Alla fine è intervenuto, in stile Donald Trump, senza peli sulla lingua, politicamente scorretto ma senza lasciare nulla al caso e, in risposta ad una giornalista che gli chiedeva un commento sui fatti di Charlottesville, ha risposto: “C’erano persone che protestavano molto tranquillamente contro la rimozione della statua di Robert E. Lee e lo facevano in maniera assolutamente legale perché – non so se lo sapete – ma loro avevano un permesso, l’altro gruppo non ce l’aveva”. E l’altro gruppo, ovviamente, è quello che il presidente degli Stati Uniti definisce – per richiamare la definizione di alt-righ data agli estremisti di destra- “alt-left”, la sinistra alla quale Trump attribuisce, a parte l’illegalità della protesta, buona parte delle colpe per gli scontri e le violenze.
North Carolina, attivista 22enne arrestata per l’abbattimento della statua in onore dei confederati a Durham [VIDEO E FOTO]
A Durham, nel North Carolina, una studentessa di 22 anni, membro del Partito Mondiale dei Lavoratori, è stata arrestata martedì a seguito della protesta in cui è stata buttata giù una statua che onorava la “memoria dei ragazzi che indossavano la divisa grigia”. Questa la frase in in rilievo sul basamento della statua, eretta nel 1924 per ricordare i soldati dell’esercito confederale morti durante la guerra civile americana e tirata giù lunedì da Takya Fatima Thompson, attivista di colore che, aiutata da una scala, ha legato una corda intorno al collo del soldato, utilizzata poi dal resto del gruppo per trascinarla giù.
Virginia, ieri l’interrogatorio del sospetto omicida e l’attesa condanna di Trump ai “suprematisti”. Intanto il procuratore prepara un processo politico [VIDEO]
E’ James Alex Fields Jr., 20 anni, nato a Kenton nel Kentucky ma attualmente residente, insieme alla madre, a Maumee, nello stato americano dell’Ohio, la persona arrestata con l’accusa di essere il responsabile della morte della 32enne Heather Heyer e del ferimento di una ventina di persone che, sabato scorso, nel primo pomeriggio, stavano partecipando ad una manifestazione “anti-razzista” a Charlottesville, in Virginia. La notizia arriva a poche ore da quello che molti notiziari hanno descritto come una sorta di attacco terroristico di matrice neonazista portato attraverso l’utilizzo di un auto lanciata sulla folla.
Cara Netflix, non chiederemo scusa di essere bianchi. La nuova serie non è solo fiction
Certo, si tratta solo di una nuova serie in streaming sulla piattaforma Netflix. Ma – a parte gli oltre 90 milioni di utenti iscritti al servizio nel 2016, i 190 paesi in cui è disponibile che ne fanno “il primo network globale” (Repubblica, 19 gennaio 2017) e l’aumento del fatturato del 35% sull’anno precedente (8,3 miliardi di dollari in totale) – “Dear White People“, la serie disponibile dallo scorso 28 aprile, porta sui nostri schermi una realtà ed un messaggio politicamente e socialmente troppo rilevanti per essere trascurata.
Produzione Usa in dieci episodi da trenta minuti ciascuno (originali nello stile narrativo multi-prospettico), ideato da Just Simien (autore di un omonimo film nel 2014), la serie è provocatoria fin dal titolo (che in italiano suonerebbe “Miei Cari Bianchi“). “Dear White People”, infatti, è il nome della trasmissione radio condotta da Samantha, studentessa di colore nonché attivista di spicco della comunità “black” del college che frequenta, interamente costruita per mettere sul banco degli imputati i bianchi in quanto oppressori privilegiati.
“Despacito” è maschilista: così l’Istituto Basco per le Donne la esclude dalla playlist “eroticamente corretta”
“Contro l’eroticamente corretto”: il nuovo libro di Adriano Scianca su ideologia gender e “processo al maschio”
Nelle librerie dallo scorso 19 luglio, disponibile sui principali canali di vendita online, “Contro l’eroticamente corretto”, quarto libro di Adriano Scianca, è certamente un ottimo modo per trascorrere qualche ora sotto l’ombrellone, approfittandone per chiarirsi le idee sulle “imposizioni dell’egemonia culturale imperante”. Una meritevole “critica alla colonizzazione della nostra identità sessuale da parte del politicamente corretto”, “la storia vera dell’uomo che vuole estinguere se stesso”, secondo le azzeccate definizioni di Emanuele Ricucci, che ha recensito il testo per “Il Giornale”, oppure, per dirla con l’autore, uno sguardo attento rivolto a “Uomini e donne, padre e madri nell’epoca del gender”.
L’Unione Sindacale di Base: “Boeri si compiace del furto agli immigrati”
Ci siamo occupati a più riprese delle singolari dichiarazioni del presidente dell’Inps Tito Boeri sulla necessità di immigrati che “ci paghino le pensioni” e sostengano il nostro sistema pensionistico. Abbiamo anche fatto notare che, sulla base del ragionamento poco coerente del dirigente, più che pagarci le pensioni, gli immigrati servono a sostituirci. Non di meno, è arrivata proprio due giorni fa, una presa di posizione anche dal mondo del sindacalismo di sinistra che, proprio in risposta ad alcune osservazioni in merito, ha ribadito la doppiezza ideologica del pensiero di Boeri.
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La relazione di Boeri: “Immigrati giovani e flessibili, devono sostituirci”
Ci siamo già occupati delle parole choc riservate dal presidente dell’Inps Tito Boeri al sistema previdenziale italiano che, secondo il suo parere, è destinato ad esplodere senza l’apporto degli immigrati. Una bugia che, come abbiamo chiarito, fa volutamente confusione dal momento che il sistema italiano è, ormai, contributivo (chi viene pagato con un sistema retributivo rappresenta ancora l’85% dei pensionati ma è una cifra ovviamente in calo fisiologico sul lungo periodo a cui fa riferimento Boeri) e, come spiega lo stesso Boeri in altri punti del suo discorso, chi è nato dopo il 1980 andrà comunque incontro a molte difficoltà proprio per questa ragione, mentre soltanto lo 0,3% dei migranti può avvalersi di un trattamento di tipo retributivo: gli altri, ovvero quasi tutti, non faranno altro che pagarsi la propria pensione, non certo la nostra. A parte la frase decontestualizzata, che d’altronde riprende un concetto già espresso in precedenza da colui che è a capo dell’Inps da poco più di due anni a questa parte, è interessante dare un’occhiata al testo completo della sua relazione introduttiva rispetto al XVI Rapporto annuale dell’istituto di previdenza italiano, per capirne più a fondo il pensiero.
Modena Park: la celebrazione politicamente corretta di Vasco
“Ho perso un’altra occasione buona stasera: è andata a casa con il negro la troia”. Correva l’anno 1980 e Vasco Rossi pubblicava “Colpa d’Alfredo”, album con tanto di singolo censurato proprio per la frase d’esordio di cui sopra. Vasco non era ancora “il Blasco nazionale”, amato e divinizzato da tutti, e si permetteva ancora di essere “politicamente scorretto” per davvero e non per posa scenica. Poi arriva il 2007 e, in un’intervista a “Repubblica”, spiega: “Molti mi diedero del razzista, ma non sapevano che quel negro non era rivolto a una persona di colore, ma era il soprannome che in città avevano dato a un tipo che quella sera, in quel locale, mi rubò una ragazza. Ma era un razzismo al contrario al massimo, in lui c’era una superiorità rispetto a me, aveva vinto lui”. Il tipo era superdotato, a quanto pare, ecco la ragione “vera” dell’appellativo, che però non spiega i versi successivi: “L’ho vista uscire mano nella mano con quell’africano, che non parla neanche bene l’italiano”. È curioso che ieri, proprio al Modena Park (parco Enzo Ferrari) citato in quel singolo nella canzone estratta dal suo terzo album, il mega-concerto di Vasco sia iniziato proprio con “Colpa d’Alfredo” ed è curioso che tutti abbiano ormai digerito e dimenticato quel riferimento scomodo. Il Fatto Quotidiano addirittura racconta: “Abito fuori Modena, Modena Park, diceva Vasco alla tipa che, nella storia raccontata nella canzone, gli chiedeva un passaggio a casa, passaggio che poi l’improvvido arrivo di Alfredo avrebbe vanificato”. Il “negro” che si porta a casa la ragazza è sparito dalla trama, così come è sparito anche dal video-estratto di “Libero”. Ma non è più censura. Vasco non ne ha più bisogno. Ad incoronarlo e proteggerlo, ormai, i media ci pensano da soli.
Contrordine compagne: a gambe aperte contro il “manspreading”
Manspreading. Ce ne eravamo – ahinoi! – occupati: l’invasione “machista” dello spazio che il maschio praticherebbe quotidianamente in metro e bus sedendo in maniera scomposta a gambe aperte, non tanto e non solo per maleducazione, quanto per l’attitudine naturale ad imporsi prepotentemente, soprattutto sulla donna ovviamente. Una forma di sessismo inaccettabile secondo le femministe di Madrid – che hanno fatto pressioni sull’amministrazione cittadina per risolvere l’annoso problema – e di tutto il mondo, sempre attente ai piccoli e poco visibili (a volte proprio invisibili, se non agli occhi di poche fanatiche) atti di maschilismo quotidiano nel mondo. Sarebbe cosa buona e giusta – ci avevano spiegato, incuranti delle ovvie “discrepanze strutturali” tra i due sessi che fanno poca uguaglianza sostanziale – imporre agli uomini di sedere a gambe chiuse, con umiltà paritaria. E così, in nome dello stop al dominio maschile dell’universo e, a dispetto di un mondo che le stesse femministe pensavamo volessero senza confini e senza le imposizioni della morale sessuale, ci eravamo ritrovati con un movimento disposto a tutto pur di difendere persino l’inviolabilità del proprio piccolo orticello mobile quotidiano, la sacralità dei confini del posto a sedere sui mezzi pubblici e addirittura i principi della cara vecchia morale cattolica sulla base dei quali non sta per niente bene che gli arti di due sconosciuti di sesso opposto (attendiamo ancora l’analisi sul manspreading omosessuale) vadano a toccarsi. Molestia! Vergogna! Disonore! Il “manspreading” era stato paragonato persino allo stupro.




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