Bambini scomparsi dopo la nascita di Israele: il governo desecreta 200mila documenti

Gil Grumbaum

Per decenni le autorità israeliane sono state accusate di aver nascosto le prove che migliaia di bambini, per due decenni a partire dalla fondazione dello Stato di Israele nel ’48, siano stati sottratti ai genitori – in genere ebrei provenienti da paesi arabi appena arrivati nel Paese – per esser consegnati nelle mani di ricche famiglie israeliane. E’ così che nelle settimane scorse il governo dello Stato mediorientale ha desecretato, dopo circa settant’anni, ben 200mila documenti relativi alla scomparsa di circa mille bambini, che secondo le indagini ufficiali sarebbero semplicemente morti per malattia o malnutrizione nei caotici momenti seguiti alla fondazione dello stato nel 1948.

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La no-profit finanziata da Soros: “Assumiamo attivisti contro Trump”

I titoli dei giornali, nelle ultime ore, sono soltanto per lui. Dopo l’8 novembre, Donald Trump fa capolino di continuo su quotidiani, notiziari e quant’altro. E, insieme a lui, si moltiplicano le notizie che riportano le reazioni alla sua elezioni. “Da Atlanta a Portland: terza notte di proteste contro Donald Trump”, scrive Rainews. Centinaia, infatti, sono stati gli arresti a seguito di proteste non sempre pacifiche. La Repubblica, poche ore prima, si era messa a spulciare twitter per poi postare: “Ecco il suo sessismo in una manciata di tweet“. Al Jazeera.com titolava: “Il presidente dell’Islamofobia“. The Indipendent raccontava due giorni fa: “Più di duecento episodi di razzismo riportati da quando Donald Trump ha conquistato la presidenza”. Il Telegraph, probabilmente non a torto, osservava: “I palestinesi non avranno mai il loro stato“, tutto mentre festeggiano, invece, Putin e Duterte, l’odiatissimo presidente russo e l’iperdiscusso presidente delle Filippine che aveva dato del “negro” ad Obama. “Quello che faremo è buttare fuori dal Paese o incarcerare gli immigrati irregolari che sono criminali o hanno precedenti criminali, membri di gang, trafficanti di droga“, ribadisce intanto Trump in una intervista alla Cbs, nonostante nei cortei sia ormai raffigurato con le sembianze di Hitler.

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Usa, nominati capo staff e consigliere: un “angelo” e un “diavolo” alla corte di Trump

Un moderato come capo del suo staff alla Casa Bianca, mentre il responsabile della sua campagna elettorale sarà a capo della strategia e consigliere ufficiale: dopo quella del vicepresidente Mike Pence, sono queste le prime nomine rese note dal neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che per questi due importanti ruoli ha fatto i nomi, rispettivamente, di Reince Priebus e di Stephen Bannon.

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Regno Unito, i giudici provano a fermare la Brexit: “prima il voto del parlamento”

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La Brexit ha subito uno stop decisivo, seppur non definitivo. Si è infatti pronunciata oggi l’Alta Corte inglese e, in seguito al ricorso di alcuni cittadini a favore del “Remain“, ha stabilito che il governo della conservatrice Theresa May non potrà far valere l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che riguarda appunto la clausola di rescissione dall’Ue, senza l’approvazione del Parlamento britannico.

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The Guardian: “Trump come Berlusconi”. Ma forse non è proprio così

“Abbiamo già visto Donald Trump – il suo nome era Silvio Berlusconi”. Non usa mezzi termini The Guardian: secondo il quotidiano inglese, infatti, il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti sarebbe la fotocopia del nostro ex premier. Non sarebbero una novità Trump ed il suo approccio alla politica da molti considerato slegato dai fatti, dal momento che già ventidue anni fa “scendeva in campo” Berlusconi e, spiega John Foot, la politica italiana non sarebbe stata più la stessa, tanto che gli stessi Renzi e Grillo sarebbero conseguenza del suo modello comunicativo.

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Accordo record sugli aiuti militari: il regalo di Obama a Israele prima dell’addio

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Il più imponente programma di aiuti militari mai concesso dagli Stati Uniti, ecco uno degli ultimi atti del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, prima delle prossime elezioni che vedranno sfidarsi la candidata democratica Hillary Clinton contro il repubblicano (osteggiato da molti all’interno del suo stesso schieramento) Donald Trump. Un accordo giunto dopo lunghissime trattative, raggiunto dal presidente statunitense e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nonostante la reciproca apparente diffidenza, che ha portato a diversi incidenti diplomatici negli ultimi anni, a cominciare dagli accordi Usa-Iran sul nucleare, poco graditi a Israele.

Un accordo che, nonostante la cifra record, non soddisfa pienamente le richieste del paese mediorientale, che chiedeva ben 45 miliardi di dollari ma ne ha ricevuti invece 38 (34 miliardi in euro) e non potrà più avvalersi della clausola per spendere un quarto degli aiuti economici in armamenti di fabbricazione israeliana, ciò che aveva in passato consentito un grosso vantaggio anche dal punto di vista economico: i prodotti dovranno essere rigorosamente di produzione statunitense. Il programma di aiuti siglato poche ore fa andrà a coprire il periodo che va dal 2019 al 2028, dal momento che gli accordi per 30 miliardi siglati da George W. Bush – considerato vicinissimo a Israele ma, a quanto pare, meno generoso quanto ad aiuti militari rispetto al Nobel per la pace Obama – scadranno proprio nel 2018.

Secondo “Le Figaro”, il piano, utile a mantenere la superiorità militare di Israele nell’area mediorientale, sarebbe stato raggiunto ora proprio in vista delle elezioni, col timore di doversi trovare poi a trattare con un Donald Trump che ha annunciato di voler rivedere alcuni programmi di assistenza giudicati non convenienti, pur senza chiamarne in causa nessuno in particolare.

Emmanuel Raffaele, 15 set 2016

Black Lives Matter, nove arresti a Londra: “l’inquinamento è razzista”. E invadono la pista

160906102433-01-london-city-airport-0906-exlarge-169Nove manifestanti appartenenti al movimento “Black Lives Matter” sono stati arrestati a Londra, dopo aver invaso la pista e bloccato, nelle prime ore di questa mattina, le attività del London City Airport. Al centro della loro protesta la questione climatica e le sue fantomatiche implicazioni razziste e, nella fattispecie, anche il previsto ampliamento dell’aeroporto in questione. In un comunicato il movimento ha dichiarato: “Questa azione è stata compiuta per far luce sull’impatto ambientale del Regno Unito sulla vita delle persone di colore a livello locale e globale”.

Secondo il movimento nato oltre oceano e ben presto sbarcato in Gran Bretagna, essendo il paese il responsabile maggiore a livello pro-capite dell’immissione nell’atmosfera di fattori inquinanti connessi all’aumento della temperatura globale, ma anche uno dei meno esposti ai suoi effetti, il Regno Unito sarebbe l’esempio di come “la crisi climatica è una crisi razzista”. Anche nel Regno Unito, del resto, secondo Black Lives Matter, “i neri hanno il 28% di possibilità in più di essere esposti all’inquinamento atmosferico”. Ecco, dunque, perché questa mattina, prima dell’alba, dopo aver bypassato i controlli intorno all’aeroporto, nove di loro hanno occupato una delle piste di decollo ed atterraggio dell’aeroporto londinese, causando ritardi ed il dirottamento di molti voli sugli aeroporti di Gatwick e Southend. La polizia, chiamata già intorno alle 5.40, avrebbe proceduto con gli arresti soltanto intorno alle 9.30. Le operazioni, ha fatto sapere Scotland Yard, si sono concluse poco prima delle 11.30, ben sei ore dopo l’occupazione della pista.

I Verdi hanno dato il loro sostegno alla protesta, concordando sulle implicazioni razziste della crisi climatica. Di certo c’è che, in realtà, proprio il movimento nato in difesa dei neri assume sempre di più una forte connotazione razziale, che ha poco a che fare anche con le istanze egualitarie e, quanto ai metodi, è altrettanto vero che le manifestazioni sono realmente spesso sfociate in azioni violente. Ma il razzismo “black”, come al solito, non desta troppo allarme: sarebbe politicamente scorretto. O, semplicemente, politicamente sconveniente.

Emmanuel Raffaele, 6 set 2016

Germania, 78 miliardi per i richiedenti asilo: insegnargli il tedesco e trovargli un lavoro

In Germania, in un anno, i richiedenti asilo che hanno ottenuto benefit sono stati ben 975mila, in aumento del 169%, per una spesa totale di 5,3 miliardi di euro nel 2015, praticamente raddoppiata rispetto all’anno precedente quando la cifra si era fermata ai 2,4 miliardi. Una cifra enorme e che esclude, peraltro, tutti coloro che hanno ricevuto già lo status di rifugiato, anche dovuta al fatto che “solo un’esigua minoranza del milione di persone entrate nel paese l’anno scorso ha trovato un lavoro”, secondo il “Sole 24 ore”, che ha pubblicato l’indagine con i dati in questione. A ricevere i benefici sono soprattutto uomini (67%) giovanissimi (25 anni l’età media), mentre appena il 30% della cifra complessiva è stata utilizzata per assistenza ai minori. Trova conferma, dunque, l’impressione che le famiglia in fuga dalla guerra non compongano la fetta più consistente di questa ondata migratoria ininterrotta.

Nel frattempo, grandi aziende del settore automobilistico hanno reso noto che i programmi di formazione dedicati agli immigrati, promossi dalla Merkel, sono andati bene. Così la Daimler, che aveva dato vita a tirocini (finanziati per metà con soldi pubblici tedeschi) di 14 settimane per quaranta richiedenti asilo, tra i 20 ed i 51 anni, provenienti da Afghanistan, Eritrea, Gambia, Nigeria, Pakistan e Siria. Il fine era quello di insegnare loro il tedesco ed il lavoro nelle fabbriche. Missione compiuta a quanto pare. Mentre la Porsche prepara l’ingresso nella sua squadra di undici dei tredici richiedenti asilo (dai 16 ai 38 anni) che avevano partecipato ad un programma di inserimento simile. “Eravamo fermamente intenzionati ad assistere i rifugiati nel loro processo di integrazione”, ha dichiarato Andreas Haffner del settore Risorse umane dell’azienda automobilistica, che a novembre avvierà un percorso identico per altri quindici persone e che ha intenzione di reinserire nel programma d’insegnamento anche i due non ancora pronti all’inserimento lavorativo che avevano partecipato ai corsi appena conclusi.

Il Ministero delle Finanze tedesche, nel frattempo, prevede che ben 77,6 miliardi saranno ancora spesi tra il 2017 ed il 2020 per gli immigrati, “per nutrirli, addestrarli al lavoro, dare loro una casa” volendo usare le parole del “Sole 24 ore”. Infatti, nonostante la responsabilità degli aiuti ricada sugli enti “regionali”, il governo centrale ha contribuito molto alla spesa in questo campo, assegnando ai länder 670 euro extra per ogni richiedente asilo ricevuto.

Poi, se “Alternativa per la Germania” supera la Cdu nella pur piccola regione del Meclemburgo-Pomerania, non state a farvi troppe domande, il perché è chiaro: è solo un modo per gridare “prima di tedeschi” e dire basta a queste politiche a tutti gli effetti razziste contro i cittadini.

Emmanuel Raffaele, 8 set 2016

Londra, disordini in Hyde Park al grido di “Black Lives Matter”

Londra, 20 lug – Secondo l’Evening Standard, forse in un eccesso di enfasi giornalistica, è stata “la peggiore esplosione di violenza giovanile dalle rivolte del 2011“. Scontri, lanci di bottiglie, vetri rotti e qualche agente di polizia accoltellato in pieno centro, nello storico Hyde Park a Londra, dopo una festa organizzata attraverso i social network.

Centinaia di ragazzi, respinti poi fino a Marble Arch e rimasti qui fino a mezzanotte, hanno creato disordini al ritmo dell’ormai noto slogan “Black Lives Matter“, a partire dal  tardo pomeriggio, quando hanno improvvisamente reagito con violenza alla massiccia presenza delle forze dell’ordine, dando il via agli scontri.

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Autorità palestinese contro Regno Unito: “Dichiarazione Balfour” illegittima. Israele protesta

MFA Director General Dore Gold

Nei giorni scorsi il ministro degli esteri dell’Autorità palestinese, Riyad al-Maliki, in un discorso tenuto prima di una riunione della Lega araba in Mauritania, a nome del presidente Mahmoud Abbas, aveva chiesto sostegno nella messa a punto di una procedura legale contro la Gran Bretagna per la Dichiarazione Balfour del 1917. A poche ore di distanza, Dore Gold, nominato direttore generale del ministero degli Affari esteri israeliano da Netanyahu, in un comunicato, ha dichiarato: “A parte l’evidente mancanza di qualsiasi base giuridica per la rivendicazione di Abbas, l’iniziativa stessa dimostra ancora una volta il persistente rifiuto della controparte palestinese di riconoscere la legittima e originaria connessione del popolo ebraico alla sua antica patria“. Il documento in questione, risalente al 2 novembre del 1917, è quello attraverso il quale l’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour espresse ufficialmente l’intenzione del Regno Unito di sostenere “la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico“, in vista della futura spartizione del paese e dell’imminente mandato britannico sulla Palestina dopo la conclusione del primo conflitto mondiale ed il disfacimento dell’impero ottomano. Una missiva indirizzata a Lionel Walter Rothschild, in quanto rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista, che venne poi inclusa nei trattati di pace che assegnavano ufficialmente la Palestina al Regno Unito, un atto che, prosegue Gold, “ha avuto l’effetto di trasformare la posizione politica espressa nella Dichiarazione Balfour in un obbligo giuridico riconosciuto a livello internazionale”. Secondo la parte israeliana, questo atto spiegherebbe la pretesa di inserire il riconoscimento della legittimità di Israele in ogni negoziato; riconoscimento che quest’atto metterebbe in dubbio. Ora, in attesa di capire se le intenzioni siano serie e quali saranno le argomentazioni addotte,  è indubbio che l’iniziativa palestinese presta il fianco a queste critiche e sembra avere un forte sapore propagandistico: cosa si spera concretamente di poter ottenere? Ma, questioni di real politik a parte, l’iniziativa ha, se non altro, il merito di ricordare il contesto storico che vide, trent’anni dopo, la nascita dello stato di Israele, probabilmente anche in contraddizione con uno dei passaggi di quella famosa dichiarazione: “Il governo di Sua Maestà […] si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina”. Ma è certo che  proprio nella volontà affermatasi e che portò un popolo a colonizzare la terra d’altri in nome di un diritto tuttalpiù risalente a migliaia di anni prima, in una concezione di popolo che contraddice i principi stessi dello stato laico, con le conseguente sparizione della Palestina e, di fatto, l’erosione dei diritti delle popolazioni arabe che ci vivevano, è possibile ritrovare l’origine dei mali che hanno sconvolto e continuano a sconvolgere quella regione.

Emmanuel Raffaele, 29 lug 2016