I pub hanno sconfitto i grattacieli: tutta l’identità inglese in quel “leave”

victoria-streetCirca il 64% degli elettori tra i 18 e i 24 anni non era interessato a dire la sua sulla brexit. Il dato, dopo ore di accanimento mediatico contro vecchi, provinciali e poveri, è sfuggito di bocca all’ex premier Enrico Letta. Al contrario, ha evidenziato, è stato l’83% degli over 65 a votare al referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Altro dato interessante: erano ammessi al voto gli immigrati residenti dei 54 paesi del Commonwealth, ma non i cittadini europei residenti, il che già rende l’idea di cosa è il Regno Unito. Fondamentalmente, infine, hanno votato per la brexit tutto il Galles, l’Inghilterra, mentre hanno votato a favore dell’Ue la Scozia, l’Irlanda del Nord e la Greater London, ovvero tutti quelli a cui il Regno Unito sta stretto. Basti guardare all’esempio di Gibilterra, conteso con la Spagna: ha votato “remain” il 96,9% dei votanti, un record. Ed a poche ore dal voto, infatti, c’è chi chiede addirittura l’indipendenza di Londra.

Hanno votato per l’Unione Europea le aree meno “patriottiche”, le aree meno “inglesi”, inclusa una Londra invasa da immigrati di ogni parte del mondo e da banchieri, che in queste ore i giornali danno allarmati e in procinto di spostarsi al di qua della Manica. Vedremo cosa accadrà ma, sicuramente, il fatto che la finanza abbandoni il Regno Unito, come se prima e dopo l’Ue ci sia il buio, non è credibile. Come evidenziavamo poc’anzi, il Commonwealth e le ex colonie hanno avuto un grande ruolo nello sviluppo economico della Gran Bretagna, la cui economia ha invece conosciuto vari periodi di rallentamento sotto l’Unione Europea ed è rimasta forte anche grazie ad una moneta propria. La brexit non è un risultato in sé, come non lo sarebbe il crollo dell’Unione Europea. La brexit è un punto di partenza. Sta a loro e a noi, ora, fare le mosse giuste. Ed è fondamentale chi sarà al governo, ammesso che il verdetto popolare sarà rispettato, il che non è per nulla scontato. Oltre due milioni di persone hanno già sottoscritto una petizione per ritornare al voto, i liberali (!) hanno chiesto di ignorare l’esito del referendum, i giornali stanno creando il caso sul pentimento di molti che hanno votato “leave” e la propaganda è ancor più forte di prima. Ed è curioso, a posteriori, riguardare il volantino distribuito da alcuni sostenitori del “remain” con il grafico che dava le piccole imprese al 75% favorevoli alla brexit. In basso, la firma: Goldman Sachs aveva commissionato quel sondaggio. Sicuramente la finanza non era a favore del “leave”, ma questo non vuol dire che adesso se ne starà a guardare e si darà per sconfitta. Pensarlo vorrebbe dire leggere la realtà in maniera schematica e riduttiva. Le possibilità, d’altronde, ci sono eccome; la Gran Bretagna, con una percentuale del resto molto ridotta pari al 51,9%, non ha votato per l’isolamento, ha semplicemente scelto l’indipendenza politica. La libertà di decidere con chi fare affari, come tutti gli altri paesi al mondo che non fanno parte dell’Unione Europa, compresa la Svizzera, che pure sta nel cuore dell’Europa e non muore di fame. Senza contare il peso politico ed economico del Regno Unito. Ecco perché la brexit è solo un punto di partenza ed ecco perché, d’altra parte, era possibile schierarsi soltanto da una parte. La brexit ha fatto uno sgambetto alla finanza, ma non è finita. In prospettiva europea, le possibilità sono altrettanto notevoli, sia a livello politico che economico e tutto sta nel giocarsi bene le proprie carte. Altra osservazione in merito ai dati rilevati, dicevamo, è quella sulla cosiddetta “generazione Erasmus”: giornali e politici progressisti si sono accaniti in maniera inquietante contro “ignoranti” ed operai delle periferie, contro lo stesso concetto di democrazia, in un corto circuito che è uno degli aspetti più rilevanti del voto, censurando per prima cosa la scelta di indire un referendum e giungendo a conclusioni sulle quali ci sarebbe da aprire un capitolo a parte. Nessuno ha invece colto l’altra faccia della medaglia: il disinteresse di quella generazione, cresciuta senza identità e nella cultura “arcobaleno”. E’ anche questa una riflessione, laddove l’astensione è stata complessivamente abbastanza limitata (27,8%). Altra riflessione, è che il “leave” ha vinto contro ogni sondaggio, nonostante l’omicidio di Jo Cox, nonostante abbiano associato il brexit al disastro economico, governi e strutture sovranazionali abbiano minacciato letteralmente il popolo inglese, abbiano annunciato la fine di Londra, prospettato la deportazioni degli stranieri, una sanità allo sfascio, il pericolo per la sicurezza nazionale, il nostro Saviano – che oggi si dispera e maledice il popolo – aveva addirittura collegato i sostenitori della brexit a chi ricicla denaro sporco, aziende francesi avevano acquistato pagine di giornale per pregare gli inglesi di restare, le multinazionali avesse fatto campagna per restare, il banchiere Soros si era schierato, la Francia lasciava intuire ritorsioni sul fronte immigrati. Quello inglese è stato, se non altro, uno scatto d’orgoglio, ben riassunto dal discorso finale di Boris Johnson, leader conservatore, due volte sindaco di Londra e principale esponente del ‘partito’ del “leave”, che ha sottolineato: “loro dicono ‘non possiamo’, noi diciamo ‘noi possiamo’. Loro dicono ‘non abbiamo altra scelta che inchinarci a Bruxelles, noi diciamo ‘voi state incredibilmente sottostimando questo paese e ciò che può fare”. Per poi concludere così la sua esortazione: “Se votiamo “leave” e ci riprendiamo il controllo, giovedì sarà il giorno dell’indipendenza del nostro Paese”. Consapevole di questo orgoglio britannico, d’altronde, il posizionamento che da mesi perseguiva il premier Cameron era fondato su un solido sostegno al “remain”, certo, seguito però dalle trattative con l’Ue sul welfare ed altri punti che premevano al paese e che permettono di leggere sicuramente la sua strategia come un “abbiamo ottenuto ciò che volevamo, ora ci conviene restare”, piuttosto che col tono di sudditanza del genere “ce lo chiede l’Europa”, che invece riscuote tanto successo dalle nostre parti.

La mappa del voto
La mappa del voto

In tutto ciò, c’è il dato principale: il popolo inglese tiene alla propria indipendenza ed ha una identità, coscienza e forza propria, io direi una certa risolutezza, che è un po’ il loro tratto distintivo e ne fa dei “pragmatici autoritari” da secoli, nel bene e nel male. Il popolo inglese si percepisce ed è altro rispetto all’Europa. Nella sua identità la monarchia ha simbolicamente un ruolo importante, suscita un profondo rispetto e riscuote un forte consenso non solo popolare ma anche e soprattutto mediatico e basterebbe aver sfogliato i giornali in questi mesi, con le celebrazioni per il novantesimo compleanno della regina più longeva per rendersene conto. Il Regno Unito ha un carattere più vicino, per motivi storici ed economici, a quello degli Usa. E che sia Europa è soltanto una questione geografica. Del resto, ha mantenuto la propria moneta, il sovrano è a capo di una chiesa di Stato, nata da un contrasto con il Vaticano ai tempi di Enrico VIII a cui si deve appunto la nascita della Chiesa anglicana, conserva le proprie unità di misura, si guida al contrario e, soprattutto, qui nessuno si vergogna a sventolare la propria bandiera. Esibire la propria potenza militare non è ancora un peccato originale, basti pensare ad una delle piazze principali, Trafalgar Square, che celebra una vittoria e, con enorme colonna, l’ammiraglio Nelson. Il patriottismo, qui, non è ancora passato di moda. La cultura politica, del resto, ha una storia del tutto diversa da quella continentale. E, per dirla tutta, il Regno Unito è stata la prima tra le potenze europee ad avere un impero e l’ultima a rinunciarvi, dopo almeno quattro secoli, soltanto negli anni Novanta, con la restituzione di Hong Kong alla Cina. Un padrone brutale con le colonie africane ed asiatiche, che ha un grosso ruolo sulle attuali criticità dello scenario mediorientale (nascita di Israele inclusa), che ha dominato l’Australia, ha lottato per mantenere nel regno l’Irlanda col ferro e col fuoco, trattando i cattolici e gli irlandesi per secoli come cittadini di serie b. È stata “la più grande organizzazione criminale mai esistita nel traffico della droga” (Corrado Augias, “I segreti di Londra) allorché, a metà Ottocento, lasciava smerciare ai suoi “commercianti” l’oppio in Cina fino a scontrarsi ed umiliare militarmente il paese asiatico (con stragi di civili incluse) in nome degli interessi economici. Nei primi anni del Novecento ha fatto la guerra ai boeri per il dominio dei territori sudafricani e delle sue risorse diamantifere, inventando i campi di concentramento, rinchiudendovi metà di loro (22mila bambini, 4mila donne e 2mila uomini vi moriranno) e permettendo stupri di massa ai suoi soldati. Negli anni Ottanta ha “persino” rivendicato armi in pugno la sovranità sugli isolotti delle Falkland, sulle quali l’Argentina pretendeva la sovranità. Possiede ancora quattordici territori d’oltremare tra cui Gibilterra, contesa con la Spagna. E’, come accennavamo, attualmente guida dei paesi del Commonwealth, associazione di stati di natura peculiare che comprende praticamente tutte le ex colonie.

dcaf74e78a9043bc8729733cbef63c8aIl presidente degli Stati Uniti Obama ha rimbrottato gli inglesi favorevoli al “leave” con toni forti, certo, ma erano i toni che si usano con un concorrente che ti vuole fregare. Non quelli di chi parla ad un popolo sottomesso e, sicuramente, il responso ha dimostrato che almeno la metà del popolo inglese non è disposto a sottomettersi. Gli Stati Uniti, dopo tutto, sono anch’essi un ex colonia; la visita ai reali è stata cordiale, un dialogo tra pari grado. Soltanto la Francia di De Gaulle ha osato sfidare il predominio americano sul continente e, allo stesso tempo, l’idea di Europa attuale in cui gli organi sovranazionali e non le nazioni hanno il potere decisionale. Infatti, soltanto Francia e Regno Unito hanno diritto di veto all’interno del Consiglio di sicurezza dell’Onu. I trionfi militari contano. La potenza vuol dire ancora libertà. “Internazionale”, prima del referendum, faceva cenno, polemicamente, alla nostalgia imperiale degli inglesi. Non è un errore di lettura. Johnson, dicevamo, sottolineava il concetto di indipendenza; il 22 giugno il “Sun” in prima pagina titolava, a caratteri cubitali: “INDIPENDENCE DAY. BRITAIN’S RESURGENCE”. Certo, non avrebbe mai potuto farlo il moderato Times, che ogni giorno ospitava articoli contro “Boris”. Londra è per il “remain”. Londra, la City, la parte benestante del paese. E se l’incremento di 513mila abitanti dell’anno scorso era dovuto per due terzi all’immigrazione, solo a Londra questo incremento è stato di 135mila unità, nonostante i 77mila londinesi spostatisi altrove. Solo nell’ultimo anno, del resto, oltre 55mila italiani hanno fatto richiesta per ottenere il National Insurance Number, indispensabile per poter lavorare nel Regno Unito. La popolazione italiana stimata nella capitale cresce a ritmi vertiginosi sopra la quota dei 600mila. Non è l’emigrazione di un tempo, è un’emigrazione semplificata dai voli low cost. C’è il sogno, c’è la concretezza, la convenienza e, a volte, la superficialità. La brexit non farà male. Senz’altro non farà male a noi, a fermare questa emorragia. Perché la “generazione Erasmus” vola a Londra anche perché, crede, qui le identità si mescolano. Questo è il sogno di Londra. E c’è del vero e c’è del falso. Ci sono, di fatto, due realtà parallele, come quelle che hanno votato dimostrando le divisioni interne al paese. In realtà, Londra, quella vera, è una città dove le identità sono tante e forti più che altrove. Convivono, certo. Ma si mantengono tali. E forse c’è da riconoscere un merito nel saper far convivere le diverse identità senza i disastri, ad esempio, della Francia. Ma non è sempre così, basti pensare alla rivolta di Brixton ai tempi della Thatcher. Oppure ai foreign fighter che oggi partono in forza da Londra per la Siria; alle prigioni inglesi in mano agli estremisti islamici, ai quartieri divisi per etnia, agli italiani che stanno quasi solo con altri italiani e così via.

Londra e il Regno Unito sono spesso due mondi opposti. Un mondo rurale in opposizione ad una capitale mondiale. Questa è la definizione singolarmente usata più volte proprio da Johnson nel corso della campagna referendaria, a dimostrazione dei suoi progetti. Londra non è quel paese rurale che vedi già a pochi chilometri dalla capitale, quando basta un’ora per immergerti in una cittadina del Sussex, circondata dalla foresta, in cui attraversi strade completamente ricoperte dai rami e trovi la più lunga fila di case con struttura in legno del XIV secolo. Lì dove entri al pub ed il clima che trovi è decisamente più inglese di quello che trovi nella maggior parte dei pub della metropoli londinese. La provincia e la finanza erano un po’ opposti in questo referendum e i dati lo hanno confermato.

Persino il Corriere riconosceva: “I poveri vogliono il Leave”. Ben 140 miliardari e 400.000 milionari vivono a Londra, dove ha trionfato il “remain”. E’ stato anche uno scontro di classe. Anche qua, come qualcuno ha sottolineato in riferimento alle elezioni Usa, e volendo schematizzare un po’ la realtà, si trattava di uno scontro tra la working class di etnia bianca (o meglio, bianca inglese, come sottolineano i moduli in cui spessi ti trovi a dover selezionare una casella a scelta tra “Bianchi inglesi” e “Altri bianchi”) ed il disegno di una società liberista e, in prima fase, progressista, che attecchisce soprattutto tra chi grazie al liberismo si arricchisce e tra chi disconosce o non riconosce le identità o perché “altro” o perché assuefatto o perché ideologizzato. D’altronde, sono state esattamente alcune organizzazioni sostenitrici del Brexit ad opporre, in un manifesto di propaganda, una donna in abiti tradizionali asiatici ed un giovane “teppista” bianco in polo e bretelle e anfibi. Il target era chiaro ed era chiara anche l’associazione col fascismo e col nazismo dei sostenitori del Brexit. Fino all’assurda uccisione di Jo Cox, in merito alla quale ci si è compiaciuti nel sottolineare i “contatti” con organizzazioni di “estrema destra”. Le reazioni alla brexit erano prevedibili ed ora il pericolo è proprio un brexit che perde sostegno: il popolo, si sa, è volubile.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa, ora, proviamo a immaginare Londra sotto Roma, quell’impero rimpianto proprio da Boris Johnson nel suo libro di dieci anni fa. Gli imperi vengono fuori dalla volontà di potenza dei popoli. E quello inglese è venuto fuori molto dopo l’espressione romana. E allo stesso modo può terminare. Ciò non dipende tanto dagli inglesi ma da noi. Non c’è trionfo nell’Europa che implora Londra, ma un’Europa che, invece, può riportare più a sud l’asse principale sarebbe una buona occasione, non solo per noi ma anche per un’Europa meno “americana” che magari un giorno attragga anche Londra. Pensate per un attimo, ad esempio, anche all’ipotesi di una lingua parlata in tutto il mondo come lo spagnolo, che prende il posto dell’inglese all’interno dei confini dell’Ue. Pensate anche il cambio di prospettiva possibile nei rapporti internazionali, geopolitici, economici. Cose che chiaramente non avverranno perché l’Europa, non solo l’Italia quindi, è attualmente colonia dell’impero a stelle e strisce chiamato “Nato”. Ecco perché il Regno Unito in Europa avrebbe fatto più comodo agli americani: anziché un rivale con aspirazioni forti sullo scenario mondiale, avrebbe avuto un semplice protagonista di un’organizzazione regionale più facilmente controllabile e, al tempo stesso, un fedele alleato.

Dunque, il tifo per la brexit andava bene, ovviamente con razionalità e la consapevolezza delle sue molteplici funzioni e significati: strategicamente, in chiave anti-élite europee, per dare un colpo a questa idea di Europa che non va; in chiave di popolo ponendosi, nonostante il diffuso sentimento anti-inglese, in un’ottica non geopolitica, ma semplicemente dalla parte del popolo che sceglieva l’autodeterminazione, al di là delle strumentalizzazioni e degli eventuali utilizzi favorevoli ai potenti che potrà avvenire anche dopo questo risultato; in chiave “imperiale”, nel proposito – che in tutto ciò è l’unica prospettiva attiva rimanente – di spostare appunto verso il sud baricentro politico-culturale-economico e identitario dell’Europa. In questo modo, il tifo andava sempre e comunque a vantaggio di quella “working class” bianca tartassata da imposte, settarismi, immigrazione e da un sistema economico-politico avverso.

L’Europa delle identità era in quel “leave”, che pure è solo una promessa che temiamo di veder infranta. E, certo, anche l’identità inglese, che pur non ci appartiene, era in gioco. Ma, chi crede nelle identità, preferirà sempre una piccola casa in legno e mattoncini rossi ai grattacieli che trasformano Victoria Street e rendono artificiale e quasi surreale Canary Wharf; preferirà sempre un genuino hooligan inglese ad un impeccabile impiegato di JP Morgan. Ed è in Victoria Street e nei progetti di decine di grattacieli che dovranno nascere in città che si manifesta la battaglia eterna di Londra, quella tra lo spirito rurale e lo spirito cosmopolita, quella tra il popolo ed il capitale.

da21113778b1f2c80665294ab1cfa190Proprio in Victoria Street, nel bel mezzo di una lunga serie straordinariamente inquietante di vetri specchiati e grattacieli, sopravvive isolata una piccola struttura a due o tre piani che ospita un pub. Eppure, non lontano da lì, ritrovi la tipica architettura inglese: case basse, giardinetto, mattoncini rossi, qua e là un pub, tanto legno, tanto verde, un certo ordine, marciapiedi fruibili, una tessuto stradale quasi sempre lineare. E’ di quella Londra che ci si innamora. Di quei tetti bassi che donano ancora familiarità ad una città che pure ospita circa 12 milioni di persone. Di quel rosso che sa di campagna e camini. Di quei pub che sanno di taverne medievali e custodiscono letteralmente lo spirito inglese. Nella cultura della “public house”, d’altronde, c’è la working class che si incontra e si forma, molto spesso con un’impronta etnica precisa legata allo stile tipicamente inglese del pub (mentre gli immigrati extra-europei spesso e volentieri stazionano nei numerosissimi ristoranti e bar più o meno etnici della capitale), lì c’è l’informalità inglese riassunta in una lingua che tende a semplificare e che va dritta al punto e mescola le storie, le generazioni ed a volte anche le classi sociali. Perché il pub inglese ha poco a che fare con le popolari riproduzioni italiane: il pub inglese è prima di tutto una mentalità. E non è un caso se ultimamente a Londra è allarme per il numero dei pub che progressivamente chiudono i battenti. Il pub è socializzazione popolaresca e virile. Lì ci trovi il ragazzo, l’adulto e l’anziano a scambiarsi due chiacchiere davanti ad una birra, magari dopo il lavoro. Ci trovi il pensionato con i coetanei, i ragazzi che guardano le partite. Si consuma eventualmente il pasto senza troppi fronzoli, sul legno e senza un particolare servizio al cliente o armamentario di posate. Ma quello che non manca mai è la boccale pieno. Il pub precede Starbucks nel pensare la socializzazione. Da Starbucks viene spontanea la non-socializzazione virtuale. Al pub se sei solo dopo un po’ sei già in compagnia. Da Starbucks anche se non sei solo dopo un po’ sei già al pc o al cellulare. Starbucks è da impiegati, il pub è la working class. Al pub si mangia, si beve e si fa festa. È letteralmente il centro di aggregazione popolare inglese per eccellenza. E, forse, è anche quel mondo così autentico che ha votato per il “leave”.

Emmanuel Raffaele, 26 giu 2016

Boris Johnson, il leader della brexit che sogna l’impero romano. E lo racconta in un libro

Mayor of London Boris Johnson at a reception and dinner in New York hosted by the British Fashion Council to celebrate the creative talent shared between New York and Britain ahead of New York fashion week next week.

A pochi giorni dal referendum che il prossimo 23 giugno deciderà le sorti del Regno Unito e della sua permanenza all’interno dell’Unione Europea, si susseguono i sondaggi e, a dir la verità, le indicazioni che se ne possono trarre cambiano di settimana in settimana. Nel frattempo, tra i sostenitori del “leave” ora ‘pericolosamente’ in vantaggio, è emersa ormai a livello internazionale la figura dell’ex sindaco di Londra Boris Johnson, capofila tra i sostenitori della “brexit”, parafulmine di ogni accusa e nuovo incubo “populista” che in questa partita si sta giocando probabilmente il tutto per tutto. Classe 1964, personalità forte e capigliatura inconfondibilmente scomposta, poliglotta formatosi proprio nelle scuole europee, cittadino britannico ma anche statunitense per nascita, figlio di una famiglia benestante inglese con ramificazioni fra le più varie, già parlamentare e giornalista, in passato sostenitore di Barack Obama, esponente del Partito Conservatore in competizione principalmente con il premier e collega di partito David Cameron, Alexander Boris de Pfeffel Johnson è anche autore di un dettagliato saggio dal titolo altisonante: “The dream of Rome” (“Il sogno di Roma – La lezione dell’antichità per capire l’Europa di oggi” nell’edizione italiana pubblicata da Garzanti). Nel testo, uscito ormai un decennio fa con in copertina la folta e bionda chioma caratteristica del personaggio ed una riproduzione stilizzata del Colosseo, i fervori anti-europeisti sono ancora lontani, ma proprio la comparazione utilizzata come metodo ne fa una lettura tutto sommato critica seppur propositiva rispetto al futuro dell’Ue. Perciò, prima di urlare scandalizzati all’incoerenza, sarebbe bene leggere il testo, perché sono certamente nascoste tra quelle pagine le ragioni di un ripensamento. E sta sicuramente nell’ammirazione per Roma una delle motivazioni che ha peraltro spinto il due volte sindaco della capitale Johnson a reintrodurre nelle scuole pubbliche della ‘Greater London’ lo studio del latino, a suo dire (giustamente), utile a comprendere la struttura della lingua.

“Il sogno di Roma” è, “brexit” a parte, una lettura di sicuro interessante per capire Roma e coglierne l’impronta “sovranazionale” ma, quanto alla comparazione con l’Unione Europa che è il filo conduttore del libro, è chiaro che è indispensabile un altrettanto forte senso critico per filtrarne adeguatamente il messaggio. Fatto ciò, ciò che viene fuori è in gran parte condivisibile. “Non riusciremo mai a riproporre l’Impero Romano, con la sua grande e pacifica unità di razze e nazioni. Ma se la storia ci insegna qualcosa, è che siamo destinati a non smettere di provarci”. Nelle conclusioni di un’opera che si conclude esattamente con queste parole, ad esempio, Johnson si lancia addirittura nella proposta di ammettere la Turchia in Europa in continuità con Roma. Ma, nonostante questa uscita e le semplificazioni conclusive su ciò che va salvato e ciò che va respinto dell’impero, nel complesso ci troviamo di fronte ad un discorso che, considerato integralmente, è meno superficiale di quanto il sunto finale possa far pensare. Infatti, ciò che resta e costituisce il nocciolo del discorso di Johnson, è una lunga argomentazione sulle nazioni e sul concetto di identità, declinato nelle sue forme pratiche e concrete. Il discorso sull’unità e la ‘tolleranza’, detto per inciso, potrebbe suonare assurdo in ottica ‘nazionalista’, ma così non è in ottica imperiale. Ed è proprio un’ottica imperiale quella che Johnson vorrebbe per l’Europa. Una prospettiva in cui l’europeizzazione segua l’esempio della romanizzazione dei popoli condotta fruttuosamente dall’impero, in cui nonostante tutto risulta appunto essenziale la distanza tra “noi e loro”. E’ questo un concetto che ritorna spesso ed è proprio questa, a suo dire, una delle concause della decadenza e poi della fine di Roma: “L’impero iniziò a perdere quel vitale senso di ‘noi e loro’. Ad un certo punto, divenne difficile distinguere i barbari dai romani”. Ma, prima di passare a ciò che simbolicamente segnava questa identità e costituisce il punto centrale del discorso, è importante coglierne l’altrettanto importante aspetto ‘estetico’. Poiché la romanizzazione, ricorda Boris, partiva da un immaginario che imponeva una spontanea imitazione dello stile romano e, così, l’elevazione dei popoli fin negli aspetti più esteriori dell’esistenza, a cominciare dall’igiene – con l’uso diffuso dei bagni pubblici – fino alla partecipazione ai giochi, agli spettacoli teatrali, alle usanze alimentari e all’abbigliamento. Apparire ‘romano’ era vera e propria ‘moda’, il che chiarisce quanto il concetto di tolleranza sia da considerare all’interno di un contesto in cui l’autorità e la potenza militare dell’impero erano realtà indiscusse. Laddove si impone una forza centripeta, la tolleranza riporta al centro; laddove essa manca, la tolleranza è disgregazione in balìa delle forze centrifughe.

13427920_1773284836223934_6162518016838642274_nRoma, insomma, nell’essenzialità del culto stesso della sua grandezza e della sua dimensione spirituale, ma anche nell’essere esempio pratico di civiltà per gli altri popoli. “I Romani non hanno semplicemente costruito città lungo l’impero. Hanno costruito centri per trasformare i barbari in romani”. “Quando i Romani sono giunti nel nord e nell’ovest dell’Europa”, ammette Johnson, “vi hanno trovato una società primitiva basata sull’agricoltura di sussistenza e sul saccheggio. Con l’introduzione delle città romanizzate, e del giorno dedicato al mercato, si arrivò al concetto di vendere il proprio surplus e trarne un profitto. I romani, in altre parole, produssero il primo esempio di Comunità Economica Europea. E’ stata un successo, ed è stata fatta con una regolamentazione di gran lunga più snella rispetto a quella odierna”. Anche in questo caso, è da evitare una lettura ideologica del passaggio in questione, laddove il termine ‘surplus’ rimanda semplicemente a quell’economia reale oggi sottomessa alla speculazione ed è tutt’altro che legittimo commercio. Ma è proprio una lettura critica che riesce a far emergere quanto di vero c’è nell’analisi, tenendosi lontani dalle forzature di un parallelo improprio e riproposto spesso tra il modello economico di Roma ed il capitalismo: “La pax romana”, prosegue, “garantì sicurezza, la prima essenziale condizione per il capitalismo e gli investimenti. Fornì anche un impianto legale, il diritto romano che è tra i più grandi lasciti di quel tempo”. Resta il fatto che, forzature concettuali a parte, ciò che viene descritto dimostra come Roma fu anche questo, fu anche faro di civiltà, visione del futuro, ‘modernizzazione’, efficienza organizzativa (se non vogliamo usare il compromettente termine di ‘progresso’, che pure non dovrebbe spaventare né essere confuso con il ‘progressismo’ che del primo è solo la caricatura); tutto ciò che l’Europa non riesce ad essere. Va da sé che la romanizzazione procedeva anche grazie ad una conquista delle élite che era prima di tutto conquista dei cuori e delle menti, dovuta ad una superiorità che l’euroscettico Boris non teme di dichiarare esplicitamente rispetto alle “tribù preesistenti di Francia, Germania, Spagna, portogallo, Belgio, Britannia, Olanda, Svizzera, Austria, Repubblica Ceca ed altri membri dell’attuale Ue”, divertendosi anche a sfidare il politicamente corretto: “immagino che alcuni accademici ti diranno che le loro culture erano nobili e di alto livello tanto quanto quella degli invasori; che le loro sculture increspate non erano inferiori alle statue romane”. In un’epoca in cui circa il 10% dei “francesi” ed appena il 6,5% degli “inglesi” viveva in “città, in realtà, Roma rappresenta la città per eccellenza. Pretendevano i tributi, ma concedevano una sorta di autogoverno, costruivano acquedotti, ponti, strade, terme, teatri, fontane, archi e fornivano una nuova concezione di “humanitas”: “benevolentia, goodwill; observantia, respect; mansuetudo, gentleness; facilitas, affability; severitas, austerity; dignitas, merit, reputation; gravitas, autority, weight”.

Boris_1_hw4c6b_0_en89zoMa il segreto di Roma, come anticipavamo, era secondo Johnson, non a torto, la capacità innata di congiungere all’aspetto materiale un piano simbolico che sprigionava potenza e autorità e, dunque, un’attrazione inevitabile, che si manifestava fin nella romanizzazione dei cognomi, così come oggi accade con gli inglesismi ed i numerosi aspetti dell’imperialismo americano. Roma era l’orgoglio ed il significato stesso di esserlo: “Fin dal principio, dunque, Roma non fu definita etnicamente; Roma non fu definita geograficamente; Roma fu un’idea”. Il suggerimento di Johnson è ormai chiaro: trovare un rimedio a questa carenza simbolica e quindi identitaria che era invece alla base di Roma è la chiave di volta per la rinascita dell’Europa. “Romanization happen by ritual and repetition”. Anche attraverso i giochi, crudeli è vero (200mila morti nel solo Colosseo nelle lotte tra gladiatori), ma – spiega Johnson – fondamentali in questo processo: “Era un mondo che credeva più di ogni altra cosa in vinti e vincitori, nella morte e nella gloria. Non ci poteva essere gloria senza il rischio della morte, e non ci potevano essere vincitori senza sconfitti”. E così anche il teatro, i riti e tutto ciò che l’impero proponeva quale paradigma di Roma in tutto il suo territorio educava ad essere romano senza nulla concedere alla retorica ed alla debolezza. Interessante, in proposito, come Johnson, di famiglia anglicana, faccia risalire alla cristianizzazione dell’impero un vero e proprio mutamento della prospettiva e quindi delle sue basi: “Fu l’inizio della fine di una trama magica creata da Augusto – la semi-religiosa identificazione tra il cittadino ed il potere centrale”. Con l’avvento del Cristianesimo, sostiene Johnson, che addirittura paragona i primi cristiani agli attuali estremisti islamici, calò sull’impero uno spirito censorio e moralista che portò alla cancellazione di ogni traccia di paganesimo: stop al culto dell’imperatore ed alla costruzione di terme, bagni pubblici e teatri, basta giochi olimpici. “Questi fanatici”, segnala, “spensero il fuoco eterno nel Tempio di Vesta”. Ecco che il discorso mostra qui l’assoluta centralità che per questo originale “euroscettico” inglese ha l’aspetto simbolico. “Improvvisamente c’era un nuovo modello di comportamento: quello ascetico” ed i ricchi smisero di donare per accrescere lo splendore delle città e iniziarono a spendersi per i poveri, cambiarono i “valori” di riferimento ed anche l’arte cambiava orientamento.

“Dove sono i rituali dell’Europa oggi?”, “Dove sono i simboli condivisi?”, si chiede giustamente Boris che, attraverso i suoi esempi, spinge ad una riflessione (che lui stesso accenna con riferimento al simbolo dell’aquila) anche rispetto all’americanizzazione/occidentalizzazione. Poiché, nonostante i contenuti di questo imperialismo culturale siano ben diversi, il tratto comune è, come sempre avviene, la presenza di una identità forte basata su una dimensione simbolica (“Anche su un mondo putrescente si può costruire una toccante e magnifica epopea. American Sniper è quell’epopea”). Ecco perché, sottolinea Johnson, il romano-scetticismo senza dubbio esisteva come oggi l’euroscetticismo (o l’antiamericanismo), ma nel momento in cui Roma dominava, le identità locali passavano di fatto in secondo piano, soggiogate mentalmente prima che militarmente da questa ‘volontà di potenza’.

È possibile, dopo Roma, che l’Europa ritrovi tutto ciò incarnando ancora il motto “plurimae gentes, unus populus”?

Ebbene, la risposta, dopo una trattazione ampia che ne costruisce la premessa, sembrerebbe incredibilmente vicina proprio al concetto che fu cardine del “Manifesto dell’Estremocentroalto” casapoundiano: “Etica. Epica. Estetica”. Se le categorie del politico si fondano per forza di cose sulla dimensione di ‘noi’ e ‘loro’; se l’autorità è anche potenza; se l’identità è un’idea-guida; allora la risposta ad un fallimento e la soluzione per un rinnovamento non può che essere un’epica di grandezza ed un’estetica caratterizzante che contengano in sé l’etica base di questa idea. Se le vittorie forgiano l’orgoglio nazionale, come rilevato nelle fasi iniziali del testo, sono dunque gli eroi condivisi e gli ideali eroici che mancano all’Europa per essere nazione. Ma se, come afferma Johnson, “l’Unione Europea è un prodotto della guerra fredda”, un prodotto americano specifica, è chiaro che occorre prima spostare il polo d’attrazione al di qua dell’oceano Atlantico. E dal momento che gli inglesi hanno avuto il loro impero, hanno la loro tradizione monarchica, la loro chiesa, un sentimento indipendentista radicato e una volontà di potenza che probabilmente sopravvive ancora, finché l’Europa ‘romana’ resterà dormiente, non si può pretendere che il polo d’attrazione torni nel cuore del continente. Ed è anche questa una chiave di lettura del voto del prossimo 23 giugno.

Emmanuel Raffaele, 14 giu 2016

Saviano a Londra: legalizzare tutte le droghe. Chi ricicla vuole la brexit

1Le strade dell’inferno sono lastricate di buone intenzioni. Ma è anche vero che, se errare è umano, perseverare è diabolico. Per commentare Roberto Saviano, il re delle banalità, nuova icona della sinistra, ci affidiamo anche noi ai luoghi comuni: legge del contrappasso. Le ultime sparate le aveva fatte contro Salvini, paragonando il suo libro a quello di Hitler, visto che ultimamente l’antifascismo è il suo hobby preferito: fa molto social e va bene per ogni stagione. Invece ieri, a Londra, ospitato dal King’s College per un dibattito organizzato dalla Italian Society con il giornalista investigativo Misha Glenny, già collaboratore del Guardian e della Bbc, il tema principale sono stati i suoi libri sul crimine organizzato ed  il business della droga: il famosissimo “Gomorra”, che ha fornito lo spunto per il film e la serie televisiva, ed il più recente “Zero Zero Zero”, sul traffico internazionale di stupefacenti (2013).

2«Per me si dovrebbero legalizzare tutte le droghe», ha dichiarato il giornalista, entrato poche ore fa in polemica con il senatore verdiniano Vincenzo D’Anna, critico nei confronti del mantenimento della sua scorta – per la cronaca, Saviano, pur affermando di voler essere libero al più presto, se l’era presa parecchio. La proposta di legalizzare la cannabis, così come la cocaina e tutto il resto, per risolvere il problema del crimine organizzato che ci specula, non è l’unica “perla” della giornata. Ma, per inciso, ci chiediamo se – questioni di merito a parte – si possa davvero pensare che, per sconfiggere organizzazioni come la mafia, la camorra o altre organizzazioni internazionali, che esistono prima della cocaina ed hanno dettato legge da sempre attraverso ogni tipo di commercio illegale, il gioco, la corruzione, attraverso gli appalti, attualmente in Italia anche attraverso l’immigrazione, possa essere sufficiente legalizzare uno dei loro business, seppur forse il più grosso. Certo sarebbe un gran colpo, ma la questione è ben altra. E Saviano dovrebbe saperlo. Ma è fatto così. Fin quando prova a fare il giornalista investigativo ci potrebbe anche stare simpatico. Solo che poi prende iniziative, fa di testa sua, si butta sulla politica e sulle sue «congetture» (parole sue!) come quella sul Brexit appunto: «quelli che riciclano soldi sporchi sono gli stessi che portano avanti la battaglia per il Brexit». Ebbene si, l’ha detto. Ma questo – breve parentesi – è solo una dei tanti episodi di quella che nel Regno Unito è stata ribattezzata “strategia della paura”, portata avanti dai grandi mezzi di informazione e da personaggi di spicco sul piano internazionale per convincere gli inglesi a votare per rimanere nell’Unione Europea il prossimo 23 giugno. Per il resto, questioni condivisibili nell’ambito del dibattito sui paradisi fiscali, il riciclaggio ed il ruolo dei “mediatori”. «L’Inghilterra», ha affermato, «è il paese più “corrotto” al mondo riguardo la provenienza dei capitali finanziari, perché attira tutti i capitali sporchi attraverso le sue isole offshore». «Il 90% delle compagnie proprietarie di immobili», ha aggiunto, «hanno sedi nei paradisi fiscali, che servono non tanto ad evadere ma a nascondere il denaro ed a celarne la provenienza. Mentre i “facilitatori”, la nuova borghesia londinese fatta perlopiù di commercialisti, gestiscono il denaro ma non sono responsabili della loro provenienza, risultando quindi difficilmente incriminabili, tanto più che in Inghilterra è molto difficile dimostrare il riciclaggio». Saviano, un consiglio: più libri e meno social.

Emmanuel Raffaele, 28 mag 2016

Enorme rissa in carcere: dopo il video shock emerge il fallimento del sistema inglese

prison--main_2875190aSoltanto ieri ci eravamo occupati di come l’estremismo islamico in Gran Bretagna trovi nelle prigioni inglesi l’ambiente ideale in cui svilupparsi, un vero e proprio campo di addestramento secondo le rivelazioni di un testimone ex detenuto nella prigione di Belmarsh. Ma ecco che, a poche ore di distanza, un video registrato dalle telecamere di sicurezza del carcere londinese di Wandsworth, diffuso dalla BBC, sconvolge di nuovo il Regno Unito e fornisce la conferma di una enorme falla nel sistema inglese: una questione di sicurezza ma, anche, di civiltà. Il video, infatti, mostra alcuni momenti di una enorme rissa avvenuta circa due settimane fa nel cortile del carcere, ha come protagonisti una gang di albanesi ed una gang locale e si conclude con gli elisoccorsi giunti all’interno della struttura a causa di un detenuto accoltellato ed in stato di incoscienza. “Se lo scopo è quello di sviluppare un ambiente in cui trovino spazio la riabilitazione ed il reinserimento, allora alcune delle nostre prigioni stanno fallendo, non c’è dubbio su questo”, ha dichiarato Peter Clarke, nuovo capo ispettore della prigione, che ha aggiunto: “il livello di violenza nelle nostre prigioni è inaccettabilmente alto“. L’episodio, infatti, non è un caso isolato ed ha fatto si che i principali quotidiani del paese si interrogassero sullo stato delle prigioni britanniche. E le cifre venute fuori sono a dir poco impressionanti. Nel 2015, ad esempio, i servizi di emergenza sono stati chiamati addirittura ogni venti minuti per interventi all’interno strutture penitenziarie di quella che è considerata la culla del capitalismo. Polizia, ambulanza e vigili del fuoco sono stati chiamati in causa ben 26.621 volte, il doppio rispetto a quattro anni fa. Nell’ultimo anno, infatti, ben 20mila sono state le aggressioni registrate e ben 32mila gli episodi di autolesionismo, connessi anche ai problemi di salute mentale che costituiscono secondo le autorità una questione rilevante nelle carceri britanniche. Quanto alla sicurezza delle strutture, rispetto al 201 gli oggetti fatti entrare di nascosto sono più che raddoppiati: se nel 2013 797 erano stati scoperti, nel 2015 si tratta infatti di ben 2.151 casi. L’ultimo, clamoroso, era stato reso noto soltanto pochi giorni fa dai media inglesi attraverso un video che mostrava un drone portare droga e telefono cellulare ad un detenuto in una prigione di Londra. Si ha un bel criticare e ridere del “bel paese” in Europa ma, a quanto pare, quanto a civiltà e sicurezza nessuno ha nulla da insegnarci.

Emmanuel Raffaele, 19 mag 2016

“The Brothers”, la gang islamista che imperversa nelle prigioni di Londra

La testimonianza esclusiva riportata ieri dall’Evening Standard parla della prigione di Belmarsh come di “un campo di addestramento jihadista nel cuore di Londra” ma, a parte il racconto inquietante di suo, un dato balza subito all’occhio e, di per sé, fa già notizia: su una popolazione di musulmani pari a circa il 12% nella capitale inglese, la popolazione carceraria di fede islamica nelle strutture londinesi va dal 30% al 40% ed oltre. Una sproporzione che è già una risposta alla questione integrazione ed al buonismo sull’argomento. Ma la testimonianza, che fa seguito ad un allarme in atto da mesi ed ai fischi che si erano visti anche nel carcere parigino riservati dagli altri detenuti all’attentatore “belga” Salah Abdeslam, colpevole di non essersi fatto esplodere, è la conferma che ci troviamo di fronte ad un problema serio, su scala europea, che le autorità sottovalutano e che le politiche boldriniane non aiutano certo a fronteggiare con la necessaria durezza. “Appena arrivato a Belmarsh nel 2014, è giunta notizia che Mosul in Iraq era caduta nelle mani dello Stato Islamico e la prigione è ‘esplosa’”. Urla di gioia, colpi sfrenati contro le sbarre, canti, “Allah Akbar” e promesse di conquista. “Sembrava una grande festa andata avanti indisturbata per molte ore”, racconta al quotidiano inglese un ex detenuto musulmano, 27 anni, laureato, rilasciato da poco dopo esser stato dentro per questioni legate a frodi bancarie (“ho firmato documenti per conto di altri”, dichiara).

“Gli agenti penitenziari sembravano non far nulla, lasciando i nuovi detenuti come me con l’impressione che a comandare realmente non fossero i secondini ma un terrificante gruppo islamista radicale conosciuto come “the Brothers” (“i Fratelli”) o “the Akhi”, che in arabo significa fratello”. Il ministro della Giustizia non riferisce con precisione le cifre, ma il giornale parla di un numero di terroristi interni alla struttura superiore alle ottanta unità (nel 2006 erano una cinquantina) su una popolazione islamica pari a circa il 30% dei detenuti (in altre prigioni della città, come anticipavamo, le cifre salgono di oltre il 10%). Nell’ala in cui era detenuto il testimone in questione, su circa duecento persone, circa la metà erano musulmane, riferisce, con un nocciolo duro di circa venti persone trattate come “celebrit” all’interno della prigione. All’inizio, spiega l’informatore, in quanto musulmano, è stato aiutato, gli è stato offerto sostegno. Dopo, però, è iniziata la propaganda e, di fronte alla sua esitazione, l’isolamento. Niente in confronto al trattamento subito da alcuni detenuti cristiani, fatti oggetto di aggressioni fisiche e maltrattamenti quando l’inferiorità numerica oltre che il potere del gruppo rendeva la cosa a dir poco agevole.

Una radicalizzazione visibile, immediata, che i sei imam del carcere assecondavano o preferivano non affrontare. Una sorta di tacito assenso anche rispetto a chi annunciava, vantandosi, di voler partire per la Siria o l’Iraq. “Tre quarti di chi veniva radicalizzato”, racconta il testimone, “facevano parte di gangs ed erano dentro per crimini violenti o droga. Loro capivano che la gang principale a Belmarsh erano i Fratelli e che avevano bisogno della loro protezione. Ma questo dava anche loro un senso di identità“. “Mi sembrava di essere un intruso in un campo di addestramento jihadista“, commenta esasperato, lamentando la situazione analoga di difficoltà e paura vissuta da altri detenuti di fede musulmana costretti al silenzio anche grazie ad un sistema che, secondo lui, non isolando gli estremisti, ne supporta l’azione di propaganda e predominio. Dopo cinque mesi a Belmarsh, viene spostato ad Highpoint. “Ero là durante gli attacchi a Charlie Hebdo”, racconta. Ed anche lì scene di giubilo in seguito agli attentati. “Il governo”, conclude, “ha speso tantissimi soldi nel programma di prevenzione contro il radicalismo, ma ha ignorato che il più grande campo di addestramento jihadista nel Regno Unito è proprio qui a Belmarsh nel cuore di Londra”.

Emmanuel Raffaele, 18 mag 2016

TTIP: le rivelazioni di Greenpeace, lo stop della Francia. Ecco perché dire no

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Parole forti contro il Ttip sono arrivate ieri niente meno che dal presidente della Repubblica francese François Hollande. «La Francia», ha spiegato, «è contro l’attuale contenuto del Trattato transatlantico sul commercio e sugli investimenti per questioni fondamentali del Paese come l’agricoltura, la salute e l’ambiente». «E’ per questa ragione che la Francia dice no al proseguimento degli attuali negoziati», ha aggiunto Hollande, a poche ore dalle rivelazioni di Greenpeace che, entrata in possesso di alcuni documenti riservati relativi ai negoziati, ha denunciato il pericolo rappresentato dal trattato per l’Europa.

In discussione, tra le altre cose, vi è la reciprocità d’accesso ai mercati pubblici e, nel complesso, un modus operandi da parte degli Stati Uniti che appare del tutto predatorio. «Il problema», aveva confessato d’altronde il dirigente del ministero dello Sviluppo economico Amedeo Teti, nel corso di un’audizione in Senato, «è che gli Usa non sono stati capaci di fare aperture all’Europa nemmeno in ambiti come gli appalti pubblici e i servizi». In poche parole gli americani, per favorire le esportazioni delle proprie merci (sulle quali infatti gli analisti, in prospettiva, prevedono incrementi maggiori di quelli europei), spingono sull’Europa per una gara al ribasso rispetto alle norme a tutela dei consumatori, ma rimangono invece molto attenti a tutelare i propri interessi, ad esempio la legge cosiddetta “buy american” che obbliga le aziende vincitrici di appalti ad usare prodotti per la metà statunitensi. E che non è l’unica, dal momento che durissimi limiti alle aziende straniere sono posti anche sull’acquisto delle compagnie aeree, la produzione di imbarcazioni, le bevande alcoliche, oltre ad altre limitazioni “minori” su un’ampia gamma di prodotti europei. Provvedimenti sacrosanti, che del resto portano alla luce una verità di fondo: il libero scambio piace agli Usa, ma il loro approccio non è per nulla ideologico. Prima gli interessi nazionali, poi, semmai, il libero mercato che, a quanto pare, non sempre è una manna dal cielo neanche per loro ed al quale, molto probabilmente, credono nella misura in cui gli garantisce una posizione dominante.

Qualche anno fa, in effetti, quando i negoziati erano ancora in fase embrionale, Tiziana Ciprini (M5S) evidenziava in una interpellanza parlamentare: «gli USA fanno già parte dell’American Free Trade Agreement (NAFTA) e del Central America Free Trade Agreement (CAFTA) e hanno già avviato i negoziati per due nuovi accordi: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione europea e la Trans Pacific Partnership (TPP) con vari paesi dell’Asia; grazie a questi trattati gli USA si troveranno al centro di una vasta zona di libero scambio che renderà vantaggioso per le aziende estere spostare la produzione negli Stati Uniti, sia per alimentare l’enorme mercato interno, sia per riesportare in tutti quei Paesi che hanno accordi di libero scambio con gli USA». Come il Piano Marshall rimise in piedi l’Europa inondandola di prodotti e prestiti americani, così il Ttip non è certo l’ennesimo atto di generosità nei confronti del nostro continente. E quel che è bene, è che almeno questa volta la cosa è abbastanza esplicita. Ecco perché, secondo un sondaggio della Fondazione Bertelsmann, in due anni la fiducia dei tedeschi – pur campioni dell’export –  nel trattato transatlantico è scesa dal 55% al 34% e, addirittura, quella rispetto al libero scambio più in generale dall’86% al 56%. In Gran Bretagna, anche a causa della Cina, che produce da sola ben 860 milioni di tonnellate su un totale mondiale di 1665 milioni, inondando i mercati europei già in crisi, le più grandi acciaierie del paese stanno per chiudere i battenti. Altro omaggio del libero mercato. E poi ci si chiede perché i popoli cominciano a non poterne più e sono contro l’Europa che asseconda queste logiche. Persino gli statunitensi, una volta compreso che il libero mercato i vantaggi che ti dà prima o poi te li toglie, non ne sembrano più così affascinati, tanto che i sostenitori del Ttip sembra siano giunti ad appena il 15% degli intervistati (Limes). Addirittura, segnalava un’inchiesta di “Repubblica” l’anno scorso, il consiglio comunale di New York, guidato da Bill de Blasio, in sintonia con il deputato democratico Jerrold Nadler, annunciava: «Faremo di New York una città immune dai trattati di libero scambio».

ManifestazioneLow-6Nel frattempo, come anticipavamo, Greenpeace Olanda ha pubblicato 240 pagine di documenti riservati, il cui contenuto non sembra però rinnovare più di tanto lo scenario intuibile dopo tre anni di trattative ed un ritardo di almeno un paio d’anni sulla prevista chiusura dei negoziati. Secondo Greenpeace, Usa e Ue stanno «creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante». «Nessuno dei capitoli che abbiamo visto», spiegano, «fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”». L’omissione sarebbe un indizio poco promettente, dunque, ma non è tutto: «Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato Ue», prosegue Greenpeace, «non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. Invece la richiesta Usa di un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli». In pratica, se in Europa, prima di vendere un prodotto, l’azienda deve provare l’assenza di rischi, negli Stati Uniti il prodotto viene venduto finché qualcuno non dimostri i rischi, magari dopo averne subito sulla propria pelle le conseguenze. E questo è quello che gli americani propongono di fare anche nel nostro continente. Gli Stati Uniti, inoltre, pretendono un accesso più semplice per i propri prodotti agrari in cambio dei vantaggi per l’industria europea delle automobili (o meglio, minacciando ritorsioni su di essa).

Le trattative, dunque, al contrario di quanto sostiene Greenpeace, si prolungano proprio a causa degli interessi divergenti, ma – su questo siamo d’accordo – non c’è da illudersi che gli interessi in campo siano quelli dei cittadini e non quelli delle lobby europee che hanno ovviamente un grosso ruolo nelle trattative, tanto quanto quelle americane. È scontro, intanto, sulle norme a tutela dei marchi pregiati dei vini europei, norme delle quali gli Usa farebbero volentieri a meno. E’ scontro sull’importazione della carne, dal momento che l’Europa non permette l’uso di ormoni come avviene invece oltreoceano. In ballo anche la questione ogm. Anche se il commissario al Commercio Cecilia Malmstrom tenta di rassicurare: «Nessun accordo commerciale ad opera della Ue abbasserà mai il nostro livello di tutela dei consumatori, o della sicurezza alimentare, o dell’ambiente. Non cambieranno le nostre leggi in materia di ogm, o sul nostro modo sicuro di produrre carne di manzo, o il modo di proteggere l’ambiente. Qualsiasi accordo commerciale potrà solo cambiare i regolamenti per renderli più forti». Non si capisce, dunque, perché trattare, se bastava chiedere agli Usa di adeguarsi ai nostri regolamenti. Sta di fatto che la firma del trattato, che doveva arrivare nel 2014 e poi nel 2015, probabilmente non arriverà neanche nel 2016 ed a pesare, oltre alle questioni già citate, ci sono anche le prossime elezioni del presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo, altra questione posta più volte sul banco degli imputati ed ora ritornata è la trasparenza. Al punto che persino sulla politicamente correttissima “Repubblica”, Giampaolo Cadalanu ha commentato critico: «non è accettabile che il feticcio del mercato libero sia ancora venerato dietro porte chiuse a doppia mandata. Perché il diritto di far circolare liberamente le merci non può che valere anche per l’informazione». Persino dalle loro parti c’è chi ha definito lo scenario «preoccupante», anche in relazione all’atteggiamento statunitense, aggressivo e chiuso rispetto alle pretese europee. Uno dei pericoli, segnalava nel maggio scorso l’inchiesta di Federico Rampini citata poc’anzi, sarebbe anche «la clausola Investor to State Dispute Settlement (Isds), che consentirebbe alle imprese private di far causa agli Stati davanti a una corte arbitrale per annullare provvedimenti considerati discriminatori. Il pericolo è che potenti multinazionali, difese da eserciti di avvocati, possano intimidire piccoli Stati, o perfino Regioni e Comuni, per far valere i propri interessi».

The European Union Delegation to the United States hosted a celebration event to mark Croatia's Accession to the EU at the Delegation's headquarters on July 1, 2013 in Washington, DC. (Photo by MomentaCreative.com)

Ma, detto questo, sbaglieremmo se facessimo credere che il problema sia la carne piena di ormoni che forse importeremo dagli Stati Uniti oppure i vini italiani copiati oltreoceano o gli standard di sicurezza sui prodotti meccanici. Sarebbe fumo negli occhi utile soltanto a nascondere la questione fondamentale, che è l’accordo in sé: volete oppure no un ulteriore passo avanti verso il mercato unico globale? Il punto è tutto qua e c’è poco da focalizzarsi sulle questioni tecniche e sugli accordi che l’Ue saprà raggiungere. In ogni caso, una volta raggiunti questi accordi, le barriere commerciali ancora esistenti non esisteranno più e questa area enorme di libero scambio includerà economie che pesano per circa la metà del Pil mondiale. Cosa vuol dire, in parole semplici? Ebbene, per spiegarlo, non c’è bisogno né di concetti difficili, né di partire da lontano, dai mestieri scomparsi perché sostituiti dai prezzi più convenienti della fabbricazione in serie in ogni campo, seppur anche questo rappresenti un anello dello stesso meccanismo. Basterà invece far caso alla realtà che vi circonda. Ad esempio, avete presente il cinema della vostra città che ha chiuso per la concorrenza insostenibile del multisala? Avete presente il negozio di generi alimentari che ha chiuso perché non reggeva il confronto con le grandi catene di supermercati? Avete presente quei campi incolti perché gli agrumi non viene più raccoglierli dal momento che importarli costa meno grazie ai vantaggi di una manodopera più economica altrove? O gli appalti per i servizi pubblici della vostra città, che ormai sono quasi sempre in mano a qualche multinazionale specializzata? Ricordate, insomma, l’economia locale, territoriale, fatta di piccola iniziativa privata e vantaggi da un punto di vista anche qualitativo? Ecco, è esattamente quel tipo di economia e di realtà – caratteristica, peraltro, del tessuto produttivo italiano – che un mercato sempre più grande tende a far sparire. E con il Ttip, chiaramente, le cose non possono che peggiorare in tal senso. Come in una vasca in cui i pesci sono sempre più grandi, non c’è speranza per i pesci piccoli in una vasca dove gli squali fanno razzia di tutto. E nonostante ci siano i numeri a confermarlo, basterebbe ragionare per capirlo. Anzi, proprio ragionare sulle cose, forse, potrebbe essere utile a sfuggire alla propaganda che vi riempie di numeri e stime sulla crescita. Il Pil aumenterà. Pare dello 0,5% su scala europea. Probabile. Ma di chi saranno i profitti? Si prevede che le esportazioni statunitense aumenteranno, più di quelle europee. Ma ancora una volta, ricordiamo il punto: vasca grande, pesci grandi. Come sempre di più accade sotto i nostri occhi, il mercato globale tende a trasformarci tutti in dipendenti di colossi economici spesso multinazionali, uccidendo l’iniziativa realmente “privata” in nome dell’economia di scala. E lo fa in nome di parole eleganti e “futuristiche” come efficienza, produttività, libero scambio. Un’efficienza ed una produttività, appunto, talmente alta che soltanto poche grandi aziende possono garantire, riducendo il libero scambio ad un club per pochi. Quando le trattative saranno concluse, i parlamenti dei 28 paesi coinvolti dovranno ratificare il trattato: siete sicuri di aver votato le persone giuste per fermare tutto questo? In caso contrario, la prossima volta che una grossa impresa delocalizzerà e licenzierà, la prossima volta che un piccolo esercizio commerciale chiuderà strozzato dalla concorrenza del grande magazzino, quando vi verrà in mente di aprire un’attività e vi renderete conto che quella libertà di farlo è solo teorica, ricordatevi che un po’ di colpa ce l’avete anche voi.

Emmanuel Raffaele, 4 mag 2016

Musulmano di origini pakistane, ecco il nuovo sindaco di Londra

sadiq-khan-london-mayor-election-2016Sadiq Khan ce l’ha fatta. E, a parte il caos che non ti aspetti dalla proverbiale efficienza britannica registratosi nel quartiere di Barnet, con liste elettorali incomplete e centinaia di elettori che in un primo momento non hanno potuto esprimere il proprio voto (tra questi Ephraim Mirvis, rabbino capo delle Congregazioni ebraiche unite di tutto il Commonwealth), tutto è andato come previsto. Già parlamentare e, dunque, non nuovo ai successi elettorali, per lui l’ultima sfida è stata senz’altro quella mediaticamente e storicamente più importante: conquistare la City Hall, diventare il primo sindaco mussulmano di Londra.

Laburista, favorevole alla permanenza all’interno dell’Unione Europea, padre di due figli, avvocato per i diritti umani, il quarantacinquenne di origini pachistane, cresciuto nelle periferie londinesi, quinto di otto figli di un conducente d’autobus, ha infatti vinto sul rivale conservatore di origini ebraiche Zac Goldsmith con il 56,8 % dei voti, contro il 43,2 % del suo avversario, 1.310.143 voti per l’uno e 994.614 per l’altro. Una maggioranza conquistata con i “voti di riserva” a disposizione dei votanti della capitale britannica (5.739.011 milioni, appena il 45,6 % degli elettori, molti di più, in ogni caso, rispetto al 38,1 % del 2012), che in prima battuta avevano assegnato ai due contendenti percentuali, rispettivamente, del 44,2 % per Khan e del 35 % per Goldsmith, mentre in seconda hanno assegnato al candidato laburista ben il 65,5 % delle seconde preferenze (soltanto il 34,5 % il suo avversario). Il sindaco che governa l’area della Grande Londra – istituzione esistente dal 2000, ricoperta per i primi due mandati dall’indipendente poi laburista Ken Livingstone, oggi al centro delle polemiche sull’antisemitismo nel partito, e per altri due mandati dal conservatore Boris Johnson, in prima linea nella campagna referendaria per lasciare l’Unione Europea, deciso a scalare il partito e diventare primo ministro sostituendo il conservatore David Cameron, favorevole invece alla permanenza nell’Ue – si sceglie infatti col metodo del voto suppletivo. In pratica, gli elettori hanno a disposizione due voti di preferenza, dei quali uno è appunto di riserva e viene conteggiato soltanto nel caso nessuno raggiunga la maggioranza assoluta. E così, grazie ad un sistema elettorale che evita il turno di ballottaggio, unico nel Regno Unito a permettere di scegliere direttamente un sindaco, il candidato favorito fin dalla vigilia in quanto rappresentante delle tantissime e forti “minoranze” di Londra, ha sconfitto il candidato repubblicano in una campagna elettorale incentrata soprattutto sul tema della casa, della sicurezza ed, a seguire, da quello dei trasporti e della tassazione. Volutamente poco spazio è stato dato, invece, alla questione “brexit”, che i candidati, con visioni del tutto opposte in merito, hanno preferito non trasformare in strumento divisivo per la loro campagna elettorale, che avrebbe dato al voto amministrativo un significato probabilmente troppo politico.

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Khan insieme al suo rivale Goldsmith

Khan ce l’ha fatta, nonostante lo “scandalo” scoppiato a pochi giorni dalle elezioni all’interno del partito laburista, accusato strumentalmente da più parti di ospitare troppi personaggi a vocazione antisemita. Ce l’ha fatta nonostante la campagna di Goldsmith che ha tentato di mettere in dubbio l’affidabilità del candidato mussulmano, ricordando i contatti e gli eventi insieme ad esponenti del fondamentalismo islamico, tanto che l’Evening Standard era giunto a scoprire la sua partecipazione ad un convegno in cui le donne erano costrette ad ingresso e sistemazione separata dagli uomini (non male per uno che si presenta come “femminista”). A suo dire favorevole ai diritti gay, al contrario della maggioranza dei mussulmani del Regno Unito, Khan ha promesso di costruire almeno 80mila case popolari per rispondere ad un’emergenza che a Londra si fa sentire, se possibile, più che altrove anche a causa di affitti tra i più cari del mondo. Il neo-sindaco promette inoltre di pedonalizzare Oxford Street, ampliare le restrizioni contro le emissioni nelle zone uno e due, piantare due milioni di alberi e congelare le tariffe dei trasporti, in polemica col rivale che ha giudicato la promessa pericolosa per gli investimenti pubblici nel settore, nonostante avesse a sua volta garantito di non aumentare invece la cosiddetta “council tax”, iniziativa ritenuta impraticabile dal candidato laburista. «Quando i miei genitori sono arrivati», ha dichiarato Khan in un’intervista tempo fa, «qui c’erano cartelli con su scritto ‘No neri, no irlandesi, no cani’. Con la generazione successiva, io ho sofferto abusi e ho lottato per questo e venivo insultato. Le mie figlie vivono a cinque minuti dalla zona in cui sono cresciuto e non hanno mai subito discriminazioni razziali. Questo è il progresso che è stato fatto in trent’anni. Questo è il bello di Londra». Il neo-sindaco aveva anche osservato: «Quando ero più giovane non si vedevano donne con l’hijabs o il niqabs, neanche in Pakistan». Una radicalizzazione dell’Islam, dunque, che egli non riconosce come parte integrante della cultura mussulmana. Cresciuto in una famiglia non certo benestante, Khan proprio su questo ha costruito il suo punto di forza contro un avversario appartenente invece ad una famiglia ricca e potente, puntando contemporaneamente a proporsi come «il sindaco di tutti», spingendo sul suo partito contro le “derive antisemite” e criticando addirittura apertamente il leader Jeremy Corbyn – in questi giorni bersagliato da vignette e satira di ogni tipo – per non aver fatto abbastanza per arginare il fenomeno. «Mi piace il fatto che Londra sia la casa di 140 miliardari. Sono contento che ci siano 400.000 milionari», ha affermato durante la campagna elettorale Khan.

Ma lui, dal Pakistan, questa città di super ricchi, ormai centro della finanza mondiale, l’ha conquistata, segnando simbolicamente per sempre la trasformazione sociale della grande metropoli un tempo europea. Zac Goldsmith, che di quel mondo è un po’ l’emblema, preparato al risultato, ha incassato senza batter ciglio.  Nessun impero cade quando è ancora in forze: la corrosività e l’evanescenza del mondialismo non possono che fare da ponte all’affermarsi di identità forti, laddove quelle locali sono smarrite. Londra non poteva regalarci sfida migliore per raccontarci il nostro futuro. Perché, al di là delle persone, il voto a Goldsmith e Khan oggi rappresenta tutto questo.

Emmanuel Raffaele, 7 mag 2016

Anche i Bush contro Trump. Demonizzazione da una parte, demagogia dall’altra

nbc-fires-donald-trump-after-he-calls-mexicans-rapists-and-drug-runnersNon fosse un palazzinaro multimiliardario, più volte coinvolto nella bancarotta delle sue aziende (un modo, a suo dire, di ridurre il debito), showman più che politico, una sorta di Berlusconi d’oltreoceano bravo a cavalcare l’umore del momento, verrebbe quasi voglia di tifare Donald Trump, considerando la quantità e qualità dei nemici che s’è fatto. Secondo la BBC, infatti, anche gli ex presidenti repubblicani Bush padre e figlio non saranno al fianco dell’ormai quasi certo candidato del loro stesso partito alla presidenza deli Stati Uniti. «Una novità assoluta», spiega la BBC, «per il 91enne ex presidente Bush, che aveva sostenuto i candidati repubblicani nelle ultime cinque elezioni». Una presa di posizione indiretta, a cui si accompagnano le parole più esplicite di Bush figlio in South Carolina: «Capisco che gli americani siano arrabbiati e frustrati. Ma non abbiamo bisogno di qualcuno nello Studio Ovale che rifletta ed infiammi la nostra rabbia e la nostra frustrazione». Detto da uno che credeva di fare le guerre in giro per il mondo in nome della civiltà cristiana e che ha lodato (se non ordinato) l’impiccagione di Saddam Hussein in diretta tv (per poi criticare ipocritamente il tono vendicativo), suona effettivamente poco credibile. Se poi si aggiunge che, oltre ai Bush e ad altri repubblicani, tra cui l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney, Trump non piace neanche ai Rothschild ed altri amici di Wall Street, non piace alla Cia, né – naturalmente – ai democratici altrettanto guerrafondai alla Clinton e Obama ed ai fanatici dell’antirazzismo contrari alle frontiere, viene quasi voglia di avviare le pratiche per la cittadinanza americana. Soprattutto a sentire le parole di Hilary Cliton al riguardo, che riflettono un politicamente corretto bipartisan già importato nel nostro paese insieme al loro modello di democrazia: «I repubblicani sono d’accordo: Donald Trump è incosciente, pericoloso e divisivo». Le accuse, non nuove agli ambienti nazionalisti italiani, risuonano al di là dell’Atlantico e facilitano l’identificazione fin dalla nostra sponda, trovando conferma dell’ipocrisia dominante proprio nelle parole di Trump: «So che le persone sono incerte sul tipo di presidente che io sarò, ma le cose andranno bene. Io non mi candido a presidente per rendere instabile la situazione del paese». Scandalismo per demonizzare il nemico dagli uni, populismo d’occasione dall’altro: ancora una volta sarebbe il caso di evitare tifoserie e rivendicazioni di appartenenza inopportune.

Emmanuel Raffaele, 6 mag 2016

Spagna: rapporto lancia l’allarme islamofobia, dubbi sul metodo

21Secondo la Piattaforma Civica contro l’Islamofobia, che ha presentato i dati lo scorso 30 aprile durante il Congresso Nazionale della Federazione Spagnola delle Entità Religiose Islamiche a Valencia, nel corso del 2015, in Spagna, si sarebbero verificati 278 casi di islamofobia, con un aumento del 567,35% rispetto all’anno precedente ed una concentrazione soprattutto a Barcellona e Madrid. Amparo Sànchez, presidente dell’organizzazione, ha anche ricordato che, in seguito agli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016, anche nel corso dell’anno in corso si sono verificati attacchi contro sette moschee: «questi incidenti, identici tra loro», ha affermato, «dimostrano che gli autori sono organizzati, in contatto e finanziati, molti di loro a livello internazionale». Tutto ciò nonostante, spiegano gli organizzatori dell’evento che ha fatto da cornice alla presentazione del rapporto, ben il 40% dei mussulmani in Spagna abbia la cittadinanza spagnola.

Un rapido sguardo ai dati e si nota subito che la maggioranza dei casi registrati, il 21.8%, è relativa ad episodi virtuali, verificatisi su internet. Seconda tipologia dei casi è l’opposizione nei confronti dell’hijab, il copricapo islamico (19.4%). Mentre le aggressioni contro le persone rappresentano appena il 5.3% degli eventi e, tra queste, sono considerate sia le aggressioni fisiche che quelle soltanto verbali. Un altro 5.3% riguarda atti di vandalismo contro le moschee, mentre interessante risulta il 4.4% che denuncia gli “articoli islamofobi” e l’altro 4.4% che consiste in manifesti e volantini anch’essi “islamofobi”. Islamofobo anche il 4.9% che si oppone alla costruzione o all’apertura di moschee o centri islamici. Soltanto una percentuale minima di questi episodi, tra il 10 ed il 18%, è stata denunciata ed è quindi verificabile in quanto reato. Quanto agli episodi denunciati come islamofobi, come abbiamo già accennato, non abbiamo a che fare con 278 casi di aggressioni contro le persone a causa della loro fede, come si potrebbe pensare a primo impatto. Anzi, facendo due calcoli, le aggressioni contro le persone in un anno sarebbero meno di 15, contando tra queste anche quelle soltanto verbali. Un po’ poco per lanciare l’allarme islamofobia. Tra i casi registrati, peraltro, come abbiamo visto, anche articoli che legittimamente discutono le pericolosità dell’Islam, slogan contro i rifugiati, manifestazioni contro il terrorismo islamico e l’immigrazione (nel rapporto, ad esempio, al punto 45 si segnala un concentramento a Saragozza e, appunto, la parola d’ordine del corte: “No al terrorismo islamico”). Islamofobe anche le manifestazioni identitarie contro il multiculturalismo. Tra i casi di islamofobia presunta anche un articolo di giornale, «Ondata migratoria: rifugiati o invasori?», che snocciola pacificamente alcuni dati (molto simili, peraltro, a quelli di una recente inchiesta del Sunday Times) su poligamia, rapporto con gli infedeli, velo e sharia, evidenziando una maggioranza “conservatrice” tra i mussulmani. Il rapporto in questione, quindi, sembra voler affermare un uso del termine islamofobia che si va imponendo anche nel Regno Unito e che tende ad inquadrare come tali anche una serie di cose che rientrano, invece, nella libera manifestazione del pensiero, confondendoli volutamente e mettendoli sullo stesso piano rispetto agli atti autenticamente offensivi, razzisti o violenti – che, dicevamo, sono fortunatamente molto pochi. Un’operazione molto simile a quella portata avanti dalla lobby israeliana e che, ad esempio, è riuscita a rompere gli equilibri interni al Partito Laburista in Gran Bretagna. Una strategia che tende ad accostare e poi accomunare di proposito l’opposizione alle politiche israeliane con l’antisemitismo, in modo da rendere del tutto intoccabili alcuni temi che pure hanno poco a che fare col razzismo e molto con la storia e l’attualità. Ed è paradossale che la strategia relativa all’allarme islamofobia, non sia in fondo così differente da quella, parallela, portata avanti dalla lobby israeliana, spesso proprio contro esponenti della comunità mussulmana. Chi di spada ferisce, di spada perisce. E, sullo sfondo, una dittatura del pensiero progressista che livella e manipola ogni differenza per i suoi esclusivi interessi: il liberismo, il melting pot, l’annullamento di ogni identità o alternativa economico-politica.

Emmanuel Raffaele, 2 mag 2016

Enrico Letta a Londra: i popoli europei sono contro l’Europa

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, durante la registrazione della trasmissione dell'Arena di Domenica In, negli studi della Rai della Dear a Roma, 10 novembre 2013. ANSA/CLAUDIO ONORATI

L’ex primo ministro Enrico Letta, fatto fuori dall’attuale premier nonché “compagno” di partito Matteo Renzi, ha partecipato ieri ad un incontro organizzato dal King’s College di Londra sull’adesione da parte del Regno Unito all’Unione Europea tra passato, presente e futuro. L’ex vicesegretario del Pd, che dopo le dimissioni da presidente del Consiglio si è trasferito con la famiglia a Parigi, dove insegna Scienze Politiche e dirige la Scuola di affari internazionali, è stato infatti tra i relatori di un convegno teso ad approfondire la questione “brexit” vista dall’estero.

«L’Unione Europea non può raggiungere l’integrazione contro la volontà dei popoli europei. E oggi i popoli europei sono contro l’Ue», ha affermato Letta nel corso dell’incontro a cui era presente anche l’ex presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Nonostante la consapevolezza dell’ostilità popolare, però, Letta ha confermato: «sono fortemente convinto che la “brexit” rappresenti una sconfitta sia per il Regno Unito che per l’Unione Europea». Secondo l’ex democristiano, infatti, da una parte «Londra è diventata la capitale finanziaria del mondo anche grazie al mercato unico», dall’altro proprio la sua permanenza potrebbe essere la chiave di volta per «sburocratizzare e rendere più competitiva l’Unione Europea». «I paesi europei hanno bisogno di restare uniti per dettare le regole in futuro» ma alcuni paesi «non sono ancora consapevoli di essere piccoli se rimangono da soli». Anche se, per la verità, il Regno Unito da solo non se l’è mai cavata male, a capo di un vasto impero intercontinentale che le ha sempre garantito una certa indipendenza dal resto dell’Europa. Del resto, si tratta di un paese che risente oggi molto della crisi e la cui economia, come e forse più di quella degli altri paesi, è cambiata molto rispetto agli albori dell’attuale Unione Europea, con un settori terziario che attualmente impiega l’82% dei lavoratori a dispetto di una percentuale poco superiore al 30% negli anni Cinquanta, mentre l’industria oggi occupa appena il 17% della forza lavoro.

Proprio questo, dunque, sembra rimandarci al punto centrale della questione: cosa è oggi e cosa vuole essere domani l’Europa? Nessuno dubita dell’utilità di un mercato unico europeo, ma questo ha senso se a trarne benefici sono i paesi membri, non se il blocco serve soltanto a fare da sponda al blocco americano, come ha ricordato Obama facendo riferimento al Ttip che prepara un mercato unico ben più ampio e che di europeo ha ben poco. E ancora: l’economia finanziaria sganciata dalla produzione ha rivelato i mali della speculazione; vogliamo che sia ancora questo il modello da seguire? Come ha preannunciato l’ex primo ministro portoghese Barroso e come pensano in molti anche tra gli euroscettici, del resto, l’ipotesi “brexit” avrebbe un impatto enorme sull’Unione Europea, probabilmente distruttivo: male per i paesi europei nel complesso, certo, ma è oggi pensabile costruire un’Europa diversa su queste basi – sull’impalcatura di una pretesa democrazia che manca però delle sue caratteristiche fondamentali e che, nonostante questo, mira comunque a scavalcare il potere decisionale dei governi? L’Europa oggi non è nazione e non lo diventerà soltanto perché a volerlo sono la Boldrini, Monti, Letta, Renzi, Cameron oppure Obama. L’auspicabile quanto “vecchio” sogno di un’Europa delle nazioni, che non scavalca i popoli ma li unisce, semplicemente non passa attraverso le strutture oligarchiche di questa Unione Europea nata dall’utopia federalista. Ma non è ancora troppo tardi – anzi, sembra proprio possa accadere da un momento all’altro – per smantellarla e, piuttosto, ricostruirla su base confederale. «Chi è dentro ce l’ha con l’Ue, chi è fuori ne è attratto. Nella stessa domenica elettorale gli europeisti perdono a Vienna e vincono a Belgrado»: secondo Enrico Letta questo è un buon segno. Ma è uno strano modo di interpretare la democrazia. E a noi qualcosa non torna.

Emmanuel Raffaele, 27 apr 2016