“Gateway” di Goia Tauro: ritardi e contraddizioni. Tutta colpa di Rfi? Forse no.

stasiPorto di Goia Tauro: cattiva informazione oppure no? Domanda lecita stando alle apparenti contraddizioni emerse intorno all’attuazione dell’Accordo di Programma Quadro “Polo logistico intermodale di Gioia Tauro”.

Lo scorso 22 giugno Gazzetta del Sud titolava: «Snodo ferroviario, dopo le illusioni Rfi investe al Nord e molla Gioia Tauro». E nel pezzo spiegava che Rete Ferroviaria Italiana avrebbe «fatto un improvvido passo indietro per il bando da 40 milioni di euro destinato alla realizzazione del gateway».

Ma, stando alla nota di Rfi, «per quanto riguarda terminal intermodale di Gioia Tauro, noto come ˮgateway”, la sua realizzazione è di esclusiva competenza è dell’Autorità Portuale».

Ovvie giustificazioni? Sembrerebbe di no. Al contrario, emergono altri punti interessanti.

Effettivamente, all’interno dell’Apq – che prevede ben 19 diversi interventi variamente finanziati tra infrastrutture, servizi e incentivi ed è stato sottoscritto il 28 settembre 2010 da Regione, Ministero dello Sviluppo economico, Ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, Ministero dell’Istruzione, Consorzio per lo Sviluppo industriale della provincia di Reggio Calabria, Autorità portuale di Gioia Tauro e Rete Ferroviaria Italiana – l’ente attuatore del “Nuovo Terminal Intermodale del Porto di Gioia Tauro” risulta essere proprio l’Autorità portuale.

Costo complessivo dell’operazione 20 milioni di euro, finanziati con i fondi PON Reti per la mobilità 2007/2013.

Un costo rivisto al rialzo, anzi raddoppiato, lo scorso 9 gennaio, in fase di rimodulazione, come documentato dall’informativa relativa all’attuazione dell’Apq all’ordine del giorno nel corso della penultima (la sesta) riunione del “Comitato di Sorveglianza sullo stato di attuazione del POR FESR 2007/2013”, avvenuta il 21 febbraio 2013 [1].

Quanto a Rfi impegni di spesa per un totale di 280 milioni di euro, secondo una nota della vicepresidenza della Regione Calabria del 3 ottobre 2011 [2], 291 milioni e mezzo secondo l’informativa di cui sopra, anche qui grazie ai fondi PON.

Gli interventi che vedono impegnata la società parte del Gruppo Ferrovie dello Stato Italiane sono:

–          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari. Adeguamento linea ferroviaria tirrenica Battipaglia – Reggio Calabria: Progettazione e ricostruzione della galleria Coreca (comprese opere propedeutiche e tecnologie)”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari. Adeguamento linea ferroviaria tirrenica Battipaglia Reggio Calabria. Costruzione della nuova SSE (Sotto Stazione Elettrica) a Vibo Pizzo e potenziamento della SSE di Sambiase”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari. Adeguamento linea ferroviaria tirrenica Battipaglia Reggio Calabria ACS e PRG Stazione di Lamezia Terme”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari Ammodernamento infrastrutturale e tecnologico itinerario”;

 –          “Collegamento Ferroviario Gioia Tauro – Taranto – Bari 1 Fase potenziamento tratta Metaponto – Sibari – Bivio S. Antonello”.

Ed al riguardo Rfi riferisce in seguito alla diffusione della notizia del ˮritiroˮ da Gioia Tauro:

«tutte le attività sono in corso come previsto nell’Accordo di Programma Quadro. L’aggiudicazione dei lotti, già messi a gara, per il potenziamento dell’infrastruttura ferroviaria tra Metaponto e Bivio Sant’Antonello (linea Gioia Tauro – Taranto – Bari) è stata temporaneamente sospesa da RFI in quanto la Commissione Europea ha comunicato l’interruzione della procedura di approvazione del progetto attivata dall’Autorità di Gestione dei fondi PON, in coerenza con i regolamenti comunitari per i grandi progetti.

Alla base della decisione adottata dalla Commissione Europea vi sono, tra l’altro, le scelte di ridimensionamento del trasporto pubblico locale in Calabria e le difficoltà di avvio del potenziamento del polo logistico di Gioia Tauro.

RFI sta comunque procedendo con la progettazione dei restanti lotti del tratto di linea Metaponto – Bivio Sant’Antonello, previsti dall’Accordo di Programma Quadro, per avviarne le fasi negoziali ed è pronta a procedere con l’aggiudicazione dei lavori, non appena si avrà conferma dei finanziamenti».

Dunque, si è in attesa dell’approvazione dei relativi fondi europei relativi per quanto attiene all’ultimo intervento elencato a cui fa capo Rfi.

porto gioia tauroInvece, tornando alla realizzazione del gateway, «a fine anno [ottobre 2012, come anticipato, ndr] ­ riferisce Banca d’Italia nel rapporto sull’economia calabrese ­ è stato pubblicato il bando di gara per la realizzazione del gateway ferroviario, per fare di Gioia Tauro un corridoio intermodale comunitario. La realizzazione dell’infrastruttura dovrebbe essere finanziata con 20 milioni di euro provenienti dall’Unione Europea, che dovrebbero aggiungersi ad altri 20 che dovranno essere garantiti dal promotore privato».

E Gazzetta del Sud, nell’articolo citato, spiega:

«dopo una lunga fase preparativa, numerosi incontri a Roma, era arrivata la pubblicazione della gara […]. Ma la gara è andata deserta; nessun privato ha deciso di partecipare alla procedura che puntava a indicare un soggetto che doveva partecipare materialmente alla realizzazione dell’opera, gestirla e poi movimentare i container con i treni […]. In pratica quello che ha fatto Rfi in altri porti realizzando Ferport. A Gioia niente di tutto questo. La società dopo aver comunicato con lettera ufficiale all’Autorità portuale il suo ok al progetto si é trincerata dietro un silenzio inspiegabile e poi quando i termini della gara sono stati chiusi e nessuno ha depositato offerte, il tutto si é trasformato da un timore fondato a una certezza: Rfi ha abbandonato l’idea Gioia Tauro».

Mentre la vicepresidente Antonella Stasi, in una nota diffusa ieri, aggiungeva:

«la Regione Calabria convocò una serie di incontri con il ministero delle infrastrutture e Rfi, alla presenza dell’autorità portuale, per un coinvolgimento di Rete ferroviaria italiana che approvò e condivise il progetto gateway. Qualche tempo dopo arrivò una lettera ufficiale di Rfi in cui si diceva che non erano interessati alla gestione del gateway. Questo avveniva nel 2011» [3].

Dunque, una versione ben diversa, visto che il bando é stato pubblicato a fine 2012 ed é andato a vuoto per ben due volte, avendo dapprima scadenza al 21 gennaio 2013 ed, in seguito a proroga, al 21 aprile 2013. E, soprattutto, una versione che cambia il quadro delle responsabilità.

Da parte di Rfi, infatti, nessun silenzio a quanto pare, visto che – per ammissione della Stasi – sia Regione che Autorità portuale (ricordiamolo, ente attuatore del gateway) sapevano con ampio anticipo che Rfi non era interessata al bando e che la sua partecipazione all’opera non era, d’altra parte, nell’accordo, ma frutto di trattative successive sfumate da tempo per definire, tra l’altro, l’esito di una gara che, in breve, avrebbe dovuto assegnarne la realizzazione ad un promotore privato già stabilito in anticipo e con un costo aggiuntivo di 20 milioni di euro.

Non sembra irrilevante, del resto, neanche notare che Rfi, al contempo, ha anche denunciato il prolungamento dei tempi d’attesa relativi ai finanziamenti europei a causa della politica regionale in materia di trasporto pubblico locale e dello stallo generale del progetto di potenziamento del Porto di Goia Tauro.

Effettivamente, la delibera di Giunta relativa risale al 20 aprile 2009 [4] e l’Acp, che risale al settembre 2010, addirittura prevedeva – tanto per fare un esempio – al punto 4.1.5 (relativo esattamente al gateway) un tempo di 180 giorni per la progettazione preliminare, altri 180 giorni per l’affidamento della costruzione e gestione ed altri 60 per l’inizio dei lavori, che sarebbero infine durati due anni. In pratica, i lavori avrebbero dovuto partire a inizio 2012 per essere conclusi a fine anno ed, invece, siamo ancora ad una fase di appalto che ancora stenta a decollare.

E nonostante la mancata partecipazione alla gara da parte di Rfi fosse nota da oltre un anno, soltanto ora la Stasi spiega di aver chiesto chiarimenti all’amministratore delegato di Rfi e convocato appositamente l’ennesima riunione del Comitato di Sorveglianza (il settimo, il prossimo 1 luglio).

Nel frattempo, infatti, pochi sono i lavori già partiti (tra questi, almeno sulla carta, quelli in cui ente attuatore risulta Rfi), molte i bandi di gara ancora da pubblicare mentre, quanto all’avanzamento finanziario – stando all’informativa di cui sopra relativa al mese di febbraio (sembra non sia ancora disponibile quella di giugno) – siamo a «quote percentuali di avanzamento pari a circa al 33%, per quel che concerne gli impegni, e 20%, per quel che concerne la spesa».

Evidentemente – Governo, Regione ed Autorità portuale inclusi -, qui qualcuno deve spiegarci come stanno davvero le cose e confessare che, molto probabilmente, non ha colto l’importanza del progetto, a cui la stessa Banca d’Italia sembra invece dare molta rilevanza.

Del resto, a conti fatti, si tratta della potenziale apertura di un vero e proprio corridoio comunitario sul Mediterraneo e, quindi, di un’opportunità di sviluppo strategicamente fondamentale non solo per la Calabria ma per il paese intero.


[1] «L’intervento LP05 – è scritto nel testo – subisce un incremento di costo da 20.000.000,00 Euro a 40.000.000,00 Euro. E’ stata confermata la quota della copertura a valere sul PON Reti Mobilità 2007-2013 per 20.000.000,00 Euro, mentre l’incremento di 20.000.000,00 Euro è coperto con risorse del soggetto promotore privato. Il piano finanziario è stato allineato a quanto prevede il bando di gara indetto dall’Autorità Portuale di Gioia Tauro, pubblicato sul GUCE in data 18.10.2012, per l’individuazione del promotore per la progettazione, esecuzione dei lavori e la gestione del Terminal Intermodale del Porto di Gioia Tauro».

http://www.regione.calabria.it/calabriaeuropa/download-2/category/176-comitato?download=754:vi-comitato-di-sorveglianza

[2] http://www.regione.calabria.it/index.php?option=com_content&task=view&id=7527&Itemid=136

Doppia preferenza di genere (anche in Sicilia): qualcosa non torna

crocetta«La sentenza del 14 gennaio 2010 n. 4 della Corte Costituzionale», spiegava il Ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna nell’ottobre 2010, «ha legittimato la legge della Regione Campania che prevede la doppia preferenza di genere». «Questa», assicurava, «è la strada da percorrere per riequilibrare situazioni di partenza gravemente disomogenee».

Effettivamente, dopo l’introduzione della norma, nella Regione Campania le donne elette in Consiglio regionale sono passate da due a quattordici. Ed a sottolinearlo appena qualche mese fa è Sara Valmaggi, vicepresidente del Consiglio regionale lombardo in quota Pd.

Quando nel nostro Paese si tratta di cavalcare i buoni sentimenti e la retorica egualitarista, i maestri dell’ipocrisia dimostrano quanto siano labili le identità politiche proposte.

La legge campana che introduce per la prima volta in Italia la doppia preferenza di genere, nello specifico, prevede la possibilità che l’elettore possa esprimere due preferenze anziché una. Però, nel caso decida di farlo, sarà obbligato a votare due candidati di sesso diverso. Tutto ciò, appunto, per pilotare l’elezione di un numero maggiore di donne all’interno del Consiglio regionale.

La Corte Costituzionale, pronunciatasi nel merito, non vi ha trovato nulla da ridire. Così come sottolinea la Valmaggi, la Consulta ritiene infatti «infondata sia la ‘violazione del diritto dell’elettorato attivo’, sia la ‘violazione del diritto di voto’, prospettata dal Governo in un ricorso nel 2010». Quello stesso governo di cui faceva parte la già citata Carfagna, tanto per chiarire.

Dopo di ché, la legge approvata in Campania è stata presa ad esempio un po’ in tutta Italia, come abbiamo visto nel caso lombardo e come dimostra anche la grande manifestazione organizzata dall’altra parte del Paese, a Catanzaro, il 26 marzo 2012 dal titolo «La democrazia paritaria»; presente all’iniziativa è addirittura il ministro della Giustizia Paola Severino.

Il 23 novembre 2012 la legge n. 215 conferisce legittimità «nazionale» alla proposta, non soltanto introducendo la previsione di precise garanzie di un’adeguata rappresentanza femminile negli enti locali, ma anche regolamentandone il recepimento per quanto riguarda le elezioni nei piccoli comuni.

Approvata appena in aprile, la doppia preferenza di genere, inoltre, ha già debuttato in Sicilia. Effetto del «modello Sicilia», Crocetta-Cinque Stelle, penserete. E invece no. I grillini, dimostrando anticonformismo, si sono opposti duramente alla proposta: «questa legge è una porcata, consentirà il voto di scambio e il capillare controllo del consenso elettorale», ha dichiarato il capogruppo Giancarlo Cancellieri. «Il testo approvato in questa forma è pericolosissimo», gli fa eco la collega Gianina Ciancio. A spiegare i punti deboli della norma approvata è “Il Fatto Quotidiano”: «le due preferenze, infatti, si dovranno esprimere in un’unica scheda. Un vulnus che potrebbe facilmente fare il gioco dei vari ras locali delle preferenze, abilissimi a creare coppie di candidati uomo – donna “blindati” per tracciare la provenienza del voto». Addirittura, «i vari ‘collettori’ di voti potrebbero impartire l’ordine di annullare la seconda preferenza, controllando militarmente i pacchetti di voti dei vari clientes».

A dividere i grillini da Crocetta, che subito ha trovato l’accordo con un’entusiasta Pdl, è stata in questo caso, dunque, una questione formale. Ma non c’è dubbio che le modalità di applicazione della legge, così come la ponderazione dei voti, lasciano spazio a vari dubbi.

Tanto più che, come dicevamo, resta impari il trattamento nei confronti di chi, se non vuole votare una donna (o un uomo), è costretto ad indicare il nome di un soltanto candidato, al contrario di chi, avvalendosi della doppia preferenza, può indicare invece due diversi candidati. Ed è comunque obbligato a scegliere non chi vuole ma un candidato di sesso opposto. Questioni tecnico-giuridiche su cui la Corte, come dicevamo, si è espressa ma sulle quali i dubbi interpretativi permangono.

La questione vera, però, è politica. E parte proprio dalla retorica egualitarista di partenza, senza discostarsi troppo dalla questione sulle «quote rosa», ma conducendo a conseguenze se possibile ancor più assurde.

Che sia garantito alla donna il «diritto alla poltrona» è sacrosanto. Che le sia garantita la poltrona stessa è però tutta un’altra cosa. Se il diritto della donna a partecipare alla vita politica deriva dalla sua uguaglianza davanti alla legge rispetto all’uomo, ciò vuol dire che il suddetto diritto proviene giuridicamente dal suo essere persona con annessi diritti civili, al pari di chiunque altro, uomo o donna che sia. Se invece il diritto lo si fa derivare proprio dall’esser donna è chiaro che tale diritto ha fondamento soltanto in sé stesso, è autoreferenziale, poggia insomma sul nulla e perciò la questione cambia, poiché ciò nega l’uguaglianza di fronte alla legge dalla quale dovrebbe paradossalmente avere origine la proposta.

E con conseguenze ancor più assurde. Stando a questa logica, infatti, un diritto alle pari opportunità così interpretato richiederebbe un’eguale rappresentanza per ogni categoria sotto-rappresentata e riconosciuta come tale. Anzi, a dir la verità, volendo proprio esser coerenti, la norma risulterebbe addirittura discriminatoria nei confronti delle altre «categorie». D’altronde, chi decide quali sono le altre categorie che meritano una poltrona assicurata? Quali i criteri oggettivi? Come la mettiamo per i giovani, anch’essi sotto-rappresentati. O per gli omosessuali, gli immigrati, i cattolici, gli atei, i mussulmani, i protestanti, gli ebrei. E, dopo tutto, perché essere cattivi? Come non garantire una quota di seggi anche a chi ha un pensiero politico sotto-rappresentato?

Il diritto delle minoranze a non esser minoranze. Che è un po’ come il diritto della pioggia ad esser bel tempo. Qualcosa non torna.

Safe City: il Tar zittisce i cittadini, per la maggioranza pronunciamento «favorevole»

mimmo talliniCATANZARO – Si tratta di un pronunciamento «favorevole» alla maggioranza, secondo il capogruppo del Pdl al Consiglio comunale di Catanzaro Mimmo Tallini, quello con il quale il Tar ha respinto il ricorso proposto contro il progetto Safe City e, quindi, contro la delibera di Giunta n. 57 dell’ 8 marzo 2013.

Ancora propaganda, dunque, da parte della maggioranza, dal momento che il Tar non si è certo espresso nel merito della vicenda, ma ha “semplicemente” ritenuto di non riconoscere il titolo per ricorrere contro il provvedimento ai cittadini, ai consiglieri ed alle associazioni che hanno avviato l’azione legale.

Assurdo (o di cattivo gusto) farlo passare come un pronunciamento favorevole, dal momento che il Tribunale amministrativo regionale ha in pratica stabilito che esponenti del Consiglio comunale democraticamente eletti, associazioni e cittadini non hanno diritto di contestare la legittimità di un provvedimento. Non hanno, in breve, nessuna voce in capitolo.

A naso, dunque, sembrerebbe che sia su quest’ultimo punto che il centrodestra sente di aver avuto ragione e ne va evidentemente fiera. Ha deciso di fare tutto da sola, bypassando il Consiglio comunale, non indicendo alcuna procedura ad evidenza pubblica per affidare l’appalto e senza tener conto del fatto che una delibera di Giunta dovrebbe limitarsi ad atti di indirizzo politico o di programmazione e, chiaramente, interpreta questa come una vittoria.

Cittadini e consiglieri, secondo la maggioranza, non soltanto hanno il dovere di starsene zitti e buoni (a quanto pare il progetto Safe City comincia a dare i suoi risultati!) e non interferire politicamente ma, secondo il Tar, non hanno neanche il diritto di contestare il fatto che, quella decisione, dalla quale sono stati esclusi sia in forma diretta che indiretta, potrebbe anche essere illegittima.

Che un esito simile, che non dà ragione a nessuna delle due parti sulla legittimità della delibera, venga accolto come favorevole, quindi, non è e non può che essere soltanto l’ennesima azione di propaganda e di cattiva informazione. Certo, non l’unica. D’altronde, l’intera vicenda è essa stessa un’abile operazione di marketing (politico?) da parte della maggioranza, che ha tentato in tutti i modi, con comunicati in stile spot della Mulino Bianco, di far passare la Bunker Sec e questo progetto come la realizzazione del paradiso in terra.

Quando, per dirne una, la Bunker Sec, emanazione dell’ex capo del Mossad, il servizio segreto israeliano, è tra l’altro, per sua stessa ammissione – lo si legge nella determinazione dirigenziale del Settore Polizia Municipale del Comune di Catanzaro n. 2626 del 13 agosto 2012 –, impegnata col progetto prima di tutto in «Israele, Stato ad alto rischio terrorismo».

Dunque, un progetto pensato per combattere e reprimere i nemici nel conflitto israelo-palestinese, riadattato per la città di Catanzaro.

«L’ordinanza del TAR sul progetto Safe City – ha commentato Tallini – si presta, per quanto mi riguarda, ad un’unica e importante considerazione: viene sconfitta, per l’ennesima volta, la via giudiziaria che le opposizioni hanno imboccato da alcuni anni a Catanzaro al posto della dialettica e del confronto politico».

Non è il caso di entrare nel merito della diatriba centrodestra-centrosinistra, è però paradossale che, proprio la maggioranza di cui è espressione il sindaco di Catanzaro Sergio Abramo, sulla questione Safe City rimproveri le opposizioni di aver rinunciato alla «dialettica» e al «confronto politico», visto che la Giunta, come anticipato, ha pensato bene di portare avanti un progetto dal valore di ben 23 milioni di euro senza neanche il parere del Consiglio comunale.

Ci domandiamo cosa intenda il consigliere Tallini, a questo punto, per confronto politico, dal momento che la sede istituzionale in cui esso dovrebbe svolgersi è stata bypassata e che chiunque abbia contestato il progetto anche al di fuori degli esponenti dell’aula rossa è rimasto inascoltato.

Una maggioranza responsabile avrebbe accantonato un progetto contro cui c’è stata una vera e propria levata di scudi non solo da parte del centrosinistra, della Cgil e dell’associazionismo connesso quali Il Pungolo o Cittadinanzattiva, ma anche da parte di movimenti politici che rappresentano un’altra parte dell’universo giovanile, quali CasaPound ed Alpocat.

Dove e come la maggioranza pretendeva che il progetto venisse «modificato, perfezionato, migliorato, rimodulato» senza che sullo stesso potesse esprimersi il Consiglio comunale?

O forse dovremmo rassegnarci al fatto che le questioni pubbliche sino ormai diventate oggetto di trattative ad personam?

D’altronde, c’è poco da rimodulare in un progetto che parte dall’assunto di un costo di 23 milioni di euro e dell’istallazione di 900 telecamere e sui quali dettagli si sa poco nulla.

Mentre sul sito del Comune, tra parentesi, la pubblicazione delle delibere è ferma al 2009, sempre in nome della trasparenza, è chiaro.

E se Catanzaro ha un’area vasta come quella di Napoli, tirata in ballo dallo stesso Tallini, a questo punto non sembra vero che, visto il tasso di criminalità della città partenopea, che ha persino un magistrato al potere, tocchi invece a Catanzaro sperimentare questo progetto. E non sembra vero che a Roma ci siano soltanto 300 telecamere.

Cortocircuito evidente, tra l’altro, di una maggioranza garantista ad intermittenza, che mentre rimprovera alla maggioranza di preferire la via giudiziaria alla politica, porta avanti un progetto che mira al controllo totale dei cittadini, perché al “grande occhio” non sfugga un divieto di sosta o, addirittura, il volto di un pregiudicato che cammina per la strada (tra le tecnologie potenzialmente applicabili, infatti, c’è anche quella che prevede il riconoscimento facciale).

E visto che la maggioranza ha tanta voglia di «rimodulare», potrebbe cominciare col dire che le telecamere non verranno istallate «in aree o attività che non sono soggette a concreti pericoli, o per le quali non ricorre un’effettiva esigenza di deterrenza», così come prescritto dal Garante per la Privacy.

Ma, se la maggioranza avesse intenzione di rispettare realmente la privacy, avrebbe considerato il fatto che è sufficiente la presenza di 900 telecamere (8 per km2) a significare un’istallazione generalizzata e quindi non mirata e selettiva, così come invece prescritto dal Garante, che include tra gli oggetti della possibile contestazione anche le 200 telecamere fittizie che fanno parte del pacchetto («installazione meramente dimostrativa o artefatta di telecamere non funzionanti o per finzione»).

Ma l’on. Tallini è molto attento a «perfezionare» ed anche alla privacy, per cui avrà certamente presenti i rilievi mossi in una delle petizioni presentate contro il progetto laddove, citando il Provvedimento suddetto, si ricordava che: «Non risulta quindi lecito procedere, senza le corrette valutazioni richiamate in premessa, ad una  videosorveglianza capillare di intere aree cittadine “cablate“».

E avrà certamente «rimodulato» con il sindaco, che mesi fa invece dichiarava: «Sarà messa in pratica una tecnologia  che consentirà il monitoraggio 24 ore su 24 dell’intero territorio».

Senza considerare il fatto che, in ogni caso, «è vietato il collegamento telematico tra più soggetti, a volte raccordati ad un “centro” elettronico», esattamente quanto previsto dal programma “Data Center”, citato nella determinazione suddetta.

C’è poco da rimodulare, quindi, e non è possibile mettere la questione su questo piano per fingere apertura. L’apertura sarebbe stata reale se, quanto meno, il consiglio avesse potuto votare in merito.

Qui c’è soltanto da fermare un progetto e, soprattutto, da fermare una propaganda secondo la quale chi si oppone al progetto non ha a cuore la sicurezza, così come dimostrato dalla poco argomentata strumentalizzazione del consigliere Nisticò in seguito alla rapina all’ufficio postale di Catanzaro Sala (come se fosse necessario Safe City per istallare due telecamere alle poste).

E, per il momento, non resta che attendere ulteriori sviluppi, dal momento che l’avv. Francesco Pitaro, che segue il ricorso, affermando di voler andare avanti «attraverso gli strumenti giuridici a nostra disposizione», sembra aver confermato il probabile ricorso al Consiglio di Stato.

Ius sanguinis: altro che arretrato, dal 1948 è in crescita. Ed è alla base degli Stati nazionali. Ecco i dati

immigratiRipeti una menzogna con costanza, qualcuno lo convincerai. E’ così che diventa semplice anche far passare l’idea, ad esempio, che l’Italia, paese ancorato allo jus sanguinis, sia dunque arretrato e non al passo coi tempi come gli altri paesi. E se Sartori osa bacchettare (più o meno giustamente) la Kyenge, ecco che il Corriere gli fa saltare l’editoriale ed il benpensante per antonomasia Gad Lerner si risente e lo invita a non «svillaneggiare».

Peccato che i dati dicano tutt’altro.

Infatti, da una classificazione [1] della legislazione in materia di cittadinanza in centosessantadue paesi [2], effettuata da Graziella Bertocchi e Chiara Strozzi dell’Università di Modena, emerge che dal 1948 al 2001 i rapporti di forza tra jus soli e jus sanguinis su scala globale siano stati letteralmente inverti in favore di quest’ultimo: se nel 1948 soltanto 67 paesi adottavano lo jus sanguinis e ben 76 lo jus soli, nel 2001 soltanto 39 paesi che sceglievano lo jus soli, a fronte di ben 88 paesi che preferivano lo jus sanguinis.

In breve, in poco più di mezzo secolo lo jus sanguinis si è consolidato a scapito dello ius soli, al contrario di quello che si potrebbe credere (e che ci vogliono far credere).

Nel quadro, che pure linguisticamente risente dell’impronta favorevole allo jus soli degli autori della ricerca, si sottolinea dunque come la tendenza sia tutt’altro che rivolta verso la cittadinanza facile che invece ci vogliono propinare il ministro dell’Integrazione, il governo Letta e, pare (stando alle dichiarazioni di Zaia), ormai anche la Lega Nord.

Non siamo così poco al passo coi tempi, dopo tutto. Ed un motivo ci sarà.

Detto questo, è la stessa ricerca a minare le fondamenta ideologiche di questa equazione tra jus sanguinis ed arretratezza culturale: «Nell’Europa del diciottesimo secolo – è spiegato nello studio – predomina il criterio dello jus soli, residuo di una tradizione feudale che lega l’individuo alla terra in cui nasce e quindi al rispettivo feudatario. Il primo stacco nei confronti di questa tradizione avviene con la Rivoluzione Francese, che nel Codice Civile del 1804 reintroduce il criterio di derivazione romana dello jus sanguinis».

Sorpresa: lo jus sanguinis è frutto dei “Lumi”, della “modernità” e di quella rivoluzione tanto cara ai democratici. Ed è, soprattutto, la «matrice della legislazione adottata in tutta l’Europa Continentale nel corso del diciannovesimo secolo, con la creazione degli stati nazionali».

Ius soli, dunque, contro gli Stati (la progressiva erosione della sovranità vi dice nulla?). E contro i popoli.

In effetti, benché lo studio affermi che «la dimensione dello stato sociale non sembra costituire un ostacolo alla maggiore inclusione degli immigrati», esso chiarisce anche che «questo risultato in parte inaspettato può essere spiegato dal fatto che, per molti dei paesi dotati di costosi sistemi di sicurezza sociale, si sia contestualmente verificata una stagnazione demografica che ha dunque comportato una tendenza all’inclusione». Ed inoltre aggiunge: «una natura dello stato sociale relativamente leggera, unitamente al fatto che la cittadinanza, se paragonata alla residenza, non conferisce negli Stati Uniti benefici fiscali sostanzialmente più generosi, può inoltre avere facilitato la sostenibilità fiscale dello jus soli».

Dunque, una maggiore inclusività è si un potenziale pericolo reale per lo stato sociale («dato che la cittadinanza può influire sulla capacità di ottenere benefici») ma è “grazie” alla bassa natalità dei cittadini originari che l’immigrazione diventa sostenibile. In pratica, se vogliamo ancora uno stato sociale, o rinunciamo all’immigrazione o rinunciamo una volta per tutti a fare figli.

L’immigrazione per noi è sostenibile, certo, ma a costo di scomparire.

L’unico paese europeo per tradizione ancorato allo jus soli è il Regno Unito. Ebbene, «l’esperienza coloniale influisce profondamente sulla legislazione di questo paese», tanto che, «a seguito degli intensi flussi migratori di provenienza dalle ex-colonie, l’orientamento diventa invece più restrittivo, soprattutto a partire dagli anni ottanta».

Quanto alla Francia, «nel corso del diciannovesimo secolo, vengono recuperati elementi di jus soli a fini militari, onde assoggettare all’obbligo di leva i nati sul suolo francese».

Nel caso della Germania, invece, lo jus soli viene introdotto soltanto a seguito della caduta del Muro di Berlino e della riunificazione di un popolo che ha sempre fatto paura al mondo. Un tentativo di mantenerlo debole, così come era stato deciso sia sul piano militare che economico (con i primi accordi economici europei improntati esattamente al contenimento della potenza tedesca)? Chissà.

E l’Italia? La nostra “arretratezza” consisterebbe nel garantire ai figli di stranieri nati in Italia il diritto al mantenimento della propria cittadinanza fino alla maggiore età, per poi poterla richiedere a condizione di dimostrare di esser realmente cresciuti nel nostro paese (criterio che le ultime proposte legislative minano ad intaccare).

La discussione obiettiva non è tra le maggiori preoccupazioni dei media, altrimenti sarebbe chiaro che, senza il velo del pregiudizio, questa non sarebbe che una norma di buon senso e fondamentalmente rispettosa della cittadinanza straniera. D’altronde, in un esempio ultimamente in voga e che rende bene l’idea, il figlio di un cittadino italiano emigrato in Cina, difficilmente riusciamo a pensarlo come un cinese. Lasciamo almeno che, oltre a nascerci, cresca in Cina e, magari, scelga di essere cinese.

Nello stesso continente del ministro per l’Integrazione Kyenge, d’altronde, «lo jus sanguinis nel 2001 risulta il regime più diffuso, essendo applicato nel 69% dei paesi africani».

E, riprendendo un intervento di Graziella Bertocchi (una delle autrici dello studio) su “La Voce”, poi ripreso da “Il Fatto quotidiano” [3], «già nel 2001, in Europa per la maggioranza dei paesi l’acquisizione della cittadinanza alla nascita risulta regolata da regimi misti: dei 34 paesi rappresentati, solo uno (l’Irlanda) applica ancora lo ius soli incondizionato (abbandonato da tempo dal Regno Unito), mentre 14 applicano lo ius sanguinis e 19 hanno regimi misti. Nella maggioranza dei casi, si tratta però di regimi misti con elementi di ius soli molto tenui (come nel caso della legge italiana del 1992)».

Inoltre, dopo il 2001, «l’Irlanda, con un referendum del 2004, abbandona lo ius soli incondizionato, proprio a causa del crescente manifestarsi di un “turismo” della cittadinanza (aggravato dal fatto che il paese era ormai il solo caso di ius soli rimasto all’interno dell’Unione Europea)». E se nel frattempo (2006 e 2010) Portogallo e Grecia hanno introdotto «una combinazione di doppio ius soli e di ius soli per i residenti», «negli altri regimi misti viene applicato uno solo dei due principi: il doppio ius soli è adottato in Francia, Lussemburgo, Olanda e Spagna, mentre lo ius soli per residenti è previsto oltre che in Germania anche in Irlanda e Regno Unito. Per i restanti paesi europei, prevale ancora lo ius sanguinis».

Emblematico, in conclusione, l’origine dello jus soli negli Usa, «codificato nella stessa Costituzione tramite un emendamento del 1868, rivolto alla protezione dei diritti di nascita degli schiavi di provenienza africana».

Mentre oggi è tirato in ballo proprio per rispondere alle esigenze dell’immigrazione africana da sfruttare come manodopera.

Parafrasando un vecchio adagio, troppi indizi fanno una prova, per cui: jus soli? No, grazie, preferiamo lo Stato.

Breve intervista ad Antonio Catricalà su riforma Fornero

Antonio CatricalàRitorno in Calabria e ritorno nella sua città natale Catanzaro per il sottosegretario alla presidenza del Consiglio dei Ministri Antonio Catricalà, che avrà trovato senz’altro calorosa l’accoglienza riservatagli dal sindaco del capoluogo di Regione Sergio Abramo, dal presidente della Provincia Wanda Ferro e dal presidente della Regione Giuseppe Scopelliti. «Qui ho passato la mia infanzia felice», ha esordito Catricalà, che ha parlato di «rinnovato splendore» della città ed ha concluso il suo discorso con un incoraggiante «viva l’Europa, viva l’Italia, viva il Mezzogiorno d’Italia». Inversione di tendenza, questa la parola d’ordine lanciata dal sottosegretario, che ha avuto modo anche di parlare di spending review; «non tagliamo i servizi, ma i surplus di spesa. Se riusciamo a realizzare il bottino di quattro miliardi e duecento milioni di euro entro l’anno non avremo la necessità di aumentare di due punti l’Iva per raggiungere l’obiettivo del pareggio di bilancio». Temi caldi, dunque, come la riforma del lavoro, su cui ha avuto modo di chiarire il suo punto di vista proprio a Calabria Ora, com’era pressoché d’obbligo in una giornata dedicata ai giovani ed al loro futuro, viste le criticità della questione, che probabilmente si avvertono nel Mezzogiorno più che altrove.

La giornata di oggi è dedicata ai giovani ed ai loro progetti lavorativi, un tema che stride con la riforma approvata, che facilita la flessibilità in uscita e, di fatto, i licenziamenti, non crede?

La riforma del lavoro è stato un disegno di legge molto elaborato, studiato con attenzione ed ovviamente approvato in una situazione di emergenza ma comunque con ampi consensi. Si è trattato di un provvedimento molto atteso anche dall’Europa, tanto che lo stesso Barroso (presidente della Commissione europea, ndr) ha spiegato che, avendo approvato quest’ultimo disegno di legge – che tra l’altro faceva già parte di un nostro progetto -, siamo andati in Europa con tutte le carte in regola e proprio questo ha facilitato il negoziato che ci ha visti uscire in una posizione favorevole in quella notte fatidica a Bruxelles.

Di certo, però, il nuovo contratto ‘tipo’ per l’ingresso nel mondo del lavoro sarà un contratto di apprendistato, quasi si voglia ‘togliere’ ai lavoratori per ‘dare’ solo agli imprenditori…

Non mi sembra che si voglia dare né togliere a nessuno. Mi sembra, piuttosto, che si voglia regolamentare al meglio un mercato che era regolamentato da norme non più accettate a livello internazionale e quindi garantire all’Italia una modernizzazione che era necessario portare avanti.

Ma contestualmente è stato abolito, tra l’altro, il reintegro ‘automatico’ dopo il licenziamento…

In realtà neanche prima era automatico, dal momento che era comunque necessaria una valutazione da parte del giudice.

Proprio il titolare del Dicastero del Lavoro, Elsa Fornero, ha dichiarato che il lavoro non è un diritto, è d’accordo?

Non faccio mai dichiarazioni sulle dichiarazioni altrui.

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, giugno 2012

La gestione dell’acqua, tra Stato e mercato (intervista al prof. Giulio Citroni)

acquaTra stato e mercato nel 2007, Chi governa l’acqua? nel 2008: Giulio Citroni, docente di Politica Comparata e Scienza Politica presso l’Università della Calabria, la Florida State University e l’Università di Firenze, da tempo analizza la questione del servizio idrico.

Abrogazione del decreto Ronchi per difendere l’acqua pubblica: ma dopo la legge Galli lo è ancora?

Nel ‘94 si sono introdotte logiche privatistiche nella gestione ma si era, credo legittimamente, lasciato all’autonomia dei comuni (associati in ATO) la decisione sulle forme aziendali pubbliche, private o miste da adottare. La legge “Comunitaria” Ronchi prevede l’obbligo di ricorso alla gara per l’affidamento a società di capitali o, in alternativa, la vendita di quote non inferiori al 40% delle società pubbliche a soggetti privati. Il referendum propone di abolire tale obbligo (e non, come dicono gli spot RAI, di abolire la possibilità di ricorso al privato): come segnala la Corte Costituzionale (sentenza 24/2009) un simile obbligo non trova alcuna giustificazione nell’ordinamento comunitario.

Cosa significherebbe abrogare il decreto Ronchi?

Innanzitutto chiarire che, dopo quindici anni di sperimentazione, tentativi di in house, società miste, gare ecc. non  si è scoperto – come sembra presupporre il decreto – che le gare sono il modo migliore di operare e non è quindi giunto il momento di vietare le altre forme di gestione.

Difficoltà nell’implementazione della legge Galli: cosa si è sbagliato?

L’implementazione prevista era molto complessa: ha dato avvio a una sperimentazione non ancora terminata, che forse avrebbe bisogno di incentivi, partecipazione e controllo/valutazione, più che di interventi drastici come l’obbligo di un ricorso generalizzato alle gare e alle privatizzazioni.

Pochi partecipanti nelle gare per la scelta del socio privato e la decisione sulla gestione è ancora politica. Il mercato ha già fallito?

Di regole e controlli nelle gare si parla da anni ma su questo nessun governo è intervenuto efficacemente. Qualcosa è emerso dai lavori dell’Antitrust, che nel 2007 condannò ACEA e SUEZ per comportamento collusivo nelle gare per l’acqua toscana.  A questo proposito si deve ricordare il secondo quesito sulla tariffa del servizio idrico: esso va direttamente a colpire il “mercato per decreto” tipico di molte privatizzazioni italiane, dove “il privato porta i capitali”, salvo poi farne pagare il costo al cittadino in bolletta.

Acqua pubblica: la gestione diretta è ormai improponibile?

E’ chiaro che il pubblico non intende costruire tubi e contatori: un ruolo del privato permarrà quanto meno nel ruolo di fornitore. Di qui, ad affidare al privato la definizione delle strategie aziendali complessive, ci corre molta distanza.

Costi socializzati e profitti privatizzati?

I costi certamente sono socializzati ed è naturale che sia così. Forse si dovrebbe anche riaprire la possibilità che gli investimenti sulle reti siano da finanziare con tassazione progressiva e non con una tariffa imposta su un consumo sostanzialmente rigido. I profitti, se ci sono, sono di chi gestisce.

In conclusione, quale ritiene sia la ricetta migliore?

In Europa le soluzioni sono diverse: la Francia, ad esempio, ha sempre affidato la gestione ai privati e ha dovuto correre ai ripari negli ultimi vent’anni per rimediare a corruzione, inefficienze, e opacità di un oligopolio privato che schiacciava i comuni. I casi esaminati dimostrano che contano il controllo, la valutazione, la partecipazione, oltre ovviamente alla capacità dei governanti.

Emmanuel Raffaele, “Calabria Ora”, giugno 2011

Anatocismo, la politica salva le banche

fallimento-bancheIn principio l’interesse sul prestito era moralmente illecito, vietato dal diritto canonico e deprecato dai più. Poi, le necessità dell’economia hanno avuto la meglio e l’interesse è divenuto prassi. Del resto, già nell’antica Roma era molto diffuso, soprattutto tra i senatori che disponevano di grandi risorse. Così, progressivamente, anche il diritto canonico si è adeguato distinguendo il prestito dall’usura.

Una situazione diversa da quella islamica, laddove il prestito ad interesse è ancora oggi vietato dal diritto religioso, in ogni caso non sempre e non integralmente applicato dai Paesi mussulmani che, anzi, in materia economica sembrano essersi ben adattati all’Occidente. Da qui il fenomeno crescente delle banche islamiche, laddove il tasso di interesse è sostituito dal tasso di profitto derivante dalla partecipazione agli investimenti ed il gioco è fatto.

Ma le banche islamiche non cancellano un carattere tipico dell’Islam: seppur la teoria non venga mai discussa, spesso si ricorre invece ad espedienti per aggirare le norme scomode. È il caso, ad esempio della mukhatara, finalizzata proprio a superare il divieto di prestito ad interesse e consistente nell’acquisto di un bene da un altro soggetto, che poi lo ricomprerà ad una cifra maggiorata in un momento successivo e prefissato, ciò che di fatto rappresenta la garanzia del prestito. Un sistema che, evidentemente, ha poco da invidiare al burocratese della nostra politica e delle nostre banche.

Ma se il sistema islamico conserva almeno il pudore, in Occidente le banche praticano ormai l’usura legalizzata e quella di cui parliamo oggi è una pratica che, seppur giuridicamente differente dall’usura, ne conserva intatta la sgradevolezza e la bassezza morale. Ci stiamo ovviamente riferendo all’anatocismo che, per chiarire, è l’applicazione di interessi sugli interessi.

In breve, consiste nel ricalcolo, solitamente trimestrale, degli interessi venuti a sorgere in seguito alla capitalizzazione di quelli già maturati e non ancora riscossi, una pratica che, al contrario dell’usura, non ha rilevanza penale. La questione, infatti, è regolata dall’art 1283 c.c. che recita: «in mancanza di usi contrari, gli interessi scaduti possono produrre interessi solo dal giorno della domanda giudiziale o per effetto di convenzione posteriore alla loro scadenza, e sempre che si tratti di interessi dovuti per almeno sei mesi». Nonostante questo, fino al 2000, le banche hanno praticato l’anatocismo anche in forme contrarie al codice, certe evidentemente della loro intoccabilità.

È il 9 febbraio 2000 che la situazione muta, quando il Comitato Interministeriale Credito e Risparmio stabilisce che siano le parti a rideterminare la periodicità degli interessi, con la precisazione che gli interessi anatocistici venissero calcolati sia per crediti che per debiti. La norma, volta a riequilibrare la giungla che si era venuta a creare a svantaggio dei correntisti, determina l’apertura di numerosissime cause di risarcimento dei clienti nei confronti delle banche.

Il 2 dicembre 2010, inoltre, interviene la sentenza n. 24418 della Corte di Cassazione, volta a fornire un’interpretazione dell’art. 2935 c.c.: «La prescrizione comincia a decorrere dal giorno in cui il diritto può essere fatto valere». La Cassazione chiarisce: soltanto per le rimesse solutorie il termine della prescrizione decorre dalla singola annotazione, per le altre il termine decennale per richiedere la restituzione decorre dalla chiusura del conto. Una sentenza interpretativa favorevole ai correntisti, che però ha messo in difficoltà giuristi e tecnici. Una delibera che partiva da un punto fermo: versamenti e prelievi non costituiscono rapporti singoli ma variazioni di un unico rapporto unico. In sostanza, la Corte chiariva che soltanto il saldo finale, allorché risultasse sottratto l’importo corrispondente agli interessi non dovuti, avrebbe potuto essere considerato come pagamento. Così facendo si dava ai correntisti la possibilità di superare il limite dovuto alla prescrizione, dal momento che la questione, vista la sentenza del Cicr, era relativa ai contratti stipulati prima del 30 giugno 2000.

A questo punto giunge il decreto c.d. Milleproroghe, ddl n.225 del 2010 convertito nella legge 10 del 26 febbraio 2011 che, al comma 61 dell’art. 2 recita: «in ordine alle operazioni bancarie regolate in conto corrente l’articolo 2935 del codice civile si interpreta nel senso che la prescrizione relativa ai diritti nascenti dall’annotazione in conto inizia a decorrere dal giorno dell’annotazione stessa. In ogni caso non si fa luogo alla restituzione degli importi già versati alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto». Un comma inserito per fare chiarezza sulla vicenda ma che ha scatenato le polemiche.

Da una parte, infatti, c’è chi sostiene che, di fatto, la norma non cambierebbe nulla; dall’altra c’è chi denuncia la norma come ‘salva-banche’. Un contratto nullo, qual è quello che produce interessi anatocistici, non genera obbligazioni valide, sostengono alcuni. La maggioranza dei giuristi però è dell’opinione opposta: la norma non soltanto impedirebbe l’apertura di ulteriori controversie in merito e la fine dei risarcimenti a vantaggio dei correntisti, ma comporterebbe anche il rigetto delle domande già presentate. Il fatto che i correntisti non debbano restituire quanto già ricevuto dalle banche, del resto, non può apparire che come una ovvietà.

Che la norma sia stata scritta male, dunque, è probabile; che questa abbia avuto come fine esplicito quello di tutelare le banche a svantaggio dei correntisti è, invece, certo. Una situazione che anche il contestatissimo on. Domenico Scilipoti ha lamentato: «tra le file della maggioranza viene fatto notare come Pd, Udc e Fli si siano schierati con le lobbies delle banche contro gli interessi delle famiglie e delle imprese», ha spiegato in una nota.

La norma, del resto, non si è limitata a far discutere. Da subito, infatti, è stata addirittura messa in dubbio la sua applicabilità, tanto che il Tribunale di Brindisi ha rimesso la questione alla Corte Costituzionale con l’ordinanza n. 145 del 2011.. I dubbi nascerebbero dal contrasto col principio che impedisce ingiustificate disparità di trattamento e, soprattutto, dal fatto che la norma interpretativa sarebbe successiva all’anzidetta pronuncia della Cassazione, che aveva già interpretato la norma.

La parola, dunque, alla Corte costituzionale, che comunque non si dovrebbe pronunciare prima di fine anno, cosa che non potrà che scoraggiare ulteriormente i correntisti ancora speranzosi, lasciandoli in balìa degli istituti di credito che, nella crisi globale, continuano ad essere gli unici tutelati dallo stato.

Come ormai si usa dire: sopra la banca la patria campa, sotto la banca la patria crepa.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, agosto-settembre 2011

“Estorsori” delle tasse: che fine ha fatto Robin Hood?

equi_card_2Marcello Veneziani, su ‘Il Giornale’ dello scorso 30 giugno, ci scherzava su. Ma è rimasto tra i pochi in Italia. In maniera via via più rumorosa, infatti, Equitalia, l’azienda a capitale interamente pubblico le cui partecipazioni sono suddivise tra Inps ed Agenzia delle entrate, è balzata nell’ultimo periodo agli onori delle cronache divenendo ormai un caso. Che non sia per niente uno scherzo, del resto, anche Veneziani lo sa benissimo: «tre milioni di italiani si sentono perseguitati da Equitalia», spiega raccontando la sua esperienza fatta di ipoteche inesistenti ed «interessi da strozzino». Una testimonianza d’eccezione ma simile a quelle che segnala Federcontribuenti: conti bancari bloccati, macchine in fermo amministrativo senza preavviso, case vendute all’asta e tasse sui rifiuti che spuntano dopo anni, quando ormai i documenti che provano i pagamenti sono stati ormai, legittimamente, cestinati. Denunce dello stesso tono di quelle provenienti dall’Unione Nazionale Consumatori: «contribuenti che sono costretti ad indebitarsi per sanare contributi in moltissimi casi non dovuti», afferma Saverio Cuoco, presidente nazionale.

È dello scorso 18 giugno, peraltro, l’ultima iniziativa contro Equitalia: una manifestazione organizzata a Roma da Federcons, che precede di poco quella promossa da Unait, che riunisce le sigle Cicas per il sud, Confazienda per il centro e Confimpresa per il nord, una iniziativa che si propone di raccogliere 100.000 firme «per dire no a Strozzitalia». Un vero e proprio bilancio di guerra secondo cittadini ed imprese, un successo secondo Attilio Befera, patron di Equitalia, novello sceriffo di Nottingham che, nel 2007 dei record, già sfoggiava sorrisi a trentadue denti per i risultati ottenuti contro l’evasione fiscale.

Sulle lamentele circa le numerosissime falle del sistema, invece, lo schema è il solito scarica barile: «molti problemi relativi ai fermi amministrativi arrivano dai Comuni che, di fronte all’efficienza di Equitalia, non si sono adeguati». Una verità parziale condivisa da Tremonti: «c’è un eccesso di applicazione delle ganasce fiscali, ma sono forme di esecuzione fatte per conto dei Comuni per le quali poi la colpa ricade sullo Stato».

Se così fosse, dunque, da gennaio, ogni problema sarebbe risolto, in caso di approvazione definitiva, prevista per il 12 luglio, del testo del maxi-emendamento c.d. decreto sviluppo, già approvato in Commissione finanze e bilancio e poi dai 316 deputati della Camera, contenente due emendamenti presentati da Maurizio Fugatti della Lega e Giuseppe Mariniello del Pdl. In base a questi, infatti, da gennaio 2012, Equitalia non effettuerebbe più riscossioni per conto dei Comuni.

Le novità, in ogni caso, non si fermano qua, dal momento che Equitalia sarà costretta ad inviare due solleciti di pagamento prima di ricorrere alle ganasce fiscali per debiti superiori ai duemila euro, non potrà ipotecare la prima casa e, soprattutto, la sospensione del pagamento in seguito ad accertamento coattivo aumenta nella durata, passando dagli attuali due mesi ad un termine massimo di sei mesi.

giorgio ventura«Una misura insufficiente», secondo Giorgio Ventura, presidente nazionale Cicas, Confederazione Imprenditori Commercianti Turismo Servizi, con sede a Roma, direzione generale a Catanzaro e strutture aderenti in tutta Italia. Lo abbiamo incontrato all’indomani dell’incontro tenutosi a Napoli sul tema ‘Micro e piccole imprese: quale futuro?’, che ha visto la partecipazione dell’on. Paolo Russo, presidente della Commissione Agricoltura della Camera, ed abbiamo avuto così occasione di fargli qualche domanda. Nel dibattito, infatti, non è mancato un passaggio proprio su Equitalia.

Cosa pensa delle novità in vista, come l’innalzamento del termine di esecutività degli accertamenti a 180 giorni?

«Le misure in discussione vanno nella direzione giusta, ma il termine giusto, da noi proposto, è di almeno 365 giorni».

Qual è il rapporto tra imprese ed Equitalia?

«Oggi, purtroppo, la riscossione del debito nei confronti delle imprese segue logiche poliziesche, repressive ed inquisitorie. Si parte dal presupposto che ogni contribuente sia un evasore, lasciando a quest’ultimo l’onere di provare il contrario».

Rispetto a quelle di grandi dimensioni, le piccole imprese soffrono di più?

«Certo, se non altro perché l’attenzione di Equitalia è oggi concentrata proprio sulle micro-imprese e sui professionisti, nella convinzione che i redditi dichiarati siano troppo bassi. Un intenzione annunciata lo scorso anno proprio da Befera mentre nessuno sembra accorgersi che ‘il popolo delle partite Iva’ ha, per questo motivo, voltato le spalle a questo governo».

Cos’è che non va nel sistema?

«Senza dubbio i budget di riscossione, premi eccessivamente allettanti, che incentivano l’atteggiamento persecutorio».

Il punto principale sembrerebbe essere questo. La questione, in effetti, era stata segnalata già nel 2009 dall’Ordine dei commercialisti ed esperti contabili quando, in un convegno a Milano, un intervento di Giampiero  Guarnerio chiariva il motivo delle vessazioni subite dai contribuenti: «ci siamo più volte confrontati con comportamenti degli organi deputati al controllo dei contribuenti, che paiono motivati dalla rincorsa del gettito per l’erario, più che al perseguimento della giustizia tributaria», illustrava Guarnerio. Una ‘macchinosa efficienza’ sostenuta dai bonus, un sistema che porta un’inevitabile inflessibilità e rigidità, quando non l’errore. Del resto, intorno ai tremila euro pro-capite si aggiravano i primi ‘premi-produzione’.

«La prevenzione resta un concetto vago nelle linee guida dell’agenzia, tanto che non viene né definita né misurata. La prevenzione viene addirittura disincentivata: non esistono premi per gli uffici nel cui ambito territoriale l’evasione fiscale si riduce, anzi: una elevata evasione fiscale assurge a condizione necessaria per il successo», continuava il commercialista milanese, ricordando l’art. 97 della Costituzione il quale chiarisce che l’azione della pubblica amministrazione deve essere improntata all’imparzialità ed al buon andamento. È imparziale un operatore con un tale conflitto di interessi? A noi pare di no. Soprattutto se manca, come notava Guarnerio, «un adeguato bilanciamento di penalità a carico della Amministrazione finanziaria in caso di accertamento errato».

Una disparità di trattamento inaccettabile, dunque, evidente laddove l’amministrazione statale rivela la sua incredibile lentezza quando, invece, c’è da liquidare i propri fornitori. La guerra d’indipendenza americana è iniziata da una questione fiscale, chissà che qualche cittadino non cominci almeno a svegliarsi. Per il momento, oltre alla bocciatura della proposta Udc volta a ridurre gli interessi sulle sanzioni, restano le cause civili che, secondo alcuni avvocati, al 70 per cento sarebbero indirizzate contro Equitalia.

Se non è guerra, poco ci manca.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, agosto-settembre 2011]

Calabria, propaganda sulla crisi

lavoro neroI toni inopportunamente trionfalistici non mancano mai. Il nuovo governo Monti si è insediato ed ha subito sfatato due luoghi comuni: Berlusconi ha provocato la crisi, il governo tecnico è la soluzione. Per il 2012 l’Ocse prevede la recessione, mentre anche Francia e Germania traballano. È in questo contesto che Benedetto Di Iacovo, presidente della Commissione per l’emersione del lavoro non regolare in Calabria, ha affermato: «l’andamento dell’economia calabrese nel 2011 fa ben sperare anche per 2012».

Per carità, i dati sul lavoro nero sono rassicuranti (circa 7.000 unità emerse nel 2010), ma da qui a dire che la Calabria va in controtendenza ce ne vuole. E precisamente nel mezzo passano i dati che lo scorso 18 novembre – sfortunatamente per lui, qualche giorno prima delle parole di Di Iacovo – sono stati presentati presso la filiale catanzarese della Banca d’Italia. Dati tutt’altro che incoraggianti sulla situazione registrata nei primi sei mesi del 2011.

Tanto per cominciare, la disoccupazione è risalita. Nei primi sei mesi era al 12,9%. Nel primo trimestre era addirittura al 13,8%. Mentre nel 2009 eravamo all’11,3%. Il tasso di attività e quello di occupazione sono ai livelli minimi dal 2004 (47,3% e 41,2%). Sono cresciute, al contrario di quanto avvenuto a livello nazionale, le ore di cassa integrazione e ciò a causa dei necessari interventi straordinari. In crisi quasi tutti i settori e qualche speranza (queste si probabilmente congiunturali) da esportazioni e turisti stranieri. La situazione insomma non è delle più semplici.

Basti pensare che, secondo l’ultimo censimento dell’agricoltura, le aziende agricole calabresi, terze per numero in Italia, sono passate dalle 174.693 unità del 2000 alle 137.699 del 2010. Quasi 37.000 aziende perse in dieci anni, senza che, come altrove, vi sia stata in compenso un’espansione dimensionale di quelle esistenti. Anzi, sia la Superfice Agricola Totale (SAU) che la Superficie Agricola Utilizzata (SAT) risultano diminuite. Se prima le aziende agricole erano l’8,4% di quelle italiane, ora sono il 7,26%. Non è dunque solo una questione di settore generalmente in crisi. Se si guarda al più fruttuoso settore zootecnico, infatti, solo il 7,2% delle aziende agricole calabresi lo pratica, al contrario di quelle lombarde, dove la percentuale è al 39,7%.

Altro che questione settoriale, del tutto fuori tempo con la crisi finanziaria in corso. Lo stesso settore industriale, d’altronde, esprime una situazione sconfortante. Dando uno sguardo al rapporto sull’economia italiana redatto dalla Banca d’Italia nel novembre 2011, infatti, si scopre che la Calabria non è dotata neanche di un distretto industriale classificabile come tale. Al contrario della Puglia, ad esempio, che ne ha 8, della Sicilia, che ne conta 2, della Campania, che ne conta addirittura 6 e persino della Basilicata (1). In gioco, dunque, non ci sono solo dati di breve periodo.

E come sempre i toni trionfalistici lasciano il tempo che trovano.

Emmanuel Raffaele, “Universo Parallelo”, gennaio 2012

«Copyright» sulla fame: i rischi delle coltivazioni Ogm

1 ogmSecondo il Consiglio di Stato (delibera del 19 gennaio dello scorso anno) il mais Ogm può essere coltivato senza bisogno di attendere altre norme. Il governo, però, attraverso il ministro Zaia, riferiva poco dopo di poter ostacolare la sentenza dal momento che «il procedimento in questione è connesso a un iter normato dal decreto legislativo 212/2001 che stabilisce il previo parere di una Commissione tecnica la quale, non avendo a disposizione le prescrizioni tecniche sulla modalità di coltivazione delle colture Ogm ancora in corso di definizione, difficilmente esprimerà un parere positivo». Ma qual è il regolamento in proposito? Il Protocollo di Cartagena, strumento internazionale volto a tutelare i paesi dai rischi delle colture Ogm, non ne vieta la coltivazione ma stabilisce precise misure di prevenzione che ogni paese importatore può adottare per limitarle o impedirle

Gli Ogm, infatti, sono Organismi Geneticamente Modificati, potenzialmente del tutto identici in apparenza rispetto ai normali prodotti biologici. La differenza è che, attraverso particolari tecniche di ingegneria genetica, a questi organismi (prodotti alimentari, ma anche organismi animali!) vengono ‘passati’ geni di altri organismi, vegetali o animali, per risolvere alcuni inconvenienti: difendere i prodotti dal freddo, dai batteri, dai parassiti, dagli erbicidi, ma anche per permettere la coltura di alcuni prodotti in terreni dove non sarebbe possibile farlo, come nei deserti o in terreni troppo ricchi di sale. E’ su questi punti che battono i sostenitori degli Ogm, presentandoli come la soluzione al problema della fame nel mondo e, magari, della desertificazione, mentre gli oppositori, di destra e sinistra, passano ormai per nostalgici dell’aratro a buoi!

Teniamo però presenti alcuni fattori: innanzitutto gli Ogm possono essere brevettati. Le sementi utili a far crescere tali prodotti hanno infatti una sorta di copyright, per cui la riproduzione è vietata ed i contadini devono comprare i semi ogni anno. Non possono essere riutilizzati per il nuovo raccolto come con le colture normali. Ma c’è di più: «dal 2007 la Monsanto, insieme al governo Usa, ha brevettato su scala mondiale sementi «Terminator», ossia che commettono suicidio dopo il raccolto: una scoperta che chiamano, senza scrupoli, «Genetic Use Restriction Technology», ossia volta a ridurre l’uso di sementi non brevettate. La estensione di sementi geneticamente modificate – ossia di cloni con identico corredo genetico – è ovviamente un pericolo incombente per le bocche umane: una malattia distrugge tutti i cloni, ed è la carestia». Questo è quanto, nelle parole del giornalista Maurizio Blondet.

Ma ancora più immediato è il pericolo che la produzione agricola sia concentrata nelle mani di poche aziende. Stando al 2008, infatti, il 49% di questi brevetti appartenevano a due sole società: Monsanto e Basf, due ditte che insieme a poche altre si «affannano a brevettare praticamente tutte le varietà naturali». La Monsanto è la stessa multinazionale che ha commercializzato il Posillac, prodotto pensato per far produrre più latte alle mucche ma che si rivelò ben presto tossico e dannoso sia per gli animali che per l’uomo. Allo stesso modo produsse gli erbicidi (Agente Arancio) che l’esercito statunitense usò durante la guerra in Vietnam, provocando 50.000 casi di difetti congeniti e centinaia di migliaia di casi di cancro. Ma non sono soltanto i brevetti a farci dubitare. Il punto, infatti, è prima di tutto scientifico. Ancora Blondet spiega che: «nel libro Roulette Genetica, distribuito l’anno scorso ai membri del congresso Usa, Jeffrey M. Smith, l’autore, documenta 65 seri pericoli per la salute dovuti ai prodotti Gm, compresi analoghi danni alla fertilità causati da grano e soia Gm. La prole di topi nutriti con soia Gm mostra un aumento di 5 volte di mortalità, peso inferiore alla nascita, incapacità alla riproduzione. Topolini maschi nutriti con soia Gm mostrano le giovani cellule spermatiche danneggiate. […] Molti agricoltori americani riferiscono di problemi di sterilità o fertilità in maiali e mucche alimentati con diverse qualità di sementi Gm. Negli ultimi due mesi inoltre, degli investigatori hanno documentato, fra i bufali alimentati con semi di cotone Gm in India, problemi di fertilità, aborto, nascite premature ed altri seri problemi sanitari, inclusa la morte».

ogm_topoLa realtà, insomma, è che si sta scherzando col fuoco e che nessuno è veramente cosciente di tutte le conseguenze che, a lungo termine, potrebbero portare le coltivazioni Ogm, tant’è che l’Efsa (European Food Safety Autorithy) è costantemente al lavoro per valutarne l’impatto ambientale. Analoga incertezza la si registra nella valutazione del rischio del consumo di carne derivante da animali nati in seguito a clonazione. In proposito, infatti, l’organismo, istituito in attuazione della direttiva 2001/18/CE ed il cui ruolo è definito dal regolamento n. 1829/2003, afferma: «dai dati osservati è emerso che il benessere sia della madre surrogata che di una quota significativa di cloni risente di effetti dannosi sulla salute. […] si è riscontrato che la salute e il benessere di una proporzione significativa di cloni, principalmente durante il periodo giovanile per i bovini e il periodo perinatale per i suini, sono stati influenzati negativamente, spesso in modo grave e con esito fatale».

Del resto è sempre l’Efsa a spiegare che: «le incertezze nella valutazione del rischio emergono a causa dell’esiguo numero di studi disponibili, delle ridotte dimensioni dei campioni esaminati e, in generale, per l’assenza di un approccio uniforme, che consentirebbe invece di affrontare in modo più soddisfacente tutte le problematiche inerenti al parere». Pochi casi di studio e troppo poco tempo per valutarne correttamente l’impatto. Come nel caso delle coltivazioni Gm dalle quali eravamo partiti. L’impatto da valutare, in questo caso, riguarda un ampio spettro di situazioni connesse, come spiega la stessa Efsa: «la persistenza e l’invasività della pianta Gm, considerando il possibile trasferimento dei geni da pianta a pianta; la probabilità e le conseguenze del trasferimento di geni dalla pianta ai microorganismi; la potenziale evoluzione della resistenza negli organismi bersaglio; i potenziali effetti sugli organismi non bersaglio; i processi biogeochimici come i cambiamenti nella composizione del terreno, nonché il potenziale impatto delle tecniche di coltivazione, gestione e raccolta della piante Gm». All’esame, infine, è anche la verifica dell’allergenicità delle colture Ogm, verifica che va fatta caso per caso, dal momento che «non esiste un singolo test per valutare l’allergenicità di un alimento o mangime Gm» (Efsa).

Su tutto ciò vige l’incertezza, ma i poteri forti, nonostante tutto, spingono per la liberalizzazione, per cui state in guardia, informatevi e passate la voce!

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, luglio 2011