“Il diritto di uccidere”: nei cinema da fine agosto l’ultima pellicola di Gavin Hood

diritto-di-uccidereNon sarà il film dell’anno, ma non è da sottovalutare. “Il diritto di uccidere”, produzione inglese, anno 2015, diretto dal regista premio Oscar sudafricano Gavin Hood, titolo originale “Eye in the sky” (“Occhio nel cielo”), è sbarcato nelle sale italiane il 25 agosto appena trascorso e forse non sbancherà al botteghino, ma ha almeno un paio di meriti: nonostante si concentri praticamente su un singolo episodio, risulta scorrevole e, soprattutto, pur nella sua estrema semplicità, nasconde spunti interessanti.

È un film asciutto, diretto, ‘monotematico’, 102 minuti di confronto che sono, in realtà, un confronto tra due mondi, oltre che un continuo invito a scegliere: “tu cosa faresti?

Ma, ancor prima della scelta, ancor prima del dilemma morale, che il regista sembra lasciare aperto, c’è qualcosa che, al contrario, si percepisce in modo abbastanza chiaro e che, probabilmente, ruba la scena ed il senso a tutto il film: una sorta di presa in giro del sistema democratico, o meglio, della sua macchinosità, artificiosità e lentezza, del suo scadere nella dittatura del qualunquismo.

Siamo a Nairobi, in Kenya. Con l’appoggio delle forze speciali locali, il colonnello inglese Katherine Powell (Helen Mirren) ha individuato, in un quartiere controllato dai fanatici di Al-Shabaab, alcuni tra i terroristi più ricercati dell’area, tra i quali una cittadina inglese e due cittadini americani. L’unica soluzione è utilizzare un drone per sganciare un missile di precisione. La discussione sul calcolo degli effetti collaterali e, soprattutto, sulle conseguenze legali e politiche dell’operazioni, mediata dal generale Frank Benson (Alan Rickman), coinvolge ministri, sottosegretari, procuratori, riuniti in ‘cabina di comando’ o in collegamento telefonico, in un rimpallo continuo di responsabilità, timori, burocraticismi, moralismi, emotività e ragionamenti interessati.

Il colonnello non ha dubbi: considerato il pericolo reale in caso di mancato intervento, l’operazione è più che giustificata. Il generale è dalla sua parte: “Non provi mai ad insegnare ad un soldato quanto può essere disumana la guerra”, risponderà, sul finire, alla ‘pacifista buonista’ in lacrime Angela North (Monica Dolan).

È la distinzione tra le chiacchiere e l’azione. Il rimpianto, il dolore e il dubbio sono gli stessi. Ma se da un lato c’è il moralismo, dall’altra c’è il coraggio di prendere decisioni, oltre l’emotività ed il sentimentalismo. Se da un lato ci sono il pianto e le urla, dall’altro c’è un consapevole silenzio ed una autorevole e seria compostezza. Dunque, la risolutezza contro il cerchiobottismo e lo scaricabarile di stampo democratico, tanto che, in qualche modo, nella costruzione appositamente surreale ed esasperante del processo decisionale, si intravede, volontaria o meno, una fredda satira contro la sovranità diffusa del nostro modello politico.

Un film, in breve, rischioso sotto ogni aspetto, che invece supera di sicuro la sufficienza dal punto di vista tecnico e che, grazie ad un discorso implicito condivisibile – da non interpretare ovviamente in maniera troppo forzata -, intrecciato ad un discorso morale lasciato alla coscienza individuale, senza dunque la pretesa di tracciare verità assolute, possiamo perciò pacatamente consigliare. D’altronde, alle eventuali esitazioni dovute all’ambientazione della pellicola, con il rischio atteso di trovarsi occidentali buoni da una parte o islamici cattivi dall’altra, si può tranquillamente rispondere che si tratta di un approccio, in questo caso, fuori luogo. A parte l’aspetto finemente satirico di alcuni passaggi, infatti, come abbiamo visto, tutto il contesto appare in realtà come un semplice strumento narrativo con la funzione di parlare d’altro. Niente di tutto questo schema è messo in discussione perché, semplicemente, niente di tutto questo è al centro dell’ultimo lavoro di Hood, regista che anche questa volta si diverte a comparire in veste di attore.

Emmanuel Raffaele, 7 set 2016

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