Londra, presentato il Rapporto italiani all’estero 2015: la Chiesa ci vuole meticci

12368975_1704062549812830_4033878582374347866_nConoscere per agire”, questa – spiega il presidente Pietro Molle – la mission di Comites (Comitato degli Italiani all’Estero), che lo scorso 3 dicembre, presso l’Istituto Italiano di Cultura di Londra nella centralissima Belgrave Square, ha esordito con “Italici nel mondo: il ruolo delle comunità italiane all’estero”, iniziativa all’interno della quale è stato presentato il “Rapporto Italiani all’Estero 2015” della Fondazione Migrantes ed il libro di Piero Bassetti, “Svegliamoci Italici”.

Numeri e statistiche, dunque, ma anche un’analisi attenta dei concetti di ‘italianità’ ed ‘italicità’ che, secondo l’autore del testo presentato – in passato primo presidente della Regione Lombardia – comprende “grandi sostanziali di italianità variabile”, per il quale vengono in rilievo non tanto fattori come la lingua, la continuità storica o altri elementi considerati singolarmente, né risultano utili cesure nette poiché il concetto intende rappresentare ed accogliere tutto ciò che contiene ‘tracce di italianità’ in misura anche minima. Un richiamo, dunque, che può essere di natura artistico, culinario, nostalgico o semplicemente un legame di sangue seppur quasi del tutto sopito e conservato in un cognome o una città d’origine. Il recupero per intero e senza ‘purismi’ di tutto quanto è afferente all’italianità, insomma, senza timore dei ‘meticciati’: è questo il punto di incontro tra Bassetti, già presidente delle Camere di Commercio nel Mondo, e i rappresentanti di Migrantes, Delfina Licata, curatrice del rapporto, e don Antonio Serra, coordinatore delle Missioni Cattoliche di lingua italiana in Gran Bretagna.

Prima di proporre”, ha spiegato Molle, “è necessario capire e far capire: ecco il senso dell’incontro di oggi, che è soltanto la premessa al nostro impegno futuro”.

L’emigrazione italiana nel mondo, quindi, e i 101.297 italiani (44.542 donne e 56.755 uomini) che da gennaio a dicembre 2014 hanno spostato all’estero la propria residenza, portando a ben 154.532 unità (+3,3%) le iscrizioni totali e portando il valore assoluto degli iscritti all’Aire (Anagrafe Italiani Residenti all’Estero), principale fonte statistica della ricerca, a 4.636.647.

Un dato, conferma il console generale d’Italia a Londra Massimiliano Mazzanti, anch’egli presente all’incontro, che “rappresenta soltanto la punta di un iceberg”. Secondo Mazzanti, infatti, solo una piccola parte degli italiani residenti fuori dai confini rispettando la regola dell’iscrizione entro i 90 giorni, la maggior parte, invece, ‘emergono’ anche dopo molti anni di permanenza e, se la presenza nel Regno Unito risulterebbe pari a 260mila iscritti circa, secondo il console la stima che è possibile azzardare supererebbe abbondantemente il mezzo milione di presenze, sfiorando addirittura le 800mila unità.

Una comunità che sta aumentando a vista d’occhio e che soprattutto nella capitale inglese dà evidente mostra di sé, dal momento che in ogni angolo di strada ed ogni attività commerciale è quasi sempre possibile incontrare un italiano a lavoro o a passeggio.

E trova conferma nei numeri anche la tradizionale emigrazione dal sud Italia, che in assoluto – Sicilia in testa – rappresenta oltre la metà degli italiani all’estero (51,4%), contro il 33,2% dei settentrionali ed il 15,4% che proviene invece dal centro Italia. Quanto alle destinazioni, Europa (53,9%) e America (40,3%) sono i continenti che ospitano il maggior numero di italiani. La Germania, con oltre 14mila trasferimenti, seguita dal Regno Unito (oltre 13mila), dalla Svizzera (11mila) e dalla Francia (9mila), sono state le mete privilegiate quest’anno.

Il nuovo identikit dell’emigrante medio è quella di un uomo, celibe, tra i 18 e i 34 anni, partito dal nord Italia (Milano e Lombardia principalmente), in continuità con il progressivo avvicinamento dei dati tra nord e sud negli ultimi anni. Quanto al genere, soltanto il Friuli registra un maggior numero di partenze femminili.

Considerando l’ultimo decennio, si è passati dai 3 milioni di iscritti all’Aire nel 2006 agli oltre 4 milioni e mezzo di iscritti nel 2015, con una crescita del 49,3%.

Il rapporto, che si serve anche dei dati relativi a laureati e dottori di ricerca, evidenzia la cosiddetta ‘fuga dei cervelli’, che è sicuramente una realtà ma non è, secondo Delfina Licata, quella più rappresentativa dell’emigrazione italiana, all’interno della quale altri sono i fattori distintivi ed alla quale si sta aggiungendo l’emigrazione di molti pensionati in cerca di un tenore di vita che nel nostro paese non sono in grado di avere.

Una Chiesa che cammina insieme con la comunità tutta, in linea con le direttive del Concilio Vaticano II”: questo secondo Perego il ruolo del Vaticano nel panorama appena descritto, con 366 Missioni Cattoliche di Lingua Italiana (MCI) all’estero, distribuite in 39 nazioni su tutti i continenti.

Il concetto di cittadinanza si perde nell’identità locale che risulta un legame molto più forte per gli italiani all’estero”, spiega Licata, introducendo il concetto di “approccio glocale” ripreso subito da Bassetti. “Ci si sente cittadini del mondo”, spiega l’autore di “Svegliamoci Italici”, un mondo che non è più quello degli Stati nazionali nato da Westfalia, ma quello in cui frontiere e confini tendono a svanire e prevalgono invece le relazioni di rete, come dimostrano le oltre 200 associazioni nel mondo che portano nel proprio nome l’identificazione ad una realtà locale”. Ecco perché, secondo Bassetti, è necessario “rispettare il valore del meticciato e dell’ibridazione, che non postula il tradimento della purezza d’origine”. Diversi gli argomenti a sostegno del ragionamento, non tutti rigorosamente in linea con la tesi iniziale. “Siamo meticci nell’ordinamento militare: non esiste più la sacralità dell’appartenenza nazionale”, dichiara evidenziando il ruolo oggettivamente sempre più ristretto degli Stati all’interno degli organismi e delle alleanze internazionali. “La Chiesa è avvantaggiata dalla mancata definizione territoriale della sua dottrina”, prosegue Bassetti che, in un esempio apparentemente di segno opposto, indica come paradigma anche la comunità ebraica, capace di perdurare nel tempo nonostante la diaspora mantenendo viva la propria identità. “No, dunque, alle vecchie risposte nazionaliste. Si al meticciato”, conclude lo scrittore, che non manca di tessere le lodi dell’impero inglese, capace di “tenere l’India con 100mila uomini, grazie all’infiltrazione delle élite”. Peccato che né un impero né la fortemente identitaria comunità ebraica siano un esempio troppo calzante di meticciato e della necessità di un mondo senza frontiere.

Londra, “riapre” ex Casa del Fascio, ieri inaugurazione a Charing Cross

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“Ambizione aggressiva” ed iniziative “strumentali”: questa secondo Alfio Bernabei, membro dell’Anpi ed organizzatore della mostra “Mussolini’s folly: farce and tragedy in Little Italy”, la valenza dell’acquisto, nel 1936, della Casa del Fascio di Londra niente meno che al numero 4 di Charing Cross Road, pieno centro della capitale inglese, a due passi da Trafalgar Square.

6Autore del documentario “Dangerous characters” per Channel 4 e del libro “Esuli ed emigrati italiani nel Regno Unito 1920-1940”, Bernabei inquadra così la decisione dell’allora ambasciatore italiano Dino Grandi di procedere, grazie alla raccolta fondi fatta dalla comunità italiana in Inghilterra, al trasferimento del Fascio di Londra (il “fascio primogenito all’estero”, nato nel 1921, un anno prima della Marcia su Roma), che era già stato ospitato in Great Russel Street e poi in Greek Street, negli oltre mille metri quadrati di Charing Cross, evento esaltato da L’Italia Nostra, “Organo ufficiale dei Fasci Italiani nelle Isole Britanniche” nel numero del 27 novembre 1936.

“Si trattava di iniziative necessarie ad annettere la comunità italiana”, commenta Bernabei, che però ammette: “gli italiani emigrati si sentivano ora più rispettati dagli inglesi” ed erano tutti intenti ad attuare gli indirizzi del regime fascista che li invitava a “non genuflettersi più, rappresentando il nuovo senso di dignità italiana, persino per chi era un semplice cameriere”.

Presente all’inaugurazione della mostra fotografica, che proseguirà fino al 15 dicembre, anche Giulia Romani, console presso il Consolato Generale d’Italia a Londra, e Simone Rossi, presidente della sezione londinese dell’ Anpi.

12Tesa a tramandare “la memoria” dei tragici eventi della seconda guerra mondiale nelle intenzioni degli organizzatori ed ospitata da quella che attualmente è una libreria strutturalmente ancora identica all’edificio dell’epoca, l’interessante esposizione racconta e nasconde però molto altro. E per capirlo è utile leggere alcuni passi di un emigrante italiano, Callisto Cavalli di Lugagnano Inferiore di Monchio, che nel suo libricino “Ricordi di un emigrante”, ripreso da Huges Colin nel suo “Lime, lemon & salsaparilla – The italian community in South Wales 1881-1945”, scrive: “Molti anni prima che io mi iscrivessi, il fascismo aveva preso piede a Londra e molti miei connazionali che ci risiedevano, tra cui la gente migliore della comunità, si erano iscritti al partito”. E ancora: “Prima del fascismo, tutti i governi italiani si erano curati ben poco – per non dire affatto – delle migliaia di persone emigrate: adesso le cose erano cambiate. Il governo fascista aiutò veramente i connazionali all’estero e per quanto fu possibile, ne favorì il benessere. Grazie al governo fascista, decine di scuole serali avevano aperto solo a Londra, per i figli degli emigrati che erano nati a Londra e che così potevano imparare la nostra lingua madre” (molte scuole vennero aperte in tutto il regno, compreso ad esempio il Galles, grazie al patrocinio del Consolato italiano di Cardiff). “Gli italiani di Londra”, conclude l’emigrante, “fascisti o non fascisti, non avevano mai mostrato tanto entusiasmo per la madrepatria come a quel tempo”.

3Riflessioni sulle quali è inevitabile soffermarsi, come sull’intero contesto in cui si verificarono gli eventi. Fa pensare, effettivamente, come, in seguito alle sanzioni della comunità internazionale contro l’Italia per l’attacco in Etiopia, anche gli italiani all’estero vollero contribuire fattivamente alla raccolta di beni a favore della madrepatria, come dimostra il numero de “L’Italia nostra” del 17 gennaio 1936: ben 18.480 sterline raccolte tra gli italiani di tutto il Regno Unito in oro e denaro contante.

Così come è necessario riflettere su quella frase, favorire il benessere degli italiani all’estero, che significò l’organizzazione da parte del governo fascista, non solo di corsi di lingua, ma anche di viaggi per gli italiani, di strutture sindacali ed assistenziali, di eventi sportivi, di iniziative culturali.
Numerose sedi con funzioni analoghe, infatti, aprirono in tutto il Regno Unito: a Cardiff, Bristol, Glasgow, Belfast, Greenhock, Edinburgo, Swansea, ecc. e tutte con le medesime finalità. Famoso è, il 5 giugno del 1939, il concerto del tenore di fama internazionale Beniamino Gigli presso la Casa del Fascio londinese, che si esibì davanti ad oltre 500 persone insieme a Maria Caniglia, in occasione della visita per la stagione d’opera al Covent Garden e l’incisione di un disco.

7Così come potrebbe colpire il fatto che a presiedere il fascio londinese vi sia stato anche Guglielmo Marconi, inventore del telegrafo, che in una famosa frase del resto dichiara: “Rivendico l’onore di essere stato in radiotelegrafia il primo fascista, il primo a riconoscere l’utilità di riunire in fascio i raggi elettrici, come Mussolini ha riconosciuto per primo in campo politico la necessità di riunire in fascio le energie sane del Paese per la maggiore grandezza d’Italia”.

Due ristoranti, una grande sala per gli eventi, la redazione del giornale “L’Italia nostra”, la sede dei “Giovani Italiani all’Estero” ed anche del Fascio Femminile di Londra (a dispetto di chi parla di esclusione delle donne dalla vita pubblica sotto il fascismo) erano stati adibiti in Charing Cross.

Un grande sforzo teso naturalmente anche a propagandare l’idea fascista in Gran Bretagna, il che attirò le attenzioni degli 007 inglesi senza evidentemente allarmare più di tanto, tenuto conto delle parole di apprezzamento per il regime persino da parte di Churchill che, prima del conflitto, in visita a Roma, affermò che, se fosse stato italiano, sarebbe stato certamente fascista.

11La sede, d’altronde, terminò la sua missione soltanto con la dichiarazione di guerra italiana, in seguito alla quale venne sequestrata e migliaia di civili italiani vennero internati senza alcuna colpa e deportati nelle ex colonie inglesi d’oltremare, nonostante molti avessero avuto addirittura figli o parenti nell’esercito inglese. Anche su Wikipedia è possibile “scoprire” che: “I paesi di entrambi gli schieramenti applicarono l’internamento di cittadini originari dei paesi nemici”. E così, anche nella democraticissima Inghilterra, i diritti civili e politici dei civili italiani vennero negati e le proprietà di molti vennero addirittura confiscate. Del resto, non si registra risarcimento alcuno per il sequestro della sede di cui sopra, acquistata con soldi italiani, né è mai ricomparsa la statua di Giulio Cesare presente al suo interno. L’Italia, in verità, attende anche scuse ufficiali in seguito al ben più triste evento dell’affondamento dell’ Arandora Star, nave salpata da Liverpool con a bordo oltre 1500 internati da deportare tra i 16 ed i 75 anni, tra cui appena 85 prigionieri di guerra e, dunque, quasi per intero, stracolma di civili di nazionalità nemiche che, per mancanza di spazio, 5dormivano sui pavimenti. Ed è anche a causa del sovraccarico ed un numero insufficiente di scialuppe, che in seguito al siluramento della nave da parte tedesca (che aveva scambiato la nave per un carico di armi), morirono oltre 800 persone tra cui ben 446 italiani.

Pezzi di una storia sicuramente da riscrivere, come dimostra puntualmente ogni involontario approfondimento dei tanti aspetti del secondo conflitto mondiale e delle sue cause.

L’International New York Times dimentica l’egemonia americana e accusa l’Iran

iran-150304090504.jpg“L’Iran nella storia: tendenza all’egemonia”. Titolava così venerdì scorso, in prima pagina, l’International New York Times un approfondimento sul paese che rappresenta un po’ l’incubo per eccellenza della diplomazia israeliana, il quale continuamente preme sull’alleato d’oltreoceano per intervenire militarmente contro di esso mettendolo in guardia rispetto agli accordi in merito allo sviluppo a fini civili dell’energia nucleare. La diplomazia, con i nemici, è una logica superflua: una linea che da sempre appartiene ad Israele e spesso imposta agli Usa, capillarmente controllati nella loro politica estera dalle lobby pro-Israele che influenzano il Congresso.

Ed il pezzo raffinato scritto a sei mani da SonerCagaptay, James F. Jeffrey e MehdiKhalaji è una risultante esplicita di queste logiche di pressione esercitate spesso a mezzo stampa.

«L’Iran non rinuncerà alla sua rivoluzione», questo il messaggio delle tre firme illustri: né più né meno che le parole della “diplomazia” israeliana.

Esperto di nazionalismo turco e relazioni tra Usa e Turchia, Cagaptayè uno studioso americano di origini turche la cui opinione in materia è molto influente a Washington, dove dirige un centro studi. Jeffrey, invece, è un diplomatico, esperto di politiche energetiche e sicurezza nel Medioriente, già ambasciatore americano in Iraq e Turchia ed ufficiale dell’esercito, ben visto dalle amministrazioni repubblicane. Khalaji, infine, è uno scrittore americano di origini iraniane.

L’essenza della loro posizione è riassunta in queste frasi sparse nel corso della dissertazione: «non è la religione ma l’ambizione imperiale che guida la politica estera iraniana», perciò «non aspettatevi che l’Iran comprometta i suoi principi», dal momento che«il governo attuale dell’Iran ancora porta l’impronta di una lunga storia imperiale e di lontane ambizioni regionali della Persia»,«cerca di far valere il suo predominio nella regione e non giocherà secondo le regole».

All’interno del pezzo troviamo un excursus storico che parte dalle ambizioni di influenza regionale dell’ex Persia dal XVI al XVIII secolo, il ruolo guida del paese all’interno della comunità sciita ma anche le alleanze con non realtà sunnite o addirittura non islamiche (come i cristiani armeni in Azerbaijan) per arrivare alla rivoluzione islamica del ’79: tutto per smania di potere, secondo i tre.

«Il mondo», spiegano ad un certo punto, «ha convissuto con diversi poteri di natura egemonicain passato. Russia, Francia, Germania, Gran Bretagna e Giappone hanno avuto aspirazioni simili prima del primo conflitto mondiale. Fu proprio questo fattore a spingere il mondo alla guerra nel 1914 e ancora nel 1939. La Germania nazista cercò di dominare l’Europa dall’oceano Atlantico al fiume Volga, riducendo gli altri paesi a stati vassalli e stabilendo un controllo totale a livello militare, economico e diplomatico. Sulla scia di questa rovina e caos, l’ordinamento voluto nel secondo dopo guerra dagli Stati Uniti stabilì regole per la comunità internazionale pertentare di mantenere il potere sotto controllo».

Dall’elenco di paesi con aspirazioni egemoniche nella storia, ovviamente, mancano gli Usa, il che è francamente il lato dell’articolo più esilarante nella sua “genuina” funzione propagandistica. Gli Usa pacificatori e tutori della democrazia mondiale, salvatori dell’ordine internazionale ed, a quanto pare, della sovranità dei singoli paesi dal pericolo rappresentato da quei paesi che tentano di imporre la propria influenza sugli altri.

Quanto queste considerazioni siano in contraddizione e quanto siano paradossali tenendo contro della storia e dell’imperialismo americano non è neanche necessario dimostrarlo, dal momento che l’influenza americana sull’Occidente, sull’Europa, sul Giappone e la sua volontà di estendere questa egemonia all’est Europa da che l’Urss non esiste più è un fatto che soltanto occhi accecati dall’ideologia possono non vedere.

L’Iran forse ha aspirazioni egemoniche. Le avrebbe legittimamente. Sicuramente più di quanto possano pretendere di averle Israele o gli Usa all’interno di un’area che è portatrice di una cultura del tutto diversa da quella occidentale. Non sarebbe e non è nulla di innaturale o di immorale. Che tutto questo venga utilizzato per screditare la credibilità dell’Iran è quindi del tutto assurdo. Prova soltanto di un egemonia contestata soltanto per far posto ad un’egemonia estranea quale quella occidentale.

Quanto al tentativo di identificare l’Iran come il faro del terrorismo islamico internazionale e della jihad, sottolineando i suoi legami con Hamas, dopo che gli Usa hanno armato tutti i terroristi che si sono finora susseguiti nell’area è soltanto l’ennesimo segnale della volontà di nascondere la verità.

A Milano il cardinale Onaiyekan: “Boko Horam uccide anche mussulmani”. Ma il martirio cristiano non meritava il silenzio

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«Verrà l’ora in cui chiunque vi ucciderà crederà di rendere culto a Dio. E faranno ciò, perché non hanno conosciuto né il Padre né me». Giovanni 16, 2-3.

Potrebbe apparire secondario, ma non fu l’ateismo, l’ignoranza o la cattiveria in una delle sue forme più stereotipate ad uccidere Gesù Cristo. A volerne e chiedere insistentemente la condanna a morte per crocifissione fu, al contrario, l’integralismo ebraico e, dunque, l’integralismo religioso, che d’altronde è l’oggetto principale degli attacchi del profeta del Cristianesimo nei vangeli canonici.

«Risposero i Giudei: ‘Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per la bestemmia e perché tu, che sei uomo, ti fai Dio’». (Gv 10, 33).

Come abbiamo visto, in effetti, quando Gesù Cristo profetizzava la persecuzione dei cristiani, in seguito alla persecuzione che Egli stesso subiva, il riferimento al fanatismo religioso è esplicito.

Ecco perché l’incontro avvenuto due giorni fa nel Duomo di Milano con il cardinale ed arcivescovo di Abuja, capitale della Nigeria, John Olorunfemi Onaiyekan, è stata probabilmente un’occasione mancata per parlare del martirio dei cristiani nel paese africano, perseguitati per la loro fede dagli estremisti islamici del gruppo di Boko Haram che, letteralmente, si traduce come proibizione della formazione e cultura occidentale in quanto falsa e peccaminosa.

Una considerazione sincera che non nasce certo dalla pur ovvia attenzione “giornalistica” per la cronaca, né dalla rilevanza politica della questione o da una giustificata volontà di condivisione e dall’interesse per la situazione da parte dei fedeli nella medesima Chiesa e dunque comunità che, in Nigeria, vive sotto attacco. La considerazione, in realtà, viene spontanea proprio in considerazione dalla centralità che ha il martirio nella storia, nella fede e nella tradizione cristiana e del quale proprio Gesù Cristo, torturato ed assassinato per motivazioni religiose, è in effetti il primo martire.

«Se il mondo vi odia, sappiate che prima di voi ha odiato me» (Gv, 10, 18).

Ecco perché l’incontro del settantunenne cardinale nigeriano con la città di Milano, risoltosi con una – poco approfondita quanto surreale, viste le circostanze – lezione di storia dell’Africa, della Nigeria e del proselitismo cristiano in quelle terre, avrebbe potuto probabilmente lasciare molto di più dal punto di vista della testimonianza “religiosa” a tutto vantaggio anche di quella “laica”.

E, invece, delle sofferenze dei cristiani – che peraltro nel paese non sono certo una minoranza rappresentando circa la metà della popolazione – semplicemente non c’è traccia, testimonianza o racconto. Neanche un accenno alle cronache ma soltanto qualche dichiarazione generale pur condivisibile su Boko Haram a margine dell’incontro, introdotto dal cardinale ed arcivescovo di Milano Angelo Scola.

Eppure le premesse sembravano buone: «per noi, figli di un Dio incarnato, il quotidiano è un piano imprescindibile», ha esordito il cardinale creato da Benedetto XVI.

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«Come in Iraq e Siria c’è l’Isis, nel Maghreb c’è Al Qaeda e da noi c’è Boko Haram: è lo stesso fanatismo, la stessa ideologia violenta di una pericolosa minoranza», ha spiegato. «Boko Haram», ha infatti proseguito in seguito, «non rappresenta la comunità islamica nigeriana, che condanna le violenze. E, forse, uccidono più mussulmani che cristiani, dal momento che agiscono in zone a maggioranza mussulmana».

«Non nego che ci sia una persecuzione dei cristiani», aveva del resto dichiarato in una intervista di Gian Micalessin per Il Giornale, «nego che i Boko Haram uccidano solamente i cristiani. Hanno ucciso imam e musulmani. E distruggono tutte le moschee in cui si predica qualcosa che non va bene a loro».

Un approccio del tutto diverso, ad esempio, da quello del vescovo luterano Nemuel A. Babba che, a fronte di oltre cento chiese attaccate in sei anni, sostiene:  «I cristiani sono in maniera specifica presi di mira da Boko Haram. Questo non significa negare che i musulmani vengano attaccati e uccisi, ma i cristiani soffrono le perdite più alte», spiegando anche come «la presenza di questo gruppo militante ha eroso la fiducia fra cristiani e musulmani» anche a causa della difficoltà, per un cristiano, di capire molti mussulmani  dicano «la verità sul volersi sbarazzare di Boko Haram. Dinamiche simili avvengono nel governo, nei partiti politici e nelle forze armate».

Più simile a quella del cardinale, invece, è la lettura del missionario comboniano Elio Boscaini, voce storica della rivista Nigrizia, che dichiarava su Panorama: «Boko Haram non riconosce neanche le autorità tradizionali musulmane in Nigeria e ormai le considera traditrici, quasi al pari dei cristiani e del governo centrale».

«Certo», tornando all’incontro all’interno della cattedrale meneghina ed alle parole del presule, «i mussulmani moderati non possono più limitarsi a prendere le distanze: solo loro possono parlare ai mussulmani di Boko Haram, che non ascolterebbero mai un cristiano. E sono quindi loro che hanno il dovere di dirgli che ciò che fanno è contro l’Islam».

Rifiuto dello scontro di civiltà, dunque, e forte responsabilizzazione della comunità islamica nigeriana nella soluzione della vicenda: questa, in sintesi, la posizione di SE Onaiyekan, che mostra soddisfazione e tiene molto a sottolineare il rigetto crescente della comunità islamica nei confronti del fanatismo religioso (ricordando anche un partecipato incontro in Giordania alla presenza di re Abdullah II, a sua volta impegnato contro l’Isis), ma anche la collaborazione dei capi religiosi nigeriani nell’affrontare la questione e del mondo arabo in generale che sta tentando di dare anche una risposta teologicamente fondata.

«Ci sono molti tentativi di autocorrezione in corso e, seppur siano poco pubblicizzate in Occidente, noi cristiani dobbiamo apprezzarli», ha esortato.

Un tono certamente meno aspro di quello usato nelle ore precedenti l’incontro, di fronte ai giornalisti che lo incalzavano sul tema: «Anche se un padre ha un figlio che diventa ladro, non potrà mai negare che è suo figlio», aveva detto in conferenza stampa in una sorta di legittima riproposizione della dialettica Brigate Rosse – Partito Comunista Italiano.

«Dico sempre ai miei amici musulmani che loro devono accettare di essere responsabili di questa gente», aveva aggiunto alzando poi ulteriormente i toni: «Io dico sempre che non basta condannare Boko Haram, perché che cosa insegna l’islam nelle sue scuole in Nigeria? A non rispettare le altre religioni. Se questo è il discorso normale, se i bambini crescono così, poi è chiaro che si crea un terreno fertile per l’emergere di Boko Haram o dell’Isis o di al-Qaeda. Il problema, quindi, non è solo Boko Haram ma l’atteggiamento dei musulmani in generale, che non rispettano le altre fedi. Come è emersa questa ideologia mondiale? Questo i musulmani devono chiederselo per porvi rimedio».

«Molti musulmani oggi», aveva del resto dichiarato a Il Giornale, «si formano seguendo un’idea religiosa molto intollerante. Dal loro punto di vista l’Islam è l’unica religione giusta, frutto degli insegnamenti e della predicazione di un Profeta superiore a tutti gli altri. Secondo queste convinzioni il volere di Allah deve valere per tutta l’umanità. Questo modo di pensare equivale a sostenere che qualsiasi altra religione è falsa. Infatti molti musulmani accusano noi cristiani di non essere più monoteisti, ma triteisti. Quanto viene insegnato nelle madrasse (scuole coraniche) e nelle mosche è il vero problema. Anche se bisogna ricordare che alcuni gruppi di cristiani nutrono lo stesso atteggiamento verso l’Islam».

Affermazioni anche queste condivisibili, se non fosse che il cardinale stesso ricorda, anche nell’incontro coi milanesi: «sia il Cristianesimo che l’Islam sono caratterizzati dalla pretesa universalista». Del resto, non è certo dell’Islam il monito «extra Ecclesia nulla salus« («nessuna salvezza fuori dalla Chiesa») o la pretesa che il proprio profeta sia superiore agli altri visto che, anzi, tutto il contrario.

E sulla gestione politica della vicenda arriva un’altra esortazione, stavolta più spicciola, che sa di accusa (legittima) al governo nigeriano guidato dal presidente cristiano Goodluck Jonathan: «L’ideologia di Boko Haram si sconfigge con la teologia e non soltanto con la forza ma il governo deve comunque fare il suo lavoro e rispondere con le armi agli attacchi». «Noi abbiamo i mezzi, i soldi e le armi, ma fino ad ora ci è mancata la volontà politica», ha sancito Onaiyekan, che ha fatto anche sapere di non fidarsi molto dell’utilità della comunità internazionale e di non auspicare un intervento di questo «strano animale» che si muove «solo per interessi personali».

«Se ti trovi davanti un Boko Haram», chiarisce giustamente al quotidiano fondato da Montanelli, «come pensi di fermarlo con un Ave Maria? O con l’acqua santa? Loro sono armati, pronti a sparare e ad ammazzare persone innocenti. Chiedere di fermarli è in linea con il principio morale cattolico che impone di fermare un aggressore ingiusto».

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Analoghe critiche ai governi che si sono succeduti giungono, del resto, da diverse parti: «sotto la presidenza Obasanjo, tra il 1999 e il 2007, non è stato fatto niente per avvalorare certi principi costituzionali di laicità quando Stati federali come Zamfara (attualmente nella zona controllata da Boko Haram, ndr) hanno decretato l’applicazione della sharia», ricorda Wole Soyinka, scrittore nigeriano e Nobel per la letteratura nell’86, intervistato da Le Journal du Dimanche.

In effetti, il governo, che ora promette un’operazione di “pulizia” in sole sei settimane, complici forse le elezioni alle porte, si è rivelato del tutto (forse “consapevolmente”) inetto.

In occasione della strage nel villaggio di Izghe, nello Stato del Borno, in cui almeno 106 persone sono state uccise al grido di «Allah è grande» con coltelli, machete e armi da fuoco, in cui sono stati saccheggiati magazzini e depositi ed incendiate le case, da parte dell’esercito, scriveva Repubblica già agli inizi dell’ano scorso, «Nessuna resistenza, nemmeno un poliziotto o un soldato nel villaggio, nonostante gli ultimi giorni siano stati scanditi da eccidi e decine di morti nella zona. E nonostante la “guerra” dichiarata dal presidente cristiano Goodluck Jonathan a Boko Haram e la costituzione di milizie armate di autodifesa, in cui sono entrati anche musulmani moderati, da affiancare alle forze di sicurezza».

Ma senza andare troppo indietro, l’assenza di una risposta forte si è percepita chiaramente anche nel gennaio scorso in seguito al massacro di Baga, che Amnesty International ha definito come il «più sanguinoso nella storia di Boko Horam». «Jonathan», scrive Jeune Afrique, «è andato in visita a Maiduguri, il capoluogo dello stato di Borno, il 15 gennaio, dodici giorni dopo l’inizio» della strage. «Non ha detto una parola. Eppure era già cominciato da quattro giorni quando i fratelli Kouachi hanno fatto irruzione nella redazione del settimanale francese» Charlie Hebdo, in seguito al quale il presidente si era invece affrettato ad inviare alla stampa un comunicato per esprimere la sua solidarietà e il disprezzo per il gesto.

Del resto, continua la giornalista Rémi Carayol, «Baga è stata difesa solo dalle milizie di autodifesa, mentre i soldati dell’esercito sono scappati via abbandonando le armi».

Una inefficienza dimostrata dal controllo territoriale degli estremisti: «il gruppo jihadista controlla quasi 150 chilometri di confine con il Niger, un’ampia parte delle rive del lago Ciad e quasi duecento chilometri di frontiera con il Camerun». «Dopo aver fatto scorta di armi in Libia e Sudan», aggiunge nella sua traduzione l’Internazionale (che all’argomento ha dedicato la copertina e un approfondimento nell’ultimo numero), «attraverso il Ciad, i miliziani prendono quello che gli serve nelle caserme dell’esercito nigeriano, che stanno cadendo una dopo l’altra. Il gruppo ha a disposizione carri armati, veicoli blindati, centinaia di pick-up, pezzi d’artiglieria e forse perfino armi antiaereo».

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Fondato nel 2002 a Maiduguri dal predicatore Mohammed Yusuf, Boko Horam ha iniziato la sua ascesa e radicalizzazione dal 2009, dopo la morte del fondatore e, da allora, con un incremento a partire dalla rielezione del presidente nel 2011, si stimano tra i 13mila ed i 30mila morti ed un milione di sfollati in seguito ai suoi attacchi.

E secondo alcune stime, ben 30mila sarebbero i combattenti sui quali l’organizzazione può contare per affrontare la forza congiunta dell’Unione Africana formata da soldati di Nigeria, Camerun, Benin e Ciad che dovrebbe arrivare a circa 8mila uomini.

E’ così che il gruppo, in base ad alcune stime secondo per numero di vittime solo all’Isis dal 2014 ad oggi, distintosi per crudeltà quando usò una bambina di otto anni come kamikaze, autore del tristemente famoso rapimento di duecento liceali cristiane poi vendute o costrette al matrimonio, si appresta ora a conquistare la città in cui è stato fondato, mentre la maggioranza della popolazione in Nigeria non dispone di acqua corrente ed elettricità, il governo lascia il paese in balìa delle società petrolifere, mentre le elezioni metteranno di fronte l’attuale presidente ad un ex militare, Muhammadu Buhari, 72 anni contro u 57 del presidente in carica, che su Boko Haram, lui che proviene dal nord mussulmano, in passato pare si sia distinto per ambiguità, nonostante ora ne prometta lo sbaragliamento dall’alto del suo dubbio diploma di scuola elementare.

Questo è il paese del quale il cardinale John Olorunfemi Onaiyekan – che pur propone un’analisi condivisibilissima ed imparziale, lucida e non certo funzionale alla logica occidentalista – avrebbe forse dovuto portare una testimonianza più netta, più alta, più cristiana o semplicemente più autentica, anziché raccontarci in versione Wikipedia ridotta la fiaba dell’evangelizzazione del suo paese nei secoli o la squallida competizione per le anime tra le diverse comunità cristiane (oltre che con l’Islam), cadendo per giunta nella contraddizione di ergersi a paladino dell’anticolonialismo salvo poi benedire l’avvento, grazie ad esso, del Cristianesimo, e raccontandoci pure la balla della maggioranza cattolica all’interno della comunità cristiana, smentito dai dati ufficiali.

«TTIP»: OLTRE IL COMPLOTTISMO – Scure sulla piccola e media impresa

eu-usLA NOTIZIA è passata quasi inosservata su televisioni e giornali. Qualche flash ma nessun approfondimento, niente che crei consapevolezza su un trattato che darà vita alla più grande area di libero scambio al mondo: il Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) che sta già scatenando i complottisti del web.

I complotti e i segreti, però, non sono poi così tanti.
«Portatori d’interesse» che «operano su base volontaria e gratuita», spiega il sito della Commissione Europea. Lobbisti, dunque che trattano per ridurre ulteriormente le barriere tariffarie ma, soprattutto, per ridurre le barriere non tariffarie. Normative e regolamenti statali che limitano o negano l’accesso al mercato di un prodotto proteggendo il mercato interno.

La discussione va avanti dallo scorso anno, col permesso del governo Letta. L’ultimo incontro a maggio, ad Arlington (Virginia, Usa), a ridosso delle elezioni europee. Usa e Ue, rappresentate da Dan Mullaney ed Ignacio Garzia Bercero, contano di concludere i lavori entro la fine del 2014, anche se molti parlano di fine 2015.
Al centro del dibattito: accesso al mercato per i prodotti agricoli e industriali, appalti pubblici, investimenti materiali, energia e materie prime, misure sanitarie e fitosanitarie, servizi, diritti di proprietà intellettuale, imprese di proprietà statale.

Liberismo oppure no: i pro e i contro stanno tutti qui.
Non in qualche oscura misura che affamerà d’un tratto popoli e imprese, ma nel suo liberismo estremo: qui sta l’imbroglio del Ttip, che non è un punto di non ritorno come Gatt e Wto, ma è senz’altro l’ennesimo stadio della globalizzazione. È per questo che considerare l’accordo una sorta di «Nato economica», magari in funzione anticinese, come hanno fatto in molti, tra cui il segretario di Rifondazione Comunista Paolo Ferrero, vuol dire sminuirne il significato più ampio.

Usa ed Europa, spiega il dipartimento italiano dell’American Chamber of Commerce, «rappresentano circa il 50 per cento del PIL mondiale e il 30 per cento degli scambi commerciali» e con questo accordo «l’export europeo verso gli Stati Uniti dovrebbe aumentare del 28,03 per cento (circa 187 miliardi di euro) mentre quello americano verso la Ue del 36,57 per cento (159 miliardi di euro)». In sintesi: più prodotti americani in Europa, maggiore concorrenza per le stremate imprese europee, ulteriori vantaggi soltanto per chi è già forte nelle esportazioni come la Germania, spinta al ribasso per salari e diritti in nome della produttività.

«Un’opportunità per tutti», titola Limes che però ammette: «Non va fatto troppo affidamento su queste stime, in quanto è molto difficile calcolare ex ante l’impatto di tale accordo», riferendosi alle stime ottimistiche che rimbalzano sui giornali di settore come il Sole 24 Ore. Sottolinea in effetti Il Manifesto: secondo «l’analisi del più recente studio finora realizzato sul Ttip, a cura dell’Öfse, uno dei più autorevoli centri di ricerca austriaci […] gli aumenti in termini di Pil e di salari reali, secondo i quattro paper sopracitati, vanno dallo 0.3 all’1.3 per cento nel corso di un “periodo di transizione” di 10-20 anni. Anche prendendo come valide queste stime, stiamo parlando di una crescita annuale che va dallo 0.03 allo 0.13 per cento l’anno. Briciole».

Inoltre, «per quanto riguarda l’impatto del Ttip sul volume degli scambi commerciali, l’Öfse riconosce che è prevedibile un  aumento delle esportazioni dell’Ue nel suo complesso, ma sottolinea che a beneficiare di questo incremento saranno soprattutto i grandi gruppi industriali, a scapito delle Pmi». Infatti, «secondo i dati forniti dall’ Organizzazione mondiale del commercio le imprese italiane che esportano sono 210 mila, ma sono le prime dieci che detengono il 72 per cento delle esportazioni nazionali e che dunque beneficeranno maggiormente del Ttip. Gli autori, inoltre, prevedono che l’ingresso di prodotti statunitensi a basso costo sul mercato europeo ridurrà notevolmente il commercio intra-europeo (addirittura fino al 30 per cento)».

Come volevasi dimostrare.

La risposta alle interpellanze parlamentari dell’ex sottosegretario – oggi vice-ministro – per lo sviluppo economico, Claudio De Vincenti, è stata piena soltanto di slogan. A rivolgersi al governo, nel novembre scorso, sono Luis Alberto Orellana, senatore ex Movimento 5 Stelle, e la «cittadina» Tiziana Ciprini, che argomenta in maniera raffinata: «gli USA fanno già parte dell’American Free Trade Agreement (NAFTA) e del Central America Free Trade Agreement (CAFTA) e hanno già avviato i negoziati per due nuovi accordi: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione europea e la Trans Pacific Partnership (TPP) con vari paesi dell’Asia; grazie a questi trattati gli USA si troveranno al centro di una vasta zona di libero scambio che renderà vantaggioso per le aziende estere spostare la produzione negli Stati Uniti, sia per alimentare l’enorme mercato interno, sia per riesportare in tutti quei Paesi che hanno accordi di libero scambio con gli USA».

Si tratta insomma di gettare il nostro tessuto produttivo, formato da piccole e medie imprese, in mano agli squali multinazionali. Lo chiede l’Europa.
Fra parentesi: cosa si farà per la questione Ogm, consentiti negli Usa ma non qui da noi?

«Alcuni dei guadagni», spiega Michael J. Boskin, della Stanford University e già collaboratore di G. Bush, «possono andare a scapito di altri partner commerciali. Anche all’ interno di ogni Paese, nonostante gli utili netti, ci sono alcuni perdenti».
Il sospetto è che i perdenti non saranno di certo gli Usa, che i conti in tasca, al contrario nostro, sanno farseli bene. Liberisti che salvano banche di fatto stampando moneta, ben avviati verso la ri-manifatturizzazione con buona pace dei vantaggi comparati: «Il rimpatrio degli investimenti americani dalle aree un tempo considerate ad alto vantaggio comparato è già in corso e raggiungerà presto percentuali che vanno dal 20 al 35 per cento», osserva Confindustria in uno studio sul Ttip.
Il mercato degli appalti pubblici statunitensi, evidenziano del resto gli industriali, «è aperto alle imprese europee soltanto per poco più del 30 per cento, con regole diverse a livello federale e statale, un’applicazione non uniforme dell’accordo WTO sugli appalti pubblici, clausole “Buy American” ed altre restrizioni». Non che gli Usa non abbiano sottoscritto l’accordo Wto sugli appalti pubblici, ma ben «13 Stati non sono coperti da queste disposizioni e gli altri 37 lo applicano in maniera disomogenea».

Senza contare la normativa federale che «impedisce a compagnie aeree straniere di acquistare compagnie aeree americane», il «Jones Act» che «impedisce alle imbarcazioni non costruite negli US di operare tra porti americani», i dazi antidumping del 15,45 per cento sulla pasta italiana, il contingentamento per i formaggi di latte vaccino, il divieto di importazione di mele e pere dall’ Ue e di prodotti a base di carne bovina, le licenze speciali necessarie ai prodotti ortofrutticoli freschi, i dazi del 35 per cento sul tonno in olio d’oliva, le norme stringenti sui prodotti a base di carne importati dall’ Italia, il divieto di importazione di bevande alcoliche per operatori non statunitensi, i 18 Stati su 50 che esercitano monopoli vari, i dazi superiori al 20 per cento (in un complesso di  linee» che all’ 85 per cento sono comprese nella fascia tra 0 e 10 per cento) per la frutta secca, l’abbigliamento per bambini, il settore calzaturiero, i veicoli per trasporto merci, parte del settore dell’abbigliamento.

«Froci» col culo degli altri.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, giugno 2014

«Gesù è spazzatura», esplode il razzismo ebraico a pochi giorni dell’arrivo del papa

gesù è spazzatura«Re David appartiene agli ebrei, Gesù è spazzatura»: questa, apparsa sulle mura della chiesa di Hahoma Hashlishit a Gerusalemme, è soltanto una delle tante scritte anticristiane, ad opera di “estremisti” ebrei, che in queste settimane hanno vandalizzato edifici e chiese in Israele, a pochi giorni dalla visita di Papa Francesco in Terra santa.

Il sentimento fortemente anticristiano in Israele, del resto, non è un fenomeno che nasce da un giorno all’altro, anzi: gli atti di vandalismo – che a parti inverse sarebbero chiamati atti di razzismo – da parte degli estremisti ebrei contro i cristiani in Israele non hanno mai accennato a placarsi pur senza fare notizia.

E se gli accenti fortemente anti-arabi sono cosa abbastanza nota a chi non si nutre solo di telegiornali, passa invece più facilmente sotto silenzio il razzismo che colpisce i cristiani, molto più politicamente scorretto e sconveniente visto che il conservatorismo europeo e statunitense considera Israele parte di un unico “fronte” insieme all’occidente. Tutti contro l’estremismo islamico, nemico della democrazia e della civiltà.

Ma a rompere per una volta il velo d’ipocrisia è il patriarca di Gerusalemme Fouad Twal, che ha denunciato proprio in questi giorni il clima pesante che si respira. Un tentativo che i media italiani hanno accolto a dir la verità freddamente, riportando lo stretto indispensabile, senza mettere troppo in evidenza la questione relativa all’estremismo ebraico.

Basti leggere il lancio dell’Ansa: «Atti anticristiani Israele, sos di Twal – Patriarca Gerusalemme, ‘Avvelenano atmosfera visita Papà». Ma chi sarebbero gli autori di questi atti vandalici? Un mistero che si disvelerà nel corpo dell’articolo? Non esattamente: «I recenti anti di vandalismo anticristiani – scrive l’Ansa – ‘avvelenano l’atmosfera di coesistenza e cooperazione, in particolare a due settimane dalla visita di papa Francesco’. Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal, la più alta autorità cattolica in Terra Santa. ‘Non abbiamo paura, il pontefice non ha paura e gli apparati di sicurezza dei tre paesi che si appresta a visitare funzionano. E poi – ha aggiunto Twal riferendosi alla prossima visita del papa – c’è anche la protezione divina’»[1].

Di ebrei colpevoli neanche l’ombra; cosa sia successo e per colpa di chi rimane un interrogativo. Siamo all’11 maggio.

Il giorno seguente, in un approfondimento di Massimo Lomonaco, il quadro sembra un po’ più chiaro ed in partenza si parla di razzismo ed estremisti ebrei, anche se ancora il titolo rimane vago al riguardo («Israele: stretta contro razzismo anticristiano e arabo») e nel sottotitolo si fa addirittura riferimento ai «neonazisti locali». La logica è chiara, non conta l’ideologia, è il male in sé in qualsiasi forma che rappresenta il campo avverso, quello sconfitto nella seconda guerra mondiale. E così lo stereotipo si autoalimenta.

Per evidenziarne anche i contenuti più interessanti: «Il governo, in sostanza, sembra aver imboccato la strada che il movimento dietro i ‘price tag’ – !il prezzo da pagare” – sia definito organizzazione terroristica: una mossa definita da molti ”decisiva” per contrastare il fenomeno». E ancora: «un ufficiale di polizia avrebbe chiesto alle autorità cattoliche di rimuovere un poster gigante di benvenuto a papa Francesco apposto su un palazzo dell’Ordine Francescano vicino alla Porta di Giaffa di Gerusalemme. La motivazione dell’ufficiale di polizia sarebbe stata il pericolo che il poster potesse infiammare le passioni e condurre a nuove proteste di ebrei contrari alla visita del papa»[2].

Ancor più ermetica la notizia data sempre dall’Ansa in un altro lancio, da Gerusalemme: «I recenti atti di vandalismo anticristiani ‘avvelenano l’atmosfera di coesistenza e cooperazione, in particolare a due settimane dalla visita di papa Francesco’. Lo ha detto il patriarca latino di Gerusalemme, Fuad Twal, la più alta autorità cattolica in Terra Santa in una conferenza stampa a Haifa». Ma immediatamente, nella frase successiva, si cambia registro e si rimane disorientati: di che si parla?! «’Provo dolore – ha detto il Papa a braccio ordinando 13 nuovi preti – quando trovo gente che non va più a confessarsi perché è stata bastonata, sgridata: hanno sentito che le porte delle chiese si chiudevano in faccia, per favore – ha esortato – non fate questo, misericordia, misericordia’»[3].

Storia simile a quella illustrata poc’anzi anche per Rai News, che titola: «Israele, l’allarme del patriarca: ‘Stop a vandalismo contro cristiani’». E poi, nel sottotitolo, “spiega”: «Monsignor Fouad Twal denuncia un”atmosfera avvelenata’ a due settimane dalla visita di Papa Francesco e chiede al governo israeliano di agire contro i responsabili di atti d’odio contro i cristiani. Il ministro della Giustizia Livni: ‘Terrorismo’».

Anche qui la regola base del giornalismo, quella delle 5 W, viene bypassata: il ‘chi?’ (‘who?’) viene del tutto ignorato.

Anche nell’incipit del pezzo Rai News è molto cauta: «’Un’ondata di atti estremisti‘ che ‘avvelenano l’atmosfera di coesistenza e cooperazione’, ‘in particolare a due settimane dalla visita di Papa Francesco’. Lo denuncia il patriarca latino di Gerusalemme, Fuad Twal, la più alta autorità cattolica in Terra Santa. Nel mirino, i cosiddetti ‘price tag’ (prezzo da pagare), cioè gli atti di violenza commessi da estremisti e coloni contro arabi e cristiani».

‘Coloni’ anziché ‘ebrei’ o ‘estremisti ebrei’: suona meglio, più leggero.

E’ solo alla fine del secondo paragrafo che arriva finalmente il punto: «sospettati alcuni ebrei ultraortodossi». Ah ecco!

«Quello della Chiesa – aggiunge Rai News – è solo uno dei tanti atti contro i cristiani. È di pochi giorni fa una lettera di minacce spedita a Nazareth negli uffici del vescovo Giacinto Boulos Marcuzzo, vicario patriarcale per Israele». Il responsabile, che si è anche firmato, chiedeva ai cristiani di lasciare Israele.

«Spesso gli obiettivi dei radicali sono chiese, moschee, gruppi pacifici israeliani e persino basi dell’esercito israeliano. Il vandalismo è stato ampiamente condannato dalle autorità dello Stato ebraico e dall’opinione pubblica, mentre la polizia indaga sui fatti»[4].

Vandalismo, non razzismo. L’antisemitismo a parti inverse non è più “il più odioso dei crimini contro l’umanità” ma un fenomeno paragonabile al comune danneggiamento.

Anche Repubblica sceglie di non fare riferimento diretto ai responsabili nel titolo: «Veleni anticristiani sulla visita del Papa a Gerusalemme». Dopo un po’ è finalmente spiegato il punto: «Polizia e Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, temono che il movimento radicale ebraico che è in parte sotterraneo, potranno beneficiare del pellegrinaggio del Papa in Terra Santa dal 24 al 26 maggio per intensificare la loro campagna di intimidazioni».

«Lunedì a Gerusalemme – segnala Repubblica – è stata imbrattato il muro davanti l’ufficio dell’Assemblea degli Ordinari cattolici, edificio del Vaticano che sorge proprio di fronte alla Città Vecchia. Con lo spray è stato scritto ‘Morte agli arabi e ai cristiani’».

A chiarire il contesto e far capire che non si tratta di episodi e realtà isolate è lo scrittore israeliano Amos Oz, che racconta «dell’appoggio di certi nazionalisti, deputati razzisti e di certi rabbini che forniscono loro giustificazioni pseudo- religiose»[5].

Del resto, su circa otto milioni di israeliani, gli ultraortodossi (haredim) si aggirano tra i quattrocentomila e gli ottocentomila abitanti, con un tasso di crescita del 6% annuo, a dispetto dell’1,5% del tasso complessivo.

[1] http://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2014/05/11/atti-anticristiani-israele-sos-di-twal_e87d6a7e-a4de-419d-a7fc-41248c1b9f1e.html

[2] http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2014/05/11/ansa-israele-stretta-contro-razzismo-anticristiano-e-arabo_6e9485f9-b2bc-4040-a11d-3cdff1f74105.html

[3] http://www.ansa.it/sito/notizie/politica/2014/05/11/papa-soffro-per-chi-stato-bastonato-in-confessionale_d4854020-5a05-4953-b726-0158284c7dd0.html

[4] http://www.rainews.it/dl/rainews/articoli/patriarca-gerusalemme-stop-atti-vandalici-contro-cristiani-prima-che-arrivi-il-papa-16e3b878-9de4-4e6b-9a43-a48a49b96851.html?refresh_ce

[5] http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2014/05/12/veleni-anticristiani-sulla-visita-del-papa-a-gerusalemme14.html

Voto a maggio ma inizio legislatura dopo 7 mesi. L’Ue ci costa 15 milioni al giorno

Ue-300x210Manca poco più di un mese alle elezioni per il Parlamento europeo e, anche a causa della ovvia e giustificata prospettiva che trasforma le consultazioni in una sorta di referendum pro o contro l’Europa, è singolare quanto poco si parli di programmi e proposte. Eppure la protezione o meno del nostro mercato e dei nostri lavoratori dipendono in gran parte dall’Unione Europea.

Ma ciò che è singolare, soprattutto, è quanto poco si sappia delle istituzioni europee in generale. Poco del loro funzionamento, poco delle loro competenze, poco di chi, in breve, governa il super-stato europeo che, pure, nei tg appare come l’emblema della democraticità e del progresso.

Ebbene, guardando alle imminenti elezioni ed a ciò che ne seguirà, si potrà toccare con mano la sensazione di un realtà iper-burocratica, lenta, grigia, sorda ai bisogni ed alla sovranità dei popoli.

Un leviatano che, infatti, dopo il voto di fine maggio, entrerà in funzione soltanto a dicembre, dopo circa sette mesi, se tutto andrà “bene” e se – ipotesi non proprio scontata – i due principali schieramenti (Partito popolare e Partito socialdemocratico) avranno una maggioranza netta e non si dovrà ricorrere a larghe intese ormai di moda anche in sede europea, soprattutto ora che l’euroscetticismo dilaga e rischia di rompere le uova nel paniere.

Come ben riassumeva il quotidiano “Italia Oggi” nel numero del 3 aprile scorso, infatti, una volta eletti, i parlamentari europei cominceranno a lavorare a pieno regime soltanto dopo una lunga serie di passaggi che daranno inizio alla nuova legislatura.

«I 751 deputati eletti al Parlamento europeo – spiega Tino Oldani – si riuniranno nei primi giorni di luglio per l’insediamento del nuovo presidente eformare le nuove commissioni. Subito dopo, i capi di Stato e di governo dei 28 paesi membri dell’Union europea, riuniti nel Consiglio europeo,sceglieranno il presidente della Commissione Ue» (appartenente al partito vincente per un vincolo imposto dal Trattato di Lisbona), ruolo per cui è in corsa, tra i socialdemocratici, Martin Schultz, noto in Italia per l’attacco a Berlusconi a cui l’ex premier rispose affibbiandogli la poco onorevole definizione di “kapò”.

Dopo di che, trascorso un altro mese, il Parlamento ratificherà la scelta della figura che guidarà la commissione europea (attualmente si tratta di Josè Barroso), mentre, a fine luglio, il nuovo presidente Ue sceglierà i 28 commissari (ogni paese sarà rappresentato infatti con un commissario), ovvero la sua squadra di governo che poi, soltanto a settembre, dopo due mesi di ferie, verranno presentati singolarmente al Parlamento con apposite audizioni che termineranno con la fine del mese di ottobre.

Solo alloral’assemblea voterà la fiducia alla Commissione, che sarà in carica (salvo slittamenti dovuti alle preannunciate difficoltà di poter contare su una maggioranza stabile) dal primo novembre.

Ma non è finita.Toccherà infatti a capi di Stato e di governo nominare, l’1 dicembre (dopo un altro mese), il presidente del Consiglio europeo, altro organo Ue che rappresenta l’anima “intergovernativa” dell’unione. Soltanto a questo punto avrà pienamente inizio una nuova legislatura della durata di quattro anni.

Una macchinosità che, però, pare non essere l’unico difetto di progettazione “made in Ue”.

Tutto questo ingegnoso meccanismo, infatti, ci costa, secondo un calcolo fatto dal giornalista ed autore del libro “Non vale una lira” Mario Giordano, ben 174 euro al secondo, 15 milioni di euro al giorno.

Non solo perché «ogni deputato, sommando l’indennità (8mila euro), le spese generali (4.299 euro), il gettone di presenza di 304 euro al giorno, più rimborsi vari, arriva a una media di 18-19 mila euro al mese» ma, soprattutto, sulla base dei 15 miliardi dati all’Europa dal nostro paese nel2013 e degli appena 9 ricevuti (5,7 miliardi di differenza).

Una situazione più o meno simile nel 2012 (5,2 miliardi persi nel 2012), di gran lunga peggiore nel 2011 (7,4 miliardi), nel 2010 (6,5 miliardi) e nel 2009 (7,2 miliardi).

Emmanuel Raffaele, 15 aprile 2014

Fabbriche di animali: la Germania si interroga sugli allevamenti intensivi

Allevamento-maialiFanatici vegani contro consumatori di carne convinti e sprezzanti. È così che anche il dibattito sul consumo di carne si riduce, come sempre, ad uno scontro ideologico tra opposte fazioni.

Un’inchiesta tedesca comparsa su “Der Spiegel”, però, ha il merito di andare oltre gli stereotipi, mettendo in luce vari elementi su cui riflettere:salari e delocalizzazionisaluteambiente ed etica della produzione dell’industria zootecnica.

Nel frattempo, ecco i primi dati che balzano all’occhio: se in Germania nel 1993 erano 264mila le aziende con allevamenti di maiali per una media di 101 capi ciascuna, oggi le aziende si sono ridotte a 28mila con una media di 985 capi. Infatti, il 32% delle aziende dispongono di oltre di mille capi, mentre nel 1999 erano il 3,4%. Un concentramento della produzione visibile ad occhio nudo, che significa alta specializzazione, maggiore produttività e scomparsa delle piccole e medie aziende.

Sta di fatto che, con 58,7 milioni di suini macellati nel 2012, il paese, dopo Cina e Usa, è al terzo posto quanto a produzione, al secondo quanto ad esportazioni, considerato anche che ogni anno un tedesco consuma in media 39 chili soltanto di carne suina e che l’85% di loro consuma carne ogni giorno, avendone triplicato l’utilizzo rispetto al 1950.

Per fare un confronto: se oggi in Germania si allevano 28 milioni di maiali, nel 2011 in Italia erano 8,5 milioni.

Numeri a parte, l’industria zootecnica tedesca mette di fronte a quello che è il modello europeo di allevamento intensivo e “di massa” ai tempi della società consumistica.

Un modello in cui i prezzi si abbassano, spingendo il consumatore a consumare sempre di più, a scapito di salari, ambiente e condizioni di vita degli animali all’ingrasso, che dispongono in media di una superfice di 0,75 metri quadrati, per una stazza che può giungere anche ai due metri di lunghezza.

Diverse le criticità, a partire dall’utilizzo eccessivo di antibiotici, favorito dalle case farmaceutiche e dal timore degli allevatori che le bestie si ammalino, ciò che però aumenta il rischio che si sviluppino ceppi resistenti spuntando «l’arma più efficace nella lotta contro molte malattie infettive». Basti pensare che «negli allevamenti intensivi si somministra una quantità di antibioticisuperiore di quaranta volte a quella impiegata negli ospedali tedeschi».

Esiste poi il problema dello sversamento dei liquami, definito da Michael Shonbauer, ex capo dell’ente austriaco per la sicurezza alimentare, «ilpericolo più grave».

«Secondo la camera dell’agricoltura della Bassa Sassonia – scrivono gli autori dell’inchiesta (Amann, Frohlingsdorf e Ludwig) -, nel Sudoldenburg i liquami sono eccessivi e in parte finiscono nelle falde acquifere sotterranee.Tanto che Egon Harms, geologo per una grande azienda idrica della Germania con il compito di assicurare la potabilità dell’acqua, denuncia: «Negli ultimi sette, otto anni, nelle falde freatiche più superficiali della zona il livello di nitrati è aumentato in modo preoccupante».

Nei distretti di Cloppenburg e Vechta i liquami raggiungono i 7,4 milioni di tonnellate all’anno, il che rende impossibile il rispetto dei limiti per losversamento nei campi e sta costringendo il governo della Bassa Sassonia a controllare i certificati di eliminazione.

Quanto al consumo idrico in sé, per la produzione di un chilo di carne di maiale occorrono 5.998 litri d’acqua; 287 per un chilo di patate.

Altra serissima questione aperta, quella dei lavoratori. «Tutto il sistema si basa sul dumping dei salari», secondo Matthias Brummer, delegato del Ngg, il sindacato del settore.

«Da tempo le aziende hanno smesso di assumere lavoratori specializzati tedeschi per appaltare l’opera ad aziende dell’Europa dell’est. Oggi, secondo le stime, settemila tra romeni, polacchi e ungheresi sezionano, disossano prosciutti e macinano carne negli stabilimenti industriali tedeschi».

La piccola cittadina di Essen, ad esempio, è diventata centro “specializzato” nella fornitura di manodopera a basso costo. Su 8.500 abitanti, un migliaio circa sono impiegati nella macellazione, che ogni settimana fanno fuori ben64mila suini per conto di un’azienda danese che in patria dovrebbe pagare i lavoratori tre volte di più. Il tutto per un costo al consumatore che in alcuni casi potrebbe variare appena di una manciata di centesimi.

Ed “infine” ci sono le questioni etiche. Poiché il “prodotto” in questione è pur sempre un animale, un essere vivente e qui non si tratta più dell’idea un po’ romantica e antica dell’allevamento classico. Qui si tratta di vere e proprie fredde fabbriche di animali, in cui il maiale è inserito fin dalla nascita in un procedimento produttivo scandito da tempi e trattamenti precisi, che lo privano del normale ciclo vitale e del suo habitat, del suo spazio e della sua stessa natura, dal momento che, ad esempio, per evitare che si feriscano gli vengono limati i denti, gli viene tagliata la coda e per la maggior parte vengono castrati, già nei primi giorni di vita attraverso l’asportazione  – molto spesso effettuata senza anestesia ma con la sola somministrazione di un analgesico – dei testicoli .

Per la maggioranza vivono in box singoli, senza possibilità di movimento.

Le scrofe, tanto alta è la “produttività”, spesso non riescono più a nutrire i “piccoli” dopo qualche cucciolata e vengono così macellate perché improduttive a cinque/sei anni, rispetto ad una speranza di vita che arriva a quindici anni.

I maiali appena nati rimangono con la madre per venti giorni, poi vengono subito selezionati per taglia e messi all’ingrasso. In quattro mesi possono passare da trenta a 120 chili. A volte crescono troppo e le ossa non reggono, si spezzano.

Quando non sono tenuti in box singoli, vivono insieme fino a 15 maiali. Anche la macellazione viene effettuata in serie. Nello stabilimento di Rheda-Wiedenbruck ogni giorno vengono abbattuti 25mila suini, 1700 in un’ora. Gli animali, caricati su un montacarichi, vengono «storditi con l’anidride carbonica, sospinti su un nastro trasportatore e quindi appesi per le zampe posteriori a due ganci. Poi un apparecchio automatico li solleva e li mette su una specie di piedistallo dov’è in attesa il macellaio […]. In questo modo si spedisce all’aldilà un maiale ogni tre secondi».

Dopo di che, è compito di un apparecchio scansionare il “prodotto” per misurarne la quantità di grasso, muscolo, ossa e cotenna e determinarne il prezzo.

Nulla è lasciato al caso per garantire ad ogni tedesco di mangiare carne ogni santo giorno.

Eppure, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha preso da tempo posizione contro il consumo eccessivo di carne, così come la Società europea di medicina preventiva, che attraverso il suo presidente, Michael Sagner, consiglia un consumo limitato a tre volte la settimana, facendo notare come: «partendo da un consumo medio di 50 grammi di carne,ogni volta che lo si raddoppia aumenta del 18% il rischio di contrarre un cancro al colon e del 42% quello di contrarre malattie cardiocircolatorie».

Eppure, in luogo del proverbiale pane a tavola, oggi pare sia la carne a farla da padrona.

Ecco perché la riflessione sugli allevamenti intensivi e sulle cifre del consumo di carne è d’obbligo: «È giusto produrre carne in questo modo? È possibile produrre animali come fossero articoli in serieÈ necessario? È lecito? Cos’ è che non va in questa catena di sfruttamento?».

Emmanuel Raffaele, 13 nov 2013

Chi sono i padroni del mondo?

padroni del mondoPOCO meno di duecentosessanta pagine edite da Chiarelettere e scritte da Luca Ciarrocca, direttore del giornale online Wall
Street Italia: si tratta di ‘Padroni del mondo. Come la cupola della finanza mondiale decide il destino dei governi e delle
popolazioni’, giunto alla terza ristampa in appena quarantacinque giorni.

Un successo meritato e, nonostante titolo e sottotitolo sembrano associarlo alle più forzate teorie complottiste, privo di fronzoli. Un testo rigoroso, ricco di dati, analisi, riflessioni ed una unica certezza: togliere la sovranità monetaria alle banche commerciali, che la detengono di fatto.

Insomma, nessun panciuto finanziere ebreo, nessuna riunione di incappucciati, in breve, niente di non documentabile e superfluo. Ciarrocca, invece, fa di più e di meglio: va al sodo e mostra un dominio che è nei dati, negli incroci delle proprietà societarie, nelle truffe finanziarie legali (una su tutte, la famosa riserva frazionaria) e illegali, a danno della sovranità dei popoli e di un’economia sana.

Punto di partenza è la crisi del 2008, crisi sistemica sistematicamente irrisolta secondo Ciarrocca, che individua nella questione delle «Tbtf» (too big to fail – banche troppo grandi per fallire) e nella pericolosa interconnettività di un potere economico eccessivamente concentrato nelle mani di pochi i nodi principali di questa crisi che rischia di esplodere in una nuova, catastrofica, bolla speculativa entro il 2018.

«I mercati finanziari», scrive citando l’economista Andrea Fumagalli, «non sono qualcosa di etereo e neutrale, ma sono espressione di una precisa gerarchia. Lungi dall’essere concorrenziali, si confermano fortemente concentrati e oligopolistici: una piramide che vede, al vertice, pochi operatori finanziari in grado di controllare oltre il 70 per cento dei flussi
finanziari globali e, alla base, una miriade di piccoli risparmiatori che svolgono una funzione meramente passiva».
«Se i mercati finanziari sono come greggi», scrive, «allora occorre individuarne i caproni che li guidano.» «Le piccole banche», sottolinea «hanno un potenziale pressoché nullo di innescare un rischio sistemico, ma sono anche scarsamente esposte alla bancarotta». Le Tbtf, invece, accentrano il potere economico ed, allo stesso tempo, costituiscono un rischio troppo alto per la società, alimentando un circolo vizioso di salvataggi, inefficienza e «azzardo morale». Ecco perché Ciarrocca adombra in diverse occasioni l’idea di smembrare queste grandi banche, che sono in fin dei conti quelle ventotto che il Financial Stability Board di Basilea 3 ha individuato appunto come «Systemically Important Financial Institution». Istituti di credito (tra cui figura, unica italiana, UniCredit) che, secondo gli standard di Basilea 3, per affrontare nuovi shock sistemici entro il 2018 «non hanno bisogno
di una semplice iniezione di liquidità ma di mezzi pari a tre volte gli utili accumulati».

Altro che fuori pericolo: la prossima tempesta rischia di esser senza ritorno. Così, passando per lo «scandalo Libor», truffa ventennale sui tassi di interesse tesa a «truccare uno dei motori centrali del capitalismo finanziario», Ciarrocca arriva a mostrarci «Il lato oscuro del capitalismo»: dal sistema bancario ombra («cruciale nel formare e alimentare la superbolla che poi provocò il crollo delle piazze finanziarie nel 2008») ai paradisi fiscali («La sconveniente verità è che i più grandi gruppi (le solite Tbtf) sono parte attiva nelle operazioni di fuga di capitali »; «i paradisi fiscali sono infatti la faccia meno conosciuta, ma più centrale, della rete finanziaria mondiale»), fino, ovviamente, alla massa dei derivati («gioco d’azzardo puro», «trucco contabile per imbellettare i bilanci») da «637 trilioni di dollari, cioè circa dieci volte il Pil mondiale». Giochi d’azzardo senza copertura. Un castello di carta: ecco il capitalismo finanziario.

Ma il clou è nella riproposizione di uno studio del Politecnico federale di Zurigo («The Network of Global Corporate Control») che mappa il potere finanziario, confermando l’esistenza di una «cupola» al comando: una cinquantina di aziende che «controllano il 40 per cento del valore economico e finanziario di 43.060 multinazionali globali» e 1.318 aziende che «nonostante rappresentino appena il 20 per cento del fatturato operativo totale, attraverso i vari incroci azionari, sono di fatto proprietarie della grande maggioranza delle blue chips, cioè dei colossi manifatturieri quotati in Borsa, i big dell’economia reale, e accentrano su di sé il controllo di un ulteriore 60 per cento dei fatturati globali».

«La maggior parte delle multinazionali globali», conclude, «fa capo a una sorta di “cupola” […] formata nel suo nucleo centrale da appena 147 società. Il comando sull’economia globale è ancora più ferreo poiché questa superentità governa il 40 per cento dell’intera ricchezza del network delle 43.060 aziende».

Come anticipavamo, nessun complottismo, è tutto molto chiaro: «la cupola non è il risultato di una colossale cospirazione di illuminati attuata con diabolica strategia, quanto un corollario oggettivo di decisioni che si producono per via di un’interazione parcellizzata di migliaia di interessi utilitaristici». Insomma, un dato di fatto. Leggi antitrust, limitazioni degli incroci proprietari, queste alcune idee per intaccare questa pericolosa «interconnettività».

Ma al suo obiettivo Ciarrocca giunge dopo una rapida spiegazione della riserva frazionaria, attraverso la quale «le banche creano denaro dal nulla». È nel segreto dell’emissione monetaria fondata sul debito («il denaro non nasce fino al momento in cui non viene prestato») il fondamento dell’abbattimento dell’attuale capitalismo. Ed è per questo che il direttore di Wall Street Italia ripropone integralmente la proposta del movimento «Positive Money»: conversione degli attuali depositi bancari in «conti operativi», senza interessi ma garantiti inutilizzabili dalla banca per effettuare prestiti, investimenti, ecc.; creazione di «conti investimento», destinati invece alle suddette operazioni, concordando rischio, interessi e percentuale garantita dalla banca col cliente stesso (senza il trucco della riserva frazionaria); emissione di moneta da parte della banca centrale sulla base del fabbisogno indicato ogni anno da un’agenzia indipendente ed in base ai limiti stabiliti dal governo per i tassi di inflazione. La nuova moneta di fatto si sommerebbe alle entrate fiscali e sarebbe utilizzata per la spesa pubblica. Ed il nuovo denaro, anziché nascere come debito, ne sarebbe finalmente libero.
Queste, dunque, le conclusioni di un testo certamente consigliabile, che ha il merito della chiarezza e della sobrietà, ma che a tratti trasmette addirittura l’impressione che manchi qualcosa. In fondo, si tratta di un’opera che documenta verità non nuove, limitandosi ad aggiungere qua e là dati interessanti sui «poteri forti» e riproponendo al pubblico italiano una proposta forse poco conosciuta all’interno dei confini nazionali. In ogni caso, averlo nella propria libreria non è certo sconsigliabile.

Emmanuel Raffaele, “Il Borghese”, febbraio 2014

Oltre 461mila morti: i numeri della guerra in Iraq

iraqÈ venuta fuori il mese scorso su “Plos Medicine” e, di rimbalzo, sul “Los Angeles Times”, una stima delle morti dirette e indirette della guerra in Iraq, secondo la quale ben 461mila sarebbero i morti da attribuire al conflitto partito nel 2003.

Secondo i ricercatori, tra questi Amy Hagopian, dell’Università di Washington, il 60% dei decessi sarebbe da attribuire ad episodi di violenza diretta: per il 35% per mano delle forze della coalizione guidata dagli Usa, per il 32% in seguito agli scontri interni e l’11% ala criminalità.

Il restante 40% sarebbe invece legato a cause consequenziali delle operazioni belliche, quali «la distruzione delle infrastrutture, il maggior stress, l’impossibilità di curarsi, la carenza di acqua e di cibo». In breve, il peggioramento delle condizioni di vita nel paese mediorientale dopo i bombardamenti americani, che tra le morti violente fanno registrare il 12% delle cause di morte, a dispetto del 63% dovuto agli scontri a fuoco.

Lo studio, realizzato grazie alle interviste ed ai dati raccolti da una équipe di medici iracheni presso duemila famiglie, è stato considerato prezioso da molti esperti, seppur l’assenza di dati certi sulla popolazione totale potrebbe aver negativamente influenzato il lavoro.

Secondo altre stime, infatti, già nel 2006 i morti sarebbero stati oltre 600mila.

La ricerca, ovviamente, considera come conseguenti al conflitto le cosiddette “morti in eccesso”, confrontando l’andamento demografico precedente alla guerra con quello successivo.