I titoli dei giornali, nelle ultime ore, sono soltanto per lui. Dopo l’8 novembre, Donald Trump fa capolino di continuo su quotidiani, notiziari e quant’altro. E, insieme a lui, si moltiplicano le notizie che riportano le reazioni alla sua elezioni. “Da Atlanta a Portland: terza notte di proteste contro Donald Trump”, scrive Rainews. Centinaia, infatti, sono stati gli arresti a seguito di proteste non sempre pacifiche. La Repubblica, poche ore prima, si era messa a spulciare twitter per poi postare: “Ecco il suo sessismo in una manciata di tweet“. Al Jazeera.com titolava: “Il presidente dell’Islamofobia“. The Indipendent raccontava due giorni fa: “Più di duecento episodi di razzismo riportati da quando Donald Trump ha conquistato la presidenza”. Il Telegraph, probabilmente non a torto, osservava: “I palestinesi non avranno mai il loro stato“, tutto mentre festeggiano, invece, Putin e Duterte, l’odiatissimo presidente russo e l’iperdiscusso presidente delle Filippine che aveva dato del “negro” ad Obama. “Quello che faremo è buttare fuori dal Paese o incarcerare gli immigrati irregolari che sono criminali o hanno precedenti criminali, membri di gang, trafficanti di droga“, ribadisce intanto Trump in una intervista alla Cbs, nonostante nei cortei sia ormai raffigurato con le sembianze di Hitler.
POLITICA INTERNAZIONALE
Analisi e approfondimenti dedicati a notizie e tematiche di politica internazionale, con un’attenzione particolare rivolta ai due grandi blocchi culturali di lingua spagnola e inglese: Spagna e America Latina, Regno Unito e Stati Uniti.
Usa, nominati capo staff e consigliere: un “angelo” e un “diavolo” alla corte di Trump
Un moderato come capo del suo staff alla Casa Bianca, mentre il responsabile della sua campagna elettorale sarà a capo della strategia e consigliere ufficiale: dopo quella del vicepresidente Mike Pence, sono queste le prime nomine rese note dal neoeletto presidente degli Stati Uniti Donald Trump, che per questi due importanti ruoli ha fatto i nomi, rispettivamente, di Reince Priebus e di Stephen Bannon.
Regno Unito, i giudici provano a fermare la Brexit: “prima il voto del parlamento”
La Brexit ha subito uno stop decisivo, seppur non definitivo. Si è infatti pronunciata oggi l’Alta Corte inglese e, in seguito al ricorso di alcuni cittadini a favore del “Remain“, ha stabilito che il governo della conservatrice Theresa May non potrà far valere l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che riguarda appunto la clausola di rescissione dall’Ue, senza l’approvazione del Parlamento britannico.
The Guardian: “Trump come Berlusconi”. Ma forse non è proprio così
“Abbiamo già visto Donald Trump – il suo nome era Silvio Berlusconi”. Non usa mezzi termini The Guardian: secondo il quotidiano inglese, infatti, il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti sarebbe la fotocopia del nostro ex premier. Non sarebbero una novità Trump ed il suo approccio alla politica da molti considerato slegato dai fatti, dal momento che già ventidue anni fa “scendeva in campo” Berlusconi e, spiega John Foot, la politica italiana non sarebbe stata più la stessa, tanto che gli stessi Renzi e Grillo sarebbero conseguenza del suo modello comunicativo.
Accordo record sugli aiuti militari: il regalo di Obama a Israele prima dell’addio
Il più imponente programma di aiuti militari mai concesso dagli Stati Uniti, ecco uno degli ultimi atti del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, prima delle prossime elezioni che vedranno sfidarsi la candidata democratica Hillary Clinton contro il repubblicano (osteggiato da molti all’interno del suo stesso schieramento) Donald Trump. Un accordo giunto dopo lunghissime trattative, raggiunto dal presidente statunitense e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nonostante la reciproca apparente diffidenza, che ha portato a diversi incidenti diplomatici negli ultimi anni, a cominciare dagli accordi Usa-Iran sul nucleare, poco graditi a Israele.
Un accordo che, nonostante la cifra record, non soddisfa pienamente le richieste del paese mediorientale, che chiedeva ben 45 miliardi di dollari ma ne ha ricevuti invece 38 (34 miliardi in euro) e non potrà più avvalersi della clausola per spendere un quarto degli aiuti economici in armamenti di fabbricazione israeliana, ciò che aveva in passato consentito un grosso vantaggio anche dal punto di vista economico: i prodotti dovranno essere rigorosamente di produzione statunitense. Il programma di aiuti siglato poche ore fa andrà a coprire il periodo che va dal 2019 al 2028, dal momento che gli accordi per 30 miliardi siglati da George W. Bush – considerato vicinissimo a Israele ma, a quanto pare, meno generoso quanto ad aiuti militari rispetto al Nobel per la pace Obama – scadranno proprio nel 2018.
Secondo “Le Figaro”, il piano, utile a mantenere la superiorità militare di Israele nell’area mediorientale, sarebbe stato raggiunto ora proprio in vista delle elezioni, col timore di doversi trovare poi a trattare con un Donald Trump che ha annunciato di voler rivedere alcuni programmi di assistenza giudicati non convenienti, pur senza chiamarne in causa nessuno in particolare.
Emmanuel Raffaele, 15 set 2016
Black Lives Matter, nove arresti a Londra: “l’inquinamento è razzista”. E invadono la pista
Nove manifestanti appartenenti al movimento “Black Lives Matter” sono stati arrestati a Londra, dopo aver invaso la pista e bloccato, nelle prime ore di questa mattina, le attività del London City Airport. Al centro della loro protesta la questione climatica e le sue fantomatiche implicazioni razziste e, nella fattispecie, anche il previsto ampliamento dell’aeroporto in questione. In un comunicato il movimento ha dichiarato: “Questa azione è stata compiuta per far luce sull’impatto ambientale del Regno Unito sulla vita delle persone di colore a livello locale e globale”.
Secondo il movimento nato oltre oceano e ben presto sbarcato in Gran Bretagna, essendo il paese il responsabile maggiore a livello pro-capite dell’immissione nell’atmosfera di fattori inquinanti connessi all’aumento della temperatura globale, ma anche uno dei meno esposti ai suoi effetti, il Regno Unito sarebbe l’esempio di come “la crisi climatica è una crisi razzista”. Anche nel Regno Unito, del resto, secondo Black Lives Matter, “i neri hanno il 28% di possibilità in più di essere esposti all’inquinamento atmosferico”. Ecco, dunque, perché questa mattina, prima dell’alba, dopo aver bypassato i controlli intorno all’aeroporto, nove di loro hanno occupato una delle piste di decollo ed atterraggio dell’aeroporto londinese, causando ritardi ed il dirottamento di molti voli sugli aeroporti di Gatwick e Southend. La polizia, chiamata già intorno alle 5.40, avrebbe proceduto con gli arresti soltanto intorno alle 9.30. Le operazioni, ha fatto sapere Scotland Yard, si sono concluse poco prima delle 11.30, ben sei ore dopo l’occupazione della pista.
I Verdi hanno dato il loro sostegno alla protesta, concordando sulle implicazioni razziste della crisi climatica. Di certo c’è che, in realtà, proprio il movimento nato in difesa dei neri assume sempre di più una forte connotazione razziale, che ha poco a che fare anche con le istanze egualitarie e, quanto ai metodi, è altrettanto vero che le manifestazioni sono realmente spesso sfociate in azioni violente. Ma il razzismo “black”, come al solito, non desta troppo allarme: sarebbe politicamente scorretto. O, semplicemente, politicamente sconveniente.
Emmanuel Raffaele, 6 set 2016
Germania, 78 miliardi per i richiedenti asilo: insegnargli il tedesco e trovargli un lavoro
In Germania, in un anno, i richiedenti asilo che hanno ottenuto benefit sono stati ben 975mila, in aumento del 169%, per una spesa totale di 5,3 miliardi di euro nel 2015, praticamente raddoppiata rispetto all’anno precedente quando la cifra si era fermata ai 2,4 miliardi. Una cifra enorme e che esclude, peraltro, tutti coloro che hanno ricevuto già lo status di rifugiato, anche dovuta al fatto che “solo un’esigua minoranza del milione di persone entrate nel paese l’anno scorso ha trovato un lavoro”, secondo il “Sole 24 ore”, che ha pubblicato l’indagine con i dati in questione. A ricevere i benefici sono soprattutto uomini (67%) giovanissimi (25 anni l’età media), mentre appena il 30% della cifra complessiva è stata utilizzata per assistenza ai minori. Trova conferma, dunque, l’impressione che le famiglia in fuga dalla guerra non compongano la fetta più consistente di questa ondata migratoria ininterrotta.
Nel frattempo, grandi aziende del settore automobilistico hanno reso noto che i programmi di formazione dedicati agli immigrati, promossi dalla Merkel, sono andati bene. Così la Daimler, che aveva dato vita a tirocini (finanziati per metà con soldi pubblici tedeschi) di 14 settimane per quaranta richiedenti asilo, tra i 20 ed i 51 anni, provenienti da Afghanistan, Eritrea, Gambia, Nigeria, Pakistan e Siria. Il fine era quello di insegnare loro il tedesco ed il lavoro nelle fabbriche. Missione compiuta a quanto pare. Mentre la Porsche prepara l’ingresso nella sua squadra di undici dei tredici richiedenti asilo (dai 16 ai 38 anni) che avevano partecipato ad un programma di inserimento simile. “Eravamo fermamente intenzionati ad assistere i rifugiati nel loro processo di integrazione”, ha dichiarato Andreas Haffner del settore Risorse umane dell’azienda automobilistica, che a novembre avvierà un percorso identico per altri quindici persone e che ha intenzione di reinserire nel programma d’insegnamento anche i due non ancora pronti all’inserimento lavorativo che avevano partecipato ai corsi appena conclusi.
Il Ministero delle Finanze tedesche, nel frattempo, prevede che ben 77,6 miliardi saranno ancora spesi tra il 2017 ed il 2020 per gli immigrati, “per nutrirli, addestrarli al lavoro, dare loro una casa” volendo usare le parole del “Sole 24 ore”. Infatti, nonostante la responsabilità degli aiuti ricada sugli enti “regionali”, il governo centrale ha contribuito molto alla spesa in questo campo, assegnando ai länder 670 euro extra per ogni richiedente asilo ricevuto.
Poi, se “Alternativa per la Germania” supera la Cdu nella pur piccola regione del Meclemburgo-Pomerania, non state a farvi troppe domande, il perché è chiaro: è solo un modo per gridare “prima di tedeschi” e dire basta a queste politiche a tutti gli effetti razziste contro i cittadini.
Emmanuel Raffaele, 8 set 2016
Londra, disordini in Hyde Park al grido di “Black Lives Matter”
Londra, 20 lug – Secondo l’Evening Standard, forse in un eccesso di enfasi giornalistica, è stata “la peggiore esplosione di violenza giovanile dalle rivolte del 2011“. Scontri, lanci di bottiglie, vetri rotti e qualche agente di polizia accoltellato in pieno centro, nello storico Hyde Park a Londra, dopo una festa organizzata attraverso i social network.
Centinaia di ragazzi, respinti poi fino a Marble Arch e rimasti qui fino a mezzanotte, hanno creato disordini al ritmo dell’ormai noto slogan “Black Lives Matter“, a partire dal tardo pomeriggio, quando hanno improvvisamente reagito con violenza alla massiccia presenza delle forze dell’ordine, dando il via agli scontri.
Autorità palestinese contro Regno Unito: “Dichiarazione Balfour” illegittima. Israele protesta
Nei giorni scorsi il ministro degli esteri dell’Autorità palestinese, Riyad al-Maliki, in un discorso tenuto prima di una riunione della Lega araba in Mauritania, a nome del presidente Mahmoud Abbas, aveva chiesto sostegno nella messa a punto di una procedura legale contro la Gran Bretagna per la Dichiarazione Balfour del 1917. A poche ore di distanza, Dore Gold, nominato direttore generale del ministero degli Affari esteri israeliano da Netanyahu, in un comunicato, ha dichiarato: “A parte l’evidente mancanza di qualsiasi base giuridica per la rivendicazione di Abbas, l’iniziativa stessa dimostra ancora una volta il persistente rifiuto della controparte palestinese di riconoscere la legittima e originaria connessione del popolo ebraico alla sua antica patria“. Il documento in questione, risalente al 2 novembre del 1917, è quello attraverso il quale l’allora ministro degli esteri inglese Arthur Balfour espresse ufficialmente l’intenzione del Regno Unito di sostenere “la costituzione in Palestina di un focolare nazionale per il popolo ebraico“, in vista della futura spartizione del paese e dell’imminente mandato britannico sulla Palestina dopo la conclusione del primo conflitto mondiale ed il disfacimento dell’impero ottomano. Una missiva indirizzata a Lionel Walter Rothschild, in quanto rappresentante della comunità ebraica inglese e referente del movimento sionista, che venne poi inclusa nei trattati di pace che assegnavano ufficialmente la Palestina al Regno Unito, un atto che, prosegue Gold, “ha avuto l’effetto di trasformare la posizione politica espressa nella Dichiarazione Balfour in un obbligo giuridico riconosciuto a livello internazionale”. Secondo la parte israeliana, questo atto spiegherebbe la pretesa di inserire il riconoscimento della legittimità di Israele in ogni negoziato; riconoscimento che quest’atto metterebbe in dubbio. Ora, in attesa di capire se le intenzioni siano serie e quali saranno le argomentazioni addotte, è indubbio che l’iniziativa palestinese presta il fianco a queste critiche e sembra avere un forte sapore propagandistico: cosa si spera concretamente di poter ottenere? Ma, questioni di real politik a parte, l’iniziativa ha, se non altro, il merito di ricordare il contesto storico che vide, trent’anni dopo, la nascita dello stato di Israele, probabilmente anche in contraddizione con uno dei passaggi di quella famosa dichiarazione: “Il governo di Sua Maestà […] si adopererà per facilitare il raggiungimento di questo scopo, essendo chiaro che nulla deve essere fatto che pregiudichi i diritti civili e religiosi delle comunità non ebraiche della Palestina”. Ma è certo che proprio nella volontà affermatasi e che portò un popolo a colonizzare la terra d’altri in nome di un diritto tuttalpiù risalente a migliaia di anni prima, in una concezione di popolo che contraddice i principi stessi dello stato laico, con le conseguente sparizione della Palestina e, di fatto, l’erosione dei diritti delle popolazioni arabe che ci vivevano, è possibile ritrovare l’origine dei mali che hanno sconvolto e continuano a sconvolgere quella regione.
Emmanuel Raffaele, 29 lug 2016
I pub hanno sconfitto i grattacieli: tutta l’identità inglese in quel “leave”
Circa il 64% degli elettori tra i 18 e i 24 anni non era interessato a dire la sua sulla brexit. Il dato, dopo ore di accanimento mediatico contro vecchi, provinciali e poveri, è sfuggito di bocca all’ex premier Enrico Letta. Al contrario, ha evidenziato, è stato l’83% degli over 65 a votare al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Altro dato interessante: erano ammessi al voto gli immigrati residenti dei 54 paesi del Commonwealth, ma non i cittadini europei residenti, il che già rende l’idea di cosa è il Regno Unito. Fondamentalmente, infine, hanno votato per la brexit tutto il Galles, l’Inghilterra, mentre hanno votato a favore dell’Ue la Scozia, l’Irlanda del Nord e la Greater London, ovvero tutti quelli a cui il Regno Unito sta stretto. Basti guardare all’esempio di Gibilterra, conteso con la Spagna: ha votato “remain” il 96,9% dei votanti, un record. Ed a poche ore dal voto, infatti, c’è chi chiede addirittura l’indipendenza di Londra.
Hanno votato per l’Unione Europea le aree meno “patriottiche”, le aree meno “inglesi”, inclusa una Londra invasa da immigrati di ogni parte del mondo e da banchieri, che in queste ore i giornali danno allarmati e in procinto di spostarsi al di qua della Manica. Vedremo cosa accadrà ma, sicuramente, il fatto che la finanza abbandoni il Regno Unito, come se prima e dopo l’Ue ci sia il buio, non è credibile. Come evidenziavamo poc’anzi, il Commonwealth e le ex colonie hanno avuto un grande ruolo nello sviluppo economico della Gran Bretagna, la cui economia ha invece conosciuto vari periodi di rallentamento sotto l’Unione Europea ed è rimasta forte anche grazie ad una moneta propria. La brexit non è un risultato in sé, come non lo sarebbe il crollo dell’Unione Europea. La brexit è un punto di partenza. Sta a loro e a noi, ora, fare le mosse giuste. Ed è fondamentale chi sarà al governo, ammesso che il verdetto popolare sarà rispettato, il che non è per nulla scontato. Oltre due milioni di persone hanno già sottoscritto una petizione per ritornare al voto, i liberali (!) hanno chiesto di ignorare l’esito del referendum, i giornali stanno creando il caso sul pentimento di molti che hanno votato “leave” e la propaganda è ancor più forte di prima. Ed è curioso, a posteriori, riguardare il volantino distribuito da alcuni sostenitori del “remain” con il grafico che dava le piccole imprese al 75% favorevoli alla brexit. In basso, la firma: Goldman Sachs aveva commissionato quel sondaggio. Sicuramente la finanza non era a favore del “leave”, ma questo non vuol dire che adesso se ne starà a guardare e si darà per sconfitta. Pensarlo vorrebbe dire leggere la realtà in maniera schematica e riduttiva. Le possibilità, d’altronde, ci sono eccome; la Gran Bretagna, con una percentuale del resto molto ridotta pari al 51,9%, non ha votato per l’isolamento, ha semplicemente scelto l’indipendenza politica. La libertà di decidere con chi fare affari, come tutti gli altri paesi al mondo che non fanno parte dell’Unione Europa, compresa la Svizzera, che pure sta nel cuore dell’Europa e non muore di fame. Senza contare il peso politico ed economico del Regno Unito. Ecco perché la brexit è solo un punto di partenza ed ecco perché, d’altra parte, era possibile schierarsi soltanto da una parte. La brexit ha fatto uno sgambetto alla finanza, ma non è finita. In prospettiva europea, le possibilità sono altrettanto notevoli, sia a livello politico che economico e tutto sta nel giocarsi bene le proprie carte. Altra osservazione in merito ai dati rilevati, dicevamo, è quella sulla cosiddetta “generazione Erasmus”: giornali e politici progressisti si sono accaniti in maniera inquietante contro “ignoranti” ed operai delle periferie, contro lo stesso concetto di democrazia, in un corto circuito che è uno degli aspetti più rilevanti del voto, censurando per prima cosa la scelta di indire un referendum e giungendo a conclusioni sulle quali ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Nessuno ha invece colto l’altra faccia della medaglia: il disinteresse di quella generazione, cresciuta senza identità e nella cultura “arcobaleno”. E’ anche questa una riflessione, laddove l’astensione è stata complessivamente abbastanza limitata (27,8%). Altra riflessione, è che il “leave” ha vinto contro ogni sondaggio, nonostante l’omicidio di Jo Cox, nonostante abbiano associato il brexit al disastro economico, governi e strutture sovranazionali abbiano minacciato letteralmente il popolo inglese, abbiano annunciato la fine di Londra, prospettato la deportazioni degli stranieri, una sanità allo sfascio, il pericolo per la sicurezza nazionale, il nostro Saviano – che oggi si dispera e maledice il popolo – aveva addirittura collegato i sostenitori della brexit a chi ricicla denaro sporco, aziende francesi avevano acquistato pagine di giornale per pregare gli inglesi di restare, le multinazionali avesse fatto campagna per restare, il banchiere Soros si era schierato, la Francia lasciava intuire ritorsioni sul fronte immigrati. Quello inglese è stato, se non altro, uno scatto d’orgoglio, ben riassunto dal discorso finale di Boris Johnson, leader conservatore, due volte sindaco di Londra e principale esponente del ‘partito’ del “leave”, che ha sottolineato: “loro dicono ‘non possiamo’, noi diciamo ‘noi possiamo’. Loro dicono ‘non abbiamo altra scelta che inchinarci a Bruxelles, noi diciamo ‘voi state incredibilmente sottostimando questo paese e ciò che può fare”. Per poi concludere così la sua esortazione: “Se votiamo “leave” e ci riprendiamo il controllo, giovedì sarà il giorno dell’indipendenza del nostro Paese”. Consapevole di questo orgoglio britannico, d’altronde, il posizionamento che da mesi perseguiva il premier Cameron era fondato su un solido sostegno al “remain”, certo, seguito però dalle trattative con l’Ue sul welfare ed altri punti che premevano al paese e che permettono di leggere sicuramente la sua strategia come un “abbiamo ottenuto ciò che volevamo, ora ci conviene restare”, piuttosto che col tono di sudditanza del genere “ce lo chiede l’Europa”, che invece riscuote tanto successo dalle nostre parti.

In tutto ciò, c’è il dato principale: il popolo inglese tiene alla propria indipendenza ed ha una identità, coscienza e forza propria, io direi una certa risolutezza, che è un po’ il loro tratto distintivo e ne fa dei “pragmatici autoritari” da secoli, nel bene e nel male. Il popolo inglese si percepisce ed è altro rispetto all’Europa. Nella sua identità la monarchia ha simbolicamente un ruolo importante, suscita un profondo rispetto e riscuote un forte consenso non solo popolare ma anche e soprattutto mediatico e basterebbe aver sfogliato i giornali in questi mesi, con le celebrazioni per il novantesimo compleanno della regina più longeva per rendersene conto. Il Regno Unito ha un carattere più vicino, per motivi storici ed economici, a quello degli Usa. E che sia Europa è soltanto una questione geografica. Del resto, ha mantenuto la propria moneta, il sovrano è a capo di una chiesa di Stato, nata da un contrasto con il Vaticano ai tempi di Enrico VIII a cui si deve appunto la nascita della Chiesa anglicana, conserva le proprie unità di misura, si guida al contrario e, soprattutto, qui nessuno si vergogna a sventolare la propria bandiera. Esibire la propria potenza militare non è ancora un peccato originale, basti pensare ad una delle piazze principali, Trafalgar Square, che celebra una vittoria e, con enorme colonna, l’ammiraglio Nelson. Il patriottismo, qui, non è ancora passato di moda. La cultura politica, del resto, ha una storia del tutto diversa da quella continentale. E, per dirla tutta, il Regno Unito è stata la prima tra le potenze europee ad avere un impero e l’ultima a rinunciarvi, dopo almeno quattro secoli, soltanto negli anni Novanta, con la restituzione di Hong Kong alla Cina. Un padrone brutale con le colonie africane ed asiatiche, che ha un grosso ruolo sulle attuali criticità dello scenario mediorientale (nascita di Israele inclusa), che ha dominato l’Australia, ha lottato per mantenere nel regno l’Irlanda col ferro e col fuoco, trattando i cattolici e gli irlandesi per secoli come cittadini di serie b. È stata “la più grande organizzazione criminale mai esistita nel traffico della droga” (Corrado Augias, “I segreti di Londra) allorché, a metà Ottocento, lasciava smerciare ai suoi “commercianti” l’oppio in Cina fino a scontrarsi ed umiliare militarmente il paese asiatico (con stragi di civili incluse) in nome degli interessi economici. Nei primi anni del Novecento ha fatto la guerra ai boeri per il dominio dei territori sudafricani e delle sue risorse diamantifere, inventando i campi di concentramento, rinchiudendovi metà di loro (22mila bambini, 4mila donne e 2mila uomini vi moriranno) e permettendo stupri di massa ai suoi soldati. Negli anni Ottanta ha “persino” rivendicato armi in pugno la sovranità sugli isolotti delle Falkland, sulle quali l’Argentina pretendeva la sovranità. Possiede ancora quattordici territori d’oltremare tra cui Gibilterra, contesa con la Spagna. E’, come accennavamo, attualmente guida dei paesi del Commonwealth, associazione di stati di natura peculiare che comprende praticamente tutte le ex colonie.
Il presidente degli Stati Uniti Obama ha rimbrottato gli inglesi favorevoli al “leave” con toni forti, certo, ma erano i toni che si usano con un concorrente che ti vuole fregare. Non quelli di chi parla ad un popolo sottomesso e, sicuramente, il responso ha dimostrato che almeno la metà del popolo inglese non è disposto a sottomettersi. Gli Stati Uniti, dopo tutto, sono anch’essi un ex colonia; la visita ai reali è stata cordiale, un dialogo tra pari grado. Soltanto la Francia di De Gaulle ha osato sfidare il predominio americano sul continente e, allo stesso tempo, l’idea di Europa attuale in cui gli organi sovranazionali e non le nazioni hanno il potere decisionale. Infatti, soltanto Francia e Regno Unito hanno diritto di veto all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I trionfi militari contano. La potenza vuol dire ancora libertà. “Internazionale”, prima del referendum, faceva cenno, polemicamente, alla nostalgia imperiale degli inglesi. Non è un errore di lettura. Johnson, dicevamo, sottolineava il concetto di indipendenza; il 22 giugno il “Sun” in prima pagina titolava, a caratteri cubitali: “INDIPENDENCE DAY. BRITAIN’S RESURGENCE”. Certo, non avrebbe mai potuto farlo il moderato Times, che ogni giorno ospitava articoli contro “Boris”. Londra è per il “remain”. Londra, la City, la parte benestante del paese. E se l’incremento di 513mila abitanti dell’anno scorso era dovuto per due terzi all’immigrazione, solo a Londra questo incremento è stato di 135mila unità, nonostante i 77mila londinesi spostatisi altrove. Solo nell’ultimo anno, del resto, oltre 55mila italiani hanno fatto richiesta per ottenere il National Insurance Number, indispensabile per poter lavorare nel Regno Unito. La popolazione italiana stimata nella capitale cresce a ritmi vertiginosi sopra la quota dei 600mila. Non è l’emigrazione di un tempo, è un’emigrazione semplificata dai voli low cost. C’è il sogno, c’è la concretezza, la convenienza e, a volte, la superficialità. La brexit non farà male. Senz’altro non farà male a noi, a fermare questa emorragia. Perché la “generazione Erasmus” vola a Londra anche perché, crede, qui le identità si mescolano. Questo è il sogno di Londra. E c’è del vero e c’è del falso. Ci sono, di fatto, due realtà parallele, come quelle che hanno votato dimostrando le divisioni interne al paese. In realtà, Londra, quella vera, è una città dove le identità sono tante e forti più che altrove. Convivono, certo. Ma si mantengono tali. E forse c’è da riconoscere un merito nel saper far convivere le diverse identità senza i disastri, ad esempio, della Francia. Ma non è sempre così, basti pensare alla rivolta di Brixton ai tempi della Thatcher. Oppure ai foreign fighter che oggi partono in forza da Londra per la Siria; alle prigioni inglesi in mano agli estremisti islamici, ai quartieri divisi per etnia, agli italiani che stanno quasi solo con altri italiani e così via.
Londra e il Regno Unito sono spesso due mondi opposti. Un mondo rurale in opposizione ad una capitale mondiale. Questa è la definizione singolarmente usata più volte proprio da Johnson nel corso della campagna referendaria, a dimostrazione dei suoi progetti. Londra non è quel paese rurale che vedi già a pochi chilometri dalla capitale, quando basta un’ora per immergerti in una cittadina del Sussex, circondata dalla foresta, in cui attraversi strade completamente ricoperte dai rami e trovi la più lunga fila di case con struttura in legno del XIV secolo. Lì dove entri al pub ed il clima che trovi è decisamente più inglese di quello che trovi nella maggior parte dei pub della metropoli londinese. La provincia e la finanza erano un po’ opposti in questo referendum e i dati lo hanno confermato.
Persino il Corriere riconosceva: “I poveri vogliono il Leave”. Ben 140 miliardari e 400.000 milionari vivono a Londra, dove ha trionfato il “remain”. E’ stato anche uno scontro di classe. Anche qua, come qualcuno ha sottolineato in riferimento alle elezioni Usa, e volendo schematizzare un po’ la realtà, si trattava di uno scontro tra la working class di etnia bianca (o meglio, bianca inglese, come sottolineano i moduli in cui spessi ti trovi a dover selezionare una casella a scelta tra “Bianchi inglesi” e “Altri bianchi”) ed il disegno di una società liberista e, in prima fase, progressista, che attecchisce soprattutto tra chi grazie al liberismo si arricchisce e tra chi disconosce o non riconosce le identità o perché “altro” o perché assuefatto o perché ideologizzato. D’altronde, sono state esattamente alcune organizzazioni sostenitrici del Brexit ad opporre, in un manifesto di propaganda, una donna in abiti tradizionali asiatici ed un giovane “teppista” bianco in polo e bretelle e anfibi. Il target era chiaro ed era chiara anche l’associazione col fascismo e col nazismo dei sostenitori del Brexit. Fino all’assurda uccisione di Jo Cox, in merito alla quale ci si è compiaciuti nel sottolineare i “contatti” con organizzazioni di “estrema destra”. Le reazioni alla brexit erano prevedibili ed ora il pericolo è proprio un brexit che perde sostegno: il popolo, si sa, è volubile.
Ma, ora, proviamo a immaginare Londra sotto Roma, quell’impero rimpianto proprio da Boris Johnson nel suo libro di dieci anni fa. Gli imperi vengono fuori dalla volontà di potenza dei popoli. E quello inglese è venuto fuori molto dopo l’espressione romana. E allo stesso modo può terminare. Ciò non dipende tanto dagli inglesi ma da noi. Non c’è trionfo nell’Europa che implora Londra, ma un’Europa che, invece, può riportare più a sud l’asse principale sarebbe una buona occasione, non solo per noi ma anche per un’Europa meno “americana” che magari un giorno attragga anche Londra. Pensate per un attimo, ad esempio, anche all’ipotesi di una lingua parlata in tutto il mondo come lo spagnolo, che prende il posto dell’inglese all’interno dei confini dell’Ue. Pensate anche il cambio di prospettiva possibile nei rapporti internazionali, geopolitici, economici. Cose che chiaramente non avverranno perché l’Europa, non solo l’Italia quindi, è attualmente colonia dell’impero a stelle e strisce chiamato “Nato”. Ecco perché il Regno Unito in Europa avrebbe fatto più comodo agli americani: anziché un rivale con aspirazioni forti sullo scenario mondiale, avrebbe avuto un semplice protagonista di un’organizzazione regionale più facilmente controllabile e, al tempo stesso, un fedele alleato.
Dunque, il tifo per la brexit andava bene, ovviamente con razionalità e la consapevolezza delle sue molteplici funzioni e significati: strategicamente, in chiave anti-élite europee, per dare un colpo a questa idea di Europa che non va; in chiave di popolo ponendosi, nonostante il diffuso sentimento anti-inglese, in un’ottica non geopolitica, ma semplicemente dalla parte del popolo che sceglieva l’autodeterminazione, al di là delle strumentalizzazioni e degli eventuali utilizzi favorevoli ai potenti che potrà avvenire anche dopo questo risultato; in chiave “imperiale”, nel proposito – che in tutto ciò è l’unica prospettiva attiva rimanente – di spostare appunto verso il sud baricentro politico-culturale-economico e identitario dell’Europa. In questo modo, il tifo andava sempre e comunque a vantaggio di quella “working class” bianca tartassata da imposte, settarismi, immigrazione e da un sistema economico-politico avverso.
L’Europa delle identità era in quel “leave”, che pure è solo una promessa che temiamo di veder infranta. E, certo, anche l’identità inglese, che pur non ci appartiene, era in gioco. Ma, chi crede nelle identità, preferirà sempre una piccola casa in legno e mattoncini rossi ai grattacieli che trasformano Victoria Street e rendono artificiale e quasi surreale Canary Wharf; preferirà sempre un genuino hooligan inglese ad un impeccabile impiegato di JP Morgan. Ed è in Victoria Street e nei progetti di decine di grattacieli che dovranno nascere in città che si manifesta la battaglia eterna di Londra, quella tra lo spirito rurale e lo spirito cosmopolita, quella tra il popolo ed il capitale.
Proprio in Victoria Street, nel bel mezzo di una lunga serie straordinariamente inquietante di vetri specchiati e grattacieli, sopravvive isolata una piccola struttura a due o tre piani che ospita un pub. Eppure, non lontano da lì, ritrovi la tipica architettura inglese: case basse, giardinetto, mattoncini rossi, qua e là un pub, tanto legno, tanto verde, un certo ordine, marciapiedi fruibili, una tessuto stradale quasi sempre lineare. E’ di quella Londra che ci si innamora. Di quei tetti bassi che donano ancora familiarità ad una città che pure ospita circa 12 milioni di persone. Di quel rosso che sa di campagna e camini. Di quei pub che sanno di taverne medievali e custodiscono letteralmente lo spirito inglese. Nella cultura della “public house”, d’altronde, c’è la working class che si incontra e si forma, molto spesso con un’impronta etnica precisa legata allo stile tipicamente inglese del pub (mentre gli immigrati extra-europei spesso e volentieri stazionano nei numerosissimi ristoranti e bar più o meno etnici della capitale), lì c’è l’informalità inglese riassunta in una lingua che tende a semplificare e che va dritta al punto e mescola le storie, le generazioni ed a volte anche le classi sociali. Perché il pub inglese ha poco a che fare con le popolari riproduzioni italiane: il pub inglese è prima di tutto una mentalità. E non è un caso se ultimamente a Londra è allarme per il numero dei pub che progressivamente chiudono i battenti. Il pub è socializzazione popolaresca e virile. Lì ci trovi il ragazzo, l’adulto e l’anziano a scambiarsi due chiacchiere davanti ad una birra, magari dopo il lavoro. Ci trovi il pensionato con i coetanei, i ragazzi che guardano le partite. Si consuma eventualmente il pasto senza troppi fronzoli, sul legno e senza un particolare servizio al cliente o armamentario di posate. Ma quello che non manca mai è la boccale pieno. Il pub precede Starbucks nel pensare la socializzazione. Da Starbucks viene spontanea la non-socializzazione virtuale. Al pub se sei solo dopo un po’ sei già in compagnia. Da Starbucks anche se non sei solo dopo un po’ sei già al pc o al cellulare. Starbucks è da impiegati, il pub è la working class. Al pub si mangia, si beve e si fa festa. È letteralmente il centro di aggregazione popolare inglese per eccellenza. E, forse, è anche quel mondo così autentico che ha votato per il “leave”.
Emmanuel Raffaele, 26 giu 2016







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