Catanzaro, Mattarella inaugura cittadella regionale: il palazzo della casta calabrese

1427366250802.jpg--Domani, 29 gennaio, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella la inaugurerà ufficialmente. Ma la storia della nuova sede della giunta regionale calabrese è tutt’altro che semplice. E, come sempre accade con la burocrazia italiana, parte da lontano e desta polemiche. L’ultima ieri, a poche ore dall’arrivo del presidente a Catanzaro, capoluogo calabrese che ospita in località Germaneto l’edificio realizzato secondo il progetto dell’architetto Paolo Portoghesi.

È Sergio Rizzo, questa volta, dalle colonne del Corriere, a riaccendere le critiche ricordando i costi enormi dell’operazione per una cattedrale nel deserto che vanta una superficie di 65 mila metri quadrati. Appena duemila in meno rispetto ai 67.121 della reggia del re Sole”, costruita con “costi triplicati in vent’anni, fino a oltre 160 milioni” e che non impedirà la dismissione dell’attuale sede della Giunta, Palazzo Alemanni, in pieno centro cittadino, che rimarrà aperta come “sede di rappresentanza” (!) e ospiterà gli uffici del Commissario ad acta per la Sanità.

In realtà, le questioni giustamente sollevate dal noto editorialista sono ancor più comprensibili alla luce di un contesto cittadino e regionale in cui la burocrazia attanaglia per intero la realtà sociale e impedisce lo svilupparsi di un’economia regionale vera. Una burocrazia alimentata nel tempo dalla politica e che, in Calabria, conta ad esempio ben 2.141 dipendenti soltanto per la Giunta regionale, inclusi – come ricorda Rizzo – quei 481 trasferiti dalle Province dopo l’entrata in vigore della legge che porta il nome del ministro Graziano Delrio”.

Ma, visto che qualcuno l’ha paragonata ai fasti di Versailles, dovrebbe prima fare i conti con la pessima qualità degli amministratori calabresi e comprendere quanto verosimile possa essere in questo caso il proverbiale modo di dire “cattedrale nel deserto”.

Infatti, a parte l’anonimo grigiore che esprime la struttura nel progetto scelto e realizzato (opinione personale), gli amministratori nel tempo hanno pensato in grande ma ragionato in piccolo ed in modo schizofrenico, collocando alcune importanti strutture cittadine proprio in un’area che, attualmente, è poco abitata, priva di rilevanti aree commerciali e mal connessa con il resto della rete stradale cittadina, contando di farne il centro strategico di un capoluogo dal volto nuovo. Un’idea forse giusta, comunque plausibile, nonostante si possa sospettare degli affari con la compravendita dei terreni in un’area che un tempo fu di “campagna”; un’idea però responsabile indubbiamente della morte del centro storico e dell’asfissia dell’intero complesso cittadino fondato finora su tutt’altre direttrici e con l’unico pregio di dimostrare una minima visione d’insieme, con qualche corretto spunto dal punto di vista dello sviluppo urbano e della mobilità, se non fosse per lo spopolamento cittadino che avrebbe dovuto far ritenere improbabile il previsto ampliamento. E comunque portando avanti il tutto in maniera poco lineare.

Sempre in quest’area, inoltre, è stata collocata l’Università “Magna Graecia” con annesso Policlinico universitario (e la tristemente nota Fondazione Campanella, al centro di altri scandali di livello nazionale), qui dovrebbe spostarsi il principale ospedale della città, qui si trova la nuova stazione ferroviaria di Catanzaro, priva di impiegati, letteralmente teatro di pascolo per le pecore, con pochissime navette che la collegano al centro, in degrado e pericolosamente deserta, inutilizzabile come scalo cittadino principale, mentre a circa 2 km, la stazione di Catanzaro Lido già la sostituisce nei fatti. Collegata quanto meno al centro ed agli altri quartieri della città dalla “Littorina”, tratto ferroviario realizzato in epoca fascista attualmente a gestione pubblica, nucleo principale di quella che dovrà essere la “metropolitana di Catanzaro”, con un costo del biglietto in costante crescita e una frequenza molto bassa di corse durante il giorno.

Il risultato di queste grandi idee sono una stazione nuova ma deserta, inutilizzata, inutilizzabile e già vecchia, una stazione “marinara” collocata in area del tutto degradata che funge “abusivamente” da stazione principale ed una stazione “vecchia” ancora chiusa con annesso tratto ferroviario, nonostante fosse stato già realizzato il collegamento – anch’esso cemento sprecato ed attuale regno del degrado – con quello che avrebbe dovuto essere un grande centro direzionale, i cui lavori hanno quasi raso al suolo una collina prima di esser bloccati da anni di processi e comparse in tribunale da parte di politici e costruttori.

Tutto ciò dopo il sostanziale fallimento dell’altrettanto storica “funicolare”, riproposta ai catanzaresi come soluzione al traffico veicolare dalle periferie alla città e poi finita con l’enorme parcheggio a valle, con splendido panorama con vista rovine Parco Romani (vedi centro direzionale poco sopra), deserto, inutilizzabile, teatro dell’abbandono ed una durata del viaggio che è passata dal minuto e mezzo dell’inaugurazione alle interminabili attese per una partenza e l’angosciante e lenta risalita della collina, con tanto di sosta a metà percorso (dove era stato realizzato un a dir poco sottoutilizzato scalo), per giungere infine sul lato “sud” del corso cittadino a combattere con il pessimo servizio navette di un’azienda per la mobilità da sempre sfruttata solo a fini politici e – notizia di poche ore fa – un corso cittadino che conta ormai un quarto degli spazi commerciali sfitti.

Tutto ciò a pochi passi da una Facoltà di Sociologia aperta da pochi anni in centro al solo scopo, a dir poco assurdo, di bilanciare la fuga dal centro storico.

Per cui perdonatemi se non riesco a trovare scandalosa l’inaugurazione della “Cittadella” regionale – che a quanto pare si chiamerà, con presunzione tutta retorica, “Palazzo degli Itali” – soltanto per i costi, per gli sprechi di spazio, risorse e per il Consiglio regionale ancora a Reggio Calabria, un assurdo residuo di spartizione democristiana ma sempre attuale del potere, che ogni anno ci costa peraltro centinaia e centinaia e centinaia di migliaia di euro di rimborsi (cinque anni fa, ricorda Rizzo, ben 211.842,42 euro soltanto all’ex presidente del Consiglio regionale Giuseppe Bova).

No. A scandalizzarmi quando vedo la nuova costruzione è il volto del potere oligarchico calabrese che esso rappresenta e che ha distrutto la mia città. Che l’ha resa brutta, invivibile, le ha tolto l’anima. Che l’ha spogliata. Vedo i pochi che l’hanno governata da sovrani assoluti, magari dietro le quinte e mi immagino i loro volti. E so che attualmente la mia città, capoluogo di regione, è isolata dal resto della Calabria e dall’Italia. Con uno scalo ferroviario che non la serve direttamente se non per linee secondarie e regionali, posto a 30 km di distanza, con un collegamento pessimo e per lunghi periodi interrotto. Con un grande ateneo, come quello di Rende (Cosenza), che ospita migliaia di studenti catanzaresi ma rimane ancora difficilmente raggiungibile. Con la televisione pubblica che ha sede altrove e si occupa appena dei suoi problemi e se lo fa si preoccupa di non disturbare troppo chi governa. E le periferie sud regalate alla delinquenza rom, i quali, una volta ottenuto gentilmente in omaggio, anni orsono, dai politicanti che mendicavano in cambio voti, il loro fortino fatto di edifici popolari ormai sede di ogni tipo di spaccio, difficilmente accessibili alle forze dell’ordine, hanno agevolmente potuto estendere ad altri rami i loro business.

Vedo i loro volti in quell’immenso edificio. Anzi, in quei 14 edifici di cui è composto. Ed in quei 2.400 metri quadrati di garage vedo i loro scheletri nell’armadio. In quei 46 anni di affitti pagati finora per gli uffici della Regione vedo gli interessi dei privati che si intrecciano al pubblico. E nella capienza esagerata della struttura, che arriva fino a 5.500 persone e non promette niente di buono, ma che ospiterà poco meno di tremila persone, senza che l’attuale sede della giunta, nella stessa città, venga chiusa, e senza che l’Assemblea regionale e i loro staff (120 persone) vengano anch’essi trasferiti qui, magari insieme ai 362 dipendenti dell’assemblea regionale, beh, in questo enorme spreco non posso che continuare a vedere quei volti prendersi gioco di noi.

Ed allora quando leggo che navette gratuite sono previste per condurre mandrie di catanzaresi trionfanti alla corte di Mattarella, a festeggiare con giubilo questo tripudio di inutilità e spreco, falsità e burocrazia; quando penso che persino i dipendenti sono stati invitati in extremis a quello che si presenta come un evidente numero da circo e niente più; quando penso ai 10 anni tra stop e burocrazia, allora ho quasi la sensazione che avrei preferito un bel parco archeologico e lo stop definitivo dei lavori, quando ad inizio cantiere venne ritrovato un insediamento di epoca ellenistica che rallenterà i lavori per due anni. Quelle rovine, dichiarate poi “delocalizzabili” dall’ex presidente della Regione ed ex ministro Agazio Loiero, ideatore della cittadella, quanto meno, non mascheravano dietro un fasto meschino ed ipocrita la decadenza a cui la politica calabrese ha abbandonato il suo territorio con la schizofrenia interessata della sua progettualità.

Milano, apre il Mudec e va in scena l’Africa

mudec_2_webE’ stato aperto al pubblico ieri, 27 marzo, il Mudec (Museo delle Culture) insieme alla prima esposizione, “Africa. La terra degli spiriti”, che potrà esser visitata fino al 30 agosto e che affianca “Mondi a Milano. Culture ed esposizioni dal 1874 al 1940”, un percorso che parte dal decennio successivo all’unità d’Italia ed arriva a comprendere quasi interamente gli anni del fascismo facendo quasi da introduzione ad Expo 2015.

Un museo concepito come organismo vivente, questo il progetto nelle intenzioni dei suoi promotori (Comune di Milano e Gruppo 24 ORE ), funzionale al «dialogo con le comunità presenti sul territorio per dare ampia espressione alla pluralità delle culture che lo abitano e restituirne la complessità»[1], che vedrà infatti la collaborazione con l’Associazione Città Mondo, attraverso una convenzione che permetterà a quest’ultima di gestire lo “Spazio Attività Organizzative” e lo “Spazio Polivalente”, il laboratorio creativo e culturale del Mudec.

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Sala conferenze, dunque, ma anche un auditorium da trecento posti, bistrot, design store, laboratorio di restauro e spazio dedicato ai bambini e biblioteca con un patrimonio librario di 4mila monografie: ecco il frutto di oltre un decennio di attesa, fin da quando, nei primi anni Novanta, il Comune acquistò la zona ex industriale dell’Ansaldo e i suoi 17mila metri quadrati di proprietà, dove adesso è di scena il continente africano.

L’Africa e i suoi colori, l’Africa e i suoi suoni, l’Africa e, soprattutto, la sua diversità.

Un’esposizione che non stupirà per i contenuti, ma farà certamente riflettere sulla scarsa conoscenza della sua storia ed espressioni artistiche nella loro complessità.

“Terra degli spiriti”: un titolo che non poteva render meglio l’idea di un continente le cui opere qui esposte, dal Medioevo al secolo scorso, conducono dritti nel mondo delle tribù, di un misticismo tellurico simil-pagano che rende giustizia dell’identità di una realtà perfettamente complementare a quella europea.

Legno e bronzo, duecentosettanta esemplari soprattutto scultorei, per una mostra curata da Claudia Zevi, azzeccata nello stile espositivo e nelle luci, per nulla banale nella scelta dei pezzi esposti, tra i quali l’olifante d’avorio con lo stemma dei Medici e i cucchiai delle antiche collezioni medicee di Firenze.

mudec_1_webDal Congo al Mali alla Nigeria, storie di imperi pressoché sconosciuti, di un mondo esotico nel cui immaginario l’europeo è visto sempre (giustamente) come altro da sé e di una religiosità fortemente legata alla terra più che al “cielo”.

Storie ed impressioni che ci parlano di identità, di una diversità meravigliosa in quanto tale e del rischio distruttivo che comporta l’omologazione globale a fronte di un’economia predatoria e di un’immigrazione/emigrazione di massa che è fonte di sradicamento – letteralmente perdita delle radici.

Il Mudec, progetto rivolto appunto alle «comunità presenti sul territorio», è in realtà fonte di profonde riflessioni sul significato di “integrazione”. Paradigmatici, del resto, i versi che chiudono l’esposizione:

“Sono figlio della Guinea,

sono figlio del Mali,

nasco dal Ciad o dal profondo Benin,

sono figlio dell’Africa…

Addosso ho un grande bubu bianco.

E i bianchi ridono vedendomi

trottare a piedi nudi

nella polvere della strada.

 

Ridono.

Ridano pure.

Quanto a me, batto le mani

e il grande sole dell’Africa

si ferma sullo Zenit

per guardarmi e ascoltare.

E canto e danzo.

E canto e danzo”.

 

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[1] http://www.mudec.it/

Da oggi in edicola “L’album di Milano”: Pisapia racconta suo padre, Vecchioni improvvisa uno show

Giuliano Pisapia - CopiaGiuliano Pisapia era più sorridente che mai. Presente mercoledì sera all’evento organizzato dal “Corriere della Sera” per presentare “L’album di Milano”, una raccolta di 150 figurine disegnate da Emilio Giannelli per raccontare la città attraverso i suoi volti più noti, il sindaco meneghino sembrava non aver letto i giornali.

Della sua intenzione (peraltro già nota) di non ricandidarsi a sindaco nel 2016 e di Matteo Salvini che vuole prendergli il posto e, soprattutto, di un Partito Democratico a cui non dispiacerebbe troppo liberarsi di lui, magari per piazzare a palazzo Marino Giuseppe Sala, commissario unico di Expo 2015, il sindaco “arancione” sembrava essersi dimenticato.

Claudio Sanfilippo - Copia

A tirargli su il morale, in effetti, ci hanno pensato in tanti: da Vivian Lamarque, penna del Corriere nonché scrittrice e poetessa, che ha azzardato un «poesia fa rima con Pisapia», a Roberto Vecchioni, che ha rilanciato con «il nostro sindaco è un poeta», prima di improvvisare, in chiusura, un “Luci a San Siro” voce e chitarra a dir poco emozionante, recitata più che cantata e, naturalmente, applauditissima. Ma la sviolinata vera e propria è arrivata dei cantautori della “Scuola Milanese” Carlo Fava, Folco Orselli e Claudio Sanfilippo, che hanno implorato in musica Pisapia di riconsiderare l’idea della candidatura: «Proprio adesso che avevamo trionfato!», hanno cantato, senza mancare di citare lo spauracchio dell’innominabile leader leghista Matteo Salvini. Tanto per far capire da che parte stanno la stampa e la cultura dominante.

Carlo Fava - Copia

Per il resto, la serata è trascorsa piacevole, pur senza troppe emozioni.

Fernanda Pivano, Ottavio Missoni, fratel Ettore Boschini, Sergio Bonelli e, naturalmente, Giandomenico Pisapia, padre dell’attuale sindaco di Milano e del codice penale italiano: questi alcuni dei personaggi raccontati ieri dal filosofo Giulio Giorello, dal cantante Eugenio Finardi, dalla giornalista Isabella Bossi Fedigrotti, dallo psicologo Fulvio Scaparro e, appunto, dal primo cittadino.

Loro, i milanesi di nascita e d’adozione che si sono distinti nelle arti, nel lavoro, nella scienza e nella politica, erano del resto i veri protagonisti della serata. Loro i volti che, come si faceva con la raccolta dei calciatori “Panini”, sarà possibile trovare in edicola fino al 18 maggio da attaccare all’album che sarà distribuito oggi in allegato a “Sette”.

Personaggi come Manzoni, Verdi, Treccani, Boccioni, Pirelli, Breda, Meazza, Moratti, Vianello, Gaber, Rizzoli e Mondadori.

Giangiacomo Schiavi_Giuliano Pisapia

«Un’autobiografia della città, un racconto a frammenti che ricostruisce il ruolo di una capitale della modernità»: questo il senso dell’iniziativa nelle parole di Giangiacomo Schiavi, vicedirettore del Corriere della Sera. «Camminiamo nella storia», spiega nella sua introduzione il giornalista, «ma i giovani cittadini del mondo globale non conoscono  come i loro padri le radici  del luogo in cui vivono».

Radici, punti di riferimento, storia e un pizzico d’orgoglio, per «dare a tutti un senso di appartenenza» attraverso la condivisione dello «spirito di Milano, uno spirito fatto di orgoglio e coraggio, di etica del lavoro e di passione civile, nutrito dalla cultura, dall’impegno e dal rispetto».

Iniziativa senza dubbio lodevole, se non altro perché implicitamente ricorda il significato di “comunità” che, a differenza del concetto utilitaristico ed individualista di “società”, è condivisione di un destino, di un passato e di un futuro, di un’etica e di esempi da seguire ed a cui ispirarsi.

Milano, ‘Feltri show’ alla presentazione di Sovranità: “basta prendere ordini dall’Europa”

Borgonovo_FeltriE’ un Vittorio Feltri come al solito incontenibile a prendersi la scena in occasione della presentazione di “Sovranità” svoltasi ieri sera presso il C.A.M. di corso Garibaldi a Milano.

E lo fa all’insegna del no a quest’Europa: «Lingue, culture, economia, politica estera, fisco: niente accomuna i 27 paesi dell’Ue eccetto la moneta. Mai nella storia nazioni diverse sono state unite efficacemente soltanto da una moneta. E proprio in questi giorni, infatti, tocchiamo con mano l’inconsistenza dell’Europa sul caso Libia».

«Mondialismo o sovranità: il binomio destra-sinistra non rappresenta più il crinale di distinzione decisivo nella politica», spiega infatti Alberto Arrighi, ex deputato di An, tra gli animatori principali del nuovo soggetto della destra identitaria nato per sostenere il progetto politico di Matteo Salvini.

Del resto, lo slogan del movimento, «sovranità, identità, lavoro»,  rappresenta tre nette scelte di campo. Sovranità, prima di tutto, per recuperare il potere decisionale in ogni ambito: monetario, energetico, militare, economico, territoriale e rimettere al centro gli interessi del paese e dei cittadini italiani. Identità, in opposizione al multiculturalismo che snatura le nazioni. Lavoro, contro una finanza che si è impadronita dell’economia.

Una linea sulla quale sembra concordare l’editorialista de “Il Giornale” che, pur confessandosi idealmente europeista, contesta duramente l’Ue e non fa sconti a nessuno: «Monti, Letta e Renzi, tutti a baciare la pantofola della Merkel: lei ci prende per il culo, noi imbecilli che andiamo a prendere ordini».

L’ex direttore di “Libero” e de “Il Giornale”, che lo scorso anno ha pubblicato per Mondadori “Il Quarto Reich. Come la Germania ha sottomesso l’Europa”, non è del resto nuovo ad uscite sovraniste e, nella sua lettura, la resa incondizionata dell’Italia ha un’origine ben precisa: «l’Italia negli anni Cinquanta e nei primi anni Sessanta era all’avanguardia in ogni campo, aveva compiuto il suo miracolo economico, nonostante la guerra: l’Olivetti con il primo pc, l’invenzione della plastica, l’Eni, il nostro paese vanta da sempre le più grandi invenzioni. Poi nel ’68 hanno vinto i cretini, coloro che volevano distruggere ogni cosa».

Una provocazione, ma neanche troppo: «l’Italia ha sempre avuto a che fare col nemico interno, basti pensare che, alla morte del dittatore sovietico Breznev, metà parlamento andò al suo funerale, incluso Pertini, che ancora oggi è idolatrato. E durante la “Guerra fredda” mezza Italia faceva il tifo per il nemico contro gli interessi del proprio paese».

Nel mirino c’è, chiaramente, una sinistra che ha anteposto gli interessi di partito agli interessi nazionali, ma c’è soprattutto l’affermazione col ’68 di una visione del mondo rinunciataria, utopistica, politicamente corretta che, etichettando come fascista ogni forma di patriottismo, ha distrutto ogni ambizione italiana, ogni orgogliosa rivendicazione dei propri interessi, la capacità di lottare per la propria dignità, per il proprio paese.

«Una costituzione ipocrita», ha aggiunto Feltri, «ripudia la guerra ed alla sola idea della guerra, alla vista di un fucile, tremiamo. Abbiamo abolito la leva obbligatoria, rinunciato alla difesa, delegato tutto agli americani salvo poi accusarli di essere guerrafondai. Ma le guerre ci sono e noi abbiamo così soltanto azzerato la nostra dignità, diventando incapaci di dire no».

Un paese a capo chino, questo il frutto del ’68: una dittatura del politicamente corretto al punto che, spiega Riccardo Pelliccetti, inviato de “Il Giornale”, «se scriviamo la parola “clandestino” rischiamo di incorrere in sanzioni dell’ordine dei giornalisti».

«Anche la crescita demografica», ha ricordato il leghista Fabrizio Ricca, «è divenuto argomento tabù dopo la caduta del fascismo ed ora, con l’attuale tasso di crescita, siamo destinati a morire. La priorità ora è difendere i nostri confini dall’invasione in atto».

Diversi punti di contatto e priorità in comune: è, dunque, questo il collante tra ampi settori della cosiddetta destra radicale e la nuova Lega targata Matteo Salvini che, al di là dei personalismi, sembra avere le idee programmaticamente molto chiare ed un progetto a lungo termine per proseguire su questa linea, come dimostrato dai dieci punti presentati su “Il Foglio” lo scorso 11 febbraio.

 

Il programma di Salvini: nazionalizzazioni, produzione domestica, sovranità monetaria

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«Meno Europa», come recita il primo punto, ma non solo: «nazionalizzazione di imprese strategiche e/o produttrici di beni richiesti dal mercato ma momentaneamente in crisi», «flessibilità di bilancio», «abolizione della legge Fornero», «no al Ttip» (Trattato transatlantico su commercio ed investimenti), «controllare le frontiere», zero tassazione per chi ha reddito zero, «superamento del sistema dei trasferimenti fiscali».

Un programma che, al di là delle semplificazioni giornalistiche, riflette una visione tutt’altro che classicamente liberale, d’impronta sociale e sovranista e, dunque, molto vicino alla cosiddetta destra identitaria.

«La difesa dell’euro si attua sulla pelle degli italiani […] mentre il riequilibrio potrebbe attuarsi in modo naturale con un cambio flessibile», esordisce il segretario della Lega, che bolla come fumo negli occhi anche l’attenzione eccessiva per un’inflazione sotto controllo: «anche in presenza di prezzi stabili (o addirittura in calo) se il reddito si riduce fortemente ecco che il potere d’acquisto svanisce […]. In pratica 100 per cento di inflazione pur con prezzi immobili».

E, poi, no al Tiip, come anticipavamo: «Spalancare ulteriormente l’Italia alla concorrenza estera mentre la nostra industria, la nostra agricoltura, il nostro allevamento sono in ginocchio significherebbe dare il colpo di grazia alla nostra economia», chiarisce Salvini, che sottolinea anche l’implicita cessione di sovranità nel demandare «ad altri le autorità di controllo e sorveglianza».

Il quarto punto potrebbe benissimo far parte del programma di politica economica di CasaPound e nessuno ci troverebbe nulla di strano, anzi: «In attesa del rilancio “naturale” dell’industria con il recupero della sovranità monetaria si potrebbero creare fabbriche e coltivazioni mirate alla produzione di beni esclusivamente importati da paesi extra Ue […]. La spesa necessaria alla riconversione delle imprese o, nel caso della produzione di beni abitualmente importati, alla copertura della realizzazione “sottocosto” di tali beni (se fosse conveniente produrre a prezzo pieno lo farebbero i privati) consentirà di rimettere in circolo denaro, contrastando al contempo lo squilibrio della bilancia commerciale perché si ridurrebbero le importazioni».

Priorità per le piccole e medie imprese a dispetto delle «grandi imprese globalizzate e delocalizzate» col «plauso costante di Confindustria»: «la chiave del nostro modello», spiega infatti, «sarà la produzione domestica […]. Se molti imprenditori italiani hanno deciso di delocalizzare salvando i propri profitti a scapito dei posti di lavoro si preparino a fare marcia indietro». Altro punto da anni cavallo di battaglia della destra identitaria.

«Un sistema previdenziale che diventa contributivo», afferma invece Salvini a proposito della legge Fornero, «ma al contempo lascia i lavoratori privi di un lavoro e della pensione è assurdo, barbaro e deve essere abolito». Dunque, più stato sociale contro i teorici del liberismo.

«Il Pd preme», aggiunge l’ottavo punto, «per l’azzeramento degli enti locali in Italia, la cessione di sovranità a Bruxelles e l’annegamento globalista in un mondo dominato dalle grandi multinazionali rese “competitive” dalla mano d’opera a basso prezzo incoraggiata ad invaderci con “mare nostrum” e frontiere aperte. Noi, anche qui, vogliamo l’esatto contrario. Siamo convinti che il “frullato” di culture e sapori faccia comodo solo a pochi e che invece nella diversità, nelle tradizioni e nelle autonomie locali vi sia la vera ricchezza. Pertanto siamo per uno stop all’immigrazione incontrollata in assenza di domanda di lavoro». Standing quasi ovation: considerate le premesse si poteva benissimo essere più chiari nel chiedere lo stop all’immigrazione, punto.

E ancora. «Terapia shock per mezzo dello strumento della flat tax. Un’unica aliquota molto bassa uguale per tutti, con una deduzione fissa su base familiare renderà dichiarare i propri redditi semplice e conveniente» secondo una logica di base precisa: «I debiti si ripagano col lavoro e con la crescita: considerare le coperture dei provvedimenti fiscali ex ante senza valutare l’impatto di tali provvedimenti sull’economia è un semplice metodo perché nulla cambi mai».

È invece la conclusione del discorso di Salvini a suscitare il bisogno di qualche chiarimento: non vogliamo pagare i debiti degli altri, i nostri soldi devono rimanere qua, non diamoli all’Europa. E fin qui ci siamo. Poi, però, il discorso prosegue con questa logica fin dentro i confini nazionali, giungendo a conclusioni che non possono esser digerite senza fiatare: «Noi proponiamo un sistema dove nessuno debba pagare per altri e dove ognuno possa essere competitivo con le proprie forze». «Pertanto», aggiunge in maniera ancora più esplicita, «dopo un iniziale ritorno allo status quo pre-euro, necessario per rimettere in piedi il tessuto industriale del nord Italia con l’aiuto di una valuta più leggera, occorrerà pensare a meccanismi di flessibilità (come ad esempio due monete) per riequilibrare la competitività del sud esattamente nello stesso modo in cui si cerca il recupero della competitività italiana verso la Germania».

Se fosse una premessa, una cura, in vista della crescita nazionale, ci si potrebbe ragionare. Ma l’assonanza con troppi slogan autonomisti già sentiti è impossibile da negare. Perciò qualche chiarimento sarebbe necessario. La sovranità è nazionale o non è. Ricordarlo costantemente a chi, al di fuori, dovesse metterlo in dubbio sarà il compito del neonato movimento.

A Milano il cardinale Onaiyekan: “Boko Horam uccide anche mussulmani”. Ma il martirio cristiano non meritava il silenzio

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«Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me». Giovanni 16, 2-3.

Potrebbe apparire secondario, ma non fu l’ateismo, l’ignoranza o la cattiveria in una delle sue forme più stereotipate ad uccidere Gesù Cristo. A volerne e chiedere insistentemente la condanna a morte per crocifissione fu, al contrario, l’integralismo ebraico e, dunque, l’integralismo religioso, che d’altronde è l’oggetto principale degli attacchi del profeta del Cristianesimo nei vangeli canonici.

«Risposero i Giudei: ‘Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio’». (Gv 10, 33).

Come abbiamo visto, in effetti, quando Gesù Cristo profetizzava la persecuzione dei cristiani, in seguito alla persecuzione che Egli stesso subiva, il riferimento al fanatismo religioso è esplicito.

Ecco perché l’incontro avvenuto due giorni fa nel Duomo di Milano con il cardinale ed arcivescovo di Abuja, capitale della Nigeria, John Olorunfemi Onaiyekan, è stata probabilmente un’occasione mancata per parlare del martirio dei cristiani nel paese africano, perseguitati per la loro fede dagli estremisti islamici del gruppo di Boko Haram che, letteralmente, si traduce come proibizione della formazione e cultura occidentale in quanto falsa e peccaminosa.

Una considerazione sincera che non nasce certo dalla pur ovvia attenzione “giornalistica” per la cronaca, né dalla rilevanza politica della questione o da una giustificata volontà di condivisione e dall’interesse per la situazione da parte dei fedeli nella medesima Chiesa e dunque comunità che, in Nigeria, vive sotto attacco. La considerazione, in realtà, viene spontanea proprio in considerazione dalla centralità che ha il martirio nella storia, nella fede e nella tradizione cristiana e del quale proprio Gesù Cristo, torturato ed assassinato per motivazioni religiose, è in effetti il primo martire.

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv, 10, 18).

Ecco perché l’incontro del settantunenne cardinale nigeriano con la città di Milano, risoltosi con una – poco approfondita quanto surreale, viste le circostanze – lezione di storia dell’Africa, della Nigeria e del proselitismo cristiano in quelle terre, avrebbe potuto probabilmente lasciare molto di più dal punto di vista della testimonianza “religiosa” a tutto vantaggio anche di quella “laica”.

E, invece, delle sofferenze dei cristiani – che peraltro nel paese non sono certo una minoranza rappresentando circa la metà della popolazione – semplicemente non c’è traccia, testimonianza o racconto. Neanche un accenno alle cronache ma soltanto qualche dichiarazione generale pur condivisibile su Boko Haram a margine dell’incontro, introdotto dal cardinale ed arcivescovo di Milano Angelo Scola.

Eppure le premesse sembravano buone: «per noi, figli di un Dio incarnato, il quotidiano è un piano imprescindibile», ha esordito il cardinale creato da Benedetto XVI.

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«Come in Iraq e Siria c’è l’Isis, nel Maghreb c’è Al Qaeda e da noi c’è Boko Haram: è lo stesso fanatismo, la stessa ideologia violenta di una pericolosa minoranza», ha spiegato. «Boko Haram», ha infatti proseguito in seguito, «non rappresenta la comunità islamica nigeriana, che condanna le violenze. E, forse, uccidono più mussulmani che cristiani, dal momento che agiscono in zone a maggioranza mussulmana».

«Non nego che ci sia una persecuzione dei cristiani», aveva del resto dichiarato in una intervista di Gian Micalessin per Il Giornale, «nego che i Boko Haram uccidano solamente i cristiani. Hanno ucciso imam e musulmani. E distruggono tutte le moschee in cui si predica qualcosa che non va bene a loro».

Un approccio del tutto diverso, ad esempio, da quello del vescovo luterano Nemuel A. Babba che, a fronte di oltre cento chiese attaccate in sei anni, sostiene:  «I cristiani sono in maniera specifica presi di mira da Boko Haram. Questo non significa negare che i musulmani vengano attaccati e uccisi, ma i cristiani soffrono le perdite più alte», spiegando anche come «la presenza di questo gruppo militante ha eroso la fiducia fra cristiani e musulmani» anche a causa della difficoltà, per un cristiano, di capire molti mussulmani  dicano «la verità sul volersi sbarazzare di Boko Haram. Dinamiche simili avvengono nel governo, nei partiti politici e nelle forze armate».

Più simile a quella del cardinale, invece, è la lettura del missionario comboniano Elio Boscaini, voce storica della rivista Nigrizia, che dichiarava su Panorama: «Boko Haram non riconosce neanche le autorità tradizionali musulmane in Nigeria e ormai le considera traditrici, quasi al pari dei cristiani e del governo centrale».

«Certo», tornando all’incontro all’interno della cattedrale meneghina ed alle parole del presule, «i mussulmani moderati non possono più limitarsi a prendere le distanze: solo loro possono parlare ai mussulmani di Boko Haram, che non ascolterebbero mai un cristiano. E sono quindi loro che hanno il dovere di dirgli che ciò che fanno è contro l’Islam».

Rifiuto dello scontro di civiltà, dunque, e forte responsabilizzazione della comunità islamica nigeriana nella soluzione della vicenda: questa, in sintesi, la posizione di SE Onaiyekan, che mostra soddisfazione e tiene molto a sottolineare il rigetto crescente della comunità islamica nei confronti del fanatismo religioso (ricordando anche un partecipato incontro in Giordania alla presenza di re Abdullah II, a sua volta impegnato contro l’Isis), ma anche la collaborazione dei capi religiosi nigeriani nell’affrontare la questione e del mondo arabo in generale che sta tentando di dare anche una risposta teologicamente fondata.

«Ci sono molti tentativi di autocorrezione in corso e, seppur siano poco pubblicizzate in Occidente, noi cristiani dobbiamo apprezzarli», ha esortato.

Un tono certamente meno aspro di quello usato nelle ore precedenti l’incontro, di fronte ai giornalisti che lo incalzavano sul tema: «Anche se un padre ha un figlio che diventa ladro, non potrà mai negare che è suo figlio», aveva detto in conferenza stampa in una sorta di legittima riproposizione della dialettica Brigate Rosse – Partito Comunista Italiano.

«Dico sempre ai miei amici musulmani che loro devono accettare di essere responsabili di questa gente», aveva aggiunto alzando poi ulteriormente i toni: «Io dico sempre che non basta condannare Boko Haram, perché che cosa insegna l’islam nelle sue scuole in Nigeria? A non rispettare le altre religioni. Se questo è il discorso normale, se i bambini crescono così, poi è chiaro che si crea un terreno fertile per l’emergere di Boko Haram o dell’Isis o di al-Qaeda. Il problema, quindi, non è solo Boko Haram ma l’atteggiamento dei musulmani in generale, che non rispettano le altre fedi. Come è emersa questa ideologia mondiale? Questo i musulmani devono chiederselo per porvi rimedio».

«Molti musulmani oggi», aveva del resto dichiarato a Il Giornale, «si formano seguendo un’idea religiosa molto intollerante. Dal loro punto di vista l’Islam è l’unica religione giusta, frutto degli insegnamenti e della predicazione di un Profeta superiore a tutti gli altri. Secondo queste convinzioni il volere di Allah deve valere per tutta l’umanità. Questo modo di pensare equivale a sostenere che qualsiasi altra religione è falsa. Infatti molti musulmani accusano noi cristiani di non essere più monoteisti, ma triteisti. Quanto viene insegnato nelle madrasse (scuole coraniche) e nelle mosche è il vero problema. Anche se bisogna ricordare che alcuni gruppi di cristiani nutrono lo stesso atteggiamento verso l’Islam».

Affermazioni anche queste condivisibili, se non fosse che il cardinale stesso ricorda, anche nell’incontro coi milanesi: «sia il Cristianesimo che l’Islam sono caratterizzati dalla pretesa universalista». Del resto, non è certo dell’Islam il monito «extra Ecclesia nulla salus« («nessuna salvezza fuori dalla Chiesa») o la pretesa che il proprio profeta sia superiore agli altri visto che, anzi, tutto il contrario.

E sulla gestione politica della vicenda arriva un’altra esortazione, stavolta più spicciola, che sa di accusa (legittima) al governo nigeriano guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan: «L’ideologia di Boko Haram si sconfigge con la teologia e non soltanto con la forza ma il governo deve comunque fare il suo lavoro e rispondere con le armi agli attacchi». «Noi abbiamo i mezzi, i soldi e le armi, ma fino ad ora ci è mancata la volontà politica», ha sancito Onaiyekan, che ha fatto anche sapere di non fidarsi molto dell’utilità della comunità internazionale e di non auspicare un intervento di questo «strano animale» che si muove «solo per interessi personali».

«Se ti trovi davanti un Boko Haram», chiarisce giustamente al quotidiano fondato da Montanelli, «come pensi di fermarlo con un Ave Maria? O con l’acqua santa? Loro sono armati, pronti a sparare e ad ammazzare persone innocenti. Chiedere di fermarli è in linea con il principio morale cattolico che impone di fermare un aggressore ingiusto».

NIGERIA-UNREST-HUNTING-BOKO HARAM

Analoghe critiche ai governi che si sono succeduti giungono, del resto, da diverse parti: «sotto la presidenza Obasanjo, tra il 1999 e il 2007, non è stato fatto niente per avvalorare certi principi costituzionali di laicità quando Stati federali come Zamfara (attualmente nella zona controllata da Boko Haram, ndr) hanno decretato l’applicazione della sharia», ricorda Wole Soyinka, scrittore nigeriano e Nobel per la letteratura nell’86, intervistato da Le Journal du Dimanche.

In effetti, il governo, che ora promette un’operazione di “pulizia” in sole sei settimane, complici forse le elezioni alle porte, si è rivelato del tutto (forse “consapevolmente”) inetto.

In occasione della strage nel villaggio di Izghe, nello Stato del Borno, in cui almeno 106 persone sono state uccise al grido di «Allah è grande» con coltelli, machete e armi da fuoco, in cui sono stati saccheggiati magazzini e depositi ed incendiate le case, da parte dell’esercito, scriveva Repubblica già agli inizi dell’ano scorso, «Nessuna resistenza, nemmeno un poliziotto o un soldato nel villaggio, nonostante gli ultimi giorni siano stati scanditi da eccidi e decine di morti nella zona. E nonostante la “guerra” dichiarata dal presidente cristiano Goodluck Jonathan a Boko Haram e la costituzione di milizie armate di autodifesa, in cui sono entrati anche musulmani moderati, da affiancare alle forze di sicurezza».

Ma senza andare troppo indietro, l’assenza di una risposta forte si è percepita chiaramente anche nel gennaio scorso in seguito al massacro di Baga, che Amnesty International ha definito come il «più sanguinoso nella storia di Boko Horam». «Jonathan», scrive Jeune Afrique, «è andato in visita a Maiduguri, il capoluogo dello stato di Borno, il 15 gennaio, dodici giorni dopo l’inizio» della strage. «Non ha detto una parola. Eppure era già cominciato da quattro giorni quando i fratelli Kouachi hanno fatto irruzione nella redazione del settimanale francese» Charlie Hebdo, in seguito al quale il presidente si era invece affrettato ad inviare alla stampa un comunicato per esprimere la sua solidarietà e il disprezzo per il gesto.

Del resto, continua la giornalista Rémi Carayol, «Baga è stata difesa solo dalle milizie di autodifesa, mentre i soldati dell’esercito sono scappati via abbandonando le armi».

Una inefficienza dimostrata dal controllo territoriale degli estremisti: «il gruppo jihadista controlla quasi 150 chilometri di confine con il Niger, un’ampia parte delle rive del lago Ciad e quasi duecento chilometri di frontiera con il Camerun». «Dopo aver fatto scorta di armi in Libia e Sudan», aggiunge nella sua traduzione l’Internazionale (che all’argomento ha dedicato la copertina e un approfondimento nell’ultimo numero), «attraverso il Ciad, i miliziani prendono quello che gli serve nelle caserme dell’esercito nigeriano, che stanno cadendo una dopo l’altra. Il gruppo ha a disposizione carri armati, veicoli blindati, centinaia di pick-up, pezzi d’artiglieria e forse perfino armi antiaereo».

map_of_nigeria

Fondato nel 2002 a Maiduguri dal predicatore Mohammed Yusuf, Boko Horam ha iniziato la sua ascesa e radicalizzazione dal 2009, dopo la morte del fondatore e, da allora, con un incremento a partire dalla rielezione del presidente nel 2011, si stimano tra i 13mila ed i 30mila morti ed un milione di sfollati in seguito ai suoi attacchi.

E secondo alcune stime, ben 30mila sarebbero i combattenti sui quali l’organizzazione può contare per affrontare la forza congiunta dell’Unione Africana formata da soldati di Nigeria, Camerun, Benin e Ciad che dovrebbe arrivare a circa 8mila uomini.

E’ così che il gruppo, in base ad alcune stime secondo per numero di vittime solo all’Isis dal 2014 ad oggi, distintosi per crudeltà quando usò una bambina di otto anni come kamikaze, autore del tristemente famoso rapimento di duecento liceali cristiane poi vendute o costrette al matrimonio, si appresta ora a conquistare la città in cui è stato fondato, mentre la maggioranza della popolazione in Nigeria non dispone di acqua corrente ed elettricità, il governo lascia il paese in balìa delle società petrolifere, mentre le elezioni metteranno di fronte l’attuale presidente ad un ex militare, Muhammadu Buhari, 72 anni contro u 57 del presidente in carica, che su Boko Haram, lui che proviene dal nord mussulmano, in passato pare si sia distinto per ambiguità, nonostante ora ne prometta lo sbaragliamento dall’alto del suo dubbio diploma di scuola elementare.

Questo è il paese del quale il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan – che pur propone un’analisi condivisibilissima ed imparziale, lucida e non certo funzionale alla logica occidentalista – avrebbe forse dovuto portare una testimonianza più netta, più alta, più cristiana o semplicemente più autentica, anziché raccontarci in versione Wikipedia ridotta la fiaba dell’evangelizzazione del suo paese nei secoli o la squallida competizione per le anime tra le diverse comunità cristiane (oltre che con l’Islam), cadendo per giunta nella contraddizione di ergersi a paladino dell’anticolonialismo salvo poi benedire l’avvento, grazie ad esso, del Cristianesimo, e raccontandoci pure la balla della maggioranza cattolica all’interno della comunità cristiana, smentito dai dati ufficiali.

CALL CENTER: QUI GIACE IL DIRITTO – Nuovo caso in provincia di Catanzaro

call-centerLo scandalo è che in termini di legge lo scandalo non c’è, poiché si scrive “contratto di collaborazione a progetto”, ma si legge “carta straccia”.

A darne l’ennesimo esempio una società di Catanzaro lido nell’ambito dei call center che, nella primavera scorsa, conclude le selezioni per un piccolo centro a Marcellinara. Gli operatori sono pochi, il numero esiguo, del resto, protegge dallo scalpore. La gravità dei fatti, però, non è una questione di cifre. Poiché i cinque operatori contrattualizzati per un anno e dieci giorni a partire dal 21 maggio 2014 per i servizi di vendita telefonica dopo circa venti giorni di lavoro, vengono mandati ufficiosamente a casa. Temporaneamente, riferiscono dall’azienda ai lavoratori, senza fornire motivazioni ufficiali. Temporaneamente ma senza alcuna notizia ormai da circa tre mesi, con il sospetto più che fondato che la pausa possa diventare definitiva e la consapevolezza che consultare un sindacalista sia una prassi ormai inutile, considerato il tipo di contratto.

Una situazione, insomma, che segna l’inesorabile fallimento del modello di flessibilità che i vari Marchionne ci propinano come nuovo mito del progresso: lavoratori che, sulla carta, per contratto, sono definiti alla stregua di liberi professionisti, che prestano la propria collaborazione “in piena autonomia e senza alcun vincolo di subordinazione”, senza far “parte dell’organico della società” che, per parte sua, non può “esercitare alcun potere disciplinare o direttivo” nei confronti del lavoratore, il quale “non dovrà in alcun modo ricevere disposizioni dal personale della Società”, con una “autonoma gestione delle fasi del programma a lui affidate”, nessun “assoggettamento ad un orario di lavoro” ed il libero utilizzo, negli orari di apertura, delle strutture della società dedicate a Marcellinara. E che, ovviamente, in caso di malattia o infortunio, restano sospesi “senza alcun obbligo di compenso”.

Senonché la realtà, per chiunque conosca direttamente o indirettamente il mondo dei call center, è ben diversa e, a fonte di contratti simili, gli obblighi reali sono tutti per l’operatore ed i vantaggi soltanto per la società, che dispone di un potere ‘contrattuale’ sproporzionatamente maggiore rispetto al lavoratore, il quale nella realtà dei suoi doveri è un dipendente a tutti gli effetti, con tutte le conseguenze del caso, salvo non avere i mezzi per pretendere uguali garanzie.

È questa, dunque, l’ipocrisia di un diritto che, diventato mera burocrazia, ha perso di vista la sostanza, pure ugualmente importante nella sua teoria. Perciò è senz’ altro vero che, se la vittima di questo assurdo gioco è proprio la certezza del diritto (ancor più del concetto di lavoro fisso che, in prospettiva, conta anche meno), imputabile politicamente non è certo chi di questi strumenti legislativi si serve, chi sfrutta a proprio vantaggio le possibilità offerte dalle norme.

Sul banco degli imputati è, invece, il legislatore, i nostri parlamentari, la nostra casta che queste norme e forme contrattuali criminali le crea. E, forse, anche la casta più forte dei magistrati, che evidentemente non preme troppo sull’ uso improprio di contratti simili, che definiscono rapporti di lavoro e di forza del tutto differenti da quelli reali e da quelli normalmente esistenti in alcuni tipi di lavoro. Lavoratori autonomi a cui la società ha, tra i pochi obblighi, pur sempre il dovere di fornire “dati tecnici e commerciali, notizie, informazioni o quanto altro necessario all’ ottimale svolgimento dell’attività”, salvo disporre dello strumento di ricatto più forte, quale la possibilità di concludere unilateralmente il rapporto di lavoro senza dover fornire alcuna causa, “anche qualora il programma non sia stato completato, fornendo apposita disdetta da comunicarsi al collaboratore a mezzo di raccomandata”, con un preavviso di 7 giorni.

E’ qui che giacciono il diritto, il lavoro e la giustizia dei tribunali.

Emmanuel Raffaele, “Il Garantista”, 12 set 2014

Fusaro a Catanzaro: «Destra? Sinistra? Grillo? Il pericolo è l’Unione Europea!»

fusaro«Riappropriarsi del concetto emancipativo di nazione», «basta alla fuga verso la cosmopoli e verso l’estero che caratterizza l’Italia: la cultura sia nazionalpopolare», «no alle delocalizzazioni in nome di un cieco abbattimento delle frontiere», «diritto di parlare la propria lingua nazionale contro la vergognosa imposizione della lingua inglese nelle scuole e l’ imperialismo culturale per cui una pubblicazione in inglese vale più che una in italiano»: a sentir parlare il filosofo Diego Fusaro, nell’incontro svoltosi ieri pomeriggio presso l’Università Magna Graeciadi Catanzaro, la percezione di trovarsi al di là delle ideologie è netta.

“La violenza dell’economia”: è questo il tema di un incontro che ha disvelato, a chi già non lo conoscesse, il pensiero del giovanissimo studioso torinese, comunemente definito marxista ma, in realtà, padrone di temi e di un linguaggio appannaggio spesso dello “schieramento opposto”. Ed il motivo è presto detto.

«Non ho mai detto», spiega Fusaro, «di essere marxista: sono allievo indipendente di Hegel e di Marx».

E, sollecitato sugli abbagli presi da Marx o, più semplicemente, su ciò che andrebbe accantonato dell’autore de “Il Capitale”, addirittura aggiunge: «Il mio Marx è il Marx idealista».

Poiché, se è vero che bisogna «ripartire da Marx, dalla sua critica dell’esistente e dalla sua passione per la ricerca di un futuro alternativo», diversi sono i limiti riconosciuti: «innanzitutto, la fede positivistica nella scienza e gli scivolamenti verso il meccanicismo e il determinismo nel capitale». «Il mio Marx», aggiunge infatti, «è il Marx di Gramsci e Gentile, il Marx della prassi, il Marx ‘idealista’, critico dell’economia e del capitale, mentre non mi convince Marx che pensa alla fine del capitalismo come un processo naturale: ciò è un’illusione».

Riassumendo: Marx e Gentile, nazione, idealismo, cultura, «che solo per il marxismo staliniano è mera sovrastruttura» (risposta sulla quale qualcuno potrebbe forse dissentire) e determinazione nel superamento della dicotomia destra-sinistra: «l’unica dicotomia che ritengo valida è tra chi accetta capitale e chi lo contrasta. Le altre sono dicotomie gravide di capitale».

E Grillo? E il ‘riemergere dell’estrema destra in Europa’?

«Il problema non è la destra, la sinistra o Grillo ma l’Unione Europea». «Mentre giovani fascisti e antifascisti si scontrano, il capitale si sfrega le mani».

Perché, dunque, ripartire da Marx?

Secondo Fusaro, come anticipavamo, la ragione è essenzialmente una: «in un’epoca di passioni tristi, le quali inducono a pensare che non possa andare diversamente da come va, Marx insegna a non accettare come destino intramontabile l’ordine esistente».

Marx, insomma, perché la filosofia non deve rimanere in una torre d’avorio ma divenire azione, «incidere nella visione del mondo delle masse, trasformare il senso comune».

Ciò che egli prova a fare illustrando la duplice violenza dell’economia: diretta e indiretta, ovvero culturale.

«La globalizzazione», afferma, «è una violenza dove carnefice e vittima non si incontrano mai. Come nel caso delle delocalizzazioni, laddove è il capitale che mira ad abbattere le frontiere ai suoi scopi». «Possiamo definire globaritarismo questa forma di autoritarismo, che non mira a escludere i popoli ma ad includerli ossessivamente per lo scambio delle merci».

E dell’errore di alcuni marxisti, ingannati dalla possibilità di capovolgimento della globalizzazione in comunismo globale.

«La condanna continua della violenza», argomenta in seguito, «e la condanna stessa delle violenze passate, del resto, servono soltanto a rendere legittima la violenza attuale, la violenza dell’economia».

«E’ il potere», sottolinea, «che, pur riconoscendosi imperfetto e ingiusto, si ritiene non emendabile. E’ il presente liberale che si assolutizza: non avrai altra società all’infuori di questa».

Con la conseguente «demonizzazione di ogni passione utopica come potenzialmente autoritaria» e la fine stessa della politica, ben rappresentata dal governo Monti, gli economisti (al posto dei filosofi, dei migliori o dei soviet) al potere: «La volontà di compiacere i mercati rappresenta la fine della politica, poiché la politica dovrebbe governare i mercati, disciplinarli, non compiacerli».

Ragion per cui Fusaro parla di «governi interscambiabili di centrodestra e centrosinistra», di una formazione/istruzione trasformata dal capitale in merce da consumare e di un’unica via di fuga: «sottrarsi dal do ut des mercatistico».

Ma anche della caduta del muro di Berlino, «la più grande tragedia geopolitica, poiché ha segnato il trionfo del capitale su tutta la linea».

E, per concludere, c’è anche spazio per qualche battuta sul recente incontro (mancato) a CasaPound, nell’occupazione che è la sede centrale del movimento in via Napoleone III a Roma, dove Fusaro avrebbe dovuto discutere, con «l’amico» e responsabile culturale di Cpi Adriano Scianca, proprio di Karl Marx. Una conferenza poi tenutasi senza la partecipazione del filosofo torinese, che in extremis aveva deciso di rinunciare in seguito ai durissimi attacchi (e alle minacce) ricevuti dagli ambienti antifascisti: «Centri sociali e CasaPound sono caduti in una logica di opposizione», ribadisce Fusaro, distribuendo egualmente (ma questa volta colpevolmente) le colpe tra chi ‘fa e chi antifà’.

DINASTIE e feudi – Gentile e “L’Ora della Calabria” [con VIDEO]

gentile0,04 euro a riga. A tanto ammontava la retribuzione dei collaboratori (spesso pubblicisti) a Calabria Ora nel 2011, quando ebbi l’opportunità di scrivervi. Mesi dopo, ricevetti la telefonata di Citrigno padre, allora editore prima che a lui, Pietro, subentrasse il figlio Alfredo, in seguito al fallimento della precedente società ed al passaggio da Calabria Ora a L’Ora della Calabria. Convocato addirittura dal capo nella redazione centrale di Cosenza per «valorizzare» il mio contributo al giornale, ecco la proposta: un altro contratto a progetto ma con un fisso di 100 euro al mese.
L’impressione non fu delle migliori. Ma fu un episodio da nulla, significativo nella sua banalità.

Più avanti Citrigno, condannato a 4 anni ed 8 mesi per usura e oggetto di sequestro di beni da 100 milioni di euro da parte della Dia, venne indagato per violenza privata contro un suo giornalista. Spiega Il Fatto quotidiano: «Lo aveva costretto a dimettersi e ad accettare un contratto a tempo determinato. Ma il giornalista cosentino, Alessandro Bozzo, la sera del 15 marzo scorso, si è puntato la pistola alla tempia e si è sparato».
Nel capo d’accusa si legge: «mediante minaccia, costringeva Alessandro Bozzo a sottoscrivere dapprima gli atti, indirizzati alla Società Paese Sera editoriale srl, editrice della testata giornalistica Calabria Ora, nei quali dichiarava, contrariamente al vero, di voler risolvere consensualmente il contratto di lavoro a tempo indeterminato con la predetta società, senza avere nulla a pretendere e rinunciando a qualsiasi azione e/o vertenza giudiziaria», per poi costringerlo «a sottoscrivere il contratto di assunzione a tempo determinato con la società Gruppo Editoriale C&C srl, editrice della medesima testata giornalistica».

«Il più delle volte andava in contrasto con la proprietà, soprattutto quando toccava personaggi politici cari a questi ultimi», ha spiegato ai magistrati Antonella Garofalo.

Poi fu la volta delle dimissioni del direttore Piero Sansonetti, che nel suo «pezzo di commiato» spiegò: «Mi era stato chiesto di preparare un piano di ristrutturazione che prevedesse un fortissimo taglio del personale (si era arrivati ad ipotizzare fino a 50 licenziamenti su 75 redattori) e io mi sono rifiutato. Ho messo a punto un piano alternativo […] ma all’editore non è piaciuto». Ma in quell’addio vi è un passaggio forte: «So di avere accettato troppi compromessi […]. E quando ho deciso di non fare più compromessi, ed ero ancora convinto di essere così forte da poter sconfiggere qualsiasi nemico, mi hanno stritolato in un tempo brevissimo».
«Ho conosciuto molto bene Piero Citrigno », conclude Sansonetti, «e credo di avere capito i suoi pregi, molti, e suoi difetti, moltissimi (e gli confermo simpatia e affetto). Il suo difetto principale è uno solo: è un padrone».

Proprietario di numerose strutture sanitarie private e, a quanto pare, contiguo «ad alcuni esponenti di spicco delle consorterie criminose operanti nel territorio cosentino» (Agi), Pietro Citrigno passa quindi al figlio Alfredo la gestione del giornale di famiglia ed ecco che, nelle scorse settimane, la testata si ritrova al centro dell’attenzione mediatica nazionale in seguito alla tentata censura che il senatore Antonio Gentile avrebbe esercitato, di fatto impedendo l’uscita del giornale nel giorno in cui lo stesso avrebbe dovuto dare la notizia di un’indagine per associazione a delinquere riguardante il figlio Andrea.
Pressioni che hanno sollevato un polverone intorno alla nomina di Gentile a sottosegretario alle Infrastrutture nel governo Renzi, portato la vicenda all’attenzione di tutte le testate nazionali e infine alle dimissioni del sottosegretario lo scorso 3 marzo, dopo articoli di fuoco di De Bortoli, Mauro, Sallusti e compagnia.

Da una parte i Citrigno, nei guai con la giustizia, dall’altra i Gentile, incensurati ma evidentemente ancor più temibili, «feudatari» della sanità cosentina e della città vecchia. Loro, spiega il tipografo Umberto De Rose (presidente dell’ente regionale in house Fincalabra e beneficiario di cinque milioni di finanziamenti finalizzati ad assunzioni mai avvenute) registrato mentre telefona ad Alfredo Citrigno su richiesta di Regolo, «nu minimu ‘e rapporti» e di «influenza» ce l’hanno. «Dovunque. Al Tribunale, per dire».
D’altronde il fratello del senatore e coordinatore calabrese di Ncd, Pino, è assessore regionale ai Lavori pubblici. «Vale la pena di farti un nemico che poi, ferito come un cinghiale a morte, che poi colpisce per ammazzare?!», chiede, a Citrigno, De Rose, il quale si fa «garante» e chiarisce che sono i Gentile stessi che «lo stanno chiedendo per mio tramite». Secondo De Rose no: «se ti fanno un male a te fanno un male anche al giornale».

Parole da clan più che da politica, tant’è che il tipografo è riuscito nell’impresa di giustificarsi davanti ai media nazionali attribuendo la colpa del presunto «fraintendimento» al dialetto. Senza spiegare la coincidenza per cui, proprio la stessa sera, alle due di notte, dopo vari tentativi andati a vuoto, le sue rotative per la stampa del giornale hanno finito per rompersi impedendo l’uscita del numero del giorno successivo.
Paradossi, come quello di Gentile, che si è difeso parlando di «macchina del fango», senza però chiarire nulla, né querelare De Rose, che avrebbe a questo punto mentito, o spiegare i contatti diretti tra l’editore ed il figlio Andrea, che via sms ringrazia anticipatamente convinto di ottenere la «gentilezza» richiesta.

Perciò, sicuramente onore al merito di Regolo, della sua redazione e della sua schiena dritta.
Una piccola stranezza, però, nella questione rimane.
«Ultimata la lavorazione del giornale», spiegava infatti Regolo il giorno successivo, «a tarda ora, l’editore mi ha chiesto se non fosse possibile ritirare dalla pubblicazione l’articolo relativo all’indagine in corso sul figlio del senatore Tonino Gentile […]. Di fronte alla mia insistenza, nella difesa del diritto di cronaca, ho minacciato all’editore stesso le mie dimissioni qualora fossi stato costretto a modificare il giornale».
Minaccia che viene ribadita dopo la telefonata di De Rose.

Nei giorni successivi, però, le pressioni dell’editore scompaiono, evaporano, si sgonfiano. Ci si dimentica che la notizia è rimasta sul giornale soltanto dietro minaccia di dimissioni e, così, dietro il bel gesto, qualcosa di scomodo rimane pur celato.

Compromessi, piccoli o grandi, o al limite del ricatto, «gentilezze». Dietro di esse influenze, rapporti, feudi elettorali, dinastie, padroni, guerre, contiguità, poteri. Sullo sfondo la finta innovazione di Renzi come i sepolcri imbiancati.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, aprile 2014

Pietre contro il ministro: ma è stata la sinistra e la notizia non si “gonfia”

resizer2Strano il mestiere del giornalista.

Può capitare che il Blocco Studentesco – organizzazione giovanile nata da CasaPound – protesti in una scuola per il diritto allo studio entrando goliardicamente nell’edificio con fumogeni tricolori ed il povero giornalista si trova subito costretto a fare titoloni da prima pagina e servizi con tanto di volti spaventati per Studio Aperto.

Poi gli capita tra le mani una notizia reale ed è costretto a sminuire perché il padrone non vuole. Perché a fare danni sono stati i buoni, quelli di sinistra (oddio, si può dire sinistra in questi casi?!), insomma, i non-fascisti.

Ed in questo caso il pompiere è addirittura il ministro dell’Istruzione Maria Chiara Carrozza, protagonista involontaria, ieri, di una dura contestazione in quel di Rende (Cosenza), in occasione di una visita all’Università della Calabria, ritrovo storicamente rosso di una Calabria che tende al nero.

«Gli studenti – scrive il Quotidiano della Calabria – hanno forzato il cordone di sicurezza delle forze dell’ordine e hanno fatto irruzione nell’area protetta attorno alla sala dove è in programma la cerimonia alla presenza delle autorità. All’arrivo dell’auto con Maria Chiara Carrozza la situazione si è fatta ancora più delicata. Sono state lanciate pietre contro il veicolo. La polizia ha effettuato cariche di alleggerimento e qualcuno e finito anche a terra».

«I cori, il lancio di sassi,  poi il cordone delle forze dell’ordine forzato», questo il quadro dipinto invece dalla Gazzetta del Sud.

Ma a distanza di qualche ora una breve nota del ministro bacchetta e dà la linea per l’indomani: «la notizia è stata amplificata troppo».

Parole che mettono in imbarazzo le stesse testate che hanno riportato l’episodio: «posso assicurare – afferma infatti il ministro – che nessuno studente ha lanciato uova o pietre contro la macchina».

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Una versione che sarebbe anche credibile, se non fosse che lo stesso Quotidiano ribatte timidamente: «La contestazione però c’è stata e i sassi sono volati. Tanto che due carabinieri, secondo quanto riferisce l’Ansa, sono rimasti lievemente contusi e si sono recati al pronto soccorso dove sono stati medicati per lievi escoriazioni alla testa».

Il Fatto Quotidiano”, che meritoriamente riporta la notizia a pag. 9 ma la nasconde in un piccolo riquadro, questa volta si traveste da democristiano: in prima battuta descrive il lancio di pietre e uova, in chiusura rilancia la versione del ministro, senza smentirsi e senza spiegare quale delle due è la notizia da considerarsi vera.

Intanto sfumano le prime pagine. La notizia è ridimensionata dai giornali locali, figurarsi sui notiziari nazionali. Non sarà che davvero “quelli là” hanno lanciato davvero le pietre al ministro? Probabile, viste le foto. Di sicuro, i servizi di Studio Aperto ed i volti scandalizzati dei commentatori pronti a censurare il comportamento dei soliti violenti ce li siamo risparmiati. Quelli sono riservati ai fascisti.

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“Gateway” di Goia Tauro: ritardi e contraddizioni. Tutta colpa di Rfi? Forse no.

stasiPorto di Goia Tauro: cattiva informazione oppure no? Domanda lecita stando alle apparenti contraddizioni emerse intorno all’attuazione dell’Accordo di Programma Quadro “Polo logistico intermodale di Gioia Tauro”.

Lo scorso 22 giugno Gazzetta del Sud titolava: «Snodo ferroviario, dopo le illusioni Rfi investe al Nord e molla Gioia Tauro». E nel pezzo spiegava che Rete Ferroviaria Italiana avrebbe «fatto un improvvido passo indietro per il bando da 40 milioni di euro destinato alla realizzazione del gateway».

Ma, stando alla nota di Rfi, «per quanto riguarda terminal intermodale di Gioia Tauro, noto come ˮgateway”, la sua realizzazione è di esclusiva competenza è dell’Autorità Portuale».

Ovvie giustificazioni? Sembrerebbe di no. Al contrario, emergono altri punti interessanti.

Effettivamente, all’interno dell’Apq – che prevede ben 19 diversi interventi variamente finanziati tra infrastrutture, servizi e incentivi ed è stato sottoscritto il 28 settembre 2010 da Regione, Ministero dello Sviluppo economico, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, Ministero dell’Istruzione, Consorzio per lo Sviluppo industriale della provincia di Reggio Calabria, Autorità portuale di Gioia Tauro e Rete Ferroviaria Italiana – l’ente attuatore del “Nuovo Terminal Intermodale del Porto di Gioia Tauro” risulta essere proprio l’Autorità portuale.

Costo complessivo dell’operazione 20 milioni di euro, finanziati con i fondi PON Reti per la mobilità 2007/2013.

Un costo rivisto al rialzo, anzi raddoppiato, lo scorso 9 gennaio, in fase di rimodulazione, come documentato dall’informativa relativa all’attuazione dell’Apq all’ordine del giorno nel corso della penultima (la sesta) riunione del “Comitato di Sorveglianza sullo stato di attuazione del POR FESR 2007/2013”, avvenuta il 21 febbraio 2013 [1].

Quanto a Rfi impegni di spesa per un totale di 280 milioni di euro, secondo una nota della vicepresidenza della Regione Calabria del 3 ottobre 2011 [2], 291 milioni e mezzo secondo l’informativa di cui sopra, anche qui grazie ai fondi PON.

Gli interventi che vedono impegnata la società parte del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane sono:

–          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari. Adeguamento linea ferroviaria tirrenica Battipaglia – Reggio Calabria: Progettazione e ricostruzione della galleria Coreca (comprese opere propedeutiche e tecnologie)”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari. Adeguamento linea ferroviaria tirrenica Battipaglia Reggio Calabria. Costruzione della nuova SSE (Sotto Stazione Elettrica) a Vibo Pizzo e potenziamento della SSE di Sambiase”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari. Adeguamento linea ferroviaria tirrenica Battipaglia Reggio Calabria ACS e PRG Stazione di Lamezia Terme”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari Ammodernamento infrastrutturale e tecnologico itinerario”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari 1 Fase potenziamento tratta Metaponto – Sibari – Bivio S. Antonello”.

Ed al riguardo Rfi riferisce in seguito alla diffusione della notizia del ˮritiroˮ da Gioia Tauro:

«tutte le attività sono in corso come previsto nell’Accordo di Programma Quadro. L’aggiudicazione dei lotti, già messi a gara, per il potenziamento dell’infrastruttura ferroviaria tra Metaponto e Bivio Sant’Antonello (linea Gioia Tauro – Taranto – Bari) è stata temporaneamente sospesa da RFI in quanto la Commissione Europea ha comunicato l’interruzione della procedura di approvazione del progetto attivata dall’Autorità di Gestione dei fondi PON, in coerenza con i regolamenti comunitari per i grandi progetti.

Alla base della decisione adottata dalla Commissione Europea vi sono, tra l’altro, le scelte di ridimensionamento del trasporto pubblico locale in Calabria e le difficoltà di avvio del potenziamento del polo logistico di Gioia Tauro.

RFI sta comunque procedendo con la progettazione dei restanti lotti del tratto di linea Metaponto – Bivio Sant’Antonello, previsti dall’Accordo di Programma Quadro, per avviarne le fasi negoziali ed è pronta a procedere con l’aggiudicazione dei lavori, non appena si avrà conferma dei finanziamenti».

Dunque, si è in attesa dell’approvazione dei relativi fondi europei relativi per quanto attiene all’ultimo intervento elencato a cui fa capo Rfi.

porto gioia tauroInvece, tornando alla realizzazione del gateway, «a fine anno [ottobre 2012, come anticipato, ndr] ­ riferisce Banca d’Italia nel rapporto sull’economia calabrese ­ è stato pubblicato il bando di gara per la realizzazione del gateway ferroviario, per fare di Gioia Tauro un corridoio intermodale comunitario. La realizzazione dell’infrastruttura dovrebbe essere finanziata con 20 milioni di euro provenienti dall’Unione Europea, che dovrebbero aggiungersi ad altri 20 che dovranno essere garantiti dal promotore privato».

E Gazzetta del Sud, nell’articolo citato, spiega:

«dopo una lunga fase preparativa, numerosi incontri a Roma, era arrivata la pubblicazione della gara […]. Ma la gara è andata deserta; nessun privato ha deciso di partecipare alla procedura che puntava a indicare un soggetto che doveva partecipare materialmente alla realizzazione dell’opera, gestirla e poi movimentare i container con i treni […]. In pratica quello che ha fatto Rfi in altri porti realizzando Ferport. A Gioia niente di tutto questo. La società dopo aver comunicato con lettera ufficiale all’Autorità portuale il suo ok al progetto si é trincerata dietro un silenzio inspiegabile e poi quando i termini della gara sono stati chiusi e nessuno ha depositato offerte, il tutto si é trasformato da un timore fondato a una certezza: Rfi ha abbandonato l’idea Gioia Tauro».

Mentre la vicepresidente Antonella Stasi, in una nota diffusa ieri, aggiungeva:

«la Regione Calabria convocò una serie di incontri con il ministero delle infrastrutture e Rfi, alla presenza dell’autorità portuale, per un coinvolgimento di Rete ferroviaria italiana che approvò e condivise il progetto gateway. Qualche tempo dopo arrivò una lettera ufficiale di Rfi in cui si diceva che non erano interessati alla gestione del gateway. Questo avveniva nel 2011» [3].

Dunque, una versione ben diversa, visto che il bando é stato pubblicato a fine 2012 ed é andato a vuoto per ben due volte, avendo dapprima scadenza al 21 gennaio 2013 ed, in seguito a proroga, al 21 aprile 2013. E, soprattutto, una versione che cambia il quadro delle responsabilità.

Da parte di Rfi, infatti, nessun silenzio a quanto pare, visto che – per ammissione della Stasi – sia Regione che Autorità portuale (ricordiamolo, ente attuatore del gateway) sapevano con ampio anticipo che Rfi non era interessata al bando e che la sua partecipazione all’opera non era, d’altra parte, nell’accordo, ma frutto di trattative successive sfumate da tempo per definire, tra l’altro, l’esito di una gara che, in breve, avrebbe dovuto assegnarne la realizzazione ad un promotore privato già stabilito in anticipo e con un costo aggiuntivo di 20 milioni di euro.

Non sembra irrilevante, del resto, neanche notare che Rfi, al contempo, ha anche denunciato il prolungamento dei tempi d’attesa relativi ai finanziamenti europei a causa della politica regionale in materia di trasporto pubblico locale e dello stallo generale del progetto di potenziamento del Porto di Goia Tauro.

Effettivamente, la delibera di Giunta relativa risale al 20 aprile 2009 [4] e l’Acp, che risale al settembre 2010, addirittura prevedeva – tanto per fare un esempio – al punto 4.1.5 (relativo esattamente al gateway) un tempo di 180 giorni per la progettazione preliminare, altri 180 giorni per l’affidamento della costruzione e gestione ed altri 60 per l’inizio dei lavori, che sarebbero infine durati due anni. In pratica, i lavori avrebbero dovuto partire a inizio 2012 per essere conclusi a fine anno ed, invece, siamo ancora ad una fase di appalto che ancora stenta a decollare.

E nonostante la mancata partecipazione alla gara da parte di Rfi fosse nota da oltre un anno, soltanto ora la Stasi spiega di aver chiesto chiarimenti all’amministratore delegato di Rfi e convocato appositamente l’ennesima riunione del Comitato di Sorveglianza (il settimo, il prossimo 1 luglio).

Nel frattempo, infatti, pochi sono i lavori già partiti (tra questi, almeno sulla carta, quelli in cui ente attuatore risulta Rfi), molte i bandi di gara ancora da pubblicare mentre, quanto all’avanzamento finanziario – stando all’informativa di cui sopra relativa al mese di febbraio (sembra non sia ancora disponibile quella di giugno) – siamo a «quote percentuali di avanzamento pari a circa al 33%, per quel che concerne gli impegni, e 20%, per quel che concerne la spesa».

Evidentemente – Governo, Regione ed Autorità portuale inclusi -, qui qualcuno deve spiegarci come stanno davvero le cose e confessare che, molto probabilmente, non ha colto l’importanza del progetto, a cui la stessa Banca d’Italia sembra invece dare molta rilevanza.

Del resto, a conti fatti, si tratta della potenziale apertura di un vero e proprio corridoio comunitario sul Mediterraneo e, quindi, di un’opportunità di sviluppo strategicamente fondamentale non solo per la Calabria ma per il paese intero.


[1] «L’intervento LP05 – è scritto nel testo – subisce un incremento di costo da 20.000.000,00 Euro a 40.000.000,00 Euro. E’ stata confermata la quota della copertura a valere sul PON Reti Mobilità 2007-2013 per 20.000.000,00 Euro, mentre l’incremento di 20.000.000,00 Euro è coperto con risorse del soggetto promotore privato. Il piano finanziario è stato allineato a quanto prevede il bando di gara indetto dall’Autorità Portuale di Gioia Tauro, pubblicato sul GUCE in data 18.10.2012, per l’individuazione del promotore per la progettazione, esecuzione dei lavori e la gestione del Terminal Intermodale del Porto di Gioia Tauro».

http://www.regione.calabria.it/calabriaeuropa/download-2/category/176-comitato?download=754:vi-comitato-di-sorveglianza

[2] http://www.regione.calabria.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7527&Itemid=136