Londra, ieri 162ª edizione della “Boat Race” tra Cambridge ed Oxford

Il pubblico sulla linea di partenza
Il pubblico sulla linea di partenza

Londra – E’ stata l’università di Cambridge a trionfare nella 162ª edizione maschile della “Boat Race”, sono state le donne di Oxford, invece, ad aggiudicarsi la 71ª  edizione femminile della storica regata. Gli uomini di Cambridge hanno così allungato le distanze, portando il proprio team a ottantadue vittorie contro le settantanove degli avversari, mentre le donne hanno fatto registrare un leggero riavvicinamento tra le due squadre, che ora si ritrovano quarantuno a trenta.

Putney Bridge allestito per l’evento

La regata sul Tamigi che mette a confronto gli studenti dei due prestigiosi atenei nel giorno di Pasqua, partita da Putney Bridge e conclusasi all’altezza di Chiswick Bridge nel primo pomeriggio di ieri, vanta una storia che ha inizio fuori Londra, addirittura, nel 1829, con la vittoria di Oxford su un’imbarcazione a remi tuttora conservata al River & Rowing Museum di Henley. Le prime edizioni non ebbero un regolare svolgimento annuale, tanto che la seconda edizione avvenne, stavolta a Londra, soltanto nel 1836. A dare inizio alla tradizione, due amici, uno dei quali nipote del poeta William Wordsworth, Charles Wordsworth, studente del Christ Church College di Oxford, recatosi in visita a Cambridge, laddove conobbe Charles Merrivale del college St John. I due idearono la sfida, che subito l’ateneo di Cambridge lanciò a quello di Oxford. Ebbe invece inizio circa un secolo dopo e non senza ostilità, esattamente nel 1927, la prima gara tra le studentesse delle due università, che iniziarono a sfidarsi annualmente soltanto a partire dalla metà degli anni Sessanta.

Lungo il fiume, locali aperti e clima di festa
Lungo il fiume, locali aperti e clima di festa
Per qualcuno la festa è particolarmente sentita (!)

Ieri manifestazione a Londra: “Refugees Welcome Here” [FOTO]

Londra, 20 mar – Gli organizzatori di “Stand up to racism” aspettavano ben 15mila persone ed oggi ne hanno dichiarate addirittura 20mila. In realtà, difficilmente i manifestanti hanno superato le 10mila unità, molto probabilmente vicini appena alle 5mila e sicuramente molti di meno rispetto alle attese. Un universo a dir poco eterogeneo quello che, al grido di “Refugees welcome here”, ha sfilato in corteo per il centro di Londra per poi radunarsi, nel primo pomeriggio, nella storica Trafalgar Square, proprio di fronte alla “National Gallery”. Clicca qui per leggere la notizia

Una giovane manifestante mussulmana esibisce i cartelli diffusi dagli organizzatori a favore delle porte aperte ai rifugiati, contro "Islamofobia" e "antisemitismo"
Una giovane manifestante mussulmana esibisce i cartelli diffusi dagli organizzatori a favore delle porte aperte ai rifugiati, contro “Islamofobia” e “antisemitismo”
Amyna, arrivata in Gran Bretagna da Mosul (Iraq) urla: "qui non abbiamo diritto, vogliamo essere trattati come esseri umani"
Amyna, arrivata in Gran Bretagna da Mosul (Iraq) urla: “qui non abbiamo diritti, vogliamo essere trattati come esseri umani”
Una panoramica di Trafalgar Square vista dall'alto
Una panoramica di Trafalgar Square vista dall’alto
Un manifestante esibisce la maschera di "V per Vendetta"
Un manifestante esibisce la maschera di “V per Vendetta”
Un'altra propone di rimandare indietro i "razzisti" contro l'immigrazione e tenersi i "rifugiati"
Un’altra propone di rimandare indietro i “razzisti” contro l’immigrazione e tenersi i “rifugiati”
Una militante "socialista" propaganda le sue idee a due giovani mussulmane
Una militante “socialista” propaganda le sue idee a due giovani mussulmane
Un gruppo di ragazzi ha deciso di colorarsi in nome dell'uguaglianza tra le razze
Un gruppo di ragazzi ha deciso di colorarsi in nome dell’uguaglianza tra le razze

 

Un manifestante antifascista
Un manifestante antifascista
"Presenze inspiegabili" sul palco
“Presenze inspiegabili” sul palco
Ad un banchetto si distribuisce gratuitamente il Corano "a chi non è ancora mussulmano", ostentando un rassicuranre striscione: "Io amo Gesù perché sono mussulmano"
Ad un banchetto si distribuisce gratuitamente il Corano “a chi non è ancora mussulmano”, ostentando un rassicuranre striscione: “Io amo Gesù perché sono mussulmano”
Un manifestante si fa immortalare con uno smartphone da un amico
Un manifestante si fa immortalare con uno smartphone da un amico
C'è chi improvvisa una danza
C’è chi improvvisa una danza
Un momento della manifestazione
Un momento della manifestazione
Un dimostrante pretende "amore e rispetto per tutti"
Un dimostrante pretende “amore e rispetto per tutti”, c’è chi lo guarda stranito
C'è anche chi chiede all'Australia di allentare la rigidità delle sue politiche migratorie
C’è anche chi chiede all’Australia di allentare la rigidità delle sue politiche migratorie
UCU - London Region
UCU – London Region
Fronte del palco
Fronte del palco
Un gruppo di ragazzi espone uno striscione
Un gruppo di ragazzi espone uno striscione
"La nostra comune umanità è la base principale della pari cittadinanza tra le persone"
“La nostra comune umanità è la base principale della pari cittadinanza tra le persone”
Momenti di distrazione
Momenti di distrazione

 

(PH: Emmanuel Raffaele)

St Peter Church: a Londra l’Italia passa soprattutto da qui

43727Ci si può perdere nelle speculazioni sull’integrazione, assicurare a se stessi ed agli altri di sentirsi cittadini del mondo, sminuire il valore dei confini considerandole barriere arbitrariamente tracciate dall’uomo. Ma, nel mondo reale, così come nella testa e nel cuore e nello spirito degli uomini, la lingua, le tradizioni comuni – anche negli aspetti più folkloristici e popolari -, le esperienze condivise di un popolo, che si manifestano appunto nelle tradizioni e ne rappresentano la storia, lasciano tracce difficili da cancellare. E sopravvivono anche all’oblio forzato della memoria. “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”, recita un antico adagio popolare: si può scacciare la natura anche col forcone, tanto tornerà ad affermarsi. L’identità, quella famiglia allargata chiamata Patria, quel Suolo che è Madre, quello Stato che è Padre, quella comunanza che è, dunque, anche di sangue e suolo, non ci allontana poi tanto dalla naturalissima immagine di un albero, con le radici ben piantate nella terra e le braccia rivolte al cielo. Siamo letteralmente parte della terra che ci ha dato la vita.

Anticipiamo una possibile obiezione: no, il fatto che le migrazioni siano sempre esistite non toglie davvero nulla al nostro punto di partenza, anzi, da sempre l’uomo ha difeso il suolo natio, si è curato della propria comunità ed ha cercato di farla prosperare.

Ma questa è soltanto una premessa. La notizia è un’altra. Ed è, in realtà, un po’ datata: 16 aprile 1863, per essere precisi. D’altra parte, è vero, oggi le stime sugli italiani a Londra, contano ormai circa mezzo milione di persone e, passeggiando per le strade della capitale britannica, nei negozi, nei ristoranti e nelle grandi catene, incontrare un italiano è così scontato che una chiesa tutta italiana a Londra forse non fa più notizia. Ma è un fatto che, dal 1863, per molti italiani, quella chiesa continua a rappresentare un’identità, forse riflessa o forse anche intrecciata con quella italiana, che proprio in quegli anni, del resto, si concretizzava finalmente nell’unità d’Italia (di cui oggi, 17 marzo, ricorre l’anniversario), in un’opposizione che già preannunciava un dualismo storico-politico, che però, da un punto di vista spirituale, al di là dell’aspetto ideologico, si ricomponeva in unità interiore nella maggior parte degli italiani.

E’ questa, infatti, la data in cui la St Peter Church, prima chiesa cattolica in Gran Bretagna, viene inaugurata, nascosta tra i vicoli di quella che, nel 1878, sarebbe diventata l’ampia Clerkenwell Road. Quello che segue, dunque, più che notizia di un fatto, è l’annuncio di una testimonianza, ma più che un omaggio è un racconto e più che storia di un edificio è una riflessione sulle radici, sull’identità e lo sradicamento, sulle migrazioni dei popoli, sul senso di comunità. Perché una domenica alla St Peter Church è come un salto nel passato e, al tempo stesso, un incontro settimanale con la propria terra.

Non molto distante da Covent Garden ed Oxford Circus, a pochi passi dal British Museum ed a tutti gli effetti, insomma, nel pieno centro di Londra, entrare in una chiesa e ritrovare la stessa architettura, l’identica struttura basilicale delle nostre chiese, ascoltare una messa celebrata in lingua italiana, in una chiesa a dir poco gremita a tutte le ore dell’appuntamento domenicale, come ormai non avviene neanche nei paesini dell’entroterra italiano, è un salto nostalgico nella penisola, un momento in cui smetti di sentirti ospite per ridivenire parte di una comunità, semplicemente attraverso la presenza. E stupisce e, ad un tempo, incuriosisce scoprire come la storia “nascosta” di questa cattedrale si riveli poi tutt’altro che noiosa lettera morta da museo, ma sia avvicini, invece, di più ai toni di un’autentica epopea, portata avanti da una fede che era a quel tempo esso stesso identità, collante e, soprattutto, ancora vitale.

A primo impatto, certo, suona persino eccessivamente “paesana”, vista oggi, la newsletter con l’annuncio dettagliato di battesimi, anniversari, matrimoni, qualche funerale, oltre a tutti gli appuntamenti ed i servizi della parrocchia. Per non dire dell’atmosfera dell’adiacente circolo, con tanto di enorme tricolore dipinto sull’angolo dell’edificio che lo ospita e gli anziani ai tavolini a giocare a carte la domenica mattina, uno spettacolo imperdibile, che diventa suggestivo in terra d’Inghilterra. Perché, infine, anche e soprattutto questo sa di casa e, snobismi a parte, di contatto umano. Non per rivangare gli stereotipi sulla freddezza degli inglesi, che poi per gli italiani del sud potrebbe anche essere la freddezza dei milanesi. No, gli stereotipi molto spesso raccontano la superficie. Ma in una città che conta oltre otto milioni di abitanti, stracolma di gente proveniente da ogni parte del mondo, è più che normale essere un numero. Qui il cerchio si restringe. Innanzitutto, sei italiano.

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L’impressione è quella di essere parte di una comunità “solidale”. Questioni religiose a parte, il senso di comunità, in effetti, è proprio questo. Con i suoi risvolti, positivi e negativi, la comunità in sociologia va a definire quella forma di “organizzazione” sociale quasi spontanea per cui ogni persona è connessa con le altre attraverso la condivisione di valori, pratiche sociali e religiose, abitudini e, soprattutto, attraverso la lingua. Quando diciamo che solo in percentuale minima l’aspetto verbale è essenziale nella comunicazione ci sembra quasi di dire una banalità, poiché, con tutta evidenza, ciò che attribuisce significato alle parole è, quasi sempre, il tono, l’espressione, il ritmo e tanti altri fattori posti al di là della semplice codificazione razionale di un termine. Ma per essere parte di una comunità bisogna essere parte di un mondo che va molto al di là persino di questo: riferimenti culturali, modi di essere, convenzioni sociali, convinzioni; tutto ciò è implicito in una lingua, nella comunicazione. La lingua, insomma, è la manifestazione di una identità, non un semplice codice. Ed è singolare come la storia di questa chiesa ne sia una dimostrazione pratica.

A differenza della “comunità”, invece, la “società” non è centrata sull’idea di identità, sulla condivisione. La società è la creazione moderna per cui un “vertice-burocrate” organizza un insieme di individui che rappresentano unicamente se stessi. Al massimo, nella società moderna, sono rappresentati dai partiti, strumenti comunque divisivi rispetto all’idea di comunità (come, del resto, suggerisce l’etimologia).

E l’integrazione non è altro che un’idea moderna (Nietzsche direbbe: “vale a dire un’idea sbagliata”), propria di popoli che hanno perso la dimensione comunitaria e sono stati costretti a standardizzarsi, ad essere tutti uguali. Nell’uguaglianza che svuota le particolarità, ciascuno diventa nessuno. I legami solidali si sciolgono, i vicini di casa diventando soltanto quelli che senti ogni tanto litigare o fare rumori, che perlopiù ti infastidiscono, i problemi con loro li risolvi con una raccomandata dal tuo avvocato, anziché in piazza passeggi al centro commerciale e non vai più al negozietto sotto casa ma al supermercato, mentre gli “amici” te li trovi su Tinder. Tutta una serie di cambiamenti che, nel bene e nel male, hanno mutato la natura dei rapporti sociali, indirizzate da precise scelte politiche ed economiche che non analizzeremo certo in questa sede.

Eravamo alla St Peter Church. Torniamo, stavolta per rimanerci, da quei ragazzi che si ritrovano per fare volontariato, da quei sacerdoti che assistono gli italiani in difficoltà con la legge, ritroviamo quella newsletter, la via crucis, la gente di ogni età, tra chi vive qui da anni e chi è appena arrivato, come i tanti giovani che giungono ormai in un flusso costante, agevolati nel loro proposito dall’enorme abbassamento dei costi dei trasporti transnazionali.

Per una storia che, come anticipavamo, inizia più di due secoli fa. Quando gli italiani a Londra erano più o meno due migliaia. Quando in Gran Bretagna, considerata oggi culla della democrazia, o perlomeno dipinta come tale, praticare il cattolicesimo era vietato per legge ed una chiesa cattolica non era una cosa tanto scontata come può sembrare oggi che, anche tra i grattacieli di Victoria Street, c’è l’enorme cattedrale di Westminster, la più grande chiesa cattolica in Gran Bretagna. C’è stato infatti un tempo in cui tutto ciò era impensabile ed i cattolici rivivevano un po’ l’esperienza dei primi cristiani, costretti a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni. Anche la fede era identità. Non poteva essere diversamente. Come per gli irlandesi, anche loro a combattere la repressione inglese, a lottare per un’indipendenza in cui l’appartenenza nazionale e quella religiosa si fondevano in una cosa sola. Se oggi esiste la St Peter Church è perché, quando la libertà religiosa non era cosa ovvia, gli italiani hanno dovuto conquistarsela. Anche a costo di affrontare la dura legge inglese ed un ambiente a dir poco ostile.

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“La chiesa italiana di San Pietro a Londra”, testo molto dettagliato e firmato da Luca Matteo Stanca, pubblicato per la prima volta nel 2001, si apre non a caso con una che conferma molte delle nostre riflessioni: “Si avverte infatti una devozione antica e radicata, con uno ‘stile’ che rimanda alle domeniche dei nostri paesi di qualche decennio fa, quasi che quegli uomini e quelle donne, sradicati dalla loro terra, vogliano gelosamente custodirne i suoni, i riti, gli odori […], e trasmetterli in consegna ai figli e ai nipoti che spesso li accompagnano […]. È vero, si avverte anche un velo di nostalgia, ed allo stesso tempo l’orgoglio della propria identità, nelle facce da italiani di coloro che animano la liturgia e le tante attività in cui si articola la vita di una comunità come questa, vivace e solidale”.

Leggere integralmente questa interessante opera di ricostruzione storica è senz’altro consigliato. Qui, però, è nostro interesse unicamente render l’idea del contesto storico e, quindi, del significato di questa basilica come affermazione di identità. Fino all’approvazione del Catholic Relief Act nel 1778, infatti, la Gran Bretagna, non soltanto vietava ai cattolici la pratica del proprio culto, ma anche, ad esempio, l’insegnamento, pena il carcere a vita, e ne limitava fortemente perfino il diritto di proprietà attraverso il divieto di acquistare o ereditare terre. I cattolici erano veri e proprio cittadini di serie b, per cui a Londra, approfittando dell’extraterritorialità diplomatica, esercitavano la propria fede presso la Cappella Sarda, “il più antico luogo di culto cattolico post-Riforma a Londra”, all’interno appunto dell’ambasciata del Regno di Sardegna, nell’attuale Sardinia Street. Solo con la legge del 1778, infatti, vennero escluse per i cattolici di Inghilterra e Galles queste misure più estreme nel caso avessero prestato giuramento alla corona britannica, anche se il tentativo di estendere l’atto in Scozia provocò, invece, rivolte ed il saccheggio di case, attività commerciali e luoghi di culto dei cattolici. Anche a Londra, del resto, nel 1780, vennero raccolte 44mila firme contro la legge e i dimostranti assediarono le cappelle cattoliche, tra cui la Cappella Sarda. A Covent Garden una stazione di polizia venne incendiata, dal momento che, nel frattempo, la rivolta, da anti-cattolica ed anti-irlandese, si era trasformata in una rivolta “anti-sistema”, con l’assalto alle prigioni ed alla Banca d’Inghilterra. Le celebrazioni cattoliche proseguono nella semi-clandestinità, per un periodo addirittura in un “pub” di Whetston Park: “un robusto irlandese alla porta chiede la parola d’ordine agli avventori, ed il vescovo stesso celebra in abiti civili, tenendo davanti a sé uno schiumante boccale di porter, onde poter dissimulare nel caso la riunione sia scoperta”. Ma nel 1790 ai cattolici vennero fatte ulteriori concessioni: rimanevano proibiti gli ordini monastici, indossare pubblicamente l’abito talare, i campanili, le celebrazioni pubbliche e l’educazione cattolica ai figli dei protestanti, ma è permessa quanto meno la pratica “privata” a porte chiuse del culto e dell’insegnamento.

La comunità cattolica, ovviamente, non era composta solo da italiani. E, nel 1824, con l’aumento di numero dei nostri connazionali, arriva don Angelo Maria Baldacconi, che subito esprime la difficoltà di occuparsi contemporaneamente sia degli italiani che degli altri fedeli. Nel 1829, intanto, ai cattolici viene permesso di sedere in Parlamento. E vent’anni dopo l’arrivo di padre Baldacconi, giunge a Londra il suo successore, don Raffaele Melia, membro della Società dell’Apostolato Cattolico fondato da san Vincenzo Pallotti e protagonista diretto della nascita della St Peter Church, che otterrà il compito di occuparsi specificamente degli italiani. Melia continua infatti a celebrare nella Cappella Reale Sarda davanti a due comunità diverse, e questa mescolanza crea forti difficoltà […]. Molti giorni che sono festivi per gli italiani non lo sono per gli inglesi, e molte devozioni care agli uni sono ignote agli altri […]. La necessità di una chiesa italiana, per gli italiani, si rende sempre più evidente”, spiega Stanca. Il concetto di identità e di comunità inizialmente espresso, anche in questo caso, è spiegato in maniera lampante dalla pratica, poiché collante di una comunità sono anche le pratiche condivise, le esperienze comuni, mentre la mescolanza impone livellamento e appiattimento delle differenze fra le comunità, coese all’interno sulla base di valori evidentemente comuni. Nel 1845, così, viene concepita l’idea di una chiesa italiana a Londra, che quasi subito si andrà delineando con il progetto di acquistare un terreno per la costruzione di una chiesa ex novo e, già nel ’47, viene individuata nella zona di Clerkenweel Road un terreno potenzialmente adatto ed inizia così, autorizzata da Roma, la raccolta dei fondi in tutta Italia per la sua futura edificazione, il cui acquisto dovrà esser effettuato dalla Società dell’Apostolato Cattolico. Ed è nell’anno successivo che Melia riferisce la volontà di Pio IX, ultimo sovrano dello Stato Pontificio nonché papa più longevo dopo san Pietro, di dedicare proprio a San Pietro la futura cattedrale, che torna però ad essere definita come “Chiesa di tutte le Nazioni”, forse proprio per le tensioni risorgimentali in corso. Don Vincenzo Pallotti, invece, raccomanda soltanto che niente possa “essere oggetto di scandalo” poiché “nella casa dei sacerdoti bisogna mantenere semplicità e povertà”. “La ricerca del sito”, racconta ancora Stanca, “da parte di Melia e Faò di Bruno si concentra su Clerknwell poiché è in questa zona, ed in particolare nei vicoli sovraffollati e malsani dell’area di Saffron Hill, che si è venuta concentrando la comunità degli italiani”. Immigrati poco qualificati, pressoché tutti ambulanti: arrotini, venditori di gelato, suonatori di organetto, che precedettero di poco il forte afflusso di cattolici irlandesi. Nel 1850, l’accusa al papa di aver ricostituito la gerarchia ecclesiastica in Inghilterra diede vita a nuovi episodi di violenza e manifestazioni anti-cattoliche. Padre Melia, l’anno successivo, pubblica sul giornale cattolico londinese “Tablet” un articolo in cui spiega: “Questa chiesa sarà sempre governata da una congregazione di sacerdoti secolari italiani fondata a Roma, così che lo spirito romano la influenzerà sempre”. Un articolo che provoca aspre reazioni all’interno della Camera dei Lord, sul “Times” ma anche negli ambienti della chiesa anglicana, che vedono nella scelta di edificare una cattedrale e dedicarla a San Pietro una sfida alla vicina cattedrale metropolitana di San Paolo. Nonostante tutto, nel dicembre del 1852, l’acquisto del terreno è finalmente concluso. Passeranno circa undici anni prima che il progetto tanto atteso possa vedere la luce, quasi in contemporanea con la neonata Italia, che senza dubbio contribuì a rafforzare il sentimento identitario. Come Roma, anche la St Peter Church non è stata costruita in un giorno.

13001181_1751122628440155_7571536844759652121_nEd ancora oggi, ogni prima domenica di novembre, all’interno cimitero di Brookwood, nella sezione militare italiana, ci si ritrova per commemorare i nostri connazionali caduti, in gran parte prigionieri di guerra, in collaborazione con ambasciata, consolato e associazioni italiane. Mentre la domenica successiva si celebra una messa in suffragio degli internati italiani che morirono nel 1940 sulla nave Arandora Star, ricordati da una targa proprio all’ingresso della chiesa. Una targa posta esattamente sopra la stele dedicata ai caduti della prima guerra mondiale, con due fasci littori sorprendentemente intatti ed una frase di Gabriele D’Annunzio: “Non invano moriste, o dolci figli, latin sangue gentile”. L’Italia che non dimentica se stessa, da queste parti, passa anche per la St Peter Church.

Emmanuel Raffaele

“Botticelli Reimagined” al Victoria and Albert Museum. L’Indipendent stronca l’iniziativa

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Secondo il “Corriere”, al Victoria and Albert Museum di Londra è in corso una mostra che “esalta il genio italiano”. “Botticelli re-inventato a Londra” è, infatti, il titolo completo del pezzo firmato da Stefano Bucci che racconta l’esposizione in corso da marzo e destinata a chiudersi il prossimo 3 luglio, dal titolo “Botticelli Reimagined”. Di tutt’altro avviso, invece, il quotidiano “The Indipendent” che, in una delle sue ultime edizioni cartacee prima dello storico e obbligato passaggio alla versione unicamente online, quella del 7 marzo scorso, ha dedicato ben due pagine intere all’iniziativa curata, tra gli altri, da Ana Debenedetti, Mark Evans e Stefan Weppelmann. Di tono ben diverso, però, l’apertura: “KILLING BOTTICELLI”, infatti, il titolo che campeggiava a piena pagina e caratteri maiuscoli, ad anticipare una recensione che è un’autentica bocciatura dell’evento, nonché un’interessantissima prospettiva ed analisi del pittore fiorentino.

Nulla di esaltante, né di entusiasmante, infatti, secondo Boyd Tonkin, autore del pezzo, nel vedere Botticelli in versione ‘kitsch’ su abiti firmati Dolce & Gabbana, la sua “Venere” impersonata da una Ursula Andress senza veli, Sean Connery che fa capolino sulla tela, allusioni soft-porn che non lasciano dell’artista italiano nient’altro che l’apparenza, trasformandolo così in un marchio, strumentalizzato, privato dei contenuti in maniera non dissimile dalla riduzione oleografica di Che Guevara stampata in serie che fa a pugni con la sua lotta contro il capitalismo. Tanto più che, spiega il cronista, la visita inizia con le opere più recenti, le peggiori secondo Tonkin: “la pura bruttezza della compiaciuta vendetta di questa sala sulla bellezza del Rinascimento nuoce allo sguardo e intorpidisce la mente”.

“Variazioni sperimentali”, per usare le parole dell’Indipendent, che rubano l’anima a Botticelli e, concentrandosi sulla tecnica, gli tolgono l’aspetto “metafisico” essenziale nella sua pittura. Niente contro Warhol, chiarisce Tonkin, ma “i discendenti ‘kitsch’ dell’artista, con le loro manipolazioni hi-tech di un’icona, tornano indietro di cinque secoli per sconsacrare il santuario di Botticelli”. Compresa la sua musa, Simonetta Vespucci. Più che reinterpretazione o tributo, uno sfregio secondo il quotidiano britannico fondato nel 1986.

“Il più volgare mucchio di spazzatura e scorie di sempre”, sancisce impietosamente il giornalista che, piuttosto, invita a visitare la Courtauld Gallery, presso la Somerset House, per ammirare le opere esposte fino al 15 maggio sul tema  “Botticelli and Treasures from the Hamilton Collection”.

Vedi anche: Botticelli in versione kitsch: a Londra la mostra che umilia l’artista italiano

 

Boldrini a Londra: a lavoro per unione federale, gli stati nazionali sono il passato

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Londra – Con una retorica vuota degna del ‘miglior’ Renzi, il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, ieri al King’s College di Londra per il discorso annuale del “Jean Monnet Centre of Excellence”, in conferenza stampa schiva abilmente le domande sgradite. “L’Europa da settant’anni garantisce la pace”, assicura la Boldrini, dopo aver illustrato l’impegno suo e di tanti omologhi europei per ottenere una “unione federale di stati”.

“Presidente”, chiediamo, “proprio oggi sul Telegraph un ex ufficiale della marina britannica definiva un semplice ‘mito’ questo che lei ha appena espresso. Se il Piano Marshall ha portato la stabilità e la ripresa economica, la Nato ha monopolizzato la difesa militare, mentre da parte sua l’Europa non ha mai avuto un ruolo attivo nella risoluzione dei conflitti che ci sono stati sul continente, dai Balcani alla questione cipriota e così via: non crede sia vero?”. Il presidente della Camera si scalda visibilmente e fa partire una supercazzola rabbiosa sulla funzione disgregante dei nazionalismi per poi concludere con una non-risposta che ignora apertamente la relazione causale tra gli eventi che era il punto cruciale della domanda. “Da settant’anni in Europa c’è la pace e questo è un fatto”.

Che la causa di questa pace sia l’Europa unita, evidentemente, è un dogma irrinunciabile. Ma, francamente, non speravamo di ottenere di più. Ciò che è invece molto chiaro è che la sinistra italiana non riesce più a nascondere il proprio ‘si’ alla globalizzazione tanto avversata un tempo: “in un mondo globalizzato, nessuno Stato è un’isola”, osserva la Boldrini, che si definisce “europeista non solo per romanticismo e per il sacrificio degli antifascisti negli anni Quaranta, ma anche per la convinzione profonda che sia “impensabile tornare agli Stati nazione”. “Vogliamo una sovranità condivisa”, afferma annunciando di aver invitato a Montecitorio per il prossimo 27 agosto i giovani federalisti europei, prima di una grande iniziativa all’insegna dell’europeismo che si terrà simbolicamente a Ventotene nei giorni successivi. Quanto al Brexit ed alle condizioni ottenute dal premier inglese Cameron a Bruxelles, la Boldrini si dice ovviamente speranzosa sulla permanenza del Regno Unito in Europa, ma osserva: “gli accordi raggiunti hanno delle conseguenze sulle garanzie dei lavoratori e ne limitano la libertà di movimento, perché i non-cittadini non avranno accesso agli stessi benefit dei cittadini, in contraddizione coi principi dell’Unione Europea”.

Che lo Stato sociale abbia un costo e che questi diritti non possano quindi essere estesi in maniera illimitata senza renderne nulla l’effettività e ingiusta l’applicazione sembra essere un problema che non sfiora minimamente la riflessione boldriniana. Così come l’idea che uno Stato possa avere il diritto di voler rimanere tale senza doversi per forza integrare ad un maxi-stato europeo, o il fatto che, dal momento in cui non esiste una vera e propria struttura di welfare su base europea (ovviamente), è ovvio che ogni Stato pensi e debba pensare ancora prima ai propri cittadini. Neanche la legittimazione democratica di un’eventuale federazione, del resto, sembra preoccupare il presidente della Camera, al di là di una consultazione online sui vantaggi e svantaggi di stare nell’Ue lanciata sul sito della Camera e che lascia il tempo che trova. “Il prossimo 22 maggio a Lussemburgo”, ricorda, “incontrerò i miei ventotto omologhi e spero che la dichiarazione [“Più integrazione europea”, ndr] sottoscritta il 14 settembre scorso con i miei omologhi di Francia, Germania e Lussemburgo, ora condivisa dagli omologhi di dodici paesi, arrivi ad avere l’appoggio della maggioranza di loro”. Un obiettivo non lontano dal momento che, fa notare, mancano solo tre firme. Tre firme per imporre un’integrazione sempre più spinta, la scomparsa definitiva degli stati nazionali europei, nella distanza più totale della volontà dei popoli nel frattempo sempre più scettici sul conto dell’Unione Europea.

Il ‘progresso’ deve andare avanti e chi non è d’accordo lo diventerà, basterà spiegargli che chi è contro l’Europa fa “demagogia” ed è un pericoloso nazionalista. Facile no? Boldrini docet.

“Un’altra Europa è possibile”, ripete nel corso del discorso nell’aula magna del King’s College, stavolta davanti ad una platea più ampia di fronte alla quale non rinuncia a porre l’antifascismo come fondamento dell’utopia europea. Poi cita Salvemini, cita Spinelli e non rinuncia ad un tocco di sentimentalismo e colore (siamo o non siamo italiani!), mostrando al pubblico una giacca di salvataggio con riferimento alla crisi dei rifugiati ed alle stragi del mare avvenute nel Mediterraneo. E non sbaglia quanto meno nell’attribuire all’Europa la colpa di una cattiva gestione dell’emergenza “sulle spalle di pochi paesi, come l’Italia, la Grecia, la Germania e la Svezia”. Un po’ vaghi, invece, gli attacchi alla politica economica dell’Unione Europea, definita la “grande malata, che ha causato scontento e disamore” verso un’Europa che, così com’è, secondo la Boldrini, “non va bene”. La promessa che, nonostante tutto, l’Europa voluta da pochi alla fine si farà, tratta dai passaggi finali del “Manifesto di Ventotene”, chiude il suo intervento . Anche se in conferenza stampa e davanti ai microfoni Rai, non era mancata qualche dichiarazione sulla scelta dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola di utilizzare la pratica dell’utero in affitto per avere un bambino: “la nascita di un bambino va sempre accolta con amore”, aveva commentato inizialmente, salvo poi aggiungere: “ritengo sia una pratica inaccettabile qualora dietro questa pratica, attraverso un pagamento, si celi lo sfruttamento della persona”.

Emmanuel Raffaele, 1 mar 2016

Uk, Cameron denuncia razzismo di Stato: l’establishment apra alle minoranze

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“E’ più probabile che un giovane di colore si trovi in prigione piuttosto che in un’università prestigiosa”. David Cameron, primo ministro inglese, in una lettera al “Sunday Times”, ci è andato giù duro ed ha addirittura puntato il dito, in modo insolito per un conservatore, contro esercito, polizia, università e grandi aziende a causa del loro presunto razzismo istituzionale.

E’ una vergogna per la nostra nazione”, ha affermato il premier britannico, promettendo che il suo governo farà finalmente la differenza ed esortando il paese: “Portiamo a termine, insieme, la battaglia per un’uguaglianza reale in Gran Bretagna”. “Non è abbastanza dire di essere aperti a tutti”, ha infatti spiegato evidenziando alcuni dati: non ci sono generali di colore nelle nostre forze armate e solo il 4% degli amministratori delegati tra le FTSE 100 [1]  appartengono ad una minoranza etnica”. “Nel 2014”, ha proseguito, “la nostra università più prestigiosa, ha ammesso soltanto 27 ragazzi di colore su un totale di 2.500 […]. Le persone il cui nome ha un suono esotico hanno meno probabilità di essere richiamate per un lavoro, pur avendo le stesse qualifiche”.

Appena lo 0,1% degli ufficiali dell’esercito – ha aggiunto il giornale britannico – sono neri, lo 0,2 % (285) appartiene ad altre etnie, ben 4 forze di polizia non hanno all’interno gente di colore ed in generale la polizia conta soltanto 2 alti ufficiali di altre etnie; quanto agli altri settori, 6 club calcistici su 92 hanno al vertice una persona di colore ed il 13% del personale della Bbc (con 7,8% fra i manager) proviene da una minoranza.

Quanto al sistema penale, per numero di arresti la minoranza nera quasi triplica la popolazione di etnia caucasica ed asiatica; più o meno la stessa situazione per i procedimenti penali, le condanne e la popolazione carceraria.

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David Lemmy

Ecco perché il premier ha annunciato che David Lemmy, ex ministro laburista di colore, si occuperà del trattamento delle minoranze nel sistema penale, mentre ha intenzione di dare il via ad una legge che costringerà le università a fare maggiore chiarezza sul numero di persone e sull’etnia di quanti fanno richiesta di ammissione, tentando di persuaderli anche all’utilizzo di application form che non prevedano l’utilizzo del nome.

Dunque, David Cameron, l’antirazzista? Di sicuro la sua manovra contro l’establishment è ad alto rischio ma c’è chi non esclude il tentativo di accaparrarsi una fetta di voti laburisti. In ogni caso, è stato egli stesso a sollevare un interrogativo: Una persona su 10 fra i ragazzi bianchi più poveri accedono ad un alto livello di istruzione […]. Sono soltanto sintomi delle divisioni di classe o della carenza di pari opportunità? O è qualcosa di più radicato, insidioso ed istituzionale?”.

Senza dubbio, stando a queste dichiarazioni ed all’apertura del “Sunday Times” (un esempio fra tanti), il razzismo fa più notizia della scarsa mobilità sociale e l’allarme scatta per i neri che non accedono ai vertici e passano in secondo piano i dati sulle scarse opportunità dei bianchi appartenenti a quello che un tempo avremmo chiamato “proletariato urbano”. Bianchi o neri, infatti, in un paese che di recente ha mostrato tassi di disuguaglianza elevatissimi, il problema ha buone probabilità di esser dovuto ad un forte “classismo” della società inglese, in cui chi è povero rimane povero, non diventa ufficiale dell’esercito, manager di un’azienda e non prende la laurea ad Oxford. Del resto, in una nazione in cui i bianchi sono già una minoranza nella sua capitale, dove trovi donne col velo alla cassa di ogni attività commerciale, persone di colore alla guida di autobus, in metropolitana e che, più in generale, svolgono le stesse attività dei bianchi, un paese in cui interi quartieri sono arabi, africani o asiatici, si può seriamente parlare di razzismo?

Certo, la sotto-rappresentazione ai vertici è un fatto quanto lo è la ghettizzazione e le forti differenze tra Londra ed il resto del paese anche nella distribuzione etnica della popolazione. Ma le motivazioni sono tutt’altro che facili da individuare.

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La satira del “Sunday Times”

Perciò l’affondo, a cui la testata inglese ha dato ampia visibilità col titolo principale in prima pagina, non ha mancato di provocare la reazione stizzita delle università, in questo periodo al centro dell’attenzione dopo la decisione di Oxford di non rimuovere una statua dello statista colonialista Rodhes dalla facciata dell’Oriel college, come richiesto da alcuni studenti. Una decisione, tra l’altro, che secondo un assistente del premier non lo avrebbe trovato per nulla in disaccordo: “non puoi applicare i criteri del presente al passato”, sarebbe l’opinione, condivisibilissima, di Cameron.

Ma alle sue dichiarazioni, dicevamo, “le principali università hanno reagito furiosamente, affermando di aver già fatto molto per aumentare il numero degli studenti non bianchi”, riferisce il Sunday Times. Da Oxford, intanto, hanno sottolineato che il 13,2% dei laureati nel 2014 non erano bianchi, il 18% in altri istituti del Russel Group mentre 367 studenti appartenenti ad una minoranza etnica sono stati ammessi lo scorso anno, con un incremento del 15%. Inoltre, l’università sta pensando, in seguito alle recenti critiche, di inserire corsi specifici attraverso i quali approfondire la storia e le figure di riferimento delle minoranze etniche.

Cameron, d’altronde, ha fatto sapere di ritenere non risolutive misure di ripiego come l’istituzione di quote o altre soluzioni “politicamente corrette”.

Non rimane, a margine, che una riflessione: messa in conto la possibilità che non sia il razzismo ma un “classismo” senza distinzioni etniche la causa della sotto-rappresentazione delle minoranze, considerata anche la possibilità che le principali istituzioni cerchino invece di tutelare la purezza razziale della Gran Bretagna riservandosi i vertici dello Stato (teoria che non nasconde un certo complottismo) o che semplicemente il pregiudizio individuale influisca negativamente nelle decisioni (ma è razionale combattere per legge il pregiudizio?), è davvero possibile parlare di “valori condivisi” come ha fatto il premier e contemporaneamente dover inserire nelle università corsi specifici per raccontare la storia di un’appartenenza differente? È possibile parlare di uguaglianza e poi proporre di nascondere il nome e quindi l’identità di una persona nelle domande di ammissioni per evitare pregiudizi? È giusto costringere un imprenditore ad assumere qualcuno? Siamo sicuri che nei quartieri arabi o africani assumono bianchi nelle loro attività commerciali? Passeggiando per le strade “multietniche” di Londra sembra proprio di no.

“Il coinvolgimento dell’esercito inglese nelle guerre in Iraq e Afghanistan potrebbe non incontrare il gradimento delle comunità mussulmane o asiatiche. Ho assistito ai reclutamenti e le persone dicevano ‘Non approviamo quello che l’esercito sta facendo in Afghanistan. Non crediamo dovresti essere nell’esercito, prendendo parte a tutto questo’ ”, ha osservato il capitano Naveed Muhammad. “I reclutatori della polizia hanno incontrato resistenza da parte della popolazione di colore che sospettava pregiudizi. Ciò che Cameron definisce ‘valori condivisi’ potrebbero non esserlo quanto crede”, conclude in un pezzo d’approfondimento George Greenwook.

La questione, dunque, è più complessa di un facile titolo ad effetto sul giornale. Ed il sentimento d’appartenenza, probabilmente, è quello che fa concretamente la differenza. A dimostrarlo anche i recenti fatti di cronaca sul terrorismo islamico, che coinvolgono quasi sempre figli o nipoti di immigrati in Gran Bretagna, Francia e Belgio, paesi europei tra i più eterogenei etnicamente. E certo, neanche noi condividiamo gli interventi armati a guida statunitense in cui il nostro paese è coinvolto, ma per questo non cambia la nostra appartenenza, non per questo l’Italia smette di essere la nostra patria. Siamo sicuri che, quanto alle minoranze etniche in Europa, non sia stato già dimostrato il contrario?

Emmanuel Raffaele, 2 feb 2016

[1] “indice azionario che include le 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange”, Wikipedia

 

Il fondo pensione degli avvocati compra un palazzo da 120 milioni di euro a Londra

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Ben 92 milioni di sterline, circa 120 milioni di euro: tanto è costato alla Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense l’acquisto di un immobile ad uso commerciale in Piccadilly Street, pieno centro di Londra. L’immobile risalente al 1930,considerato il capolavoro dell’architetto Joseph Emberton, dichiarato di interesse storico e artistico e già sede dei magazzini Simpson, dal 1999 ospita Waterstones, una libreria che, con i suoi 200mila volumi ed oltre 8 miglia di scaffali, è definita dal quotidiano free press londinese Evening Standard “la più grande libreria d’Europa”. A rendere nota l’acquisizione è Fabrica Sgr, che in un comunicato stampa annuncia: “Fabrica SGR e CBRE Global Investors, rispettivamente gestore ed advisor del Fondo Cicerone, hanno concluso il primo investimento estero del Fondo Cicerone”. Quest’ultimo, infatti, è un Fondo Comune di Investimento Immobiliare riservato ad investitori qualificati del quale è quotista, appunto, la Cassa Nazionale di Previdenza e Assistenza Forense, operativo dal 2013 e istituito proprio da Fabrica Sgr in seguito ad una gara indetta dell’ente previdenziale per affidare la gestione immobiliare di un fondo con la possibilità di arrivare a sottoscrivere fino a 1 miliardo di euro.

Finora di proprietà del fondo d’investimento inglese Meyer Bergman, il passaggio – specifica Fabrica Sgr – “è stato effettuato tramite la controllata Cicerone Holding BV, società di diritto olandese detenuta al 100% dal Fondo”. “Siamo orgogliosi di presentare al mercato un’operazione da parte di un investitore italiano in un momento in cui gran parte delle transazioni sul mercato domestico viene effettuata da capitali esteri”, ha dichiarato l’amministratore delegato di Fabrica Sgr Fabrizio Caprara. L’investimento, che Michael Ness della Global Investor ritiene molto valido “sia per la sua eccellente dislocazione sia per il commitment di lungo periodo da parte di Waterstones”, è in effetti – spiega il comunicato – “il secondo per cassa del fondo, porta a 32 immobili gli asset del portafoglio immobiliare per un valore complessivo di circa 665 milioni di euro”.

Un notevole sforzo economico, insomma, per un Fondo che al 31 dicembre 2014 disponeva di un patrimonio di 273 milioni di euro costituito al 90% da immobili dati in locazione, per il 71% ad uso residenziale ed appena il 6% ad uso commerciale e quasi tutti nel centro Italia, soprattutto a Roma, come è possibile leggere sul sito del Fondo e sul rendiconto annuale. Considerazioni economiche a parte, resta da capire perché un ente previdenziale nato con la legge n.406 del 13 aprile 1933, in piana epoca fascista, si sia dovuto ridurre a pagare le pensioni facendo il “palazzinaro” in Italia ed ora anche all’estero e per quale motivo a questo fine sia stato necessario utilizzare una società olandese. Non si tratterà mica di evasione di Stato?

Emmanuel Raffaele, 3 feb 2016

Londra, presentato il Rapporto italiani all’estero 2015: la Chiesa ci vuole meticci

12368975_1704062549812830_4033878582374347866_nConoscere per agire”, questa – spiega il presidente Pietro Molle – la mission di Comites (Comitato degli Italiani all’Estero), che lo scorso 3 dicembre, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Londra nella centralissima Belgrave Square, ha esordito con “Italici nel mondo: il ruolo delle comunità italiane all’estero”, iniziativa all’interno della quale è stato presentato il “Rapporto Italiani all’Estero 2015” della Fondazione Migrantes ed il libro di Piero Bassetti, “Svegliamoci Italici”.

Numeri e statistiche, dunque, ma anche un’analisi attenta dei concetti di ‘italianità’ ed ‘italicità’ che, secondo l’autore del testo presentato – in passato primo presidente della Regione Lombardia – comprende “grandi sostanziali di italianità variabile”, per il quale vengono in rilievo non tanto fattori come la lingua, la continuità storica o altri elementi considerati singolarmente, né risultano utili cesure nette poiché il concetto intende rappresentare ed accogliere tutto ciò che contiene ‘tracce di italianità’ in misura anche minima. Un richiamo, dunque, che può essere di natura artistico, culinario, nostalgico o semplicemente un legame di sangue seppur quasi del tutto sopito e conservato in un cognome o una città d’origine. Il recupero per intero e senza ‘purismi’ di tutto quanto è afferente all’italianità, insomma, senza timore dei ‘meticciati’: è questo il punto di incontro tra Bassetti, già presidente delle Camere di Commercio nel Mondo, e i rappresentanti di Migrantes, Delfina Licata, curatrice del rapporto, e don Antonio Serra, coordinatore delle Missioni Cattoliche di lingua italiana in Gran Bretagna.

Prima di proporre”, ha spiegato Molle, “è necessario capire e far capire: ecco il senso dell’incontro di oggi, che è soltanto la premessa al nostro impegno futuro”.

L’emigrazione italiana nel mondo, quindi, e i 101.297 italiani (44.542 donne e 56.755 uomini) che da gennaio a dicembre 2014 hanno spostato all’estero la propria residenza, portando a ben 154.532 unità (+3,3%) le iscrizioni totali e portando il valore assoluto degli iscritti all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), principale fonte statistica della ricerca, a 4.636.647.

Un dato, conferma il console generale d’Italia a Londra Massimiliano Mazzanti, anch’egli presente all’incontro, che “rappresenta soltanto la punta di un iceberg”. Secondo Mazzanti, infatti, solo una piccola parte degli italiani residenti fuori dai confini rispettando la regola dell’iscrizione entro i 90 giorni, la maggior parte, invece, ‘emergono’ anche dopo molti anni di permanenza e, se la presenza nel Regno Unito risulterebbe pari a 260mila iscritti circa, secondo il console la stima che è possibile azzardare supererebbe abbondantemente il mezzo milione di presenze, sfiorando addirittura le 800mila unità.

Una comunità che sta aumentando a vista d’occhio e che soprattutto nella capitale inglese dà evidente mostra di sé, dal momento che in ogni angolo di strada ed ogni attività commerciale è quasi sempre possibile incontrare un italiano a lavoro o a passeggio.

E trova conferma nei numeri anche la tradizionale emigrazione dal sud Italia, che in assoluto – Sicilia in testa – rappresenta oltre la metà degli italiani all’estero (51,4%), contro il 33,2% dei settentrionali ed il 15,4% che proviene invece dal centro Italia. Quanto alle destinazioni, Europa (53,9%) e America (40,3%) sono i continenti che ospitano il maggior numero di italiani. La Germania, con oltre 14mila trasferimenti, seguita dal Regno Unito (oltre 13mila), dalla Svizzera (11mila) e dalla Francia (9mila), sono state le mete privilegiate quest’anno.

Il nuovo identikit dell’emigrante medio è quella di un uomo, celibe, tra i 18 e i 34 anni, partito dal nord Italia (Milano e Lombardia principalmente), in continuità con il progressivo avvicinamento dei dati tra nord e sud negli ultimi anni. Quanto al genere, soltanto il Friuli registra un maggior numero di partenze femminili.

Considerando l’ultimo decennio, si è passati dai 3 milioni di iscritti all’Aire nel 2006 agli oltre 4 milioni e mezzo di iscritti nel 2015, con una crescita del 49,3%.

Il rapporto, che si serve anche dei dati relativi a laureati e dottori di ricerca, evidenzia la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’, che è sicuramente una realtà ma non è, secondo Delfina Licata, quella più rappresentativa dell’emigrazione italiana, all’interno della quale altri sono i fattori distintivi ed alla quale si sta aggiungendo l’emigrazione di molti pensionati in cerca di un tenore di vita che nel nostro paese non sono in grado di avere.

Una Chiesa che cammina insieme con la comunità tutta, in linea con le direttive del Concilio Vaticano II”: questo secondo Perego il ruolo del Vaticano nel panorama appena descritto, con 366 Missioni Cattoliche di Lingua Italiana (MCI) all’estero, distribuite in 39 nazioni su tutti i continenti.

Il concetto di cittadinanza si perde nell’identità locale che risulta un legame molto più forte per gli italiani all’estero”, spiega Licata, introducendo il concetto di “approccio glocale” ripreso subito da Bassetti. “Ci si sente cittadini del mondo”, spiega l’autore di “Svegliamoci Italici”, un mondo che non è più quello degli Stati nazionali nato da Westfalia, ma quello in cui frontiere e confini tendono a svanire e prevalgono invece le relazioni di rete, come dimostrano le oltre 200 associazioni nel mondo che portano nel proprio nome l’identificazione ad una realtà locale”. Ecco perché, secondo Bassetti, è necessario “rispettare il valore del meticciato e dell’ibridazione, che non postula il tradimento della purezza d’origine”. Diversi gli argomenti a sostegno del ragionamento, non tutti rigorosamente in linea con la tesi iniziale. “Siamo meticci nell’ordinamento militare: non esiste più la sacralità dell’appartenenza nazionale”, dichiara evidenziando il ruolo oggettivamente sempre più ristretto degli Stati all’interno degli organismi e delle alleanze internazionali. “La Chiesa è avvantaggiata dalla mancata definizione territoriale della sua dottrina”, prosegue Bassetti che, in un esempio apparentemente di segno opposto, indica come paradigma anche la comunità ebraica, capace di perdurare nel tempo nonostante la diaspora mantenendo viva la propria identità. “No, dunque, alle vecchie risposte nazionaliste. Si al meticciato”, conclude lo scrittore, che non manca di tessere le lodi dell’impero inglese, capace di “tenere l’India con 100mila uomini, grazie all’infiltrazione delle élite”. Peccato che né un impero né la fortemente identitaria comunità ebraica siano un esempio troppo calzante di meticciato e della necessità di un mondo senza frontiere.

Londra, “riapre” ex Casa del Fascio, ieri inaugurazione a Charing Cross

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“Ambizione aggressiva” ed iniziative “strumentali”: questa secondo Alfio Bernabei, membro dell’Anpi ed organizzatore della mostra “Mussolini’s folly: farce and tragedy in Little Italy”, la valenza dell’acquisto, nel 1936, della Casa del Fascio di Londra niente meno che al numero 4 di Charing Cross Road, pieno centro della capitale inglese, a due passi da Trafalgar Square.

6Autore del documentario “Dangerous characters” per Channel 4 e del libro “Esuli ed emigrati italiani nel Regno Unito 1920-1940”, Bernabei inquadra così la decisione dell’allora ambasciatore italiano Dino Grandi di procedere, grazie alla raccolta fondi fatta dalla comunità italiana in Inghilterra, al trasferimento del Fascio di Londra (il “fascio primogenito all’estero”, nato nel 1921, un anno prima della Marcia su Roma), che era già stato ospitato in Great Russel Street e poi in Greek Street, negli oltre mille metri quadrati di Charing Cross, evento esaltato da L’Italia Nostra, “Organo ufficiale dei Fasci Italiani nelle Isole Britanniche” nel numero del 27 novembre 1936.

“Si trattava di iniziative necessarie ad annettere la comunità italiana”, commenta Bernabei, che però ammette: “gli italiani emigrati si sentivano ora più rispettati dagli inglesi” ed erano tutti intenti ad attuare gli indirizzi del regime fascista che li invitava a “non genuflettersi più, rappresentando il nuovo senso di dignità italiana, persino per chi era un semplice cameriere”.

Presente all’inaugurazione della mostra fotografica, che proseguirà fino al 15 dicembre, anche Giulia Romani, console presso il Consolato Generale d’Italia a Londra, e Simone Rossi, presidente della sezione londinese dell’ Anpi.

12Tesa a tramandare “la memoria” dei tragici eventi della seconda guerra mondiale nelle intenzioni degli organizzatori ed ospitata da quella che attualmente è una libreria strutturalmente ancora identica all’edificio dell’epoca, l’interessante esposizione racconta e nasconde però molto altro. E per capirlo è utile leggere alcuni passi di un emigrante italiano, Callisto Cavalli di Lugagnano Inferiore di Monchio, che nel suo libricino “Ricordi di un emigrante”, ripreso da Huges Colin nel suo “Lime, lemon & salsaparilla – The italian community in South Wales 1881-1945”, scrive: “Molti anni prima che io mi iscrivessi, il fascismo aveva preso piede a Londra e molti miei connazionali che ci risiedevano, tra cui la gente migliore della comunità, si erano iscritti al partito”. E ancora: “Prima del fascismo, tutti i governi italiani si erano curati ben poco – per non dire affatto – delle migliaia di persone emigrate: adesso le cose erano cambiate. Il governo fascista aiutò veramente i connazionali all’estero e per quanto fu possibile, ne favorì il benessere. Grazie al governo fascista, decine di scuole serali avevano aperto solo a Londra, per i figli degli emigrati che erano nati a Londra e che così potevano imparare la nostra lingua madre” (molte scuole vennero aperte in tutto il regno, compreso ad esempio il Galles, grazie al patrocinio del Consolato italiano di Cardiff). “Gli italiani di Londra”, conclude l’emigrante, “fascisti o non fascisti, non avevano mai mostrato tanto entusiasmo per la madrepatria come a quel tempo”.

3Riflessioni sulle quali è inevitabile soffermarsi, come sull’intero contesto in cui si verificarono gli eventi. Fa pensare, effettivamente, come, in seguito alle sanzioni della comunità internazionale contro l’Italia per l’attacco in Etiopia, anche gli italiani all’estero vollero contribuire fattivamente alla raccolta di beni a favore della madrepatria, come dimostra il numero de “L’Italia nostra” del 17 gennaio 1936: ben 18.480 sterline raccolte tra gli italiani di tutto il Regno Unito in oro e denaro contante.

Così come è necessario riflettere su quella frase, favorire il benessere degli italiani all’estero, che significò l’organizzazione da parte del governo fascista, non solo di corsi di lingua, ma anche di viaggi per gli italiani, di strutture sindacali ed assistenziali, di eventi sportivi, di iniziative culturali.
Numerose sedi con funzioni analoghe, infatti, aprirono in tutto il Regno Unito: a Cardiff, Bristol, Glasgow, Belfast, Greenhock, Edinburgo, Swansea, ecc. e tutte con le medesime finalità. Famoso è, il 5 giugno del 1939, il concerto del tenore di fama internazionale Beniamino Gigli presso la Casa del Fascio londinese, che si esibì davanti ad oltre 500 persone insieme a Maria Caniglia, in occasione della visita per la stagione d’opera al Covent Garden e l’incisione di un disco.

7Così come potrebbe colpire il fatto che a presiedere il fascio londinese vi sia stato anche Guglielmo Marconi, inventore del telegrafo, che in una famosa frase del resto dichiara: “Rivendico l’onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza d’Italia”.

Due ristoranti, una grande sala per gli eventi, la redazione del giornale “L’Italia nostra”, la sede dei “Giovani Italiani all’Estero” ed anche del Fascio Femminile di Londra (a dispetto di chi parla di esclusione delle donne dalla vita pubblica sotto il fascismo) erano stati adibiti in Charing Cross.

Un grande sforzo teso naturalmente anche a propagandare l’idea fascista in Gran Bretagna, il che attirò le attenzioni degli 007 inglesi senza evidentemente allarmare più di tanto, tenuto conto delle parole di apprezzamento per il regime persino da parte di Churchill che, prima del conflitto, in visita a Roma, affermò che, se fosse stato italiano, sarebbe stato certamente fascista.

11La sede, d’altronde, terminò la sua missione soltanto con la dichiarazione di guerra italiana, in seguito alla quale venne sequestrata e migliaia di civili italiani vennero internati senza alcuna colpa e deportati nelle ex colonie inglesi d’oltremare, nonostante molti avessero avuto addirittura figli o parenti nell’esercito inglese. Anche su Wikipedia è possibile “scoprire” che: “I paesi di entrambi gli schieramenti applicarono l’internamento di cittadini originari dei paesi nemici”. E così, anche nella democraticissima Inghilterra, i diritti civili e politici dei civili italiani vennero negati e le proprietà di molti vennero addirittura confiscate. Del resto, non si registra risarcimento alcuno per il sequestro della sede di cui sopra, acquistata con soldi italiani, né è mai ricomparsa la statua di Giulio Cesare presente al suo interno. L’Italia, in verità, attende anche scuse ufficiali in seguito al ben più triste evento dell’affondamento dell’ Arandora Star, nave salpata da Liverpool con a bordo oltre 1500 internati da deportare tra i 16 ed i 75 anni, tra cui appena 85 prigionieri di guerra e, dunque, quasi per intero, stracolma di civili di nazionalità nemiche che, per mancanza di spazio, 5dormivano sui pavimenti. Ed è anche a causa del sovraccarico ed un numero insufficiente di scialuppe, che in seguito al siluramento della nave da parte tedesca (che aveva scambiato la nave per un carico di armi), morirono oltre 800 persone tra cui ben 446 italiani.

Pezzi di una storia sicuramente da riscrivere, come dimostra puntualmente ogni involontario approfondimento dei tanti aspetti del secondo conflitto mondiale e delle sue cause.