Regno Unito, in arrivo maxi-struttura per l’intelligence americana in Europa

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Entro il 2017 gli Stati Uniti costruiranno nel Regno Unito un centro d’intelligence che servirà da quartier generale per la condivisione di informazioni militari per tutta l’area dell’Europa e del Sud Africa. Gli Usa, insomma, dopo aver candidamente confessato di spiare i nostri governi, intendono tenerci d’occhio più da vicino e a fare da testa di ponte sarà ovviamente il suo alleato storico in Europa, la Gran Bretagna. Ecco spiegato il motivo dell’opposizione americana ad una eventuale Brexit, ecco la ragione delle preoccupazioni sulla sicurezza britannica in caso di uscita dall’Europa a causa di una minore condivisione delle informazioni con gli “alleati” ed ecco perché, dunque, in prospettiva sovranista, l’uscita del Regno Unito non andrebbe visto con troppa diffidenza, rappresentando un colpo importante sia nei confronti dell’Unione Europea che per l’imperialismo americano.

La notizia non è ancora ufficiale, tanto che il Dipartimento statunitense della Difesa ha evitato nei giorni scorsi ogni commento, ma il quotidiano inglese “The Indipendent” ha già fornito parecchi dettagli dell’operazione mentre l’ufficialità dovrebbe arrivare a breve. In particolare, il Pentagono sarebbe pronto a stanziare ben 200 milioni di dollari per quello che dovrà essere il “Joint Intelligence Analysis Centre” e che sarà situato presso la base aerea di Croughton, che già elabora circa un terzo delle comunicazioni militari americane in Europa.

Il nuovo centro impiegherà quasi 1300 persone provenienti da più di cinquanta paesi e assumerà, ampliandole e centralizzandole, le funzioni di intelligence finora svolte presso la base americana di Molesworth, che verrà chiusa nel quadro di una riduzione dei costi voluta dal governo di Obama. Già lo scorso anno, del resto, all’annuncio della chiusura della base in questione, un portavoce del comando americano in Europa aveva anticipato la sostituzione della struttura con un edificio mirato a consolidare e rendere più efficienti le operazioni di intelligence che coinvolgono sia la Cia che i servizi segreti inglesi.
Emmanuel Raffaele, 25 marzo 2016

Show di Travaglio a Londra: “i giornali italiani nascondono le menzogne dei potenti”

Marco-TravaglioUn minuto di silenzio per “i caduti di Bruxelles”, poi si parte. E sono risate – attentato a parte – amare, anche se a scriverne bene quasi ci si vergogna, visto che i protagonisti di “Slurp!” sono i “leccaculo” d’Italia per eccellenza: i giornalisti e il loro rapporto coi potenti. Ma Travaglio, direttore de “Il Fatto Quotidiano”, pur influente, non è certo uno di loro, quindi non ce ne voglia se ci scappa qualche complimento per il recital di cui è protagonista insieme alla brava attrice Giorgia Salari ed ispirato al suo omonimo libro, edito da Chiarelettere nel 2015. Svoltosi grazie all’ottima organizzazione della società di produzione eventi “Tij  events”, presso il centralissimo Leicester Square Theatre di Londra, lo scorso 22 marzo, nel bel mezzo della settimana santa, lo show del giornalista è infatti un attacco fortissimo proprio ai ‘sepolcri imbiancati’ della stampa italiana. A quel modo di raccontare i potenti fatto di “prosa zuccherosa”, lodi ai limiti della sottomissione umana e rivolto quindi a quel giornalismo di regime, privo di qualsiasi dignità e coerenza. “Il giornalista italiano”, afferma Travaglio dal palco, “non cambia idea, cambia direttamente padrone”, dunque la funzione dei giornali in Italia è pressoché una sola: “coprire le menzogne dei potenti”.

E non ci sono solo Berlusconi ed i suoi cortigiani, anzi, partendo dalla vecchia Dc per arrivare a Renzi (la ‘nuova’ Dc, dopotutto), spiega Travaglio, hanno leccato a turno un po’ chiunque sia stato al potere; più che equidistanti, “equivicini”, come il volto televisivo Bruno Vespa. Giuliano Ferrara, tra i più bersagliati, è un po’ il refrain dello show: lui, che ad ogni governo, come d’incanto, senza sorprese, si scopre più lealista del re, va a rappresentare una categoria in realtà molto vasta e, con la sua puntuale approvazione e lode di ogni potente, suscita altrettanto puntuali le risate tra il pubblico. Risate che, per la verità, stentano a fermarsi per tutta la durata dell’evento, a testimonianza di un’opera che va leggermente al di là del giornalismo e fa di Travaglio qualcosa di più, o semplicemente qualcosa di diverso: uno dei pochi in Italia capace di fare anche satira di qualità. Il suo punto di forza e, da un punto di vista strettamente professionale, forse anche un po’ il suo limite, infatti, è uno stile che si serve della notizia per attaccare e mettere alla berlina il potente, con soprannomi e prese in giro (il presidente della Repubblica Mattarella, nello show, diventa il “cadaverino” che non parla) mirate probabilmente a compensare quelle lodi eccessive dei giornalisti nei confronti delle quali Travaglio manifesta, giustamente, tutta la sua insofferenza. Una strategia che, se da un punto di vista professionale potrebbe suscitare qualche critica, da un punto di vista pratico, però, diventa probabilmente una necessità di fronte a tanto servilismo. Tra passato e presente, lo spettacolo si apre con un alternarsi di ‘cronache da Istituto Luce’, riprese dai giornali di ieri e di oggi, su Mussolini – descritto come una sorta di superuomo sui fogli dell’epoca – e Renzi – che non è da meno -, evidenziando come, seppur il regime fascista sia ormai andato, la censura (e, soprattutto, l’autocensura) non sia certo espressione tipica soltanto di quell’epoca. Con la differenza, osserva il giornalista, che almeno Mussolini in qualche occasione impose ai suoi di contenersi. È l’istinto umano a leccare il culo al più forte, a saltare sul carro del vincitore, la tentazione rassicurante a conformarsi che, però, applicata al giornalismo, provoca disastri trasformando i giornali nella cassa di risonanza dei politici a cui, invece, dovrebbero fare le pulci per far funzionare bene le cose. L’occhio bionico di Renzi capace di tenere sotto controllo Roma anche a distanza, lui descritto come un grande sciatore (nonostante le cadute a dir poco comiche), il premier multitasking, ma anche l’estasi divina del ministro Maria Elena Boschi che quasi sconvolge Vespa (ed è francamente uno dei pezzi forti dello show), il loden di Monti che racconta di laghi e borghesia operosa (!), la sobrietà del Frecciarossa su cui viaggia la moglie, in breve, le ovvietà e le esagerazioni sui potenti sparate negli articoli o, peggio, a caratteri cubitali nei titoli per pomparne l’immagine: “Donna Clio”, “Donna Elsa”, l’uragano Fornero, il grande Fausto (Bertinotti), il seducente D’Alema, Monti salvatore della patria e tanto, tanto altro ancora. I colpi di lingua della stampa non si contano e, d’altronde, riempiono appunto un intero libro e la ‘sceneggiatura’ di uno spettacolo che ripaga ampiamente il costo del biglietto. Giorgio Gaber, in una strofa di una delle sue canzoni più pregne di significato, “Io se fossi Dio”, letteralmente malediceva i giornalisti: “Compagni giornalisti”, accusava, “avete troppa sete e non sapete approfittare delle libertà che avete; avete ancora la libertà di pensare ma quello non lo fate e in cambio pretendete la libertà di scrivere e di fotografare. Immagini geniali e interessanti di presidenti solidali e di mamme piangenti”.  Ebbene, “Slurp” ci racconta nei dettagli quello che Gaber cantava nell’81. Unico rimedio e, dunque, unica vera rivoluzione è recuperare il senso della dignità. “Scudi umani a mezzo stampa: il loro segreto è non avere una reputazione”, incalza infatti Travaglio, anticipando la chiave di lettura che poi svela nell’esortazione finale della sua meritevole opera di denuncia sociale, di rilievo ancora maggiore vista la fama del giornalista: “se dall’alto non cambia nulla, impegnatevi anche voi, dal basso, a migliorare la qualità dell’informazione, sostenendo quella buona e criticando quella cattiva”. Del resto, scriveva lo scorso anno Gianluca Ferrara sul “Fatto Quotidiano”, in riferimento al lavoro teatrale del collega, i potenti ed i loro servi hanno, in un modo o nell’altro, bisogno del consenso per conservare il proprio posto; e gli strumenti di ricatto per ottenerlo si basano essenzialmente su due sentimenti: la paura e i favori. Per ritrovare la verità, per una stampa all’altezza della sua stessa etica, per essere semplicemente liberi, occorre “soltanto” più coraggio. Basta ricordarselo, ogni giorno e, quanto meno, al momento del voto.

LEGGI ANCHE: Marco Travaglio: fenomenologia del “Grande Inquisitore”

Londra, ieri 162ª edizione della “Boat Race” tra Cambridge ed Oxford

Il pubblico sulla linea di partenza
Il pubblico sulla linea di partenza

Londra – E’ stata l’università di Cambridge a trionfare nella 162ª edizione maschile della “Boat Race”, sono state le donne di Oxford, invece, ad aggiudicarsi la 71ª  edizione femminile della storica regata. Gli uomini di Cambridge hanno così allungato le distanze, portando il proprio team a ottantadue vittorie contro le settantanove degli avversari, mentre le donne hanno fatto registrare un leggero riavvicinamento tra le due squadre, che ora si ritrovano quarantuno a trenta.

Putney Bridge allestito per l’evento

La regata sul Tamigi che mette a confronto gli studenti dei due prestigiosi atenei nel giorno di Pasqua, partita da Putney Bridge e conclusasi all’altezza di Chiswick Bridge nel primo pomeriggio di ieri, vanta una storia che ha inizio fuori Londra, addirittura, nel 1829, con la vittoria di Oxford su un’imbarcazione a remi tuttora conservata al River & Rowing Museum di Henley. Le prime edizioni non ebbero un regolare svolgimento annuale, tanto che la seconda edizione avvenne, stavolta a Londra, soltanto nel 1836. A dare inizio alla tradizione, due amici, uno dei quali nipote del poeta William Wordsworth, Charles Wordsworth, studente del Christ Church College di Oxford, recatosi in visita a Cambridge, laddove conobbe Charles Merrivale del college St John. I due idearono la sfida, che subito l’ateneo di Cambridge lanciò a quello di Oxford. Ebbe invece inizio circa un secolo dopo e non senza ostilità, esattamente nel 1927, la prima gara tra le studentesse delle due università, che iniziarono a sfidarsi annualmente soltanto a partire dalla metà degli anni Sessanta.

Lungo il fiume, locali aperti e clima di festa
Lungo il fiume, locali aperti e clima di festa
Per qualcuno la festa è particolarmente sentita (!)

Ieri manifestazione a Londra: “Refugees Welcome Here” [FOTO]

Londra, 20 mar – Gli organizzatori di “Stand up to racism” aspettavano ben 15mila persone ed oggi ne hanno dichiarate addirittura 20mila. In realtà, difficilmente i manifestanti hanno superato le 10mila unità, molto probabilmente vicini appena alle 5mila e sicuramente molti di meno rispetto alle attese. Un universo a dir poco eterogeneo quello che, al grido di “Refugees welcome here”, ha sfilato in corteo per il centro di Londra per poi radunarsi, nel primo pomeriggio, nella storica Trafalgar Square, proprio di fronte alla “National Gallery”. Clicca qui per leggere la notizia

Una giovane manifestante mussulmana esibisce i cartelli diffusi dagli organizzatori a favore delle porte aperte ai rifugiati, contro "Islamofobia" e "antisemitismo"
Una giovane manifestante mussulmana esibisce i cartelli diffusi dagli organizzatori a favore delle porte aperte ai rifugiati, contro “Islamofobia” e “antisemitismo”
Amyna, arrivata in Gran Bretagna da Mosul (Iraq) urla: "qui non abbiamo diritto, vogliamo essere trattati come esseri umani"
Amyna, arrivata in Gran Bretagna da Mosul (Iraq) urla: “qui non abbiamo diritti, vogliamo essere trattati come esseri umani”
Una panoramica di Trafalgar Square vista dall'alto
Una panoramica di Trafalgar Square vista dall’alto
Un manifestante esibisce la maschera di "V per Vendetta"
Un manifestante esibisce la maschera di “V per Vendetta”
Un'altra propone di rimandare indietro i "razzisti" contro l'immigrazione e tenersi i "rifugiati"
Un’altra propone di rimandare indietro i “razzisti” contro l’immigrazione e tenersi i “rifugiati”
Una militante "socialista" propaganda le sue idee a due giovani mussulmane
Una militante “socialista” propaganda le sue idee a due giovani mussulmane
Un gruppo di ragazzi ha deciso di colorarsi in nome dell'uguaglianza tra le razze
Un gruppo di ragazzi ha deciso di colorarsi in nome dell’uguaglianza tra le razze

 

Un manifestante antifascista
Un manifestante antifascista
"Presenze inspiegabili" sul palco
“Presenze inspiegabili” sul palco
Ad un banchetto si distribuisce gratuitamente il Corano "a chi non è ancora mussulmano", ostentando un rassicuranre striscione: "Io amo Gesù perché sono mussulmano"
Ad un banchetto si distribuisce gratuitamente il Corano “a chi non è ancora mussulmano”, ostentando un rassicuranre striscione: “Io amo Gesù perché sono mussulmano”
Un manifestante si fa immortalare con uno smartphone da un amico
Un manifestante si fa immortalare con uno smartphone da un amico
C'è chi improvvisa una danza
C’è chi improvvisa una danza
Un momento della manifestazione
Un momento della manifestazione
Un dimostrante pretende "amore e rispetto per tutti"
Un dimostrante pretende “amore e rispetto per tutti”, c’è chi lo guarda stranito
C'è anche chi chiede all'Australia di allentare la rigidità delle sue politiche migratorie
C’è anche chi chiede all’Australia di allentare la rigidità delle sue politiche migratorie
UCU - London Region
UCU – London Region
Fronte del palco
Fronte del palco
Un gruppo di ragazzi espone uno striscione
Un gruppo di ragazzi espone uno striscione
"La nostra comune umanità è la base principale della pari cittadinanza tra le persone"
“La nostra comune umanità è la base principale della pari cittadinanza tra le persone”
Momenti di distrazione
Momenti di distrazione

 

(PH: Emmanuel Raffaele)

St Peter Church: a Londra l’Italia passa soprattutto da qui

43727Ci si può perdere nelle speculazioni sull’integrazione, assicurare a se stessi ed agli altri di sentirsi cittadini del mondo, sminuire il valore dei confini considerandole barriere arbitrariamente tracciate dall’uomo. Ma, nel mondo reale, così come nella testa e nel cuore e nello spirito degli uomini, la lingua, le tradizioni comuni – anche negli aspetti più folkloristici e popolari -, le esperienze condivise di un popolo, che si manifestano appunto nelle tradizioni e ne rappresentano la storia, lasciano tracce difficili da cancellare. E sopravvivono anche all’oblio forzato della memoria. “Naturam expellas furca, tamen usque recurret”, recita un antico adagio popolare: si può scacciare la natura anche col forcone, tanto tornerà ad affermarsi. L’identità, quella famiglia allargata chiamata Patria, quel Suolo che è Madre, quello Stato che è Padre, quella comunanza che è, dunque, anche di sangue e suolo, non ci allontana poi tanto dalla naturalissima immagine di un albero, con le radici ben piantate nella terra e le braccia rivolte al cielo. Siamo letteralmente parte della terra che ci ha dato la vita.

Anticipiamo una possibile obiezione: no, il fatto che le migrazioni siano sempre esistite non toglie davvero nulla al nostro punto di partenza, anzi, da sempre l’uomo ha difeso il suolo natio, si è curato della propria comunità ed ha cercato di farla prosperare.

Ma questa è soltanto una premessa. La notizia è un’altra. Ed è, in realtà, un po’ datata: 16 aprile 1863, per essere precisi. D’altra parte, è vero, oggi le stime sugli italiani a Londra, contano ormai circa mezzo milione di persone e, passeggiando per le strade della capitale britannica, nei negozi, nei ristoranti e nelle grandi catene, incontrare un italiano è così scontato che una chiesa tutta italiana a Londra forse non fa più notizia. Ma è un fatto che, dal 1863, per molti italiani, quella chiesa continua a rappresentare un’identità, forse riflessa o forse anche intrecciata con quella italiana, che proprio in quegli anni, del resto, si concretizzava finalmente nell’unità d’Italia (di cui oggi, 17 marzo, ricorre l’anniversario), in un’opposizione che già preannunciava un dualismo storico-politico, che però, da un punto di vista spirituale, al di là dell’aspetto ideologico, si ricomponeva in unità interiore nella maggior parte degli italiani.

E’ questa, infatti, la data in cui la St Peter Church, prima chiesa cattolica in Gran Bretagna, viene inaugurata, nascosta tra i vicoli di quella che, nel 1878, sarebbe diventata l’ampia Clerkenwell Road. Quello che segue, dunque, più che notizia di un fatto, è l’annuncio di una testimonianza, ma più che un omaggio è un racconto e più che storia di un edificio è una riflessione sulle radici, sull’identità e lo sradicamento, sulle migrazioni dei popoli, sul senso di comunità. Perché una domenica alla St Peter Church è come un salto nel passato e, al tempo stesso, un incontro settimanale con la propria terra.

Non molto distante da Covent Garden ed Oxford Circus, a pochi passi dal British Museum ed a tutti gli effetti, insomma, nel pieno centro di Londra, entrare in una chiesa e ritrovare la stessa architettura, l’identica struttura basilicale delle nostre chiese, ascoltare una messa celebrata in lingua italiana, in una chiesa a dir poco gremita a tutte le ore dell’appuntamento domenicale, come ormai non avviene neanche nei paesini dell’entroterra italiano, è un salto nostalgico nella penisola, un momento in cui smetti di sentirti ospite per ridivenire parte di una comunità, semplicemente attraverso la presenza. E stupisce e, ad un tempo, incuriosisce scoprire come la storia “nascosta” di questa cattedrale si riveli poi tutt’altro che noiosa lettera morta da museo, ma sia avvicini, invece, di più ai toni di un’autentica epopea, portata avanti da una fede che era a quel tempo esso stesso identità, collante e, soprattutto, ancora vitale.

A primo impatto, certo, suona persino eccessivamente “paesana”, vista oggi, la newsletter con l’annuncio dettagliato di battesimi, anniversari, matrimoni, qualche funerale, oltre a tutti gli appuntamenti ed i servizi della parrocchia. Per non dire dell’atmosfera dell’adiacente circolo, con tanto di enorme tricolore dipinto sull’angolo dell’edificio che lo ospita e gli anziani ai tavolini a giocare a carte la domenica mattina, uno spettacolo imperdibile, che diventa suggestivo in terra d’Inghilterra. Perché, infine, anche e soprattutto questo sa di casa e, snobismi a parte, di contatto umano. Non per rivangare gli stereotipi sulla freddezza degli inglesi, che poi per gli italiani del sud potrebbe anche essere la freddezza dei milanesi. No, gli stereotipi molto spesso raccontano la superficie. Ma in una città che conta oltre otto milioni di abitanti, stracolma di gente proveniente da ogni parte del mondo, è più che normale essere un numero. Qui il cerchio si restringe. Innanzitutto, sei italiano.

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L’impressione è quella di essere parte di una comunità “solidale”. Questioni religiose a parte, il senso di comunità, in effetti, è proprio questo. Con i suoi risvolti, positivi e negativi, la comunità in sociologia va a definire quella forma di “organizzazione” sociale quasi spontanea per cui ogni persona è connessa con le altre attraverso la condivisione di valori, pratiche sociali e religiose, abitudini e, soprattutto, attraverso la lingua. Quando diciamo che solo in percentuale minima l’aspetto verbale è essenziale nella comunicazione ci sembra quasi di dire una banalità, poiché, con tutta evidenza, ciò che attribuisce significato alle parole è, quasi sempre, il tono, l’espressione, il ritmo e tanti altri fattori posti al di là della semplice codificazione razionale di un termine. Ma per essere parte di una comunità bisogna essere parte di un mondo che va molto al di là persino di questo: riferimenti culturali, modi di essere, convenzioni sociali, convinzioni; tutto ciò è implicito in una lingua, nella comunicazione. La lingua, insomma, è la manifestazione di una identità, non un semplice codice. Ed è singolare come la storia di questa chiesa ne sia una dimostrazione pratica.

A differenza della “comunità”, invece, la “società” non è centrata sull’idea di identità, sulla condivisione. La società è la creazione moderna per cui un “vertice-burocrate” organizza un insieme di individui che rappresentano unicamente se stessi. Al massimo, nella società moderna, sono rappresentati dai partiti, strumenti comunque divisivi rispetto all’idea di comunità (come, del resto, suggerisce l’etimologia).

E l’integrazione non è altro che un’idea moderna (Nietzsche direbbe: “vale a dire un’idea sbagliata”), propria di popoli che hanno perso la dimensione comunitaria e sono stati costretti a standardizzarsi, ad essere tutti uguali. Nell’uguaglianza che svuota le particolarità, ciascuno diventa nessuno. I legami solidali si sciolgono, i vicini di casa diventando soltanto quelli che senti ogni tanto litigare o fare rumori, che perlopiù ti infastidiscono, i problemi con loro li risolvi con una raccomandata dal tuo avvocato, anziché in piazza passeggi al centro commerciale e non vai più al negozietto sotto casa ma al supermercato, mentre gli “amici” te li trovi su Tinder. Tutta una serie di cambiamenti che, nel bene e nel male, hanno mutato la natura dei rapporti sociali, indirizzate da precise scelte politiche ed economiche che non analizzeremo certo in questa sede.

Eravamo alla St Peter Church. Torniamo, stavolta per rimanerci, da quei ragazzi che si ritrovano per fare volontariato, da quei sacerdoti che assistono gli italiani in difficoltà con la legge, ritroviamo quella newsletter, la via crucis, la gente di ogni età, tra chi vive qui da anni e chi è appena arrivato, come i tanti giovani che giungono ormai in un flusso costante, agevolati nel loro proposito dall’enorme abbassamento dei costi dei trasporti transnazionali.

Per una storia che, come anticipavamo, inizia più di due secoli fa. Quando gli italiani a Londra erano più o meno due migliaia. Quando in Gran Bretagna, considerata oggi culla della democrazia, o perlomeno dipinta come tale, praticare il cattolicesimo era vietato per legge ed una chiesa cattolica non era una cosa tanto scontata come può sembrare oggi che, anche tra i grattacieli di Victoria Street, c’è l’enorme cattedrale di Westminster, la più grande chiesa cattolica in Gran Bretagna. C’è stato infatti un tempo in cui tutto ciò era impensabile ed i cattolici rivivevano un po’ l’esperienza dei primi cristiani, costretti a nascondersi per sfuggire alle persecuzioni. Anche la fede era identità. Non poteva essere diversamente. Come per gli irlandesi, anche loro a combattere la repressione inglese, a lottare per un’indipendenza in cui l’appartenenza nazionale e quella religiosa si fondevano in una cosa sola. Se oggi esiste la St Peter Church è perché, quando la libertà religiosa non era cosa ovvia, gli italiani hanno dovuto conquistarsela. Anche a costo di affrontare la dura legge inglese ed un ambiente a dir poco ostile.

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“La chiesa italiana di San Pietro a Londra”, testo molto dettagliato e firmato da Luca Matteo Stanca, pubblicato per la prima volta nel 2001, si apre non a caso con una che conferma molte delle nostre riflessioni: “Si avverte infatti una devozione antica e radicata, con uno ‘stile’ che rimanda alle domeniche dei nostri paesi di qualche decennio fa, quasi che quegli uomini e quelle donne, sradicati dalla loro terra, vogliano gelosamente custodirne i suoni, i riti, gli odori […], e trasmetterli in consegna ai figli e ai nipoti che spesso li accompagnano […]. È vero, si avverte anche un velo di nostalgia, ed allo stesso tempo l’orgoglio della propria identità, nelle facce da italiani di coloro che animano la liturgia e le tante attività in cui si articola la vita di una comunità come questa, vivace e solidale”.

Leggere integralmente questa interessante opera di ricostruzione storica è senz’altro consigliato. Qui, però, è nostro interesse unicamente render l’idea del contesto storico e, quindi, del significato di questa basilica come affermazione di identità. Fino all’approvazione del Catholic Relief Act nel 1778, infatti, la Gran Bretagna, non soltanto vietava ai cattolici la pratica del proprio culto, ma anche, ad esempio, l’insegnamento, pena il carcere a vita, e ne limitava fortemente perfino il diritto di proprietà attraverso il divieto di acquistare o ereditare terre. I cattolici erano veri e proprio cittadini di serie b, per cui a Londra, approfittando dell’extraterritorialità diplomatica, esercitavano la propria fede presso la Cappella Sarda, “il più antico luogo di culto cattolico post-Riforma a Londra”, all’interno appunto dell’ambasciata del Regno di Sardegna, nell’attuale Sardinia Street. Solo con la legge del 1778, infatti, vennero escluse per i cattolici di Inghilterra e Galles queste misure più estreme nel caso avessero prestato giuramento alla corona britannica, anche se il tentativo di estendere l’atto in Scozia provocò, invece, rivolte ed il saccheggio di case, attività commerciali e luoghi di culto dei cattolici. Anche a Londra, del resto, nel 1780, vennero raccolte 44mila firme contro la legge e i dimostranti assediarono le cappelle cattoliche, tra cui la Cappella Sarda. A Covent Garden una stazione di polizia venne incendiata, dal momento che, nel frattempo, la rivolta, da anti-cattolica ed anti-irlandese, si era trasformata in una rivolta “anti-sistema”, con l’assalto alle prigioni ed alla Banca d’Inghilterra. Le celebrazioni cattoliche proseguono nella semi-clandestinità, per un periodo addirittura in un “pub” di Whetston Park: “un robusto irlandese alla porta chiede la parola d’ordine agli avventori, ed il vescovo stesso celebra in abiti civili, tenendo davanti a sé uno schiumante boccale di porter, onde poter dissimulare nel caso la riunione sia scoperta”. Ma nel 1790 ai cattolici vennero fatte ulteriori concessioni: rimanevano proibiti gli ordini monastici, indossare pubblicamente l’abito talare, i campanili, le celebrazioni pubbliche e l’educazione cattolica ai figli dei protestanti, ma è permessa quanto meno la pratica “privata” a porte chiuse del culto e dell’insegnamento.

La comunità cattolica, ovviamente, non era composta solo da italiani. E, nel 1824, con l’aumento di numero dei nostri connazionali, arriva don Angelo Maria Baldacconi, che subito esprime la difficoltà di occuparsi contemporaneamente sia degli italiani che degli altri fedeli. Nel 1829, intanto, ai cattolici viene permesso di sedere in Parlamento. E vent’anni dopo l’arrivo di padre Baldacconi, giunge a Londra il suo successore, don Raffaele Melia, membro della Società dell’Apostolato Cattolico fondato da san Vincenzo Pallotti e protagonista diretto della nascita della St Peter Church, che otterrà il compito di occuparsi specificamente degli italiani. Melia continua infatti a celebrare nella Cappella Reale Sarda davanti a due comunità diverse, e questa mescolanza crea forti difficoltà […]. Molti giorni che sono festivi per gli italiani non lo sono per gli inglesi, e molte devozioni care agli uni sono ignote agli altri […]. La necessità di una chiesa italiana, per gli italiani, si rende sempre più evidente”, spiega Stanca. Il concetto di identità e di comunità inizialmente espresso, anche in questo caso, è spiegato in maniera lampante dalla pratica, poiché collante di una comunità sono anche le pratiche condivise, le esperienze comuni, mentre la mescolanza impone livellamento e appiattimento delle differenze fra le comunità, coese all’interno sulla base di valori evidentemente comuni. Nel 1845, così, viene concepita l’idea di una chiesa italiana a Londra, che quasi subito si andrà delineando con il progetto di acquistare un terreno per la costruzione di una chiesa ex novo e, già nel ’47, viene individuata nella zona di Clerkenweel Road un terreno potenzialmente adatto ed inizia così, autorizzata da Roma, la raccolta dei fondi in tutta Italia per la sua futura edificazione, il cui acquisto dovrà esser effettuato dalla Società dell’Apostolato Cattolico. Ed è nell’anno successivo che Melia riferisce la volontà di Pio IX, ultimo sovrano dello Stato Pontificio nonché papa più longevo dopo san Pietro, di dedicare proprio a San Pietro la futura cattedrale, che torna però ad essere definita come “Chiesa di tutte le Nazioni”, forse proprio per le tensioni risorgimentali in corso. Don Vincenzo Pallotti, invece, raccomanda soltanto che niente possa “essere oggetto di scandalo” poiché “nella casa dei sacerdoti bisogna mantenere semplicità e povertà”. “La ricerca del sito”, racconta ancora Stanca, “da parte di Melia e Faò di Bruno si concentra su Clerknwell poiché è in questa zona, ed in particolare nei vicoli sovraffollati e malsani dell’area di Saffron Hill, che si è venuta concentrando la comunità degli italiani”. Immigrati poco qualificati, pressoché tutti ambulanti: arrotini, venditori di gelato, suonatori di organetto, che precedettero di poco il forte afflusso di cattolici irlandesi. Nel 1850, l’accusa al papa di aver ricostituito la gerarchia ecclesiastica in Inghilterra diede vita a nuovi episodi di violenza e manifestazioni anti-cattoliche. Padre Melia, l’anno successivo, pubblica sul giornale cattolico londinese “Tablet” un articolo in cui spiega: “Questa chiesa sarà sempre governata da una congregazione di sacerdoti secolari italiani fondata a Roma, così che lo spirito romano la influenzerà sempre”. Un articolo che provoca aspre reazioni all’interno della Camera dei Lord, sul “Times” ma anche negli ambienti della chiesa anglicana, che vedono nella scelta di edificare una cattedrale e dedicarla a San Pietro una sfida alla vicina cattedrale metropolitana di San Paolo. Nonostante tutto, nel dicembre del 1852, l’acquisto del terreno è finalmente concluso. Passeranno circa undici anni prima che il progetto tanto atteso possa vedere la luce, quasi in contemporanea con la neonata Italia, che senza dubbio contribuì a rafforzare il sentimento identitario. Come Roma, anche la St Peter Church non è stata costruita in un giorno.

13001181_1751122628440155_7571536844759652121_nEd ancora oggi, ogni prima domenica di novembre, all’interno cimitero di Brookwood, nella sezione militare italiana, ci si ritrova per commemorare i nostri connazionali caduti, in gran parte prigionieri di guerra, in collaborazione con ambasciata, consolato e associazioni italiane. Mentre la domenica successiva si celebra una messa in suffragio degli internati italiani che morirono nel 1940 sulla nave Arandora Star, ricordati da una targa proprio all’ingresso della chiesa. Una targa posta esattamente sopra la stele dedicata ai caduti della prima guerra mondiale, con due fasci littori sorprendentemente intatti ed una frase di Gabriele D’Annunzio: “Non invano moriste, o dolci figli, latin sangue gentile”. L’Italia che non dimentica se stessa, da queste parti, passa anche per la St Peter Church.

Emmanuel Raffaele

Boldrini a Londra: a lavoro per unione federale, gli stati nazionali sono il passato

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Londra – Con una retorica vuota degna del ‘miglior’ Renzi, il presidente della Camera dei deputati Laura Boldrini, ieri al King’s College di Londra per il discorso annuale del “Jean Monnet Centre of Excellence”, in conferenza stampa schiva abilmente le domande sgradite. “L’Europa da settant’anni garantisce la pace”, assicura la Boldrini, dopo aver illustrato l’impegno suo e di tanti omologhi europei per ottenere una “unione federale di stati”.

“Presidente”, chiediamo, “proprio oggi sul Telegraph un ex ufficiale della marina britannica definiva un semplice ‘mito’ questo che lei ha appena espresso. Se il Piano Marshall ha portato la stabilità e la ripresa economica, la Nato ha monopolizzato la difesa militare, mentre da parte sua l’Europa non ha mai avuto un ruolo attivo nella risoluzione dei conflitti che ci sono stati sul continente, dai Balcani alla questione cipriota e così via: non crede sia vero?”. Il presidente della Camera si scalda visibilmente e fa partire una supercazzola rabbiosa sulla funzione disgregante dei nazionalismi per poi concludere con una non-risposta che ignora apertamente la relazione causale tra gli eventi che era il punto cruciale della domanda. “Da settant’anni in Europa c’è la pace e questo è un fatto”.

Che la causa di questa pace sia l’Europa unita, evidentemente, è un dogma irrinunciabile. Ma, francamente, non speravamo di ottenere di più. Ciò che è invece molto chiaro è che la sinistra italiana non riesce più a nascondere il proprio ‘si’ alla globalizzazione tanto avversata un tempo: “in un mondo globalizzato, nessuno Stato è un’isola”, osserva la Boldrini, che si definisce “europeista non solo per romanticismo e per il sacrificio degli antifascisti negli anni Quaranta, ma anche per la convinzione profonda che sia “impensabile tornare agli Stati nazione”. “Vogliamo una sovranità condivisa”, afferma annunciando di aver invitato a Montecitorio per il prossimo 27 agosto i giovani federalisti europei, prima di una grande iniziativa all’insegna dell’europeismo che si terrà simbolicamente a Ventotene nei giorni successivi. Quanto al Brexit ed alle condizioni ottenute dal premier inglese Cameron a Bruxelles, la Boldrini si dice ovviamente speranzosa sulla permanenza del Regno Unito in Europa, ma osserva: “gli accordi raggiunti hanno delle conseguenze sulle garanzie dei lavoratori e ne limitano la libertà di movimento, perché i non-cittadini non avranno accesso agli stessi benefit dei cittadini, in contraddizione coi principi dell’Unione Europea”.

Che lo Stato sociale abbia un costo e che questi diritti non possano quindi essere estesi in maniera illimitata senza renderne nulla l’effettività e ingiusta l’applicazione sembra essere un problema che non sfiora minimamente la riflessione boldriniana. Così come l’idea che uno Stato possa avere il diritto di voler rimanere tale senza doversi per forza integrare ad un maxi-stato europeo, o il fatto che, dal momento in cui non esiste una vera e propria struttura di welfare su base europea (ovviamente), è ovvio che ogni Stato pensi e debba pensare ancora prima ai propri cittadini. Neanche la legittimazione democratica di un’eventuale federazione, del resto, sembra preoccupare il presidente della Camera, al di là di una consultazione online sui vantaggi e svantaggi di stare nell’Ue lanciata sul sito della Camera e che lascia il tempo che trova. “Il prossimo 22 maggio a Lussemburgo”, ricorda, “incontrerò i miei ventotto omologhi e spero che la dichiarazione [“Più integrazione europea”, ndr] sottoscritta il 14 settembre scorso con i miei omologhi di Francia, Germania e Lussemburgo, ora condivisa dagli omologhi di dodici paesi, arrivi ad avere l’appoggio della maggioranza di loro”. Un obiettivo non lontano dal momento che, fa notare, mancano solo tre firme. Tre firme per imporre un’integrazione sempre più spinta, la scomparsa definitiva degli stati nazionali europei, nella distanza più totale della volontà dei popoli nel frattempo sempre più scettici sul conto dell’Unione Europea.

Il ‘progresso’ deve andare avanti e chi non è d’accordo lo diventerà, basterà spiegargli che chi è contro l’Europa fa “demagogia” ed è un pericoloso nazionalista. Facile no? Boldrini docet.

“Un’altra Europa è possibile”, ripete nel corso del discorso nell’aula magna del King’s College, stavolta davanti ad una platea più ampia di fronte alla quale non rinuncia a porre l’antifascismo come fondamento dell’utopia europea. Poi cita Salvemini, cita Spinelli e non rinuncia ad un tocco di sentimentalismo e colore (siamo o non siamo italiani!), mostrando al pubblico una giacca di salvataggio con riferimento alla crisi dei rifugiati ed alle stragi del mare avvenute nel Mediterraneo. E non sbaglia quanto meno nell’attribuire all’Europa la colpa di una cattiva gestione dell’emergenza “sulle spalle di pochi paesi, come l’Italia, la Grecia, la Germania e la Svezia”. Un po’ vaghi, invece, gli attacchi alla politica economica dell’Unione Europea, definita la “grande malata, che ha causato scontento e disamore” verso un’Europa che, così com’è, secondo la Boldrini, “non va bene”. La promessa che, nonostante tutto, l’Europa voluta da pochi alla fine si farà, tratta dai passaggi finali del “Manifesto di Ventotene”, chiude il suo intervento . Anche se in conferenza stampa e davanti ai microfoni Rai, non era mancata qualche dichiarazione sulla scelta dell’ex governatore della Puglia Nichi Vendola di utilizzare la pratica dell’utero in affitto per avere un bambino: “la nascita di un bambino va sempre accolta con amore”, aveva commentato inizialmente, salvo poi aggiungere: “ritengo sia una pratica inaccettabile qualora dietro questa pratica, attraverso un pagamento, si celi lo sfruttamento della persona”.

Emmanuel Raffaele, 1 mar 2016

L’Ue ha portato la pace? “Solo un luogo comune”. Duro affondo sul Telegraph

PORTSMOUTH, UNITED KINGDOM - JUNE 28: Sailors on board the aircraft carrier HMS Illustrious wait on the flight deck to salute during The International Fleet Review on June 28, 2005 in Portsmouth, England. The Review forms part of the Trafalgar 200 celebrations marking the 200th anniversary of the Battle of Trafalgar at which Lord Nelson commanded the Royal Navy in a famous victory over the French. (Photo by Peter Macdiarmid/Getty Images)
Duro affondo contro l’Europa dalle colonne del “Telegraph”. Il noto quotidiano inglese, infatti, ha pubblicato proprio oggi un intervento [1] firmato da Julian Howard Atherden Thompson, major-general della Marina britannica, in servizio dal ’52 all’86, a capo della “3 Commando Brigade” nel corso della guerra delle Falklands, oggi collaboratore del King’s College di Londra nel dipartimento che si occupa di studi bellici.
Interessante sotto diversi punti di vista, l’attacco dell’alto ufficiale fa a pezzi la credibilità dell’Unione Europea. Oggi, l’adesione all’Unione Europea indebolisce la nostra difesa nazionale in tempi molto pericolosi”, scrive Thompson, che si cimenta poi in una minuziosa esposizione dei quattro “miti” posti a difesa dell’Europa, che impediscono di vedere la realtà di un’organizzazione debole dal punto di vista politico ed in quanto tale dannosa per gli stati membri.

Primo mito: “l’Unione Europea ha mantenuto la pace in Europa dal 1945”. Secondo l’ufficiale inglese, a portare la pace in Europa sarebbe stato invece il Piano Marshall voluto dagli americani, mentre a mantenerla ci avrebbe pensato la Nato e non certo l’Europa. Triste quanto sacrosanta verità. “La Nato ha scoraggiato gli attacchi sovietici e scoraggia quelli di Putin ai giorni nostri”.  Mentre l’Europa, sottolinea, non è mai stata in causa nelle questioni rilevanti, elencate una per una nell’articolo: nessun coinvolgimento nella risoluzione del conflitto basco che ha avuto inizio nel 1959, nessun ruolo nella risoluzione della questione irlandese, niente di niente anche in occasione dell’invasione turca di Cipro del 1974 e, soprattutto, nessuna voce in capitolo durante i conflitti balcanici (la guerra di indipendenza croata, la guerra in Bosnia, le agitazioni in Albania nel ’97 e successivamente, la guerra in Kosovo, le insurrezioni in Macedonia nel 2001 e così via). Un elenco impietoso che mette nero su bianco l’assoluta mancanza di credibilità ed autonomia da parte di un’Europa che – aggiunge Thompson nel tentativo di sfatare anche il mito di un’Europa che ci protegge dal terrorismo islamico – è anche incapace di sorvegliare le sue frontiere, come ha dimostrato nell’emergenza migratoria in corso, con la Germania che ha peraltro appena annunciato di non aver più notizie di ben 130mila profughi. L’Europa meglio aiutarla dall’esterno, piuttosto che da una nave che affonda, è il messaggio dell’ufficiale britannico, il quale si dichiara decisamente contrario ad ogni tentativo di Francia e Germania di rendere autonoma l’Europa da un punto di vista difensivo: “C’è una collaudata catena di comando Nato con sedi e forze adeguate. Non abbiamo bisogno di una copia europea”. Quanto a Putin, l’uscita della Gran Bretagna dall’Europa non gli darebbe più forza di quanto già non faccia la debolezza delle istituzioni europee  e della sua moneta.

Un assalto in piena regola, insomma, che in una prospettiva certamente anti-europea, racconta molte verità e lo fa fornendo al tempo stesso una fondamentale chiave di lettura di quello che sarebbe il significato di un eventuale “Brexit”: una scelta sovranista solo fino ad un certo punto, dal momento che, nel caso del Regno Unito, a pesare sulle richieste di autonomia dal gigante europeo è soprattutto lo storico rapporto con gli Stati Uniti e non il contrario, come nel caso della maggior parte dei movimenti autenticamente euroscettici, che tendono peraltro a sfiduciare la Nato come punto di riferimento militare, mirando ad un rafforzamento degli stati europei contro il bipolarismo Usa-Russia.

È così che, senza volerlo, l’intervento del “major-general” ci ricorda anche quanto questa Europa sia – anche per volontà inglese – colonia americana fin dalla vittoria nella seconda guerra mondiale, con il mercato europeo utilizzato per smerciare prodotti d’oltreoceano (quello stesso “mercato di 500 milioni di persone” che fa gola alle grandi aziende che nei giorni scorsi hanno invitato i cittadini britannici sul Times a votare per rimanere in Europa al referendum del prossimo 23 giugno) e la difesa totalmente delegata al colosso statunitense. Una situazione che, se sta benissimo al Regno Unito, dovrebbe invece spingere gli stati fondatori di questa unione a creare un’alternativa realmente indipendente, che non si limiti – come invece accade – a siglare accordi segreti come il Ttip per fare sempre di più dei popoli europei consumatori delle multinazionali americane e dei loro prodotti a scapito della nostra economia e delle nostre produzioni e conoscenze.

Varrebbe la pena, però, far notare al noto ufficiale che l’Europa sicuramente non ci protegge dal terrorismo islamico con la sua incapacità di controllare le frontiere; ma il pericolo islamico finora è venuto dall’interno e, non certo per ultimo, dai figli della grande e multietnica isola britannica, mentre ad armare i terroristi sono stati esattamente i cugini d’oltreoceano.

Emmanuel Raffaele, 29 feb 2016

[1] http://www.telegraph.co.uk/news/12176954/I-fought-for-Britain-and-I-know-how-the-EU-weakens-our-defences.html?sf21696164=1

Lobby contro Brexit. Ma ecco quanto incassano gli stranieri dal Regno Unito

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Il mondo degli affari e della finanza si schiera contro il Brexit. Non solo Moody’s ha annunciato che, in caso di Brexit, abbasserà il rating del paese, ma, con una lettera indirizzata allo storico quotidiano “The Times”, circa duecento fra amministratori delegati, presidenti ed altri alti dirigenti di oltre un terzo delle cento aziende più grandi del paese, con oltre un milioni di persone impiegate, hanno ufficialmente espresso il loro parere contrario all’uscita dall’Europa: “Sulla base della rinegoziazione del primo ministro, crediamo che per la Gran Bretagna sia meglio rimanere in una Unione Europea riformata”.  Tra loro, ben 36 aziende che fanno parte del FTSE 100 (indice azionario delle cento aziende più capitalizzate quotate al London Stock Exchange), compagnie aeree come Easy Jet, circuiti di pagamento internazionali come Mastercard, banche come la Lloyd’s, le società aeroportuali di Gatewick e Heathrow, esportatori come il gruppo Chivas e molti, molti altri ancora. Come la Vodafone, guidata dall’italiano Vittorio Colao il quale, in un’intervista su misura pubblicata pochi giorni fa dal Corriere, spiegava: “Come azienda non esprimiamo un giudizio politico, ma certo per i nostri i clienti, i nostri azionisti e anche i nostri dipendenti è molto meglio che la Gran Bretagna faccia parte dell’Europa. Invece, anche il giudizio politico infine è arrivato: il suo nome è il secondo nel lungo elenco dei firmatari pubblicato dal giornale inglese. “Brexit, il no di Colao. Londra non vuole perdere l’anima, ma per gli affari serve l’Europa”, titolava il Corriere.

E chissenefrega dell’anima, sembra infatti il messaggio sottinteso nelle parole di Colao e di un appello che, come se ce ne fosse bisogno, mostra il tentativo delle lobby economiche di influenzare le scelte politiche. Lo stesso Colao, che pur sottolineava l’importanza di aver mantenuto la sovranità monetaria delegata da tutti gli altri stati all’Europa (“Credo che grazie alla sterlina la Gran Bretagna abbia mantenuto una grande flessibilità e grande capacità di reazione nella gestione della politica economica”), è insomma anche lui convinto che  “gli affari hanno bisogno dell’accesso senza restrizioni ad un mercato europeo di 500 milioni di persone per continuare con la crescita, gli investimenti e la creazione di posti di lavoro”, secondo quanto spiegano i dirigenti nella lettera che ha conquistato la prima pagina di “The Times”. Una riflessione peraltro sacrosanta, che deve sicuramente far riflettere sulla necessità e sull’opportunità che il no a quest’Europa non sia un no ad un’altra idea di Europa, forte, “autarchica”, formata da popoli sovrani e liberi, grazie alla cooperazione tra loro, dal giogo americano e da qualunque altra forma di sudditanza economico-politica nei confronti di potenze straniere. Un’idea Europa certamente lontana da quella attuale, ma anche dalla visione dei conservatori britannici, storicamente contrari all’idea di una federazione e di un maxi-stato europeo ma, d’altra parte, da sempre alleati di ferro degli Usa e rappresentanti in Europa di interessi d’oltreoceano.

L’ipotesi Brexit, quindi, va considerata per quel che è: la necessità, nel bene e nel male, di tutelare i propri interessi da parte dello stato insulare. Necessità che divide lo schieramento dei Tories, con la contrapposizione tra il premier David Cameron, forte di una rinegoziazione dei trattati che permetterà alla Gran Bretagna di limitare l’accesso ai benefit da parte dei migranti economici provenienti dall’Europa, e l’eccentrico ed ambizioso sindaco di Londra Boris Johnson, che il prossimo 3 marzo sarà nel popolare quartiere di Croydon per un “question time” aperto a tutti. Un dibattito tutto interno allo schieramento conservatore, dunque, che secondo alcuni analisti ha già uno sconfitto: il partito laburista. “Non è tanto il fatto che i laburisti siano divisi – con una grande maggioranza del partito favorevole alla permanenza in Europa – quanto l’esser marginali”, commentava Rachel Sylvester sul noto giornale britannico. L’abilità di Cameron, del resto, sta proprio nell’esser riuscito ad ammiccare agli euroscettici, presentandosi come l’alfiere degli interessi del paese al tavolo europeo e sbattendo i pugni fino ad ottenere condizioni più che ragionevoli (tra le quali l’accettazione di un impegno che, quanto alla Gran Bretagna, non porterà mai all’integrazione politica), per poi poter tornare comunque a Londra come promotore del sì ad un’Europa riformata senza apparire incoerente. Un capolavoro di real politik, che non è certamente secondo alle recenti dure prese di posizione contro l’immigrazione clandestina unite alle “carezze” mediatiche alle minoranze etniche, con la lettera indirizzata ancora una volta a “The Times” per dichiarare il proprio no al razzismo istituzionale.

Una sfida tutta interna al fronte Tory, dunque, che non esclude la possibilità di un secondo referendum dopo quello previsto per il 23 giugno, annunciato pochi giorni fa, dopo il vertice europeo, da Cameron. C’è chi non esclude, infatti, che un voto favorevole all’uscita dall’Europa, con l’avvio di un processo lungo almeno due anni, possa servire semplicemente a fornire al paese un ulteriore strumento di pressione dell’Europa, per ottenere condizioni ancora più vantaggiose. Una ipotesi contro la quale si è già espresso proprio il sindaco di Londra: “Si tratta di una decisione strettamente democratica – la permanenza o l’uscita [dall’Europa, ndr] – e nessun governo può ignorarlo. Una seconda rinegoziazione seguita da un secondo referendum non è scritto sulla scheda. Per un primo ministro, ignorare l’esplicita volontà del popolo britannico di lasciare l’Europa non sarebbe semplicemente sbagliato, sarebbe antidemocratico. L’uscita dall’Europa, del resto, non sembra avere possibilità concrete di realizzazione e, considerando le forti pressioni della stampa, del mondo del business e della finanza, del governo, i bookmakers danno all’ipotesi Brexit un comunque notevole 33% di probabilità. Tutto ciò nonostante la metà dei parlamentari Tory, circa 150 su 330 tra i quali molti ministri, faranno campagna contro l’Europa e nonostante il fatto che sui giornali l’opzione non è demonizzata come potrebbe accadere in casa nostra. Proprio “The Times”, del resto, in un articolo di fondo, esprime senza mezzi termini il disappunto per “la retorica della paura” da parte del mondo degli affari, a cui si rimprovera peraltro l’ambiguità e la poca chiarezza delle proprie ragioni.

Al centro delle preoccupazioni dei cittadini britannici, infatti, ci sono questioni molto concrete, in primis l’accesso ai benefit di un welfare state come quello inglese in cui lo Stato, pur patria del capitalismo più spinto, riesce ancora a fornire tutele forti alle fasce di popolazione a reddito basso. Uno stato sociale la cui tenuta è messa ora a rischio dalle ondate migratorie che spesso hanno condotto ad un vero e proprio “turismo del welfare”. I migranti europei, ad esempio, nonostante siano soltanto il 6% della forza lavoro, assorbono circa il 10% (circa due miliardi e mezzo di sterline) delle risorse destinate ai lavoratori con salari bassi. Ben 469.843 migranti su oltre 4 milioni di arrivi tra il 2001 ed il 2013 – prima che l’accesso venisse limitato con la richiesta di un minimo di due anni di permanenza (che ora molti vorrebbero portare a quattro anni) – hanno ricevuto alloggio o benefit per la casa. Il 40% dei migranti provenienti dall’aera economica europea ricevono benefit familiari: circa 6mila sterline all’anno in media in “tax credit”, con 8mila famiglie che ricevono oltre 10mila sterline l’anno. Circa 20mila, invece, gli europei che nel 2015 hanno ricevuto benefit per figli che non vivono in Gran Bretagna. E ben 700 milioni di sterline sono state pagate, tra il 2013 ed il 2014, ai disoccupati europei. Cifre che spiegano bene le ragioni degli euroscettici, già stanchi delle farraginosità dei meccanismi europei, ma che non possono far chiudere gli occhi di fronte ad un’economia, come quella della capitale inglese, in cui l’apporto straniero è ormai parte integrante del tessuto sociale cittadino e difficilmente sarà intaccato sostanzialmente da un’eventuale uscita. Di sicuro, la Gran Bretagna tenta di riprendersi un altro spicchio di sovranità. Mentre noi mettiamo, come sempre, il paese in mano ai colonizzatori.

Emmanuel Raffaele, 26 feb 2016

Uk, Cameron denuncia razzismo di Stato: l’establishment apra alle minoranze

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“E’ più probabile che un giovane di colore si trovi in prigione piuttosto che in un’università prestigiosa”. David Cameron, primo ministro inglese, in una lettera al “Sunday Times”, ci è andato giù duro ed ha addirittura puntato il dito, in modo insolito per un conservatore, contro esercito, polizia, università e grandi aziende a causa del loro presunto razzismo istituzionale.

E’ una vergogna per la nostra nazione”, ha affermato il premier britannico, promettendo che il suo governo farà finalmente la differenza ed esortando il paese: “Portiamo a termine, insieme, la battaglia per un’uguaglianza reale in Gran Bretagna”. “Non è abbastanza dire di essere aperti a tutti”, ha infatti spiegato evidenziando alcuni dati: non ci sono generali di colore nelle nostre forze armate e solo il 4% degli amministratori delegati tra le FTSE 100 [1]  appartengono ad una minoranza etnica”. “Nel 2014”, ha proseguito, “la nostra università più prestigiosa, ha ammesso soltanto 27 ragazzi di colore su un totale di 2.500 […]. Le persone il cui nome ha un suono esotico hanno meno probabilità di essere richiamate per un lavoro, pur avendo le stesse qualifiche”.

Appena lo 0,1% degli ufficiali dell’esercito – ha aggiunto il giornale britannico – sono neri, lo 0,2 % (285) appartiene ad altre etnie, ben 4 forze di polizia non hanno all’interno gente di colore ed in generale la polizia conta soltanto 2 alti ufficiali di altre etnie; quanto agli altri settori, 6 club calcistici su 92 hanno al vertice una persona di colore ed il 13% del personale della Bbc (con 7,8% fra i manager) proviene da una minoranza.

Quanto al sistema penale, per numero di arresti la minoranza nera quasi triplica la popolazione di etnia caucasica ed asiatica; più o meno la stessa situazione per i procedimenti penali, le condanne e la popolazione carceraria.

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David Lemmy

Ecco perché il premier ha annunciato che David Lemmy, ex ministro laburista di colore, si occuperà del trattamento delle minoranze nel sistema penale, mentre ha intenzione di dare il via ad una legge che costringerà le università a fare maggiore chiarezza sul numero di persone e sull’etnia di quanti fanno richiesta di ammissione, tentando di persuaderli anche all’utilizzo di application form che non prevedano l’utilizzo del nome.

Dunque, David Cameron, l’antirazzista? Di sicuro la sua manovra contro l’establishment è ad alto rischio ma c’è chi non esclude il tentativo di accaparrarsi una fetta di voti laburisti. In ogni caso, è stato egli stesso a sollevare un interrogativo: Una persona su 10 fra i ragazzi bianchi più poveri accedono ad un alto livello di istruzione […]. Sono soltanto sintomi delle divisioni di classe o della carenza di pari opportunità? O è qualcosa di più radicato, insidioso ed istituzionale?”.

Senza dubbio, stando a queste dichiarazioni ed all’apertura del “Sunday Times” (un esempio fra tanti), il razzismo fa più notizia della scarsa mobilità sociale e l’allarme scatta per i neri che non accedono ai vertici e passano in secondo piano i dati sulle scarse opportunità dei bianchi appartenenti a quello che un tempo avremmo chiamato “proletariato urbano”. Bianchi o neri, infatti, in un paese che di recente ha mostrato tassi di disuguaglianza elevatissimi, il problema ha buone probabilità di esser dovuto ad un forte “classismo” della società inglese, in cui chi è povero rimane povero, non diventa ufficiale dell’esercito, manager di un’azienda e non prende la laurea ad Oxford. Del resto, in una nazione in cui i bianchi sono già una minoranza nella sua capitale, dove trovi donne col velo alla cassa di ogni attività commerciale, persone di colore alla guida di autobus, in metropolitana e che, più in generale, svolgono le stesse attività dei bianchi, un paese in cui interi quartieri sono arabi, africani o asiatici, si può seriamente parlare di razzismo?

Certo, la sotto-rappresentazione ai vertici è un fatto quanto lo è la ghettizzazione e le forti differenze tra Londra ed il resto del paese anche nella distribuzione etnica della popolazione. Ma le motivazioni sono tutt’altro che facili da individuare.

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La satira del “Sunday Times”

Perciò l’affondo, a cui la testata inglese ha dato ampia visibilità col titolo principale in prima pagina, non ha mancato di provocare la reazione stizzita delle università, in questo periodo al centro dell’attenzione dopo la decisione di Oxford di non rimuovere una statua dello statista colonialista Rodhes dalla facciata dell’Oriel college, come richiesto da alcuni studenti. Una decisione, tra l’altro, che secondo un assistente del premier non lo avrebbe trovato per nulla in disaccordo: “non puoi applicare i criteri del presente al passato”, sarebbe l’opinione, condivisibilissima, di Cameron.

Ma alle sue dichiarazioni, dicevamo, “le principali università hanno reagito furiosamente, affermando di aver già fatto molto per aumentare il numero degli studenti non bianchi”, riferisce il Sunday Times. Da Oxford, intanto, hanno sottolineato che il 13,2% dei laureati nel 2014 non erano bianchi, il 18% in altri istituti del Russel Group mentre 367 studenti appartenenti ad una minoranza etnica sono stati ammessi lo scorso anno, con un incremento del 15%. Inoltre, l’università sta pensando, in seguito alle recenti critiche, di inserire corsi specifici attraverso i quali approfondire la storia e le figure di riferimento delle minoranze etniche.

Cameron, d’altronde, ha fatto sapere di ritenere non risolutive misure di ripiego come l’istituzione di quote o altre soluzioni “politicamente corrette”.

Non rimane, a margine, che una riflessione: messa in conto la possibilità che non sia il razzismo ma un “classismo” senza distinzioni etniche la causa della sotto-rappresentazione delle minoranze, considerata anche la possibilità che le principali istituzioni cerchino invece di tutelare la purezza razziale della Gran Bretagna riservandosi i vertici dello Stato (teoria che non nasconde un certo complottismo) o che semplicemente il pregiudizio individuale influisca negativamente nelle decisioni (ma è razionale combattere per legge il pregiudizio?), è davvero possibile parlare di “valori condivisi” come ha fatto il premier e contemporaneamente dover inserire nelle università corsi specifici per raccontare la storia di un’appartenenza differente? È possibile parlare di uguaglianza e poi proporre di nascondere il nome e quindi l’identità di una persona nelle domande di ammissioni per evitare pregiudizi? È giusto costringere un imprenditore ad assumere qualcuno? Siamo sicuri che nei quartieri arabi o africani assumono bianchi nelle loro attività commerciali? Passeggiando per le strade “multietniche” di Londra sembra proprio di no.

“Il coinvolgimento dell’esercito inglese nelle guerre in Iraq e Afghanistan potrebbe non incontrare il gradimento delle comunità mussulmane o asiatiche. Ho assistito ai reclutamenti e le persone dicevano ‘Non approviamo quello che l’esercito sta facendo in Afghanistan. Non crediamo dovresti essere nell’esercito, prendendo parte a tutto questo’ ”, ha osservato il capitano Naveed Muhammad. “I reclutatori della polizia hanno incontrato resistenza da parte della popolazione di colore che sospettava pregiudizi. Ciò che Cameron definisce ‘valori condivisi’ potrebbero non esserlo quanto crede”, conclude in un pezzo d’approfondimento George Greenwook.

La questione, dunque, è più complessa di un facile titolo ad effetto sul giornale. Ed il sentimento d’appartenenza, probabilmente, è quello che fa concretamente la differenza. A dimostrarlo anche i recenti fatti di cronaca sul terrorismo islamico, che coinvolgono quasi sempre figli o nipoti di immigrati in Gran Bretagna, Francia e Belgio, paesi europei tra i più eterogenei etnicamente. E certo, neanche noi condividiamo gli interventi armati a guida statunitense in cui il nostro paese è coinvolto, ma per questo non cambia la nostra appartenenza, non per questo l’Italia smette di essere la nostra patria. Siamo sicuri che, quanto alle minoranze etniche in Europa, non sia stato già dimostrato il contrario?

Emmanuel Raffaele, 2 feb 2016

[1] “indice azionario che include le 100 società più capitalizzate quotate al London Stock Exchange”, Wikipedia

 

“Rimuovete la statua, era un razzista”: Oxford contro Rodhes

La Gran Bretagna guarda in faccia il suo passato imperiale. O almeno ci prova. Con una mostra promossa dal Tate Britain di Londra, uno dei principali centri espositivi del paese, dal titolo Artist & Empire – Facing Britain’s Imperial Past”. “La mostra”, che si concluderà il prossimo 10 aprile, spiegano gli organizzatori, “analizza il modo in cui le storie dell’impero britannico hanno influenzato l’arte del passato e del presente. All’interno dell’esposizione, alcune opere contemporanee suggeriscono, inoltre, che le ramificazioni dell’impero non si sono concluse”. Perché? “Le sue storie di guerra, di conquista e di schiavitù sono difficili e dolorose da trattare, ma la sua eredità è ovunque e riguarda tutti noi”. Molto semplicemente, dunque, perché la storia non si cancella. È parte del presente. Ed ogni censura ha in sé il germe dell’intolleranza politica e della violenza.

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