Analisi e approfondimenti dedicati a notizie e tematiche di politica internazionale, con un’attenzione particolare rivolta ai due grandi blocchi culturali di lingua spagnola e inglese: Spagna e America Latina, Regno Unito e Stati Uniti.
La riunione dell’Eurogruppo della notte scorsa si è conclusa con un accordo sugli strumenti a disposizione dei Paesi Ue per affrontare la crisi.
Non si tratta, ancora, di un accordo vincolante e comunque non impone misure o strumenti ai Paesi che lo hanno firmato.
Peraltro l’accordo deve ancora passare all’esame del Consiglio europeo (formato da capi di Stato e di governo) e, in ogni caso, deve essere definito nei dettagli e la prossima riunione del Consiglio è prevista per il 23 aprile.
Nella conferenza stampa successiva al Consiglio europeo di giovedi scorso, il presidente del Consiglio del Portogallo ha usato parole molto dure contro i Paesi del nord che si oppongono all’emissione di eurobond. In particolare, Antonio Costa, in carica da pochi mesi, ha definito “ripugnante” la posizione del ministro delle finanze olandese che ha proposto di aprire una inchiesta sui conti degli Stati che hanno chiesto aiuto all’Europa.
In questo video ripercorro e analizzo le raccomandazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (l’agenzia delle Nazioni Unite per la tutela della salute) nelle varie fasi della pandemia.
Tra queste, quelle di evitare restrizioni sui voli per non “promuovere stigma o discriminazioni” o per non causare una “interferenza non necessaria al traffico internazionale e avere ripercussioni negative sul settore del turismo“.
L’interrogativo è semplice: abbiamo perso tempo dietro a burocrazia e formalismi diplomatici? Nell’interesse di chi? Per proteggere chi?
L’impressione è che, ancora oggi, per fare gli interessi del proprio Paese, serva la Politica, serva lo Stato e serva la Sovranità.
Mentre il governo Conte ha previsto una mancetta “una tantum” di 600 euro per gli autonomi (a quanto pare non per tutti), il governo britannico del “cattivissimo” Boris Johnsonha annunciato ieri – dopo aver ordinato la chiusura di ristoranti, palestre ed altri servizi non essenziali – cheprovvederà a coprire fino all’80 % dei salari di tutti quelli che non lavoreranno a causa della pandemia da Covid-19.
C’è un Paese che sembra aver sviluppato una strategia modello nella lotta al coronavirus: si tratta della Corea del Sud.
Stando ai dati dei giorni scorsi, infatti, il tasso di mortalità nel Paese asiatico sarebbe allo 0,77%, contro una media globale del 3,4%, mentre il tasso di letalità allo 0,89% sarebbe oltre sei volte inferiore al tasso registrato finora in Italia.
Sarebbe stato sufficiente ascoltare o leggere davvero le parole pronunciate da Boris Johnson, invece che andare dietro al Corriere della Sera e agli altri campioni delle fake news made in Italy, per capire che il primo ministro inglese non ha mai detto “abituatevi a perdere i vostri cari”.
D’altra parte, non ha neanche mai detto che non farà nulla contro il Covid-19, come ha assicurato sempre il Corriere, e non c’è – come ci è stato invece raccontato dalla stampa – nessun “passo indietro” dietro la raccomandazione di evitare i contatti non necessari fatta due giorni fa agli inglesi.
Ma, se alle fake news di regime siamo abituati, è stato abbastanza triste assistere alla retorica pseudo-sovranista, che subito ne ha approfittato per tirare fuori la storia di Enea ed Anchise, affermando così che gli inglesi sono cattivi e noi italiani bravi e buoni noi per tradizione mitologica; che ci prendiamo cura dei più deboli mentre nel Regno Unito lasciano tutto nelle mani di Madre Natura e della selezione naturale.
Gli Usa devono dipendere di meno dai mercati stranieri, questo l’imperativo dell’amministrazione americana a guida Trump che, con questo obiettivo, conta anche di riportare a casa i posti di lavoro dell’industria manifatturiera scippati da economie con costo della manodopera più basso.
Londra, 30 gen – A poche ore dall’inizio del periodo di transizione che porterà all’uscita definitiva dall’Ue del Regno Unito, due big di “Italia Viva” – Sandro Gozi e Massimo Ungaro – si sono trovati a Londra per raccontare la loro visione sul “futuro dell’Europa nell’era della brexit”.
LONDRA – Ieri Brandon Lewis, ministro inglese con delega alla sicurezza e alla “brexit”, in occasione del suo intervento presso l‘Ambasciata d’Italia a Londra,ha rivolto parole rassicuranti ai cittadini europei che vivono nel Regno Unito.
Malgrado ciò, sono tornate a far discutere alcune sue dichiarazioni in cui, durante una intervista, ammetteva che, nel caso non presenteranno in tempo domanda per il pre-settled o il settled status, i cittadini europei dovranno ovviamente sottostare alle regole vigenti in materia di immigrazione. Ciò che potrebbe “in teoria” comportare la possibilità di essere – secondo il termine usato dal giornalista – “deportati”.
Parole che non gli sono state evidentemente perdonate, nonostante i chiarimenti del governo in merito alla tolleranza che sarà concessa ai cittadini europei, i quali in alcuni casi potranno anche fare domanda dopo il termine stabilito.
IL RUOLO DEI MEDIA: ALLARMISMO E DISINFORMAZIONE
A margine della cronaca e delle informazioni sulla brexit che vi abbiamo proposto nel nostro precedente articolo, è dunque necessaria qualche considerazione su un aspetto che si è rivelato centrale nella vicenda: il ruolo dei media, che anche nel caso della brexit si sono rivelati uno strumento politico più che di informazione.
Lo abbiamo fatto notare ogni volta che ci siamo occupati della vicenda. Quando vi abbiamo raccontato il referendum sulla “brexit” e tutta l’identità inglese racchiusa in quel “Leave”, quando vi abbiamo raccontato qualcosa che non sapevate del eccentrico premier Boris Johnson, che ha stravinto le ultime elezioni e imposto il suo accordo senza esitare (mentre i giornali lo ridicolizzavano). E, ovviamente, quando vi abbiamo raccontato la verità dietro il terrorismo mediatico sulla brexit e il tentativo di spaventare gli inglesi paventando una sanità ed una economia allo sfascio, una sicurezza nazionale a rischio e la fuga di massa da parte delle aziende, prima, durante e dopo il capovolgimento sorprendente dei numeri in quella notte di giugno del 2016 che ha sconvolto le prime pagine dei giornali britannici.
E torniamo a parlarne perché pare evidente che quell’allarmismo mediatico, di malcelata matrice ideologica, non smette di creare disinformazione e panico.
Il ministro inglese Brandon Lewis nel corso del suo intervento all’Ambasciata d’Italia
LONDRA – “Non vogliamo che la gente lasci il Paese”: a tre giorni dalla storica uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, Brandon Lewis, ministro del secondo governo Johnson con delega alla sicurezza e alla “brexit”, rivolge parole rassicuranti ai cittadini europei che risiedono oltremanica. E lo fa in occasione del suo intervento presso l‘Ambasciata d’Italia a Londra proprio sul tema dei diritti dei cittadini europei dopo l’uscita dall’Ue, nel corso di un evento fortemente voluto dall’ambasciatore Raffaele Trombetta.
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