Cara Netflix, non chiederemo scusa di essere bianchi. La nuova serie non è solo fiction

Certo, si tratta solo di una nuova serie in streaming sulla piattaforma Netflix. Ma – a parte gli oltre 90 milioni di utenti iscritti al servizio nel 2016, i 190 paesi in cui è disponibile che ne fanno “il primo network globale” (Repubblica, 19 gennaio 2017) e l’aumento del fatturato del 35% sull’anno precedente (8,3 miliardi di dollari in totale) – “Dear White People“, la serie disponibile dallo scorso 28 aprile, porta sui nostri schermi una realtà ed un messaggio politicamente e socialmente troppo rilevanti per essere trascurata.

Produzione Usa in dieci episodi da trenta minuti ciascuno (originali nello stile narrativo multi-prospettico), ideato da Just Simien (autore di un omonimo film nel 2014), la serie è provocatoria fin dal titolo (che in italiano suonerebbe “Miei Cari Bianchi“). “Dear White People”, infatti, è il nome della trasmissione radio condotta da Samantha, studentessa di colore nonché attivista di spicco della comunità “black” del college che frequenta, interamente costruita per mettere sul banco degli imputati i bianchi in quanto oppressori privilegiati.

E’ lei, insieme a Troy, Coco, Lionel, Reggie e tanti altri a portare avanti all’interno della scuola che frequenta le istanze che interessano la comunità nera. Loro sono i protagonisti ed i bianchi le comparse. La loro vita scolastica è pressoché separata: i neri stanno coi neri, i bianchi con i bianchi. E gli unici bianchi accettabili sono quelli che chinano il capo di fronte all’accusa di esser privilegiati, come Gabe, il ragazzo di cui – vergognandosene e inizialmente nascondendo la cosa – si invaghisce la protagonista principale (e che mostra alla perfezione l’isolamento dovuto all’insopportabile accusa di essere razzista in quanto bianco).

L’intera loro lettura dei rapporti tra bianchi e neri è vista da una prospettiva manichea: oppressori ed oppressi. Per il gruppo non esistono gli studenti, esistono gli studenti bianchi e gli studenti neri. E sono proprio gli studenti neri a temere la “contaminazione”. Ma guai ad accusarli di razzismo: “Quando ci deridete oppure ci umiliate rafforzate un sistema già esistente“. Inutile quindi obiettare: il razzismo “inverso” è solo legittima difesa, perché il bianco è oppressore in quanto categoria. La satira su questo aspetto contraddittorio dell’attivismo nero, a dir la verità, non manca ed è spesso sottolineato dagli sceneggiatori. Non di meno il messaggio e la posizione degli autori della serie è intuibile dalla frase che introduce il primo episodio: “Il paradosso dell’educazione è che, una volta che qualcuno comincia a diventare consapevole, allora inizia anche ad analizzare la società in cui è stato educato”. Frase firmata da James Baldwin, attivista nero morto nell’87, che dimostra come, satira a parte, questa simpatica serie è seriamente indirizzata ai bianchi, a quanto pare per educarli a non essere così bianchi. Proprio come nel video lanciato sotto Natale da Mtv, che aveva per questa ragione scatenato diverse polemiche: tra le perle di “Hey White Guys” (questo era il titolo) c’erano frasi come questa: “Nessuno che ha amici neri dice che ha amici neri. Ed il fatto di avere amici neri non vuol dire che non siete razzisti“. E, come anticipavamo: “cari ragazzi bianchi, smettetela di essere così bianchi”.

La serie è dunque finzione, ma è altrettanto vero che la realtà rappresentata sullo schermo è più che mai concreta e realistica. E se gli autori hanno un merito, è senz’altro quello di aver raccontato tutto ciò in maniera tutto sommato obiettiva e divertente. Il punto è che la realtà dei college inglesi e americani potrebbe essere domani la realtà delle nostre scuole ed università. E quello che “Dear White People” evidenzia è semplicemente questo: l’integrazione è fallita. Non si tratta di essere migliori o peggiori, noi o loro, semplicemente non ha funzionato. Forse non potrà mai funzionare. Come evidenzia una battuta presente anche nel trailer, la comunità nera non smette di rinfacciare all’America bianca la schiavitù subita. “Non innamorarti del tuo oppressore”, “non lascerei mai colonizzare il mio corpo a un bianco”: queste sono le frasi delle attiviste nella serie. E quando Sam, birazziale che cerca in tutti i modi di essere soltanto “nera”, si innamora di un bianco, nessuno tra i suoi amici ne è così felice. Anche quella in teoria sarebbe integrazione. Ma non ci può e non ci si vuole integrare col nemico. E quello che la serie rivela è che, per gran parte della comunità nera, americana i bianchi sono ancora il nemico. Per molti altri, pur non essendo il nemico, rimangono comunque qualcosa di diverso e distante. Ma è importante notare che, nella interessante prospettiva offerta, il razzismo è in fin dei conti spesso solo nella mente dei protagonisti, che hanno peraltro un preside nero, spazi per discutere dei loro problemi e diverse comunità di attivisti organizzate ed esclusive. Sam, come mostrerà un flash back, non nasce attivista, lo diventa perché far parte della comunità “black” è molto “cool”.

E non si può non notare che la serie arriva quando, nel mondo reale, gli Stati Uniti hanno eletto presidente, dopo due mandati del primo presidente di colore Obama, il bianco Donald Trump, dipinto dai media e dai manifestanti che hanno contestato la sua vittoria come una sorta di “nuovo Hitler“, salito al potere per opprimere le minoranze. E proprio nel corso dell’ultima campagna elettorale americana si è verificato, tra gli altri, un episodio significativo e richiamato anche nella serie: una conduttrice si era messa a piangere perché un ospite aveva pronunciato la parola “negro“, senza usare il termine autocensorio imposto “n-world“, nonostante il contenuto della sua frase non fosse affatto offensivo, anzi (una questione che riecheggia nella serie, dando vita ad una delle scene di denuncia principali, forse la più concreta). Insieme all’elezione di Trump, la stampa progressista ha tirato fuori per l’occasione il Ku Klux Klan ed il problema di un razzismo irrisolto della società statunitense. Intanto, il movimento Black Lives Matter è cresciuto, ha raccolto simpatizzanti in tutto il mondo anglosassone e non sono mancate le tensioni con la polizia, accusata di sparare più facilmente o appositamente alle persone di colore. Nel luglio 2016 le tensioni sono arrivate anche nel centro di Londra, con accoltellamenti e cariche della polizia, a pochi giorni da una manifestazione nel quartiere storicamente “nero” di Brixton contro i bianchi colonialisti, in cui era possibile leggere anche lo slogan: “Make America Brown Again“, evidentemente riferito proprio al candidato repubblicano Usa. Prima di dimettersi, l’ex premier britannico David Cameron, del resto, aveva sorpreso tutti sollevando la questione del “razzismo istituzionale”, che nella serie torna diverse volte.

E per avvicinare ancor di più la serie alla realtà, basta ricordare che, a fine 2015, in un college di Oxford (ecco cosa si muove davvero nel mondo dei college di cultura anglosassone), un gruppo di studenti pretendeva la rimozione della statua di Cecil Rodhes (poi mantenuta e “contestualizzata”). E che già presso l’università di Città del Capo, in Sud Africa, sotto lo slogan espresso dall’hashtag #RodhesMustFall, era stata buttata giù una statua dell’ex primo ministro della Colonia del Capo (a cui venne intitolata poi l’ex Rodhesia). Sempre in Gran Bretagna altri studenti chiedevano di non studiare più i filosofi bianchiLo scorso febbraio, invece, ci siamo occupati di un altro college, questa volta in Pennsylvania, dove un gruppo di attivisti portava avanti una campagna contro “il privilegio di essere bianco”, intimando i bianchi a portare una spilla come simbolo di appartenenza alla razza degli oppressori.

Non si tratta di episodi isolati e la finzione è più che mai verosimile. C’è tutto un movimento che si muove e sta venendo a galla e che considera noi bianchi il nemico. E mentre tutto questo accade, tanto per dare anche qualche numero, nel 1970 in California 8 persone su 10 erano di etnia caucasica, mentre oggi lo sono meno del 50% ed anche a Londra i bianchi sono diventati una minoranza. E, come abbiamo raccontato giorni fa, dire che il popolo italiano è in crisi demografica è ormai quasi un eufemismo. Eppure gli sbarchi dall’Africa continuano nonostante scandali e disagi. Ma quello a cui ci stiamo esponendo è esattamente una società in cui la questione razziale sarà sempre di più un problema irrisolto, nonostante tutti i tentativi possibili di integrazione. E la soluzione non è certo guardare anche noi, allo stesso modo, l’altro come il nemico. Non è certo il razzismo. Ma essere consapevoli di questo risentimento è essenziale e politicamente rilevante. Esserne consapevoli è essenziale per sopravvivere come popolo (qualche settimana fa il presidente turco Erdogan non ha fatto mistero di credere che la vittoria sugli europei arriverà attraverso l’arma demografica). Ed essere consapevoli significa appropriarsi della propria identità e, senza fanatismo, difenderla, smettendo di chinare il capo: non siamo colpevoli in quanto razza della schiavitù e di tutto ciò che ci viene continuamente rinfacciato. Per secoli gli arabi hanno assaltato le coste italiche, per millenni in Africa si sono massacrati tra di loro. Faremo del nostro meglio per essere migliori, ma non chiederemo mai scusa per la colpa di essere bianchi. 

Emmanuel Raffaele, 8 mag 2017

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2 risposte a "Cara Netflix, non chiederemo scusa di essere bianchi. La nuova serie non è solo fiction"

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