L’integrazione c’è già e non è la soluzione (al terrorismo). Ditelo a Saviano

Molenbeek, Belgio
Molenbeek, Belgio

Cui prodest? Forse non sarà la risposta alla domanda sui mandanti (se ci sono) della strage di Bruxelles e del terrorismo islamico. Ma vale la pena notare come il terrorismo produca, come sempre, l’estremizzazione delle posizioni e, dunque, la manifestazione di posizioni del tutto assurde, da una parte e dall’altra. Difficile sapere il perché di quell’indirizzo dimenticato e non trasmesso dalla polizia all’antiterrorismo, difficile sapere se dietro gli attentati terroristici degli ultimi anni e dietro tutte le stranezze ci sia la mano di qualcuno che, come già avvenne in Italia, intende portare avanti una strategia della tensione su scala internazionale per tenere ancorato il fronte occidentale su posizioni filo-israeliane. Gli indizi ci sono tutti, a cominciare dalla questione siriana, dalla complicità della Turchia nei traffici dell’Isis. Dopo tutto qualcuno deve pur rifornire di soldi e armi personaggi di origine allogena che, però, generalmente, nascono e si trovano già in Europa. Ma la realtà è più complessa persino di quel che pensano i complottisti, è multipolare, per cui meglio valutare i fatti in base a ciò che è appurato. Pur sovvenzionato e/o favorito dall’esterno, il terrorismo islamico è una realtà, un pericolo concreto ed in quanto tale non si può ignorarne la vicinanza agli ambienti del fondamentalismo islamico.

Altra certezza è, come dicevamo, che il terrorismo ha centrato il bersaglio. Da una parte i gessetti colorati, i vari Saviano, Mannoia, Boldrini e simili con le loro dichiarazioni fotocopia sull’accoglienza e l’integrazione come panacea a tutti i mali; dall’altra, i vari Belpietro, Ferrara, Magdi ‘Cristiano’ Allam, Salvini a dire che l’Islam in sé è il male, contro la libertà e contro l’Occidente che si deve schierare unito contro di loro (come volevasi dimostrare). Sulle alleanze ‘sciolte’ con l’Arabia Saudita, in genere, sorvolano. Così come la prima categoria, in genere, sorvola su un fatto: in tutta Europa l’integrazione è già un fatto, l’accoglienza di centinaia di migliaia di immigrati anche, eppure il clima sembra soltanto peggiorato.

Come sempre, quindi, realismo, concretezza e principi saldi, servono molto più di ideologie e schieramenti aprioristici.

Il nome del profeta dell’Islam è tra i nomi più diffusi tra i nuovi nati in Gran Bretagna, tra i più diffusi in Belgio, Al Jazeera, rete televisiva che ha come telespettatori una percentuale di mussulmani pari a circa il 98% ha le sue sedi a Washington e Londra, in Spagna e altre città europee e tantissime altre ancora negli Stati Uniti. L’Islam è già parte dell’Occidente. Donald Trump dice di voler espellere i mussulmani dal paese ma sa benissimo che è una sciocchezza propagandistica. E ‘confidiamo nella cattiva fede’ dei giornalisti e dei politici nostrani quando affermano che il nemico è l’Islam, salvo poi inchinarsi al politicamente corretto in maniera bipartisan quando c’è da puntare il dito sul ‘razzismo dell’estrema destra’, solitamente accusata per il suo antisemitismo. Il presunto antisemitismo non va bene ma, a quanto pare, discriminare milioni di persone per la propria fede (e limitatamente anche per la razza, dal momento che, però, mussulmani si può anche diventarlo da italiani, ad esempio), invece, si.

Il loro liberalismo si ferma lì. Il loro antirazzismo è solo servilismo ad Israele. Non a caso lo scrittore Roberto Saviano, divenuto noto al grande pubblico con la pubblicazione del libro “Gomorra” sulla malavita campana, oggi ‘twitta’: “Il terrorismo si combatte solo con l’integrazione”. Evidentemente, vivendo sotto scorta dal 2006, Saviano è un po’ fuori dal mondo. E peraltro un po’ confuso, dal momento che nel 2010 (e poi anche in altre occasioni) dichiarò il suo sostegno allo stato di Israele, di certo non un campione d’accoglienza e integrazione, con l’occupazione dei territori palestinesi, i muri e pochi giorni fa l’ultima dimostrazione della sua democraticità: un soldato israeliano che spara a freddo e uccide un palestinese disteso per terra, già immobilizzato e tratto in arresto dopo un accoltellamento. Con lui, considerato eroe nazionale, è accorso subito a complimentarsi un esponente dell’estrema destra anti-araba israeliana. In quella occasione lo scrittore icona del politicamente corretto definì Israele “una democrazia sotto assedio”. In quell’occasione, evidentemente, si dimenticò di suggerire l’integrazione come soluzione. L’isolamento di Gaza, senza accesso ad acqua ed elettricità, prigione a cielo aperto, deve essergli sembrata un’ottima idea.

Due giorni fa, a Londra, sono stati fermati due giovani mussulmani di 21 e 22 anni, che avevano già effettuato ricognizioni presso alcune stazioni di polizia per effettuare attentati. Entrambi con cittadinanza inglese, sono cresciuti nello stesso quartiere del tristemente famoso ‘Jihadi John’, l’altro inglese appartenente all’Isis ucciso in un raid.

Uno di loro era stato presidente della “Islamic Society”, club interno al prestigioso King’s College di Londra, che ha la sua sede principale sullo Strand, in centro. Lo stesso ateneo in cui, qualche settimana fa, la Boldrini teneva il discorso annuale del Jean Monnet Centre of Excellence e straparlava di europeismo, antifascismo e accoglienza. Lo stesso club finito sui giornali nei giorni scorsi per avere organizzato un banchetto in cui donne e uomini erano separati nel corso della serata da un paravento posto in mezzo alla sala. Un evento a pagamento ‘privato’ per cui l’ateneo ha declinato ogni responsabilità ed il cui acquisto ticket prevedeva due differenti contatti per uomini e donne.

Non più di una settimana fa, sui quotidiani inglesi era possibile leggere di una prestigiosa boutique in Oxford Circus (siamo sempre a Londra, città in cui i bianchi sono ufficialmente una minoranza) che esporrà i cosiddetti ‘burkini’ (costume da bagno completamente coprente utilizzato dalle donne mussulmane) nel proprio store. Alla London Fashion Week, il mese scorso, hanno sfilato modelle col velo. In giro per la città, in strada e sul posto di lavoro, non si contano i centri islamici, le donne col velo o con il burqa.

A Parigi, nel quartiere di Saint Denis, e soprattutto nella ‘belga’ Molenbeek, dove i terroristi delle stragi sono stati protetti dalla comunità che ci viveva, abbiamo visto che l’integrazione non solo c’è, ma appartiene ormai al passato: in futuro ad integrarci dovremo essere noi. Ed effettivamente, con la politica delle frontiere aperte e la bassissima natalità europea, presto neanche questo sarà più un problema. L’Europa com’era, semplicemente, non esisterà più. L’Europa di etnia caucasica, di religione cristiana, di origini greco-romane, sarà soltanto storia, con la benedizione di Boldrini & Co.

Ne saranno contenti anche gli antifascisti di tutta Europa, che lanciano agli immigrati il rassicurante slogan “Refugee Welcome” e si sono detti disposti ad accettare gli stupri in cambio delle frontiere aperte. Gli stupri si possono accettare, il ‘razzismo’ no.

Papa Francesco, in occasione del rito della lavanda dei piedi che precede la Pasqua, si è inchinato e ha baciato simbolicamente i piedi a dodici immigrati di fede islamica. Alcuni sacerdoti hanno messo le loro chiese a disposizione degli islamici per la loro preghiera.

La cantante Fiorella Mannoia ha dichiarato: “i nostri morti per i loro”, avallando così il terrorismo, il ‘nostro’ ed il loro.

“In Siria”, ha dichiarato, “ci sono migliaia di cittadini morti uccisi da bombardamenti, perché loro non sono essere umani innocenti come noi? Bisogna avere la stessa pietà per i nostri morti come per i loro. La comunicazione non li mette sullo stesso piano: quando accadono cose in occidente ci spaventiamo, ma anche quelle sono famiglie”. Giusto, per carità: peccato che non abbia detto una parola sulla destituzione del presidente Assad, unico a combattere sul campo l’Isis insieme alla Russia di Putin. Peccato abbia condannato il terrorismo occidentale, ma non quello islamico, che non è esattamente un modo leale di “fare la guerra”.

D’altronde, non è stata l’unica a dire: perché gli attentati ad Ankara, in Africa e nel resto del mondo non ci colpiscono come quelli di Parigi o di Bruxelles?

Un po’ come dire ad una madre a cui è morto il figlio o ad un ragazzo a cui è morto il fratello: perché soffri così tanto quando ogni giorno, nel mondo, muoiono tantissime persone e tu non sei altrettanto dispiaciuto?

Sfugge completamente il concetto di comunità, che precede e dà le basi ideali al concetto di identità, di fratellanza, di vicinanza umana rispetto a chi condivide con te qualcosa, rispetto a chi conosci più da vicino, con il quale sei unito concretamente e non astrattamente.

Annalisa Gadaleta, assessore proprio a Molenbeek, ha dichiarato all’Ansa: “Ma gli italiani a chi vogliono fare la lezione? I primi a essere venuti qui a migliaia siamo stati noi perché avevamo fame e volevamo una vita migliore”. E poi ancora: “Oggi arrivano persone che fuggono dalla guerra e non puoi dire loro rimanete a farvi ammazzare nei vostri Paesi”. “L’errore”, ha aggiunto, “è pensare che chi viene da Paesi connotati da dittature o comunque regimi non democratici, possano venire e adeguarsi automaticamente alla democrazia”.

L’essere europei, avere una cultura comune, una fratellanza spirituale, le medesime origini etniche non sembrano avere alcuna importanza per l’assessore in questione come per tanti altri. L’italiano che va in Belgio è la stessa cosa dell’africano che arriva in Europa. Peraltro, non che l’emigrazione in sé sia un fenomeno positivo, ma c’è differenza sostanziale anche tra le migrazioni di massa, gli arrivi sui barconi, le invasioni alle frontiere e gli spostamenti, molto più contenuti e sostanzialmente diversi nel metodo, degli italiani nel tempo. Non che l’emigrazione, con lo sradicamento che porta con sé, possa essere considerato di suo un fenomeno positivo. Ma non si possono neanche ignorare le differenze. In un ritratto in bianco e nero, le sfumature sono tutto nella buona riuscita del disegno, non puoi ridurre il tutto al si o no alle sfumature.

E non sono semplicemente accettabili parole tese a giustificare i comportamenti anti-sociali dei migranti, né politicamente sensate le conclusioni: “i fenomeno migratori non si possono fermare”.

Non solo si possono fermare, ma se così fosse, faremmo prima a dichiarare il fallimento degli Stati, con l’unico risultato positivo che, almeno, personaggi come la Gadaleta non avrebbero più un posto sicuro su cui poggiare il culo.

Certo, forse dall’Italia è ancora possibile pensare che la situazione sia connessa all’integrazione. Ma neanche più di tanto. In una prospettiva europea, però, con l’integrazione ed in alcuni casi la predominanza islamica, invocare l’integrazione è semplicemente fuori luogo e fuori tempo. L’integrazione c’è già. E non è evidentemente la soluzione.

Ma, tra parentesi, cosa si intende per integrazione? Cosa vuol dire concretamente questo concetto un po’ astratto che può rappresentare tutto e niente? Vuol dire tolleranza? Libertà religiosa? Vuol dire che gli islamici devono diventare come noi? Vuol dire che noi dobbiamo diventare come loro? A meno con il termine non si intenda, quindi, l’ipotesi di annullare la nostra o la loro identità, integrazione non può voler dire altro che coesistenza pacifica e rispetto.

E tutto ciò che abbiamo detto, il comportamento delle istituzioni, della società, non dimostra minimamente il contrario. O si vuole contestare l’opinione dei singoli e imporre il pensiero unico filo-islamico? Neanche questa, peraltro, sarebbe integrazione. Sarebbe censura. La legge già prevede reati di pensiero fin troppo restrittivi, dubitiamo ci sia bisogno di introdurne altri. O forse impedire le minigonne, chiudere in casa le donne europee è integrazione?

Quanto alle soluzioni, c’è chi dice che siamo in guerra e bisogna bombardare. Ma finora, chissà perché, gli unici a respingere sul campo i jihadisti sono stati il presidente siriano e quello russo, mentre gli americani hanno storto il naso quando Putin ha colpito i cosiddetti “ribelli moderati”. La loro soluzione, come sempre, è quella di violare la sovranità di altri stati sovrani, in genere stati laici, come la Siria appunto ed in passato la Libia, l’Iraq, per poi lamentarsi della destabilizzazione e dell’avanzare di milizia fondamentaliste, in genere finanziate dagli alleati arabi o turchi ed armati e a volte addestrati dagli stessi Stati Uniti per abbattere i regimi in questione. Chiaramente prima di “scoprire” che si tratta di terroristi.

Bombardare la Siria, però, è una chiara violazione di sovranità. Quanto alla Libia, è chiaro, invece, che l’intervento diventa inevitabile per il nostro paese nel momento in cui diventa un pericolo diretto e, tranne quello fantoccio portato su un barcone dall’Occidente, non esiste praticamente un governo.

Infine, c’è la questione immigrazione. È chiaro a tutti, tranne che a chi “amministra” il nostro paese, che – questioni sociali e politiche di fondo a parte – è impensabile conciliare la lotta al terrorismo con l’arrivo di masse di immigrati difficilmente identificabili. Ed è impensabile parlare di integrazione laddove i fenomeni diventano di massa: è come ingoiare un’intera scatola di medicine in una volta sola e pensare di averne benefici o rimanere sott’acqua a bocca aperta con l’intento di reidratarsi. Il popolo ebraico si è insediato in massa in Palestina ed ha dato vita allo stato di Israele: l’esperimento integrazione non sembra sia andato a buon fine. Persino la coesistenza è divenuta impossibile. Naturalmente. Tanto per ricordare a Saviano il concetto di integrazione dei suoi beniamini.

Lo stop all’invasione delle frontiere europee, dunque, è una misura necessaria, seppur non completamente risolutiva. I terroristi, lo sappiamo, sono già nel nostro continente, molto spesso ci sono nati, sono cittadini europei, super integrati appunto. E’ chiaro che non ci si può limitare ad attendere gli attentati e ricercare poi i responsabili. Un lavoro di intelligence che finora ha rivelato molte falle. A volte anche troppe per non essere sospette.

Ma il problema che sta alla radice del fenomeno dei foreign fighters e dei terroristi cresciuti nelle nostre città e nelle nostre scuole non può che suggerire soluzioni del tutto opposte a quelle suggerite dai maestri del politicamente corretto. È chiaro che nel quartiere arabo di Bruxelles o in quello di Parigi, l’Europa è soltanto un nome su una mappa. L’Europa è un’identità che in quei posti smette di esistere, rappresenta lo straniero (nemico o meno) e non la propria comunità di appartenenza. La possibilità di coesistere pacificamente l’Europa ha imparato a concederla finalmente. Ma l’interrogativo è: la coesistenza pacifica a cui ci siamo resi disponibili ha prodotto ‘integrazione’ ? Ha permesso, insomma, la nascita di un sentimento comunitario comune? Non lo ha fatto. Fondamentalismo a parte, il punto è proprio quello: il sentimento comunitario fondato sulla condivisione linguistica, culturale, religiosa, etnica resiste, da sempre peraltro, alla coesistenza.

Dunque? Tornare indietro a qualche, a volte troppi decenni fa o anche più non è possibile. Ma fermare l’avanzata di un esperimento che si è rivelato fallimentare, invece, lo è. Affermare l’identità europea, invertire la rotta, ridare vitalità ad un corpo morente, rimettere al centro la natalità, pretendere che si possa tornare a parlare e considerare le minoranze come tali nella vita pubblica, senza tabù. E, quanto alle azioni specifiche, non si può pretendere di affrontare il terrorismo come il crimine comune e non per quello che è socialmente. Dunque, espulsioni vere e, per chi l’ha acquisita, revoca della cittadinanza se chi viene condannato in via definitiva per fatti legati al terrorismo islamico ad esempio. Intervenire sulle connivenze, i legami comunitari dei terroristi, utilizzando le stesse misure nei confronti della rete di protezione che li circonda. Familiari, conoscenti. Destrutturare le loro ‘posizioni’ e, nel frattempo, ristrutturare le nostre.

Tutte cose che, se venissero fatte, si griderebbe subito al nazismo. Ecco perché non si farà nulla. Ed ecco perché l’Europa morirà senza combattere. Mentre pochi tenteranno di resistere, abbandonati a se stessi e trattati come i veri nemici.

Marco Travaglio, fenomenologia del Grande Inquisitore

17/05/2016 Roma, Rai, trasmissione televisiva Ballaro', nella foto Marco Travaglio

Parte come non avremmo mai voluto partisse lo spettacolo teatrale di Marco Travaglio al Leicester Square Theatre di Londra: un minuto di silenzio per gli attentati avvenuti poche ore prima a Bruxelles. Dopo di che “Slurp!”, recital che prende spunto dall’omonimo libro del direttore de “Il Fatto Quotidiano”, pubblicato da Chiarelettere nel 2015, prende il via e va in scena Mussolini. Proprio lui, il Duce, che evidentemente non passa mai di moda. D’altronde, al momento di accedere in sala, controllo del biglietto e poi ti ritrovi in mano l’invito a trascorrere il 71° anniversario della “liberazione” al “Marx Memorial Library” insieme ai partigiani dell’Anpi, onnipresenti anche a Londra, per la proiezione – in occasione degli ottant’anni della guerra civile spagnola – del documentario di Daniel Burkholz, “No Pasaran”. Per Travaglio, sedicente anticomunista, nessun problema. Presenza istituzionale annunciata, non nuova alle iniziative antifasciste, Giulia Romani, console presso il Consolato Generale d’Italia a Londra.

Partigiani a parte, Travaglio parte con Mussolini ma prende di mira Renzi e, insieme all’attrice Giorgia Salari, fondamentale nel dare consistenza scenica allo show, danno lettura delle cronache giornalistiche in maniera alternata sul Duce e poi su Renzi, sottolineando le forzature da parte dei giornalisti di ieri e di oggi nel descrivere le doti insuperabili dei potenti. Con la differenza, aggiunge Travaglio, che Benito Mussolini, quanto meno, non mancò di segnalare personalmente alcuni eccessi ai diretti interessati. “Il giornalista italiano”, racconta il cronista piemontese dal palco, “non cambia idea, cambia direttamente padrone” e la funzione dei giornali in Italia è pressoché una sola: “coprire le menzogne dei potenti”. “Dopo il crollo della Dc”, prosegue, “ci fu una vera e propria transumanza, tutti diventarono comunisti, poi passarono con Craxi, poi coi magistrati di Tangentopoli”, e così via con Berlusconi, Prodi, Letta e, infine, Renzi. “Il giornalista italiano”, osserva, “è un sottoprodotto dell’intellettuale nato a corte”. Cita Sofri, Capanna, Scalfari insospettato sostenitore di Craxi, Vespa e Feltri al tempo de “L’Indipendente”, entrambi infatuati di Di Pietro e della magistratura. E cita, soprattutto, Giuliano Ferrara, il bersaglio preferito che, con i suoi ripetuti cambi di casacca, dalla sinistra extraparlamentare al tintinnio delle manette di “Mani Pulite”, dal berlusconismo estremo agli elogi per tutti i governi che si sono succeduti negli ultimi anni, finisce per rappresentare un po’ l’intera categoria di quelli che definisce “scudi umani a mezzo stampa, il cui segreto è non avere una reputazione”.

Giornalisti di regime, pronti sempre a saltare sul carro del vincitore, con una “prosa zuccherosa” che non lesina odi a chi detiene il potere in cambio delle briciole e che, per farlo, non si limitano a distorcere la verità, ma all’occorrenza la inventano. Quanto all’informazione ed alla sua collusione col potere, è indubbio che Travaglio centri il bersaglio, basti pensare all’intoccabilità dell’ex presidente della Repubblica Napolitano, autore di un vero e proprio “golpe bianco” secondo il giornalista divenuto noto ai più in seguito al cosiddetto ‘editto bulgaro’ lanciato da Berlusconi per allontanare dalla televisione pubblica i suoi ‘avversari’. Anche su Berlusconi e gli interessi personali che ne hanno segnato la linea politica, coperta da un finto idealismo pronto a mutare in base ai sondaggi ed a strategie da piazzista della politica, del resto, ci aveva visto bene. Senza timore di apparire complottista accenna all’esistenza di “poteri che governano occultamente l’Italia”. Ma, proprio il piedistallo su cui continua a porsi, è divenuto col tempo il peggior nemico di se stesso. Dal momento che anche lui che fa continuamente la morale a tutti, dal punto di vista della coerenza politico-giornalistica, di certo un santo non è.

Passi il metodo, spesso più vicino alla satira che al giornalismo e che mal compensa il cattivo gusto del servilismo con la pessima abitudine degli insulti personali molto poco professionali. Non è, infatti, soltanto una questione di stile. Col pallino delle intercettazioni da sempre, nel ’97, per il settimanale di destra “Il Borghese” curò la pubblicazione delle intercettazioni tra i militanti di Lotta Continua, organizzazione extraparlamentare di estrema sinistra coinvolta nella morte del commissario Calabresi. Intercettazioni che coinvolgevano, tra l’altro, personaggi come Gad Lerner e Giuliano Ferrara, in seguito all’arresto di Sofri. Ebbene, tra i firmatari dell’appello che fornì i fondamenti ‘ideologici’ del suo omicidio, a causa delle presunte responsabilità sulla morte dell’anarchico Giuseppe Pinelli, c’era anche la scomparsa Franca Rame, in prima linea insieme al marito Dario Fo nel “soccorso rosso” a difesa dei terroristi di sinistra. Nonostante questo, il giornalista sprizza stima per lei da tutti i pori, vantandosi in diverse occasioni della sua amicizia e dedicandogli un ‘coccodrillo’ che è un’ode a lei, “la più bella”, “Francuccia”. La definisce “maestosa, smagliante e fiera” e ricorda, peraltro, come considerasse cosa propria il giornale da lui diretto. Nel caso di Franca Rame, evidentemente, il rispetto per le istituzioni è passato in secondo piano rispetto all’antiberlusconismo.

Del resto, anche il giornale del quale è tra i fondatori, per il quale la Costituzione è una sorta di mantra intoccabile manco fosse legge divina, proteso ad un giustizialismo ‘manettaro’ estremamente integralista, è dalla parte delle istituzioni soltanto quando gli conviene. Lo scorso febbraio, ad esempio, nel dare la notizia di un’informativa del Viminale ad uso giudiziario sul conto di CasaPound, improvvisamente l’evidenza dei fatti accertata dai pubblici uffici, ovvero l’uso sistematico della violenza da parte degli antifascisti ed il coinvolgimento dunque forzato del movimento negli scontri, a tutela della propria libertà, suscitava non poca ironia da parte del suo collaboratore. In casi simili gli organi inquirenti non vanno più bene. Se la polizia dichiara che CasaPound si muove “nel rispetto della normativa vigente e senza dar luogo a illegalità e turbative dell’ordine pubblico”, il giornale di Travaglio ha un impulso irrefrenabile e irrazionale a schierarsi dall’altra parte. “Vengono del tutto rimossi”, si legge sul quotidiano diretto dal giornalista piemontese, “i loro tratti violenti, xenofobi e caparbiamente nostalgici. Il termine ‘fascismo’, per dire, non viene mai in quelle seimila battute. E per non dire ’dittatura’, nell’informativa si ricorre all’eufemistico e neutro ‘Ventennio’, di cui si dà acriticamente atto della possibilità di rivalutarne ‘gli aspetti innovativi di promozione sociale’. Alcuni passaggi sono illuminanti e danno l’impressione di una esplicita approvazione”. Scandalo, insomma, come se la verità, pur senza nessuna argomentazione contraria, debba per forza stare dall’altra parte. Le accuse arbitrarie di violenza e xenofobia, evidentemente, non danno troppo fastidio al buon Travaglio, per il quale, d’altronde, non è mai stata indispensabile una condanna o un giudizio definitivo per accusare qualcuno. Un’intercettazione qua, una ‘soffiata’ di là, un’imboccata dalla questura o dall’amico magistrato sono molto spesso più che sufficienti. Una strategia del fango che, anche con il movimento dei ‘Fascisti del Terzo Millennio’ appena citato, il suo giornale ha puntualmente usato, sparando senza problemi persino titoli come questo: “Napoli, 10 arresti tra estremisti di destra. Volevano violentare una ragazza ebrea”. Peccato che questa accusa, come altre riprese dai giornali quasi fossero verità accertate, si sia poi rivelata farlocca. Ma quando si tratta di restituire il favore, il clamore stranamente scema.

“È un Grande Inquisitore, da far impallidire Vyšinskij, il bieco strumento delle purghe di Stalin”, diceva di lui Indro Montanelli, considerato una sorta di maestro da Marco Travaglio, “non uccide nessuno. Col coltello. Usa un’arma molto più raffinata e non perseguibile penalmente: l’archivio”. Quando, però, sono i giornalisti berlusconiani ad usare lo stesso strumento, allora la tattica si trasforma subito in “dossieraggio”, “killeraggio” e così via. In merito ai recenti attentati, ha scritto: “Se fossero esseri raziocinanti e non macellai fanatici, verrebbe il sospetto che questi terroristi in franchising sotto la sigla Isis facciano le stragi apposta per far uscire il peggio della nostra cosiddetta civiltà superiore. Tipo Salvini o Gasparri”. Senza difendere Salvini (e tanto meno Gasparri), ma unirsi al coro dello sciacallaggio e poi non dire una parola e considerare normale chi pretende di rispondere al terrorismo con le frontiere aperte non appare così imparziale come lui ama mostrarsi.

Anticomunista cattolico, come lui stesso si è definito in diverse occasioni, si definisce un liberale alla Einaudi o De Gasperi, salvo poi dichiarare il voto per partiti come L’Italia dei Valori, l’esperimento politico fallito di Ingroia, Rivoluzione Civile, o per il Movimento 5 Stelle, che certo col pensiero liberale ha poco a che fare e che hanno certamente poco a che fare anche con le posizioni politiche di figure passate alla storia come Reagan negli Stati Uniti o la Thatcher in Gran Bretagna, per le quali l’acerrimo nemico di Berlusconi ha comunque espresso la sua fascinazione politica. Oggi sparla della Lega e dei suoi elettori, ma ha ammesso di aver votato anche loro alle elezioni politiche del 1996, in chiave antiberlusconiana. Ha il vezzo non troppo ostentato (visto che il suo pubblico è praticamente di sinistra) di definirsi di destra, ma dal liberalismo al giustizialismo manettaro appiattito sulle posizioni di magistrati e giudici di strada ne corre ed è difficile trovare un filo logico. La sua destra, ammette, semplicemente “non esiste. È immaginaria”. E di questo, in effetti, non ne dubitiamo.

Emmanuel Raffaele, 26 marzo 2016

LEGGI ANCHE: Show di Travaglio a Londra: i giornali nascondono le menzogne dei potenti

Regno Unito, in arrivo maxi-struttura per l’intelligence americana in Europa

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Entro il 2017 gli Stati Uniti costruiranno nel Regno Unito un centro d’intelligence che servirà da quartier generale per la condivisione di informazioni militari per tutta l’area dell’Europa e del Sud Africa. Gli Usa, insomma, dopo aver candidamente confessato di spiare i nostri governi, intendono tenerci d’occhio più da vicino e a fare da testa di ponte sarà ovviamente il suo alleato storico in Europa, la Gran Bretagna. Ecco spiegato il motivo dell’opposizione americana ad una eventuale Brexit, ecco la ragione delle preoccupazioni sulla sicurezza britannica in caso di uscita dall’Europa a causa di una minore condivisione delle informazioni con gli “alleati” ed ecco perché, dunque, in prospettiva sovranista, l’uscita del Regno Unito non andrebbe visto con troppa diffidenza, rappresentando un colpo importante sia nei confronti dell’Unione Europea che per l’imperialismo americano.

La notizia non è ancora ufficiale, tanto che il Dipartimento statunitense della Difesa ha evitato nei giorni scorsi ogni commento, ma il quotidiano inglese “The Indipendent” ha già fornito parecchi dettagli dell’operazione mentre l’ufficialità dovrebbe arrivare a breve. In particolare, il Pentagono sarebbe pronto a stanziare ben 200 milioni di dollari per quello che dovrà essere il “Joint Intelligence Analysis Centre” e che sarà situato presso la base aerea di Croughton, che già elabora circa un terzo delle comunicazioni militari americane in Europa.

Il nuovo centro impiegherà quasi 1300 persone provenienti da più di cinquanta paesi e assumerà, ampliandole e centralizzandole, le funzioni di intelligence finora svolte presso la base americana di Molesworth, che verrà chiusa nel quadro di una riduzione dei costi voluta dal governo di Obama. Già lo scorso anno, del resto, all’annuncio della chiusura della base in questione, un portavoce del comando americano in Europa aveva anticipato la sostituzione della struttura con un edificio mirato a consolidare e rendere più efficienti le operazioni di intelligence che coinvolgono sia la Cia che i servizi segreti inglesi.
Emmanuel Raffaele, 25 marzo 2016

Show di Travaglio a Londra: “i giornali italiani nascondono le menzogne dei potenti”

Marco-TravaglioUn minuto di silenzio per “i caduti di Bruxelles”, poi si parte. E sono risate – attentato a parte – amare, anche se a scriverne bene quasi ci si vergogna, visto che i protagonisti di “Slurp!” sono i “leccaculo” d’Italia per eccellenza: i giornalisti e il loro rapporto coi potenti. Ma Travaglio, direttore de “Il Fatto Quotidiano”, pur influente, non è certo uno di loro, quindi non ce ne voglia se ci scappa qualche complimento per il recital di cui è protagonista insieme alla brava attrice Giorgia Salari ed ispirato al suo omonimo libro, edito da Chiarelettere nel 2015. Svoltosi grazie all’ottima organizzazione della società di produzione eventi “Tij  events”, presso il centralissimo Leicester Square Theatre di Londra, lo scorso 22 marzo, nel bel mezzo della settimana santa, lo show del giornalista è infatti un attacco fortissimo proprio ai ‘sepolcri imbiancati’ della stampa italiana. A quel modo di raccontare i potenti fatto di “prosa zuccherosa”, lodi ai limiti della sottomissione umana e rivolto quindi a quel giornalismo di regime, privo di qualsiasi dignità e coerenza. “Il giornalista italiano”, afferma Travaglio dal palco, “non cambia idea, cambia direttamente padrone”, dunque la funzione dei giornali in Italia è pressoché una sola: “coprire le menzogne dei potenti”.

E non ci sono solo Berlusconi ed i suoi cortigiani, anzi, partendo dalla vecchia Dc per arrivare a Renzi (la ‘nuova’ Dc, dopotutto), spiega Travaglio, hanno leccato a turno un po’ chiunque sia stato al potere; più che equidistanti, “equivicini”, come il volto televisivo Bruno Vespa. Giuliano Ferrara, tra i più bersagliati, è un po’ il refrain dello show: lui, che ad ogni governo, come d’incanto, senza sorprese, si scopre più lealista del re, va a rappresentare una categoria in realtà molto vasta e, con la sua puntuale approvazione e lode di ogni potente, suscita altrettanto puntuali le risate tra il pubblico. Risate che, per la verità, stentano a fermarsi per tutta la durata dell’evento, a testimonianza di un’opera che va leggermente al di là del giornalismo e fa di Travaglio qualcosa di più, o semplicemente qualcosa di diverso: uno dei pochi in Italia capace di fare anche satira di qualità. Il suo punto di forza e, da un punto di vista strettamente professionale, forse anche un po’ il suo limite, infatti, è uno stile che si serve della notizia per attaccare e mettere alla berlina il potente, con soprannomi e prese in giro (il presidente della Repubblica Mattarella, nello show, diventa il “cadaverino” che non parla) mirate probabilmente a compensare quelle lodi eccessive dei giornalisti nei confronti delle quali Travaglio manifesta, giustamente, tutta la sua insofferenza. Una strategia che, se da un punto di vista professionale potrebbe suscitare qualche critica, da un punto di vista pratico, però, diventa probabilmente una necessità di fronte a tanto servilismo. Tra passato e presente, lo spettacolo si apre con un alternarsi di ‘cronache da Istituto Luce’, riprese dai giornali di ieri e di oggi, su Mussolini – descritto come una sorta di superuomo sui fogli dell’epoca – e Renzi – che non è da meno -, evidenziando come, seppur il regime fascista sia ormai andato, la censura (e, soprattutto, l’autocensura) non sia certo espressione tipica soltanto di quell’epoca. Con la differenza, osserva il giornalista, che almeno Mussolini in qualche occasione impose ai suoi di contenersi. È l’istinto umano a leccare il culo al più forte, a saltare sul carro del vincitore, la tentazione rassicurante a conformarsi che, però, applicata al giornalismo, provoca disastri trasformando i giornali nella cassa di risonanza dei politici a cui, invece, dovrebbero fare le pulci per far funzionare bene le cose. L’occhio bionico di Renzi capace di tenere sotto controllo Roma anche a distanza, lui descritto come un grande sciatore (nonostante le cadute a dir poco comiche), il premier multitasking, ma anche l’estasi divina del ministro Maria Elena Boschi che quasi sconvolge Vespa (ed è francamente uno dei pezzi forti dello show), il loden di Monti che racconta di laghi e borghesia operosa (!), la sobrietà del Frecciarossa su cui viaggia la moglie, in breve, le ovvietà e le esagerazioni sui potenti sparate negli articoli o, peggio, a caratteri cubitali nei titoli per pomparne l’immagine: “Donna Clio”, “Donna Elsa”, l’uragano Fornero, il grande Fausto (Bertinotti), il seducente D’Alema, Monti salvatore della patria e tanto, tanto altro ancora. I colpi di lingua della stampa non si contano e, d’altronde, riempiono appunto un intero libro e la ‘sceneggiatura’ di uno spettacolo che ripaga ampiamente il costo del biglietto. Giorgio Gaber, in una strofa di una delle sue canzoni più pregne di significato, “Io se fossi Dio”, letteralmente malediceva i giornalisti: “Compagni giornalisti”, accusava, “avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete; avete ancora la libertà di pensare ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare. Immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti”.  Ebbene, “Slurp” ci racconta nei dettagli quello che Gaber cantava nell’81. Unico rimedio e, dunque, unica vera rivoluzione è recuperare il senso della dignità. “Scudi umani a mezzo stampa: il loro segreto è non avere una reputazione”, incalza infatti Travaglio, anticipando la chiave di lettura che poi svela nell’esortazione finale della sua meritevole opera di denuncia sociale, di rilievo ancora maggiore vista la fama del giornalista: “se dall’alto non cambia nulla, impegnatevi anche voi, dal basso, a migliorare la qualità dell’informazione, sostenendo quella buona e criticando quella cattiva”. Del resto, scriveva lo scorso anno Gianluca Ferrara sul “Fatto Quotidiano”, in riferimento al lavoro teatrale del collega, i potenti ed i loro servi hanno, in un modo o nell’altro, bisogno del consenso per conservare il proprio posto; e gli strumenti di ricatto per ottenerlo si basano essenzialmente su due sentimenti: la paura e i favori. Per ritrovare la verità, per una stampa all’altezza della sua stessa etica, per essere semplicemente liberi, occorre “soltanto” più coraggio. Basta ricordarselo, ogni giorno e, quanto meno, al momento del voto.

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Londra, ieri 162ª edizione della “Boat Race” tra Cambridge ed Oxford

Il pubblico sulla linea di partenza
Il pubblico sulla linea di partenza

Londra – E’ stata l’università di Cambridge a trionfare nella 162ª edizione maschile della “Boat Race”, sono state le donne di Oxford, invece, ad aggiudicarsi la 71ª  edizione femminile della storica regata. Gli uomini di Cambridge hanno così allungato le distanze, portando il proprio team a ottantadue vittorie contro le settantanove degli avversari, mentre le donne hanno fatto registrare un leggero riavvicinamento tra le due squadre, che ora si ritrovano quarantuno a trenta.

Putney Bridge allestito per l’evento

La regata sul Tamigi che mette a confronto gli studenti dei due prestigiosi atenei nel giorno di Pasqua, partita da Putney Bridge e conclusasi all’altezza di Chiswick Bridge nel primo pomeriggio di ieri, vanta una storia che ha inizio fuori Londra, addirittura, nel 1829, con la vittoria di Oxford su un’imbarcazione a remi tuttora conservata al River & Rowing Museum di Henley. Le prime edizioni non ebbero un regolare svolgimento annuale, tanto che la seconda edizione avvenne, stavolta a Londra, soltanto nel 1836. A dare inizio alla tradizione, due amici, uno dei quali nipote del poeta William Wordsworth, Charles Wordsworth, studente del Christ Church College di Oxford, recatosi in visita a Cambridge, laddove conobbe Charles Merrivale del college St John. I due idearono la sfida, che subito l’ateneo di Cambridge lanciò a quello di Oxford. Ebbe invece inizio circa un secolo dopo e non senza ostilità, esattamente nel 1927, la prima gara tra le studentesse delle due università, che iniziarono a sfidarsi annualmente soltanto a partire dalla metà degli anni Sessanta.

Lungo il fiume, locali aperti e clima di festa
Lungo il fiume, locali aperti e clima di festa
Per qualcuno la festa è particolarmente sentita (!)

Ieri manifestazione a Londra: “Refugees Welcome Here” [FOTO]

Londra, 20 mar – Gli organizzatori di “Stand up to racism” aspettavano ben 15mila persone ed oggi ne hanno dichiarate addirittura 20mila. In realtà, difficilmente i manifestanti hanno superato le 10mila unità, molto probabilmente vicini appena alle 5mila e sicuramente molti di meno rispetto alle attese. Un universo a dir poco eterogeneo quello che, al grido di “Refugees welcome here”, ha sfilato in corteo per il centro di Londra per poi radunarsi, nel primo pomeriggio, nella storica Trafalgar Square, proprio di fronte alla “National Gallery”. Clicca qui per leggere la notizia

Una giovane manifestante mussulmana esibisce i cartelli diffusi dagli organizzatori a favore delle porte aperte ai rifugiati, contro "Islamofobia" e "antisemitismo"
Una giovane manifestante mussulmana esibisce i cartelli diffusi dagli organizzatori a favore delle porte aperte ai rifugiati, contro “Islamofobia” e “antisemitismo”
Amyna, arrivata in Gran Bretagna da Mosul (Iraq) urla: "qui non abbiamo diritto, vogliamo essere trattati come esseri umani"
Amyna, arrivata in Gran Bretagna da Mosul (Iraq) urla: “qui non abbiamo diritti, vogliamo essere trattati come esseri umani”
Una panoramica di Trafalgar Square vista dall'alto
Una panoramica di Trafalgar Square vista dall’alto
Un manifestante esibisce la maschera di "V per Vendetta"
Un manifestante esibisce la maschera di “V per Vendetta”
Un'altra propone di rimandare indietro i "razzisti" contro l'immigrazione e tenersi i "rifugiati"
Un’altra propone di rimandare indietro i “razzisti” contro l’immigrazione e tenersi i “rifugiati”
Una militante "socialista" propaganda le sue idee a due giovani mussulmane
Una militante “socialista” propaganda le sue idee a due giovani mussulmane
Un gruppo di ragazzi ha deciso di colorarsi in nome dell'uguaglianza tra le razze
Un gruppo di ragazzi ha deciso di colorarsi in nome dell’uguaglianza tra le razze

 

Un manifestante antifascista
Un manifestante antifascista
"Presenze inspiegabili" sul palco
“Presenze inspiegabili” sul palco
Ad un banchetto si distribuisce gratuitamente il Corano "a chi non è ancora mussulmano", ostentando un rassicuranre striscione: "Io amo Gesù perché sono mussulmano"
Ad un banchetto si distribuisce gratuitamente il Corano “a chi non è ancora mussulmano”, ostentando un rassicuranre striscione: “Io amo Gesù perché sono mussulmano”
Un manifestante si fa immortalare con uno smartphone da un amico
Un manifestante si fa immortalare con uno smartphone da un amico
C'è chi improvvisa una danza
C’è chi improvvisa una danza
Un momento della manifestazione
Un momento della manifestazione
Un dimostrante pretende "amore e rispetto per tutti"
Un dimostrante pretende “amore e rispetto per tutti”, c’è chi lo guarda stranito
C'è anche chi chiede all'Australia di allentare la rigidità delle sue politiche migratorie
C’è anche chi chiede all’Australia di allentare la rigidità delle sue politiche migratorie
UCU - London Region
UCU – London Region
Fronte del palco
Fronte del palco
Un gruppo di ragazzi espone uno striscione
Un gruppo di ragazzi espone uno striscione
"La nostra comune umanità è la base principale della pari cittadinanza tra le persone"
“La nostra comune umanità è la base principale della pari cittadinanza tra le persone”
Momenti di distrazione
Momenti di distrazione

 

(PH: Emmanuel Raffaele)

St Peter Church: a Londra l’Italia passa soprattutto da qui

43727Ci si può perdere nelle speculazioni sull’integrazione, assicurare a se stessi ed agli altri di sentirsi cittadini del mondo, sminuire il valore dei confini considerandole barriere arbitrariamente tracciate dall’uomo. Ma, nel mondo reale, così come nella testa e nel cuore e nello spirito degli uomini, la lingua, le tradizioni comuni – anche negli aspetti più folkloristici e popolari -, le esperienze condivise di un popolo, che si manifestano appunto nelle tradizioni e ne rappresentano la storia, lasciano tracce difficili da cancellare. E sopravvivono anche all’oblio forzato della memoria. “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”, recita un antico adagio popolare: si può scacciare la natura anche col forcone, tanto tornerà ad affermarsi. L’identità, quella famiglia allargata chiamata Patria, quel Suolo che è Madre, quello Stato che è Padre, quella comunanza che è, dunque, anche di sangue e suolo, non ci allontana poi tanto dalla naturalissima immagine di un albero, con le radici ben piantate nella terra e le braccia rivolte al cielo. Siamo letteralmente parte della terra che ci ha dato la vita.

Anticipiamo una possibile obiezione: no, il fatto che le migrazioni siano sempre esistite non toglie davvero nulla al nostro punto di partenza, anzi, da sempre l’uomo ha difeso il suolo natio, si è curato della propria comunità ed ha cercato di farla prosperare.

Ma questa è soltanto una premessa. La notizia è un’altra. Ed è, in realtà, un po’ datata: 16 aprile 1863, per essere precisi. D’altra parte, è vero, oggi le stime sugli italiani a Londra, contano ormai circa mezzo milione di persone e, passeggiando per le strade della capitale britannica, nei negozi, nei ristoranti e nelle grandi catene, incontrare un italiano è così scontato che una chiesa tutta italiana a Londra forse non fa più notizia. Ma è un fatto che, dal 1863, per molti italiani, quella chiesa continua a rappresentare un’identità, forse riflessa o forse anche intrecciata con quella italiana, che proprio in quegli anni, del resto, si concretizzava finalmente nell’unità d’Italia (di cui oggi, 17 marzo, ricorre l’anniversario), in un’opposizione che già preannunciava un dualismo storico-politico, che però, da un punto di vista spirituale, al di là dell’aspetto ideologico, si ricomponeva in unità interiore nella maggior parte degli italiani.

E’ questa, infatti, la data in cui la St Peter Church, prima chiesa cattolica in Gran Bretagna, viene inaugurata, nascosta tra i vicoli di quella che, nel 1878, sarebbe diventata l’ampia Clerkenwell Road. Quello che segue, dunque, più che notizia di un fatto, è l’annuncio di una testimonianza, ma più che un omaggio è un racconto e più che storia di un edificio è una riflessione sulle radici, sull’identità e lo sradicamento, sulle migrazioni dei popoli, sul senso di comunità. Perché una domenica alla St Peter Church è come un salto nel passato e, al tempo stesso, un incontro settimanale con la propria terra.

Non molto distante da Covent Garden ed Oxford Circus, a pochi passi dal British Museum ed a tutti gli effetti, insomma, nel pieno centro di Londra, entrare in una chiesa e ritrovare la stessa architettura, l’identica struttura basilicale delle nostre chiese, ascoltare una messa celebrata in lingua italiana, in una chiesa a dir poco gremita a tutte le ore dell’appuntamento domenicale, come ormai non avviene neanche nei paesini dell’entroterra italiano, è un salto nostalgico nella penisola, un momento in cui smetti di sentirti ospite per ridivenire parte di una comunità, semplicemente attraverso la presenza. E stupisce e, ad un tempo, incuriosisce scoprire come la storia “nascosta” di questa cattedrale si riveli poi tutt’altro che noiosa lettera morta da museo, ma sia avvicini, invece, di più ai toni di un’autentica epopea, portata avanti da una fede che era a quel tempo esso stesso identità, collante e, soprattutto, ancora vitale.

A primo impatto, certo, suona persino eccessivamente “paesana”, vista oggi, la newsletter con l’annuncio dettagliato di battesimi, anniversari, matrimoni, qualche funerale, oltre a tutti gli appuntamenti ed i servizi della parrocchia. Per non dire dell’atmosfera dell’adiacente circolo, con tanto di enorme tricolore dipinto sull’angolo dell’edificio che lo ospita e gli anziani ai tavolini a giocare a carte la domenica mattina, uno spettacolo imperdibile, che diventa suggestivo in terra d’Inghilterra. Perché, infine, anche e soprattutto questo sa di casa e, snobismi a parte, di contatto umano. Non per rivangare gli stereotipi sulla freddezza degli inglesi, che poi per gli italiani del sud potrebbe anche essere la freddezza dei milanesi. No, gli stereotipi molto spesso raccontano la superficie. Ma in una città che conta oltre otto milioni di abitanti, stracolma di gente proveniente da ogni parte del mondo, è più che normale essere un numero. Qui il cerchio si restringe. Innanzitutto, sei italiano.

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L’impressione è quella di essere parte di una comunità “solidale”. Questioni religiose a parte, il senso di comunità, in effetti, è proprio questo. Con i suoi risvolti, positivi e negativi, la comunità in sociologia va a definire quella forma di “organizzazione” sociale quasi spontanea per cui ogni persona è connessa con le altre attraverso la condivisione di valori, pratiche sociali e religiose, abitudini e, soprattutto, attraverso la lingua. Quando diciamo che solo in percentuale minima l’aspetto verbale è essenziale nella comunicazione ci sembra quasi di dire una banalità, poiché, con tutta evidenza, ciò che attribuisce significato alle parole è, quasi sempre, il tono, l’espressione, il ritmo e tanti altri fattori posti al di là della semplice codificazione razionale di un termine. Ma per essere parte di una comunità bisogna essere parte di un mondo che va molto al di là persino di questo: riferimenti culturali, modi di essere, convenzioni sociali, convinzioni; tutto ciò è implicito in una lingua, nella comunicazione. La lingua, insomma, è la manifestazione di una identità, non un semplice codice. Ed è singolare come la storia di questa chiesa ne sia una dimostrazione pratica.

A differenza della “comunità”, invece, la “società” non è centrata sull’idea di identità, sulla condivisione. La società è la creazione moderna per cui un “vertice-burocrate” organizza un insieme di individui che rappresentano unicamente se stessi. Al massimo, nella società moderna, sono rappresentati dai partiti, strumenti comunque divisivi rispetto all’idea di comunità (come, del resto, suggerisce l’etimologia).

E l’integrazione non è altro che un’idea moderna (Nietzsche direbbe: “vale a dire un’idea sbagliata”), propria di popoli che hanno perso la dimensione comunitaria e sono stati costretti a standardizzarsi, ad essere tutti uguali. Nell’uguaglianza che svuota le particolarità, ciascuno diventa nessuno. I legami solidali si sciolgono, i vicini di casa diventando soltanto quelli che senti ogni tanto litigare o fare rumori, che perlopiù ti infastidiscono, i problemi con loro li risolvi con una raccomandata dal tuo avvocato, anziché in piazza passeggi al centro commerciale e non vai più al negozietto sotto casa ma al supermercato, mentre gli “amici” te li trovi su Tinder. Tutta una serie di cambiamenti che, nel bene e nel male, hanno mutato la natura dei rapporti sociali, indirizzate da precise scelte politiche ed economiche che non analizzeremo certo in questa sede.

Eravamo alla St Peter Church. Torniamo, stavolta per rimanerci, da quei ragazzi che si ritrovano per fare volontariato, da quei sacerdoti che assistono gli italiani in difficoltà con la legge, ritroviamo quella newsletter, la via crucis, la gente di ogni età, tra chi vive qui da anni e chi è appena arrivato, come i tanti giovani che giungono ormai in un flusso costante, agevolati nel loro proposito dall’enorme abbassamento dei costi dei trasporti transnazionali.

Per una storia che, come anticipavamo, inizia più di due secoli fa. Quando gli italiani a Londra erano più o meno due migliaia. Quando in Gran Bretagna, considerata oggi culla della democrazia, o perlomeno dipinta come tale, praticare il cattolicesimo era vietato per legge ed una chiesa cattolica non era una cosa tanto scontata come può sembrare oggi che, anche tra i grattacieli di Victoria Street, c’è l’enorme cattedrale di Westminster, la più grande chiesa cattolica in Gran Bretagna. C’è stato infatti un tempo in cui tutto ciò era impensabile ed i cattolici rivivevano un po’ l’esperienza dei primi cristiani, costretti a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni. Anche la fede era identità. Non poteva essere diversamente. Come per gli irlandesi, anche loro a combattere la repressione inglese, a lottare per un’indipendenza in cui l’appartenenza nazionale e quella religiosa si fondevano in una cosa sola. Se oggi esiste la St Peter Church è perché, quando la libertà religiosa non era cosa ovvia, gli italiani hanno dovuto conquistarsela. Anche a costo di affrontare la dura legge inglese ed un ambiente a dir poco ostile.

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“La chiesa italiana di San Pietro a Londra”, testo molto dettagliato e firmato da Luca Matteo Stanca, pubblicato per la prima volta nel 2001, si apre non a caso con una che conferma molte delle nostre riflessioni: “Si avverte infatti una devozione antica e radicata, con uno ‘stile’ che rimanda alle domeniche dei nostri paesi di qualche decennio fa, quasi che quegli uomini e quelle donne, sradicati dalla loro terra, vogliano gelosamente custodirne i suoni, i riti, gli odori […], e trasmetterli in consegna ai figli e ai nipoti che spesso li accompagnano […]. È vero, si avverte anche un velo di nostalgia, ed allo stesso tempo l’orgoglio della propria identità, nelle facce da italiani di coloro che animano la liturgia e le tante attività in cui si articola la vita di una comunità come questa, vivace e solidale”.

Leggere integralmente questa interessante opera di ricostruzione storica è senz’altro consigliato. Qui, però, è nostro interesse unicamente render l’idea del contesto storico e, quindi, del significato di questa basilica come affermazione di identità. Fino all’approvazione del Catholic Relief Act nel 1778, infatti, la Gran Bretagna, non soltanto vietava ai cattolici la pratica del proprio culto, ma anche, ad esempio, l’insegnamento, pena il carcere a vita, e ne limitava fortemente perfino il diritto di proprietà attraverso il divieto di acquistare o ereditare terre. I cattolici erano veri e proprio cittadini di serie b, per cui a Londra, approfittando dell’extraterritorialità diplomatica, esercitavano la propria fede presso la Cappella Sarda, “il più antico luogo di culto cattolico post-Riforma a Londra”, all’interno appunto dell’ambasciata del Regno di Sardegna, nell’attuale Sardinia Street. Solo con la legge del 1778, infatti, vennero escluse per i cattolici di Inghilterra e Galles queste misure più estreme nel caso avessero prestato giuramento alla corona britannica, anche se il tentativo di estendere l’atto in Scozia provocò, invece, rivolte ed il saccheggio di case, attività commerciali e luoghi di culto dei cattolici. Anche a Londra, del resto, nel 1780, vennero raccolte 44mila firme contro la legge e i dimostranti assediarono le cappelle cattoliche, tra cui la Cappella Sarda. A Covent Garden una stazione di polizia venne incendiata, dal momento che, nel frattempo, la rivolta, da anti-cattolica ed anti-irlandese, si era trasformata in una rivolta “anti-sistema”, con l’assalto alle prigioni ed alla Banca d’Inghilterra. Le celebrazioni cattoliche proseguono nella semi-clandestinità, per un periodo addirittura in un “pub” di Whetston Park: “un robusto irlandese alla porta chiede la parola d’ordine agli avventori, ed il vescovo stesso celebra in abiti civili, tenendo davanti a sé uno schiumante boccale di porter, onde poter dissimulare nel caso la riunione sia scoperta”. Ma nel 1790 ai cattolici vennero fatte ulteriori concessioni: rimanevano proibiti gli ordini monastici, indossare pubblicamente l’abito talare, i campanili, le celebrazioni pubbliche e l’educazione cattolica ai figli dei protestanti, ma è permessa quanto meno la pratica “privata” a porte chiuse del culto e dell’insegnamento.

La comunità cattolica, ovviamente, non era composta solo da italiani. E, nel 1824, con l’aumento di numero dei nostri connazionali, arriva don Angelo Maria Baldacconi, che subito esprime la difficoltà di occuparsi contemporaneamente sia degli italiani che degli altri fedeli. Nel 1829, intanto, ai cattolici viene permesso di sedere in Parlamento. E vent’anni dopo l’arrivo di padre Baldacconi, giunge a Londra il suo successore, don Raffaele Melia, membro della Società dell’Apostolato Cattolico fondato da san Vincenzo Pallotti e protagonista diretto della nascita della St Peter Church, che otterrà il compito di occuparsi specificamente degli italiani. Melia continua infatti a celebrare nella Cappella Reale Sarda davanti a due comunità diverse, e questa mescolanza crea forti difficoltà […]. Molti giorni che sono festivi per gli italiani non lo sono per gli inglesi, e molte devozioni care agli uni sono ignote agli altri […]. La necessità di una chiesa italiana, per gli italiani, si rende sempre più evidente”, spiega Stanca. Il concetto di identità e di comunità inizialmente espresso, anche in questo caso, è spiegato in maniera lampante dalla pratica, poiché collante di una comunità sono anche le pratiche condivise, le esperienze comuni, mentre la mescolanza impone livellamento e appiattimento delle differenze fra le comunità, coese all’interno sulla base di valori evidentemente comuni. Nel 1845, così, viene concepita l’idea di una chiesa italiana a Londra, che quasi subito si andrà delineando con il progetto di acquistare un terreno per la costruzione di una chiesa ex novo e, già nel ’47, viene individuata nella zona di Clerkenweel Road un terreno potenzialmente adatto ed inizia così, autorizzata da Roma, la raccolta dei fondi in tutta Italia per la sua futura edificazione, il cui acquisto dovrà esser effettuato dalla Società dell’Apostolato Cattolico. Ed è nell’anno successivo che Melia riferisce la volontà di Pio IX, ultimo sovrano dello Stato Pontificio nonché papa più longevo dopo san Pietro, di dedicare proprio a San Pietro la futura cattedrale, che torna però ad essere definita come “Chiesa di tutte le Nazioni”, forse proprio per le tensioni risorgimentali in corso. Don Vincenzo Pallotti, invece, raccomanda soltanto che niente possa “essere oggetto di scandalo” poiché “nella casa dei sacerdoti bisogna mantenere semplicità e povertà”. “La ricerca del sito”, racconta ancora Stanca, “da parte di Melia e Faò di Bruno si concentra su Clerknwell poiché è in questa zona, ed in particolare nei vicoli sovraffollati e malsani dell’area di Saffron Hill, che si è venuta concentrando la comunità degli italiani”. Immigrati poco qualificati, pressoché tutti ambulanti: arrotini, venditori di gelato, suonatori di organetto, che precedettero di poco il forte afflusso di cattolici irlandesi. Nel 1850, l’accusa al papa di aver ricostituito la gerarchia ecclesiastica in Inghilterra diede vita a nuovi episodi di violenza e manifestazioni anti-cattoliche. Padre Melia, l’anno successivo, pubblica sul giornale cattolico londinese “Tablet” un articolo in cui spiega: “Questa chiesa sarà sempre governata da una congregazione di sacerdoti secolari italiani fondata a Roma, così che lo spirito romano la influenzerà sempre”. Un articolo che provoca aspre reazioni all’interno della Camera dei Lord, sul “Times” ma anche negli ambienti della chiesa anglicana, che vedono nella scelta di edificare una cattedrale e dedicarla a San Pietro una sfida alla vicina cattedrale metropolitana di San Paolo. Nonostante tutto, nel dicembre del 1852, l’acquisto del terreno è finalmente concluso. Passeranno circa undici anni prima che il progetto tanto atteso possa vedere la luce, quasi in contemporanea con la neonata Italia, che senza dubbio contribuì a rafforzare il sentimento identitario. Come Roma, anche la St Peter Church non è stata costruita in un giorno.

13001181_1751122628440155_7571536844759652121_nEd ancora oggi, ogni prima domenica di novembre, all’interno cimitero di Brookwood, nella sezione militare italiana, ci si ritrova per commemorare i nostri connazionali caduti, in gran parte prigionieri di guerra, in collaborazione con ambasciata, consolato e associazioni italiane. Mentre la domenica successiva si celebra una messa in suffragio degli internati italiani che morirono nel 1940 sulla nave Arandora Star, ricordati da una targa proprio all’ingresso della chiesa. Una targa posta esattamente sopra la stele dedicata ai caduti della prima guerra mondiale, con due fasci littori sorprendentemente intatti ed una frase di Gabriele D’Annunzio: “Non invano moriste, o dolci figli, latin sangue gentile”. L’Italia che non dimentica se stessa, da queste parti, passa anche per la St Peter Church.

Emmanuel Raffaele

“Botticelli Reimagined” al Victoria and Albert Museum. L’Indipendent stronca l’iniziativa

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Secondo il “Corriere”, al Victoria and Albert Museum di Londra è in corso una mostra che “esalta il genio italiano”. “Botticelli re-inventato a Londra” è, infatti, il titolo completo del pezzo firmato da Stefano Bucci che racconta l’esposizione in corso da marzo e destinata a chiudersi il prossimo 3 luglio, dal titolo “Botticelli Reimagined”. Di tutt’altro avviso, invece, il quotidiano “The Indipendent” che, in una delle sue ultime edizioni cartacee prima dello storico e obbligato passaggio alla versione unicamente online, quella del 7 marzo scorso, ha dedicato ben due pagine intere all’iniziativa curata, tra gli altri, da Ana Debenedetti, Mark Evans e Stefan Weppelmann. Di tono ben diverso, però, l’apertura: “KILLING BOTTICELLI”, infatti, il titolo che campeggiava a piena pagina e caratteri maiuscoli, ad anticipare una recensione che è un’autentica bocciatura dell’evento, nonché un’interessantissima prospettiva ed analisi del pittore fiorentino.

Nulla di esaltante, né di entusiasmante, infatti, secondo Boyd Tonkin, autore del pezzo, nel vedere Botticelli in versione ‘kitsch’ su abiti firmati Dolce & Gabbana, la sua “Venere” impersonata da una Ursula Andress senza veli, Sean Connery che fa capolino sulla tela, allusioni soft-porn che non lasciano dell’artista italiano nient’altro che l’apparenza, trasformandolo così in un marchio, strumentalizzato, privato dei contenuti in maniera non dissimile dalla riduzione oleografica di Che Guevara stampata in serie che fa a pugni con la sua lotta contro il capitalismo. Tanto più che, spiega il cronista, la visita inizia con le opere più recenti, le peggiori secondo Tonkin: “la pura bruttezza della compiaciuta vendetta di questa sala sulla bellezza del Rinascimento nuoce allo sguardo e intorpidisce la mente”.

“Variazioni sperimentali”, per usare le parole dell’Indipendent, che rubano l’anima a Botticelli e, concentrandosi sulla tecnica, gli tolgono l’aspetto “metafisico” essenziale nella sua pittura. Niente contro Warhol, chiarisce Tonkin, ma “i discendenti ‘kitsch’ dell’artista, con le loro manipolazioni hi-tech di un’icona, tornano indietro di cinque secoli per sconsacrare il santuario di Botticelli”. Compresa la sua musa, Simonetta Vespucci. Più che reinterpretazione o tributo, uno sfregio secondo il quotidiano britannico fondato nel 1986.

“Il più volgare mucchio di spazzatura e scorie di sempre”, sancisce impietosamente il giornalista che, piuttosto, invita a visitare la Courtauld Gallery, presso la Somerset House, per ammirare le opere esposte fino al 15 maggio sul tema  “Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection”.

Vedi anche: Botticelli in versione kitsch: a Londra la mostra che umilia l’artista italiano

 

Boldrini a Londra: a lavoro per unione federale, gli stati nazionali sono il passato

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Londra – Con una retorica vuota degna del ‘miglior’ Renzi, il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, ieri al King’s College di Londra per il discorso annuale del “Jean Monnet Centre of Excellence”, in conferenza stampa schiva abilmente le domande sgradite. “L’Europa da settant’anni garantisce la pace”, assicura la Boldrini, dopo aver illustrato l’impegno suo e di tanti omologhi europei per ottenere una “unione federale di stati”.

“Presidente”, chiediamo, “proprio oggi sul Telegraph un ex ufficiale della marina britannica definiva un semplice ‘mito’ questo che lei ha appena espresso. Se il Piano Marshall ha portato la stabilità e la ripresa economica, la Nato ha monopolizzato la difesa militare, mentre da parte sua l’Europa non ha mai avuto un ruolo attivo nella risoluzione dei conflitti che ci sono stati sul continente, dai Balcani alla questione cipriota e così via: non crede sia vero?”. Il presidente della Camera si scalda visibilmente e fa partire una supercazzola rabbiosa sulla funzione disgregante dei nazionalismi per poi concludere con una non-risposta che ignora apertamente la relazione causale tra gli eventi che era il punto cruciale della domanda. “Da settant’anni in Europa c’è la pace e questo è un fatto”.

Che la causa di questa pace sia l’Europa unita, evidentemente, è un dogma irrinunciabile. Ma, francamente, non speravamo di ottenere di più. Ciò che è invece molto chiaro è che la sinistra italiana non riesce più a nascondere il proprio ‘si’ alla globalizzazione tanto avversata un tempo: “in un mondo globalizzato, nessuno Stato è un’isola”, osserva la Boldrini, che si definisce “europeista non solo per romanticismo e per il sacrificio degli antifascisti negli anni Quaranta, ma anche per la convinzione profonda che sia “impensabile tornare agli Stati nazione”. “Vogliamo una sovranità condivisa”, afferma annunciando di aver invitato a Montecitorio per il prossimo 27 agosto i giovani federalisti europei, prima di una grande iniziativa all’insegna dell’europeismo che si terrà simbolicamente a Ventotene nei giorni successivi. Quanto al Brexit ed alle condizioni ottenute dal premier inglese Cameron a Bruxelles, la Boldrini si dice ovviamente speranzosa sulla permanenza del Regno Unito in Europa, ma osserva: “gli accordi raggiunti hanno delle conseguenze sulle garanzie dei lavoratori e ne limitano la libertà di movimento, perché i non-cittadini non avranno accesso agli stessi benefit dei cittadini, in contraddizione coi principi dell’Unione Europea”.

Che lo Stato sociale abbia un costo e che questi diritti non possano quindi essere estesi in maniera illimitata senza renderne nulla l’effettività e ingiusta l’applicazione sembra essere un problema che non sfiora minimamente la riflessione boldriniana. Così come l’idea che uno Stato possa avere il diritto di voler rimanere tale senza doversi per forza integrare ad un maxi-stato europeo, o il fatto che, dal momento in cui non esiste una vera e propria struttura di welfare su base europea (ovviamente), è ovvio che ogni Stato pensi e debba pensare ancora prima ai propri cittadini. Neanche la legittimazione democratica di un’eventuale federazione, del resto, sembra preoccupare il presidente della Camera, al di là di una consultazione online sui vantaggi e svantaggi di stare nell’Ue lanciata sul sito della Camera e che lascia il tempo che trova. “Il prossimo 22 maggio a Lussemburgo”, ricorda, “incontrerò i miei ventotto omologhi e spero che la dichiarazione [“Più integrazione europea”, ndr] sottoscritta il 14 settembre scorso con i miei omologhi di Francia, Germania e Lussemburgo, ora condivisa dagli omologhi di dodici paesi, arrivi ad avere l’appoggio della maggioranza di loro”. Un obiettivo non lontano dal momento che, fa notare, mancano solo tre firme. Tre firme per imporre un’integrazione sempre più spinta, la scomparsa definitiva degli stati nazionali europei, nella distanza più totale della volontà dei popoli nel frattempo sempre più scettici sul conto dell’Unione Europea.

Il ‘progresso’ deve andare avanti e chi non è d’accordo lo diventerà, basterà spiegargli che chi è contro l’Europa fa “demagogia” ed è un pericoloso nazionalista. Facile no? Boldrini docet.

“Un’altra Europa è possibile”, ripete nel corso del discorso nell’aula magna del King’s College, stavolta davanti ad una platea più ampia di fronte alla quale non rinuncia a porre l’antifascismo come fondamento dell’utopia europea. Poi cita Salvemini, cita Spinelli e non rinuncia ad un tocco di sentimentalismo e colore (siamo o non siamo italiani!), mostrando al pubblico una giacca di salvataggio con riferimento alla crisi dei rifugiati ed alle stragi del mare avvenute nel Mediterraneo. E non sbaglia quanto meno nell’attribuire all’Europa la colpa di una cattiva gestione dell’emergenza “sulle spalle di pochi paesi, come l’Italia, la Grecia, la Germania e la Svezia”. Un po’ vaghi, invece, gli attacchi alla politica economica dell’Unione Europea, definita la “grande malata, che ha causato scontento e disamore” verso un’Europa che, così com’è, secondo la Boldrini, “non va bene”. La promessa che, nonostante tutto, l’Europa voluta da pochi alla fine si farà, tratta dai passaggi finali del “Manifesto di Ventotene”, chiude il suo intervento . Anche se in conferenza stampa e davanti ai microfoni Rai, non era mancata qualche dichiarazione sulla scelta dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola di utilizzare la pratica dell’utero in affitto per avere un bambino: “la nascita di un bambino va sempre accolta con amore”, aveva commentato inizialmente, salvo poi aggiungere: “ritengo sia una pratica inaccettabile qualora dietro questa pratica, attraverso un pagamento, si celi lo sfruttamento della persona”.

Emmanuel Raffaele, 1 mar 2016

L’Ue ha portato la pace? “Solo un luogo comune”. Duro affondo sul Telegraph

PORTSMOUTH, UNITED KINGDOM - JUNE 28: Sailors on board the aircraft carrier HMS Illustrious wait on the flight deck to salute during The International Fleet Review on June 28, 2005 in Portsmouth, England. The Review forms part of the Trafalgar 200 celebrations marking the 200th anniversary of the Battle of Trafalgar at which Lord Nelson commanded the Royal Navy in a famous victory over the French. (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)
Duro affondo contro l’Europa dalle colonne del “Telegraph”. Il noto quotidiano inglese, infatti, ha pubblicato proprio oggi un intervento [1] firmato da Julian Howard Atherden Thompson, major-general della Marina britannica, in servizio dal ’52 all’86, a capo della “3 Commando Brigade” nel corso della guerra delle Falklands, oggi collaboratore del King’s College di Londra nel dipartimento che si occupa di studi bellici.
Interessante sotto diversi punti di vista, l’attacco dell’alto ufficiale fa a pezzi la credibilità dell’Unione Europea. Oggi, l’adesione all’Unione Europea indebolisce la nostra difesa nazionale in tempi molto pericolosi”, scrive Thompson, che si cimenta poi in una minuziosa esposizione dei quattro “miti” posti a difesa dell’Europa, che impediscono di vedere la realtà di un’organizzazione debole dal punto di vista politico ed in quanto tale dannosa per gli stati membri.

Primo mito: “l’Unione Europea ha mantenuto la pace in Europa dal 1945”. Secondo l’ufficiale inglese, a portare la pace in Europa sarebbe stato invece il Piano Marshall voluto dagli americani, mentre a mantenerla ci avrebbe pensato la Nato e non certo l’Europa. Triste quanto sacrosanta verità. “La Nato ha scoraggiato gli attacchi sovietici e scoraggia quelli di Putin ai giorni nostri”.  Mentre l’Europa, sottolinea, non è mai stata in causa nelle questioni rilevanti, elencate una per una nell’articolo: nessun coinvolgimento nella risoluzione del conflitto basco che ha avuto inizio nel 1959, nessun ruolo nella risoluzione della questione irlandese, niente di niente anche in occasione dell’invasione turca di Cipro del 1974 e, soprattutto, nessuna voce in capitolo durante i conflitti balcanici (la guerra di indipendenza croata, la guerra in Bosnia, le agitazioni in Albania nel ’97 e successivamente, la guerra in Kosovo, le insurrezioni in Macedonia nel 2001 e così via). Un elenco impietoso che mette nero su bianco l’assoluta mancanza di credibilità ed autonomia da parte di un’Europa che – aggiunge Thompson nel tentativo di sfatare anche il mito di un’Europa che ci protegge dal terrorismo islamico – è anche incapace di sorvegliare le sue frontiere, come ha dimostrato nell’emergenza migratoria in corso, con la Germania che ha peraltro appena annunciato di non aver più notizie di ben 130mila profughi. L’Europa meglio aiutarla dall’esterno, piuttosto che da una nave che affonda, è il messaggio dell’ufficiale britannico, il quale si dichiara decisamente contrario ad ogni tentativo di Francia e Germania di rendere autonoma l’Europa da un punto di vista difensivo: “C’è una collaudata catena di comando Nato con sedi e forze adeguate. Non abbiamo bisogno di una copia europea”. Quanto a Putin, l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa non gli darebbe più forza di quanto già non faccia la debolezza delle istituzioni europee  e della sua moneta.

Un assalto in piena regola, insomma, che in una prospettiva certamente anti-europea, racconta molte verità e lo fa fornendo al tempo stesso una fondamentale chiave di lettura di quello che sarebbe il significato di un eventuale “Brexit”: una scelta sovranista solo fino ad un certo punto, dal momento che, nel caso del Regno Unito, a pesare sulle richieste di autonomia dal gigante europeo è soprattutto lo storico rapporto con gli Stati Uniti e non il contrario, come nel caso della maggior parte dei movimenti autenticamente euroscettici, che tendono peraltro a sfiduciare la Nato come punto di riferimento militare, mirando ad un rafforzamento degli stati europei contro il bipolarismo Usa-Russia.

È così che, senza volerlo, l’intervento del “major-general” ci ricorda anche quanto questa Europa sia – anche per volontà inglese – colonia americana fin dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, con il mercato europeo utilizzato per smerciare prodotti d’oltreoceano (quello stesso “mercato di 500 milioni di persone” che fa gola alle grandi aziende che nei giorni scorsi hanno invitato i cittadini britannici sul Times a votare per rimanere in Europa al referendum del prossimo 23 giugno) e la difesa totalmente delegata al colosso statunitense. Una situazione che, se sta benissimo al Regno Unito, dovrebbe invece spingere gli stati fondatori di questa unione a creare un’alternativa realmente indipendente, che non si limiti – come invece accade – a siglare accordi segreti come il Ttip per fare sempre di più dei popoli europei consumatori delle multinazionali americane e dei loro prodotti a scapito della nostra economia e delle nostre produzioni e conoscenze.

Varrebbe la pena, però, far notare al noto ufficiale che l’Europa sicuramente non ci protegge dal terrorismo islamico con la sua incapacità di controllare le frontiere; ma il pericolo islamico finora è venuto dall’interno e, non certo per ultimo, dai figli della grande e multietnica isola britannica, mentre ad armare i terroristi sono stati esattamente i cugini d’oltreoceano.

Emmanuel Raffaele, 29 feb 2016

[1] http://www.telegraph.co.uk/news/12176954/I-fought-for-Britain-and-I-know-how-the-EU-weakens-our-defences.html?sf21696164=1