso modo in cui si cerca il recupero della competitività italiana verso la Germania».
Se fosse una premessa, una cura, in vista della crescita nazionale, ci si potrebbe ragionare. Ma l’assonanza con troppi slogan autonomisti già sentiti è impossibile da negare. Perciò qualche chiarimento sarebbe necessario. La sovranità è nazionale o non è. Ricordarlo costantemente a chi, al di fuori, dovesse metterlo in dubbio sarà il compito del neonato movimento.







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