La Brexit ha subito uno stop decisivo, seppur non definitivo. Si è infatti pronunciata oggi l’Alta Corte inglese e, in seguito al ricorso di alcuni cittadini a favore del “Remain“, ha stabilito che il governo della conservatrice Theresa May non potrà far valere l’articolo 50 del Trattato di Lisbona, che riguarda appunto la clausola di rescissione dall’Ue, senza l’approvazione del Parlamento britannico.
Spiritualità pagana e monoteismi: la questione identitaria nell’ultimo libro di Adriano Scianca
Lo scorso 7 ottobre, in occasione della presentazione del suo nuovo libro a Milano, Adriano Scianca invitava i lettori della sua ultima opera ad evitare la pregiudiziale “religiosa” nell’interpretazione del suo “messaggio”. Ma, se pure questa richiesta abbia una propria coerenza, l’attacco frontale al monoteismo, come visione religiosa, culturale e «antropologica» di natura esclusiva, rimane una chiave di lettura essenziale de “L’identità sacra”.
“In guerra per amore”, un Pif niente male: nel film americani collusi coi boss
E’ stato infine necessario attendere la seconda pellicola di Pierfrancesco Diliberto, in arte Pif, per raccontare al grande pubblico che gli americani, con la sbarco in Sicilia del ’43, consegnarono il potere nelle mani della mafia, in cambio di una conquista facile ed indolore. E nonostante l’ironia che fa da sfondo, il messaggio è diretto e centrale più che mai, senza sconti. Di questo non si può che render merito al giovanissimo conduttore ed attore siciliano che, pur omaggiando il patriottismo e l’onestà del capitano Scotten, ucciso in Sicilia dopo aver scritto una lettera per denunciare il fenomeno, punta l’indice dritto contro la Casa Bianca e l’allora presidente Roosevelt, colpevole di aver fatto scarcerare moltissimi criminali facendoli passare per prigionieri politici, assegnando poi ai boss locali ruoli di responsabilità, quando non la sindacatura di molti comuni siculi a seguito dell’invasione.
The Guardian: “Trump come Berlusconi”. Ma forse non è proprio così
“Abbiamo già visto Donald Trump – il suo nome era Silvio Berlusconi”. Non usa mezzi termini The Guardian: secondo il quotidiano inglese, infatti, il candidato repubblicano alla presidenza degli Stati Uniti sarebbe la fotocopia del nostro ex premier. Non sarebbero una novità Trump ed il suo approccio alla politica da molti considerato slegato dai fatti, dal momento che già ventidue anni fa “scendeva in campo” Berlusconi e, spiega John Foot, la politica italiana non sarebbe stata più la stessa, tanto che gli stessi Renzi e Grillo sarebbero conseguenza del suo modello comunicativo.
“Ma Loute”, una satira nichilista e surreale sulla lotta di classe
“«Ma Loute», lotta di classe cannibale”. Il Manifesto l’ha vista così. Una verità perlomeno parziale. Del resto, si è scritto tanto sull’ultima pellicola di Bruno Dumont, ma tanto altro ci sarebbe ancora da dire su un’opera ricca di significati tutti, però, impliciti. Di certo c’è che questo film sui generis non si può comprendere senza immaginare una tela surrealista. “Abbandonata la chiave mistico-autoriale degli esordi, Dumont sembra voler bissare il successo della miniserie ‘P’tit Quinquin’ (inedita in Italia) accentuandone il carattere farsesco e fumettistico. Stavolta però rischia di perdere il senso della misura. Il «giallo» svapora tra la recitazione caricaturale degli attori, tra miracoli, levitazioni e sberleffi vari”, ha scritto Paolo Mereghetti sul Corriere. “Una comicità aggressiva che costringe gli attori a recitare come marionette impazzite ma esauriti il divertimento e la fascinazione iniziale finisce per sfondare solo porte aperte”, ha osservato Fabio Ferzetti sul Messaggero. Non siamo tuttavia certi che siano queste le obiezioni da muovere al film, uscito nel 2016 e presentato in concorso al Festival di Cannes. Come dicevamo, infatti, è impossibile, appropriarsi delle chiavi di lettura di “Ma Loute” facendo riferimento alla sua “comicità aggressiva”, al “carattere farsesco e fumettistico”, ma ignorando il surrealismo d’inizio Novecento, che si muove piuttosto sul piano del sogno e dell’inconscio. Un assurdo che, in quest’ottica, diventa normale e dà vita ad un esperimento curioso anche per il suo esser fuori tempo.
Dumont non ha alcuna intenzione di far ridere sul serio. La sua comicità è goffa, scontata, assurda appunto. Tutto avviene sul piano di un’irrealtà onirica e, non a caso, su uno sfondo noir. È una comicità di contrasto. Di contrasto con una realtà che filtra attraverso gli episodi di cronaca da film giallo, con le sparizioni ed il terribile segreto che nascondono, e l’ambientazione “verista” del mondo povero e terribile dei pescatori. La lotta di classe è, più che altro, nell’incomunicabilità tra i due mondi e nell’incontrarsi soltanto nei meandri oscuri del lavoro servile e del crimine. Se da un lato c’è un mondo borghese finto, abitato da maschere di inetti e debosciati incestuosi, rappresentato attraverso una goffaggine parolaia, cerimoniosa ed istrionica che, forse, sarebbe comica in altro contesto, dall’altro, proletariato e sottoproletariato, al contrario, comunicano attraverso i silenzi e gli sguardi ed il loro aspetto è molto più reale, fino ad essere terrificante. In questo mondo non ci sono maschere e le brutture non vengono nascoste dalle apparenze. Tutt’altro.
Due mondi che non solo comunicano con lo spettatore in maniera differente e parallela, ma non comunicano neanche tra loro. Difficilmente, nei 122 minuti del film, si incontrano personaggi dei due mondi che dialogano (alla donna di servizio è addirittura fatto divieto di parlare con i padroni). Persino quando le due famiglie al centro della storia, quella povera di Ma Loute Brufort e quella ricca dei Van Peteghem, sono costretti ad un faccia a faccia, il dialogo rimane praticamente assente. È un film che rimanda alla lotta fra le classi, certo, ma che il regista la racconti secondo paradigmi già noti non è così scontato. Se il mondo borghese e capitalista è formato da macchiette ridicole, da profili privi di profondità psicologica che appiattiscono (somatizzandolo) su un materialissimo piano orizzontale persino un inconscio che cela segreti e perversioni inconfessabili, rifugiandosi tutt’al più in una spiritualità che è moralismo di facciata, folklore e forma esteriore, i rappresentanti del proletariato, invece, sono omertosi, infidi e cannibali. Un cannibalismo che richiama molto chiaramente ad un simbolismo di natura sociale, senza però costringerci ad una lettura “buonista” del bisognoso costretto al crimine dalla fame. Traspare, piuttosto, una natura che qualcuno ha giustamente definito “ferina” e che si ritrova, in un film in cui nulla è messo lì per caso, nella fastidiosa ed eccessiva litigiosità di Ma Loute e dei suoi fratelli, nella banalità istintiva della loro cattiveria, nell’esprimersi male (Ma Loute ha un difetto di pronuncia che provocherà l’ilarità della famiglia borghese) e, come notavamo, molto poco, quando non attraverso grugniti e sputi. Il loro aspetto, del resto, è animalesco e persino la scelta degli attori – volti noti come Valeria Bruni Tedeschi nel caso della famiglia borghese, sconosciuti non attori nel caso della famiglia di pescatori – viene utilizzata dal regista per marcare le distanze tra una classe immeritatamente dominante e degenerata ed un “terzo stato” pronto a sbranarla.
L’unico avvicinamento tra i due mondi, il flirt tra Ma Loute e Billie Van Peteghem, il ragazzino borghese con tratti marcatamente femminei, che ama travestirsi da donna, appare attratto dal mondo del giovane pescatore e lo seduce per forza di cose attraverso l’inganno, si rivela d’altronde fallace e disastroso negli esiti. Alla fine, tra le braccia di Ma Loute troviamo la donna di servizio della famiglia di Billie. Le due classi persistono nella naturale inconciliabilità ed, anzi, anche la ragazza in questione, fino a quel momento apparsa sempre nel contesto della famiglia borghese dei Van Peteghem, svela definitivamente il suo sentimento di classe unendosi al suo simile del quale si rivela complice nelle sue terribili trame. Billie, unico corpo che appare parzialmente nudo, unico personaggio a non sembrare una maschera pur ricorrendo esplicitamente al travestimento, è probabilmente l’autentico protagonista del film, filtro impotente tra i due mondi, la cui identità sessuale incerta e lo scandalo che ne deriva è senz’altro chiave di volta, ma potrebbe benissimo avere una valenza del tutto simbolica indipendente dalle questioni di genere.
In tutto questo contesto, il personaggio senz’altro più goffo, col suo peso eccessivo e la sua inefficienza, è sicuramente il commissario Alfred Machin, che segue fin dall’inizio il caso delle sparizioni e che rimane inutilmente al centro della vicenda fino alle clamorose scene finali (“mi gonfio perché non scopro niente”), mostrando di essere riconducibile – attraverso i suoi atteggiamenti e gli atteggiamenti dei borghesi nei suoi confronti – ad un mondo borghese pomposo, formale e poco pratico, del tutto distaccato dalla realtà.
Quella di Dumont non è comicità assurda e un po’ noir, è satira. Un’opera originale a cui non si può certo rimproverare la fotografia, complici i silenziosi ed ameni paesaggi costieri della Francia settentrionale, né la scelta delle musiche. E se qualcuno ha scritto che il film si apprezza inizialmente per le sue trovate sorprendenti, per poi lasciare un po’ l’amaro in bocca per il suo ripetersi, la realtà è che, semmai, è vero il contrario, dal momento che, allo spettatore ignaro, il film può, in prima battuta, apparire quel che non è, rivelandosi soltanto col trascorrere delle scene in tutti i suoi aspetti simbolici. È un film la cui lentezza fa parte del gioco, ma non infastidisce troppo grazie ad una sceneggiatura leggera. E sì, forse è vero, si avverte qualcosa di eccessivo e, al tempo stesso, una qualche carenza. Quanto agli eccessi, si tratta certamente della recitazione e della costruzione troppo teatrale delle scene, elemento di disturbo dall’effetto però ricercato e garantito. Quanto alle carenze, ci si riduce ad un semplice fatto: è un film “cervellotico” che lascia poco spazio all’emozione – che siano il riso, la rabbia, la tristezza, la paura, l’entusiasmo o la gioia – e va interamente “pensato”. I suoi pregi ed i suoi difetti son tutti qua. È una satira allegorica, nichilista, sulla lotta di classe che però ti riporta fuori dalla sala per nulla diverso da quando eri entrato. Non aggiunge nulla, non toglie nulla. Non suscita rabbia né tristezza. E questo può esser un gran difetto per un film.
Emmanuel Raffaele, 25 set 2016
“Energie per l’Italia”: il nuovo centrodestra di Parisi che puzza di Ottocento [FOTO]

Milano, 17 set – “Oggi gettiamo le fondamenta di una nuova piattaforma di governo: una piattaforma liberale e popolare”. Queste, nel giorno di apertura dell’evento “Megawatt. Energie per l’Italia“, le parole di Stefano Parisi, candidato sindaco per il centrodestra alle ultime elezioni amministrative di Milano, sconfitto dal candidato Pd Giuseppe Sala. Scopo della convention, a sentire l’ex manager di Fastweb, è il non certo modesto tentativo di costruire una vera e propria proposta di governo per il paese: “Nel giro di qualche mese”, ha spiegato, “presenteremo un vero programma di governo agli italiani”. “Oggi”, ha aggiunto, “nasce una nuova comunità politica che sta dentro il centrodestra e che vuole dare un contributo, una mano e che non è contro i partiti, ma la politica deve aprirsi perché se si chiude rischia di perdersi”.

Laicità, società civile e liberalismo le parole chiave dell’incontro, partecipato da poco più di un migliaio di persone, a fronte delle quattromila previste alla vigilia. Non particolarmente calorosa la reazione della politica, che dà l’impressione di voler, per il momento, stare a guardare – se per calcolo o reale diffidenza questo si capirà più avanti. Di certo, Parisi, che oggi trarrà le conclusioni, non ha voluto politici tra i relatori e Forza Italia non ha certo partecipato all’iniziativa in forze, nonostante inizialmente si parlasse dell’esplicita volontà di Berlusconi nel progetto di affidare proprio a lui le redini dello schieramento. Nessuna delegazione ufficiale, però, ha preso parte all’evento, mentre erano presenti Roberto Formigoni, ex presidente della Regione Lombardia, il capogruppo di Area Popolare (ex Forza Italia) Maurizio Lupi, l’ex ministro della Salute Maurizio Sacconi e l’ex ministro delle Infrastrutture Claudio Scajola.

Tra i primi ad intervenire, invece, è stato Massimo Gandolfini, presidente del “Family Day”, che ha esordito parlando di natalità come “volano per la ricostruzione da un punto di vista socioeconomico”, lanciando l’allarme sull’insostenibilità di uno Stato che non dà centralità alla famiglia e rischia di implodere sotto i colpi della cultura anni Ottanta del Double Income No Kids: “la famiglia è il primo welfare”, ha concluso. Parole, tutto sommato, ragionevoli seguite dall’intervento di Gaela Bernini per la Fondazione Bracco, già esponente di rilievo della Fondazione Milano per Expo. È la società civile di Parisi. Ma l’idea, per metodo e tipologia, non sembra poi così distante dagli esperimenti fallimentari dell’ex presidente del Consiglio Mario Monti. Il filosofo Gilberto Corbellini, che prende la parola subito dopo, infatti, non lesina attacchi di stampo fortemente centrista: “La diffusione di credenze irrazionali gonfia le vele al populismo”. Una stilettata al petto di Matteo Salvini, che intanto, da Pontida, dichiarava: “Piuttosto che stare in strada con gente come quella che c’è oggi alla convention di Parisi è meglio essere soli e orgogliosi“. Staremo a vedere, dal momento che il segretario della Lega ha poi ammorbidito i toni dichiarandosi disponibile al dialogo con tutti, seppur a certe condizioni. Sta di fatto che, già nelle elezioni amministrative, Parisi era appoggiato dalla Lega ed il leader era sempre lo stesso. Lo stesso che non ha mai del tutto chiuso le porte a Berlusconi e che ha fatto ultimamente pensare, nonostante il sostegno alla francese Le Pen, ad un addio fattuale rispetto al progetto sovranista da lui stesso lanciato.

Diversi altri spunti vengono dagli interventi, a cominciare dalle critiche mosse al sistema scolastico – giudicato classista, discriminatorio e di bassa qualità (“la scuola non è un ammortizzatore sociale per i docenti”) soprattutto in certe regioni – da parte di suor Anna Monia Alfieri, presidente della Fidae Lombardia. Un intervento dall’oratoria efficace e sorprendente, che si è distinto per i contenuti ed ha indubbiamente scosso la platea, che le ha regalato una calorosa standing ovation sul finale. Un intervento, dal punto di vista sostanziale, che sembrava vedere la soluzione concreta in una minore autonomia delle regioni; autonomia al centro, invece, del discorso di Carlo Portieri, che ha parlato di “necessità del federalismo” e di quello incompiuto e quindi mai fallito, a suo modo di vedere, realizzato in Italia. Le regioni, spiega, non dovrebbero avere competenze residuali, così come la libertà dei cittadini non può essere ciò che resta delle imposizioni che vengono dall’alto. Individuo al centro, dunque, seppure è singolarmente proprio dall’accusa di individualismo che parte l’incredibile requisitoria di matrice ottocentesca contro il welfare state.

Tutto inizia con in collegamento da Londra e la spiegazione dei mali dello stato sociale, che svuota le casse dello stato e si limita a trasferire il reddito da chi ha di più a chi ha di meno, superando così compiti che sono stati e, a quanto pare, per i fan di Parisi, dovrebbero essere propri della società civile e non dello Stato centrale. Basti pensare che, ad oltre un secolo di distanza, si torna a guardare alle società di mutuo soccorso ed alle strutture scolastiche della Chiesa. È qui che il liberalismo di Parisi comincia a puzzare di Ottocento, di privatizzazioni e di privilegi. Ripensando alla frase sul populismo, del resto, tutto torna. Un caso? Dopo il video inglese uno potrebbe anche sospettarlo. Soltanto che , poco dopo, sul palco si sente di peggio: robe del tipo “l’assistenza sanitaria e l’educazione scolastica fornita dallo Stato sono una deformazione della realtà”, “se il privato ruba, il pubblico spreca” o “la politica frena la produttività nella sanità”. Tutto ad un tratto il welfare state, introdotto peraltro in Italia dal Fascismo, appare addirittura “comunista” , cosa che manco Berlusconi o Monti avevano mai osato dire. Se lo stato sociale è in crisi, insomma, è a causa della sua insostenibilità, etica prima di tutto. Discorsi d’accademia, certo. Peccato che qui si sta tentando di costruire il nuovo centrodestra e riferimenti culturali del genere non sono del tutto tranquillizzanti. Parisi, evidentemente, non teme di essere impopolare. O meglio: non teme le conseguenze di una sciatteria democratica che impedisce anche di cogliere il senso devastante delle tesi espresse. Ma, se sulla spesa gli amici di Parisi non sembrano troppo convinti, sul tassare appaiono più sciolti: “l’abolizione dell’Ici è stata troppo frettolosa”. Liberali a targhe alterne.

Interessante, ma un po’ insipido dal punto di vista politico, invece, l’intervento di Maryan Ismail. L’antropologia somala (così si definisce nonostante abbia studiato in Italia fin dalle elementari), mussulman a sufi, ex dirigente Pd, dimessasi a causa dell’elezione in Consiglio comunale di una mussulmana ortodossa, ha spiegato: “L’Islam oscurantista che ci presentano oggi è un’Islam politico”. “Chi scappa dal Corno d’Africa”, ha continuato, “scappa dalle bombe jihadiste”. Diritti dei migranti e si alle moschee non politicizzare, quanto al burkini: “prima le donne che lo indossano dovrebbero riconoscere i diritti di noi che non lo portiamo”. E sull’Islam: “alcuni versetti si possono sospendere per avere un’Islam più spirituale”. Certo, comodo così. Di certo, se questo è il mondo di Parisi, un liberalismo anti-statale e tanta confusione, le premesse non sono delle migliori.
Emmanuel Raffaele, 17 set 2016
Accordo record sugli aiuti militari: il regalo di Obama a Israele prima dell’addio
Il più imponente programma di aiuti militari mai concesso dagli Stati Uniti, ecco uno degli ultimi atti del presidente degli Stati Uniti Barack Obama, prima delle prossime elezioni che vedranno sfidarsi la candidata democratica Hillary Clinton contro il repubblicano (osteggiato da molti all’interno del suo stesso schieramento) Donald Trump. Un accordo giunto dopo lunghissime trattative, raggiunto dal presidente statunitense e dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nonostante la reciproca apparente diffidenza, che ha portato a diversi incidenti diplomatici negli ultimi anni, a cominciare dagli accordi Usa-Iran sul nucleare, poco graditi a Israele.
Un accordo che, nonostante la cifra record, non soddisfa pienamente le richieste del paese mediorientale, che chiedeva ben 45 miliardi di dollari ma ne ha ricevuti invece 38 (34 miliardi in euro) e non potrà più avvalersi della clausola per spendere un quarto degli aiuti economici in armamenti di fabbricazione israeliana, ciò che aveva in passato consentito un grosso vantaggio anche dal punto di vista economico: i prodotti dovranno essere rigorosamente di produzione statunitense. Il programma di aiuti siglato poche ore fa andrà a coprire il periodo che va dal 2019 al 2028, dal momento che gli accordi per 30 miliardi siglati da George W. Bush – considerato vicinissimo a Israele ma, a quanto pare, meno generoso quanto ad aiuti militari rispetto al Nobel per la pace Obama – scadranno proprio nel 2018.
Secondo “Le Figaro”, il piano, utile a mantenere la superiorità militare di Israele nell’area mediorientale, sarebbe stato raggiunto ora proprio in vista delle elezioni, col timore di doversi trovare poi a trattare con un Donald Trump che ha annunciato di voler rivedere alcuni programmi di assistenza giudicati non convenienti, pur senza chiamarne in causa nessuno in particolare.
Emmanuel Raffaele, 15 set 2016
“Il diritto di uccidere”: nei cinema da fine agosto l’ultima pellicola di Gavin Hood
Non sarà il film dell’anno, ma non è da sottovalutare. “Il diritto di uccidere”, produzione inglese, anno 2015, diretto dal regista premio Oscar sudafricano Gavin Hood, titolo originale “Eye in the sky” (“Occhio nel cielo”), è sbarcato nelle sale italiane il 25 agosto appena trascorso e forse non sbancherà al botteghino, ma ha almeno un paio di meriti: nonostante si concentri praticamente su un singolo episodio, risulta scorrevole e, soprattutto, pur nella sua estrema semplicità, nasconde spunti interessanti.
È un film asciutto, diretto, ‘monotematico’, 102 minuti di confronto che sono, in realtà, un confronto tra due mondi, oltre che un continuo invito a scegliere: “tu cosa faresti?”
Ma, ancor prima della scelta, ancor prima del dilemma morale, che il regista sembra lasciare aperto, c’è qualcosa che, al contrario, si percepisce in modo abbastanza chiaro e che, probabilmente, ruba la scena ed il senso a tutto il film: una sorta di presa in giro del sistema democratico, o meglio, della sua macchinosità, artificiosità e lentezza, del suo scadere nella dittatura del qualunquismo.
Siamo a Nairobi, in Kenya. Con l’appoggio delle forze speciali locali, il colonnello inglese Katherine Powell (Helen Mirren) ha individuato, in un quartiere controllato dai fanatici di Al-Shabaab, alcuni tra i terroristi più ricercati dell’area, tra i quali una cittadina inglese e due cittadini americani. L’unica soluzione è utilizzare un drone per sganciare un missile di precisione. La discussione sul calcolo degli effetti collaterali e, soprattutto, sulle conseguenze legali e politiche dell’operazioni, mediata dal generale Frank Benson (Alan Rickman), coinvolge ministri, sottosegretari, procuratori, riuniti in ‘cabina di comando’ o in collegamento telefonico, in un rimpallo continuo di responsabilità, timori, burocraticismi, moralismi, emotività e ragionamenti interessati.
Il colonnello non ha dubbi: considerato il pericolo reale in caso di mancato intervento, l’operazione è più che giustificata. Il generale è dalla sua parte: “Non provi mai ad insegnare ad un soldato quanto può essere disumana la guerra”, risponderà, sul finire, alla ‘pacifista buonista’ in lacrime Angela North (Monica Dolan).
È la distinzione tra le chiacchiere e l’azione. Il rimpianto, il dolore e il dubbio sono gli stessi. Ma se da un lato c’è il moralismo, dall’altra c’è il coraggio di prendere decisioni, oltre l’emotività ed il sentimentalismo. Se da un lato ci sono il pianto e le urla, dall’altro c’è un consapevole silenzio ed una autorevole e seria compostezza. Dunque, la risolutezza contro il cerchiobottismo e lo scaricabarile di stampo democratico, tanto che, in qualche modo, nella costruzione appositamente surreale ed esasperante del processo decisionale, si intravede, volontaria o meno, una fredda satira contro la sovranità diffusa del nostro modello politico.
Un film, in breve, rischioso sotto ogni aspetto, che invece supera di sicuro la sufficienza dal punto di vista tecnico e che, grazie ad un discorso implicito condivisibile – da non interpretare ovviamente in maniera troppo forzata -, intrecciato ad un discorso morale lasciato alla coscienza individuale, senza dunque la pretesa di tracciare verità assolute, possiamo perciò pacatamente consigliare. D’altronde, alle eventuali esitazioni dovute all’ambientazione della pellicola, con il rischio atteso di trovarsi occidentali buoni da una parte o islamici cattivi dall’altra, si può tranquillamente rispondere che si tratta di un approccio, in questo caso, fuori luogo. A parte l’aspetto finemente satirico di alcuni passaggi, infatti, come abbiamo visto, tutto il contesto appare in realtà come un semplice strumento narrativo con la funzione di parlare d’altro. Niente di tutto questo schema è messo in discussione perché, semplicemente, niente di tutto questo è al centro dell’ultimo lavoro di Hood, regista che anche questa volta si diverte a comparire in veste di attore.
Emmanuel Raffaele, 7 set 2016
Black Lives Matter, nove arresti a Londra: “l’inquinamento è razzista”. E invadono la pista
Nove manifestanti appartenenti al movimento “Black Lives Matter” sono stati arrestati a Londra, dopo aver invaso la pista e bloccato, nelle prime ore di questa mattina, le attività del London City Airport. Al centro della loro protesta la questione climatica e le sue fantomatiche implicazioni razziste e, nella fattispecie, anche il previsto ampliamento dell’aeroporto in questione. In un comunicato il movimento ha dichiarato: “Questa azione è stata compiuta per far luce sull’impatto ambientale del Regno Unito sulla vita delle persone di colore a livello locale e globale”.
Secondo il movimento nato oltre oceano e ben presto sbarcato in Gran Bretagna, essendo il paese il responsabile maggiore a livello pro-capite dell’immissione nell’atmosfera di fattori inquinanti connessi all’aumento della temperatura globale, ma anche uno dei meno esposti ai suoi effetti, il Regno Unito sarebbe l’esempio di come “la crisi climatica è una crisi razzista”. Anche nel Regno Unito, del resto, secondo Black Lives Matter, “i neri hanno il 28% di possibilità in più di essere esposti all’inquinamento atmosferico”. Ecco, dunque, perché questa mattina, prima dell’alba, dopo aver bypassato i controlli intorno all’aeroporto, nove di loro hanno occupato una delle piste di decollo ed atterraggio dell’aeroporto londinese, causando ritardi ed il dirottamento di molti voli sugli aeroporti di Gatwick e Southend. La polizia, chiamata già intorno alle 5.40, avrebbe proceduto con gli arresti soltanto intorno alle 9.30. Le operazioni, ha fatto sapere Scotland Yard, si sono concluse poco prima delle 11.30, ben sei ore dopo l’occupazione della pista.
I Verdi hanno dato il loro sostegno alla protesta, concordando sulle implicazioni razziste della crisi climatica. Di certo c’è che, in realtà, proprio il movimento nato in difesa dei neri assume sempre di più una forte connotazione razziale, che ha poco a che fare anche con le istanze egualitarie e, quanto ai metodi, è altrettanto vero che le manifestazioni sono realmente spesso sfociate in azioni violente. Ma il razzismo “black”, come al solito, non desta troppo allarme: sarebbe politicamente scorretto. O, semplicemente, politicamente sconveniente.
Emmanuel Raffaele, 6 set 2016
Dall’ex AnsaldoBreda i convogli per Taipei: orgoglio e qualche rimpianto
Un primato nazionale a metà e che ha per questo il sapore dell’occasione sprecata. Sarà infatti l’ex AnsaldoBreda, ed in particolare il centro di produzione di Reggio Calabria, a fornire i nuovi convogli per la metropolitana di Taipei (Taiwan). Ma l’azienda, precedentemente controllata dal colosso italiano Finmeccanica, appartiene ormai dallo scorso anno ai giapponesi della Hitachi Rail, dopo la cessione dell’intero gruppo specializzato nel settore ferroviario al gruppo asiatico, che controlla ormai la maggioranza anche di AnsaldoSts, dedita invece alla progettazione, realizzazione e gestione dei sistemi di segnalamento sempre nell’ambito dei trasporti ferroviari ed anch’essa con un ruolo importante in questa commessa da 200 milioni di euro. Fatto sta che, ieri, nella cittadina calabrese che affaccia sullo Stretto di Messina, nello stabilimento che occupa circa 500 lavoratori, si è svolta la consegna ufficiale del primo dei diciassette convogli previsti, da consegnare entro il 2018.
“Al momento”, ha evidenziato Giuseppe Marino, direttore operativo di Hitachi Rail Italy, “l’impianto calabrese è impegnato su cinque commesse in parallelo: i treni per le metropolitane di Honolulu (Hawaii), Lima, Copenaghen e naturalmente Taipei. Inoltre si costruiscono i Vivalto, i treni per il trasporto regionale destinati a Trenitalia (Ferrovie dello Stato)”. Nel frattempo, ‘in cantiere’ ci sarebbero anche alcune commesse per le ferrovie inglesi: tecnologia e manodopera made in Italy, capitali e profitti giapponesi per una realtà che negli ultimi tre anni ha conosciuto un aumento della produzione del 30% ma che, nonostante tutto, per rientrare parzialmente dei debiti contratti, è stata costretta a rivolgersi ai capitali esteri, complice probabilmente una classe imprenditoriale pigra ed una politica poco lungimirante e poco incline agli investimenti nei settori strategici.
Tutte questione che sembrano non preoccupare il sindaco piddino di Reggio Calabria, Giuseppe Falcomatà, che d’altronde, comprensibilmente visto il ruolo e la situazione, guarda più al suo orticello: “Il futuro della nostra città”, ha dichiarato, “è legato in maniera indissolubile a quello di Hitachi. Il successo di questa commessa conferma che nel Mezzogiorno e soprattutto in una realtà come Reggio Calabria si può investire, con risultati eccellenti”. Certo, aggiungiamo noi, se ad investire non è il sistema Italia ma i giapponesi, ai quali cediamo così competenze, forza lavoro e profitti, c’è qualcosa che non va. Dunque, bene l’industria italiana che dà ancora motivi d’orgoglio, bene per il sud che di un po’ di sano orgoglio ha bisogno forse più del pane, peccato per le scelte sbagliate, le solite svendite e la solita politica miope.
Emmanuel Raffaele, 31 ago 2016






Devi effettuare l'accesso per postare un commento.