“The Brothers”, la gang islamista che imperversa nelle prigioni di Londra

La testimonianza esclusiva riportata ieri dall’Evening Standard parla della prigione di Belmarsh come di “un campo di addestramento jihadista nel cuore di Londra” ma, a parte il racconto inquietante di suo, un dato balza subito all’occhio e, di per sé, fa già notizia: su una popolazione di musulmani pari a circa il 12% nella capitale inglese, la popolazione carceraria di fede islamica nelle strutture londinesi va dal 30% al 40% ed oltre. Una sproporzione che è già una risposta alla questione integrazione ed al buonismo sull’argomento. Ma la testimonianza, che fa seguito ad un allarme in atto da mesi ed ai fischi che si erano visti anche nel carcere parigino riservati dagli altri detenuti all’attentatore “belga” Salah Abdeslam, colpevole di non essersi fatto esplodere, è la conferma che ci troviamo di fronte ad un problema serio, su scala europea, che le autorità sottovalutano e che le politiche boldriniane non aiutano certo a fronteggiare con la necessaria durezza. “Appena arrivato a Belmarsh nel 2014, è giunta notizia che Mosul in Iraq era caduta nelle mani dello Stato Islamico e la prigione è ‘esplosa’”. Urla di gioia, colpi sfrenati contro le sbarre, canti, “Allah Akbar” e promesse di conquista. “Sembrava una grande festa andata avanti indisturbata per molte ore”, racconta al quotidiano inglese un ex detenuto musulmano, 27 anni, laureato, rilasciato da poco dopo esser stato dentro per questioni legate a frodi bancarie (“ho firmato documenti per conto di altri”, dichiara).

“Gli agenti penitenziari sembravano non far nulla, lasciando i nuovi detenuti come me con l’impressione che a comandare realmente non fossero i secondini ma un terrificante gruppo islamista radicale conosciuto come “the Brothers” (“i Fratelli”) o “the Akhi”, che in arabo significa fratello”. Il ministro della Giustizia non riferisce con precisione le cifre, ma il giornale parla di un numero di terroristi interni alla struttura superiore alle ottanta unità (nel 2006 erano una cinquantina) su una popolazione islamica pari a circa il 30% dei detenuti (in altre prigioni della città, come anticipavamo, le cifre salgono di oltre il 10%). Nell’ala in cui era detenuto il testimone in questione, su circa duecento persone, circa la metà erano musulmane, riferisce, con un nocciolo duro di circa venti persone trattate come “celebrit” all’interno della prigione. All’inizio, spiega l’informatore, in quanto musulmano, è stato aiutato, gli è stato offerto sostegno. Dopo, però, è iniziata la propaganda e, di fronte alla sua esitazione, l’isolamento. Niente in confronto al trattamento subito da alcuni detenuti cristiani, fatti oggetto di aggressioni fisiche e maltrattamenti quando l’inferiorità numerica oltre che il potere del gruppo rendeva la cosa a dir poco agevole.

Una radicalizzazione visibile, immediata, che i sei imam del carcere assecondavano o preferivano non affrontare. Una sorta di tacito assenso anche rispetto a chi annunciava, vantandosi, di voler partire per la Siria o l’Iraq. “Tre quarti di chi veniva radicalizzato”, racconta il testimone, “facevano parte di gangs ed erano dentro per crimini violenti o droga. Loro capivano che la gang principale a Belmarsh erano i Fratelli e che avevano bisogno della loro protezione. Ma questo dava anche loro un senso di identità“. “Mi sembrava di essere un intruso in un campo di addestramento jihadista“, commenta esasperato, lamentando la situazione analoga di difficoltà e paura vissuta da altri detenuti di fede musulmana costretti al silenzio anche grazie ad un sistema che, secondo lui, non isolando gli estremisti, ne supporta l’azione di propaganda e predominio. Dopo cinque mesi a Belmarsh, viene spostato ad Highpoint. “Ero là durante gli attacchi a Charlie Hebdo”, racconta. Ed anche lì scene di giubilo in seguito agli attentati. “Il governo”, conclude, “ha speso tantissimi soldi nel programma di prevenzione contro il radicalismo, ma ha ignorato che il più grande campo di addestramento jihadista nel Regno Unito è proprio qui a Belmarsh nel cuore di Londra”.

Emmanuel Raffaele, 18 mag 2016

Papa Francesco e la lezione dimenticata di Roma, ma anche di Cristo

Pope Francis speaks to migrants, some wearing white caps, during his visit to the island of Lampedusa, southern Italy, Monday July 8, 2013. Pope Francis traveled Monday to the tiny Sicilian island of Lampedusa to pray for migrants lost at sea, going to the farthest reaches of Italy to throw a wreath of flowers into the sea and celebrate Mass as yet another boatload of Eritrean migrants came ashore. (AP Photo/Alessandra Tarantino, pool)

Forse non ci facciamo caso, ma quando pensiamo al passato, facciamo sempre riferimento mentale ad organizzazioni politiche in cui la frammistione tra politica e religione si suppone fosse forte. Dio era il dio del popolo, spiegava Nietzsche, perciò la dimensione politica e quella religiosa coincidevano. Nonostante questo, si trattava di ordinamenti probabilmente più “laici” nella sostanza di quello che si sta affermando nell’epoca post-liberale.

Impossibile? Lo spunto viene proprio dalle recenti parole del papa sull’amare il prossimo ed il suo riferimento diretto alle politiche italiane sull’accoglienza. Legge dello spirito sacrosanta quella dell’amore per il prossimo. Ma il capo della Chiesa cattolica, come già segnalato da più parti, compie un’operazione pericolosa, oltreché scorretta, allargando ad una dimensione politica il campo d’applicazione di una disposizione “spirituale” a carattere prettamente individuale.

Il «date a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio», frase con la quale, di fatto, Gesù Cristo legittimò l’autorità del potere temporale romano, tenendo per sé “soltanto” la sovranità sulle anime, non è una semplice trovata per sfuggire ad una delle tante trappole dottrinarie vanamente tentate contro di lui dai farisei. Si tratta, infatti, di una tra le tante espressioni di una dottrina che la vita stessa di Cristo va a rappresentare. «Il mio regno non è di questo mondo» è quello che, del resto, ripete più volte nel corso della sua predicazione, sottolineando una caratteristica fondamentale del suo messaggio e della sua dottrina: la sua parola, infatti, non solo è rivolta esclusivamente all’azione individuale ma, soprattutto, si concentra non soltanto sull’azione in sé ma sul modo in cui si realizza l’azione. «Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità», racconta Matteo, citando direttamente il Messia dei cristiani. Ed in queste parole sta il senso della sua predicazione: ripulire l’interiorità dell’uomo. Non contano molto per lui le buone azioni, quanto le buone azioni fatte col cuore puro, con sincerità. Non si pone il problema di una giustizia politica o sociale, ma di una giustizia individuale, interiore, spirituale. È chiaro e scontato che questo non implica un disinteresse per le buone o le cattive azioni della società nel suo complesso, ma è indubbio che Gesù Cristo non mette in discussione il piano politico, deludendo peraltro i suoi apostoli, che in alcune occasioni sembrano seguirlo solo per la convinzione che il loro “re” avrebbe guidato una rivolta di natura sociale contro i romani. Molto semplicemente, Cristo non pretende di essere un legislatore politico ma un legislatore dello spirito, mirando ad influire sui comportamenti tra gli uomini e non certo a fare della sua parola un programma politico. Se lo avesse voluto fare, lo avrebbe fatto o detto. Non lo ha fatto, né detto e questo dovrebbe far riflettere prima di tutto chi dovrebbe rappresentare in terra la sua parola. Ma, soprattutto, se lo avesse fatto o voluto fare, siamo proprio sicuri che il suo programma politico sarebbe stato affine a quello proposto da papa Francesco? Non osiamo rispondere, ma sottolineiamo l’interrogativo. Ed evidenziamo che peraltro, nel tempo, la Chiesa ha dato una risposta a tutto questo, compilando vari “catechismi” e dottrine in cui dell’immigrazione, come della giustizia sociale e penale, c’è una visione del tutto “razionale” e non certo banalmente e utopisticamente improntata all’evangelico “ama il prossimo tuo come te stesso”. Questa frase non è e non può essere un programma politico a meno di non opporsi alla politica stessa, nel senso di stato, organizzazione sociale e diritto. Ed in questo caso, a maggior ragione, lo uno stato se ne dovrebbe guardare.

The-Passion1Quella tracciata dal Cristo è, in ogni caso, senz’altro una frattura rispetto alla religiosità tradizionale, che ha dato vita alla difficile (e alterna dal punto di vista dell’approccio rispetto al messaggio originario) dialettica Stato-Chiesa e Impero-Chiesa, cambiando definitivamente il rapporto tra religione e Stato in Occidente. Appunto. Anche il contributo paolino, del resto, si inserisce su questa direttrice («ciascuno stia sottomesso alle autorità costituite», Rm – 13, 1-7) senza contare il catechismo di san Tommaso d’Aquino, il quale ha ben chiara la priorità comunitaria nella decisione politica rispetto alla decisione individuale: «la cura del bene comune è affidata ai principi investiti della pubblica autorità», chiarisce nel corso di un discorso sulla pena di morte. Dopo l’avvento del Cristianesimo, quindi, la dimensione politica e quella spirituale si separano e, proprio in relazione a tutto questo, è opportuno che questa separazione venga rispettata, considerando la dimensione ormai “privata” del messaggio cristico.

La retorica dell’accoglienza, quindi, va combattuta anche in nome del “laicismo” e del “diritto” nel senso più alto del termine. La politica delle porte aperte rispetto all’immigrazione di massa è, sostanzialmente, una soluzione “religiosa” al problema, che pretende di rispondere ad un fenomeno che ha dimensione politica attraverso i doveri “spirituali” dell’accoglienza e della generosità. La risposta, invece, non può che essere politica ed indipendente da qualsiasi influenza “religiosa” (o ideologica, che fa lo stesso) nel momento decisionale.

E’ su queste stesse basi, del resto, che si tende, purtroppo, ad associare l’opposizione all’immigrazione di massa con un atteggiamento esistenzialmente e/o razzialmente ostile all’immigrato in quanto persona. Un’associazione mentale che, appunto, riflette quanto detto: il criterio con il quale, chi si oppone a questa visione sulla base dell’antirazzismo e dell’amore per il prossimo, crede si debba legiferare, muove da motivazioni meramente “reazionarie” rispetto appunto a quelle che combatte, il razzismo e l’odio. E’ un criterio, dunque, specchio di quello opposto, che pure non è giudicato politico, ma che è, come esso, legato ad antipatie e/o simpatie personali, emozioni, sentimenti e stati d’animo, in breve, a tutto ciò in base al quale, in nome dell’imparzialità, non si dovrebbe proprio pensare di legiferare: l’amore contro l’odio per il prossimo, l’antirazzismo contro il razzismo.

romolo-e-remoNel racconto tradizionale della fondazione di Roma il 21 aprile 753 a.c., Romolo uccide Remo, che pure è il fratello, non per odio o per rancore e, certo, non con piacere visto il legame; lo fa per dovere. Distinguendo perfettamente la dimensione politica da quella personale che spiritualmente lo legava al fratello. L’esempio di Roma, anche fosse soltanto mitologia – cosa che non è -, rifletterebbe una concezione del potere di natura religiosa ma laicissimo nella pratica. La religiosità del potere sta appunto nella sua origine, ma non è la dimensione spirituale personale che ispira il momento decisionale e la dimensione politica, poiché questa deve rimanere legata alla “legge”, al diritto, ad un’idea di giustizia che non è bontà individuale ma “bontà” in ottica comunitaria. Ed in ottica comunitaria, quindi, ciò che può essere bene per il singolo può essere male per la comunità e, perciò, il caso singolo deve essere trattato in base ad un criterio che dà la precedenza al bene comunitario: questa è politica, questo è diritto, perché questa è imparzialità. Questo è il vuoto “politico” volutamente lasciato da Cristo, al quale hanno cercato di rimediare i teologi, riuscendoci, come Tommaso d’Aquino, oppure giungendo a soluzioni troppo legate alla situazione contingente. Spiritualmente, affettivamente, se fosse stato “buono”, inteso nell’accezione moderna del tutto individualistica, Romolo non si sarebbe macchiato volentieri dell’omicidio del fratello, ne avrebbe fatto a meno, avrebbe chiuso un occhio, in fondo non aveva fatto male a nessuno. E’, però, il suo dovere politico di ordinatore che gli impone di non agire secondo una dimensione personale ma considerando, invece, soltanto se quell’atto avrebbe fatto il bene della comunità. E, avendo minato l’autorità, la legge e quindi il diritto, lo uccide. Non per odio, ma per dovere. L’opposizione all’immigrazione, in pari modo, non coinvolge affatto la dimensione personale, non è una questione di odio e, in ogni caso, se per alcuni lo è, non va valutata in base a questi fattori: semplicemente la risposta non deve avere a che fare con l’assecondare o l’opporsi a questi fattori. E questa stessa conclusione, di ritorno, fornisce anche un indirizzo spiritualmente interessante per quanti si oppongono al fenomeno migratorio, da cristiani oppure no: “combattere senza odiare”, parafrasando una vecchia ma sempre attuale canzone. Dunque, tenetevi lontani dal fare dell’immigrato come persona un nemico; dal motivare il vostro no all’immigrazione con l’odio, il rancore, la paura; tenetevi lontani, insomma, per quanto il rispetto di una persona lo possa meritare, dal confondere i due piani come a sua volta fa chi vi accusa, riducendovi, in fin dei conti, ad essere spiritualmente soltanto dei miseri razzisti piuttosto che dei patrioti sinceri. Questa è spiritualità romana.

La censura politicamente corretta ha stufato persino “El País”

01_ELPAIS_portada«La gente è terrorizzata dall’esser tacciata come sessista, maschilista, razzista, anti-animalista, imperialista, colonialista, eurocentrica (non so cosa ci si aspetti da un europeo: che adotti una prospettiva cinese, argentina o pakistana? Lo considero un po’ forzato, a dir la verità). Ed a poco a poco, questo timore porta all’autocensura e all’andare coi piedi di piombo, poiché queste colpe non vengono attribuite soltanto a chi le ha effettivamente commesse, ma a chiunque non si unisca, in ogni occasione, al coro di condanna». A parlare non è un cronista di un giornale della destra radicale italiana, ma Javier Marías, firma di prestigio del quotidiano spagnolo “El País”, il più diffuso nel paese iberico. Ripreso ieri nella rassegna dei migliori contributi della settimana, l’articolo è un vero e proprio manifesto del politicamente scorretto. E lo è in maniera inversa, inquadrando alla perfezione i meccanismi e, soprattutto le conseguenze del “politicamente corretto”: un pensiero unico, piatto, mai scortese, che vive di ipocrisia ed uccide la reale differenza di opinioni attraverso lo schema ben collaudato del montare lo scandalo ogni qual volta qualcuno è un po’ sopra le righe, del successivo linciaggio mediatico e della conseguente «autocensura» delle opinioni scomode per evitare la gogna. «Il peggio», spiega Marías, «è che la maggioranza dei “linciati” si lascia intimorire. C’è qualcosa di molto simile al terrore nell’essere additati dalla giuria di opinionisti, twittatori e oratori giustizieri che guardano con avidità alla comparsa di un nuovo imputato». Si è visto, del resto, in Gran Bretagna, con le elezioni alle porte e lo scandalo antisemitismo scoppiato sui labour per qualche frase dell’ex sindaco di Londra Ken Livingstone sui rapporti tra Hitler ed il sionismo: sospensione dal partito, denuncia di rito da parte di tutti i sacerdoti del pensiero consentito, campagna mediatica contro i laburisti, il leader Jeremy Corbyn sul banco d’accusa. Si è visto, d’altronde, troppe volte. Di continuo. In grande e in piccolo. E’ uno schema collaudato per davvero, utile a chi ha l’influenza necessaria a farli scoppiare quegli scandali, con la complicità diretta o indiretta dei giornalisti compiacenti.

«Ci troviamo in un’epoca pericolosa», evidenzia lo scrittore, «nella quale si riscontrano e nella quale viene dato spazio alle istanze più peregrine ed alla più arbitraria soggettività. “Se io mi sento offeso, è necessario punire il colpevole”, è il dogma universalmente accettato, senza che quasi nessuno si ponga la domanda sull’eccessiva diffidenza o sensibilità o intolleranza del presunto offeso. La prova è che molti di quelli che subiscono gli anatemi, si scusano con la seguente formula: “Se ho offeso qualcuno con le mie parole o il mio comportamento, chiedo scusa”. Ma ci sarà sempre “qualcuno” nel mondo al quale pesa la nostra stessa esistenza. E’ giunto il momento che qualcuno risponda di tanto in tanto: “Se ho offeso qualcuno, ho paura sia un problema suo e della sua pelle delicata. Sarebbe opportuno incontrare un dermatologo”». Se è permesso dire soltanto ciò che non dà fastidio proprio nessuno, se essere “divisivi” non va più di moda, difficilmente troveranno spazio opinioni realmente alternative ed ancora più difficilmente si potrà discutere della loro validità se, a prescindere, vengono “represse”. Parole da incorniciare che dimostrano un clima rinunciatario di perbenismo ormai molto comune ai paesi europei, laddove «tutto finisce in una tremenda ed abbondante dose di esagerazione. Fatti, dichiarazioni, battute, opinioni che pochi anni fa sarebbero passati inosservati, oggi sono un pretesto affinché i giornalisti, gli opinionisti, i twittatori e compagnia bella, si strappino i capelli e si straccino le vesti». Peccato che, aggiunge Marías, look ed acconciatura di questi cattivi maestri rimangano in realtà intatti, mentre «quelli rimasti laceri ed abbandonati sono gli oggetti della loro ira, e chiunque tra noi potrebbe esserlo». «Basterebbe (più o meno) soltanto», rilancia, «qualcuno che scombinasse le carte, che si mostrasse sfrontato rispetto ad un gruppo o ad individui “intrappolati” dal politicamente corretto attuale, qualcuno che dica di esser stanco chi gestisce il gioco e della ridicola adorazione che gli si riconosce». Ora pro nobis, dunque, perché il contributo di “El País” potrebbe essere riproposto integralmente nel nostro paese senza dover cambiare una virgola del suo ragionamento. Ci si indigna troppo, afferma il giornalista, con la conseguente impossibilità di riconoscere ormai ciò che è veramente scandaloso dalle montature mediatiche, costruite molto probabilmente proprio a questo scopo. «E’ intollerabile» diventa la divisa d’ordinanza di una cerchia ristretta che decide per tutti ciò che è legittimo pensare: «che tutti dicano pure che quello che vogliono, ma guai a dire che ciò che noi riteniamo sbagliato, perché in questo caso provvederemo al suo linciaggio virtuale, al suo licenziamento, alla sua espulsione ed eliminazione». Una dittatura della maggioranza per cui formalmente sei libero di dire tutto, ma se lo fai sei culturalmente, lavorativamente e/o politicamente escluso dalla società delle persone con una dignità da tutelare. E se esageri, smetti addirittura di essere considerato una persona, poiché il male stesso si incarna nell’accusato, nel partito o movimento, nel pensiero scorretto di turno. Una dinamica che dalle colonne de “Il Primato Nazionale” abbiamo denunciato più volte. «Trovo molto sia preoccupante», osserva Marias, «che la società somigli sempre più a quelle persone che si piazzano davanti alle porte dei tribunali per insultare e lanciare maledizioni al detenuto di turno, solitamente ammanettato e quindi almeno in quel momento indifeso, per grave che sia il delitto del quale lo si accusa». La barbarie e la viltà che spesso caratterizza le folle fatta sistema mediatico, riflesso – a pensarci bene – di un modello, quello democratico, che funziona esattamente così: tanti contro pochi, e la ragione sta sempre coi primi. Basterebbe soltanto il coraggio di buttare il tavolo per aria e smettere di accettare le regole del gioco. Ecco, questo è l’invito che viene dalla Spagna e che noi, ovviamente, raccogliamo e giriamo ai politici, ai giornalisti del nostro paese. Ma, soprattutto, ai ragazzi ingabbiati da un clima di grigiore che parte dalle scuole e dalle università e che difficilmente forma persone libere.

Emmanuel Raffaele, 9 mag 2016

TTIP: le rivelazioni di Greenpeace, lo stop della Francia. Ecco perché dire no

Ttip berlino 2

Parole forti contro il Ttip sono arrivate ieri niente meno che dal presidente della Repubblica francese François Hollande. «La Francia», ha spiegato, «è contro l’attuale contenuto del Trattato transatlantico sul commercio e sugli investimenti per questioni fondamentali del Paese come l’agricoltura, la salute e l’ambiente». «E’ per questa ragione che la Francia dice no al proseguimento degli attuali negoziati», ha aggiunto Hollande, a poche ore dalle rivelazioni di Greenpeace che, entrata in possesso di alcuni documenti riservati relativi ai negoziati, ha denunciato il pericolo rappresentato dal trattato per l’Europa.

In discussione, tra le altre cose, vi è la reciprocità d’accesso ai mercati pubblici e, nel complesso, un modus operandi da parte degli Stati Uniti che appare del tutto predatorio. «Il problema», aveva confessato d’altronde il dirigente del ministero dello Sviluppo economico Amedeo Teti, nel corso di un’audizione in Senato, «è che gli Usa non sono stati capaci di fare aperture all’Europa nemmeno in ambiti come gli appalti pubblici e i servizi». In poche parole gli americani, per favorire le esportazioni delle proprie merci (sulle quali infatti gli analisti, in prospettiva, prevedono incrementi maggiori di quelli europei), spingono sull’Europa per una gara al ribasso rispetto alle norme a tutela dei consumatori, ma rimangono invece molto attenti a tutelare i propri interessi, ad esempio la legge cosiddetta “buy american” che obbliga le aziende vincitrici di appalti ad usare prodotti per la metà statunitensi. E che non è l’unica, dal momento che durissimi limiti alle aziende straniere sono posti anche sull’acquisto delle compagnie aeree, la produzione di imbarcazioni, le bevande alcoliche, oltre ad altre limitazioni “minori” su un’ampia gamma di prodotti europei. Provvedimenti sacrosanti, che del resto portano alla luce una verità di fondo: il libero scambio piace agli Usa, ma il loro approccio non è per nulla ideologico. Prima gli interessi nazionali, poi, semmai, il libero mercato che, a quanto pare, non sempre è una manna dal cielo neanche per loro ed al quale, molto probabilmente, credono nella misura in cui gli garantisce una posizione dominante.

Qualche anno fa, in effetti, quando i negoziati erano ancora in fase embrionale, Tiziana Ciprini (M5S) evidenziava in una interpellanza parlamentare: «gli USA fanno già parte dell’American Free Trade Agreement (NAFTA) e del Central America Free Trade Agreement (CAFTA) e hanno già avviato i negoziati per due nuovi accordi: la Transatlantic Trade and Investment Partnership (TTIP) con l’Unione europea e la Trans Pacific Partnership (TPP) con vari paesi dell’Asia; grazie a questi trattati gli USA si troveranno al centro di una vasta zona di libero scambio che renderà vantaggioso per le aziende estere spostare la produzione negli Stati Uniti, sia per alimentare l’enorme mercato interno, sia per riesportare in tutti quei Paesi che hanno accordi di libero scambio con gli USA». Come il Piano Marshall rimise in piedi l’Europa inondandola di prodotti e prestiti americani, così il Ttip non è certo l’ennesimo atto di generosità nei confronti del nostro continente. E quel che è bene, è che almeno questa volta la cosa è abbastanza esplicita. Ecco perché, secondo un sondaggio della Fondazione Bertelsmann, in due anni la fiducia dei tedeschi – pur campioni dell’export –  nel trattato transatlantico è scesa dal 55% al 34% e, addirittura, quella rispetto al libero scambio più in generale dall’86% al 56%. In Gran Bretagna, anche a causa della Cina, che produce da sola ben 860 milioni di tonnellate su un totale mondiale di 1665 milioni, inondando i mercati europei già in crisi, le più grandi acciaierie del paese stanno per chiudere i battenti. Altro omaggio del libero mercato. E poi ci si chiede perché i popoli cominciano a non poterne più e sono contro l’Europa che asseconda queste logiche. Persino gli statunitensi, una volta compreso che il libero mercato i vantaggi che ti dà prima o poi te li toglie, non ne sembrano più così affascinati, tanto che i sostenitori del Ttip sembra siano giunti ad appena il 15% degli intervistati (Limes). Addirittura, segnalava un’inchiesta di “Repubblica” l’anno scorso, il consiglio comunale di New York, guidato da Bill de Blasio, in sintonia con il deputato democratico Jerrold Nadler, annunciava: «Faremo di New York una città immune dai trattati di libero scambio».

ManifestazioneLow-6Nel frattempo, come anticipavamo, Greenpeace Olanda ha pubblicato 240 pagine di documenti riservati, il cui contenuto non sembra però rinnovare più di tanto lo scenario intuibile dopo tre anni di trattative ed un ritardo di almeno un paio d’anni sulla prevista chiusura dei negoziati. Secondo Greenpeace, Usa e Ue stanno «creando un regime che antepone il profitto alla vita e alla salute umana, degli animali e delle piante». «Nessuno dei capitoli che abbiamo visto», spiegano, «fa alcun riferimento alla regola delle Eccezioni Generali (General Exceptions). Questa regola, stabilita quasi 70 anni fa, compresa negli accordi Gatt (General Agreement on Tariffs and Trade) della World Trade Organisation permette agli stati di regolare il commercio “per proteggere la vita o la salute umana, animale o delle piante” o per “la conservazione delle risorse naturali esauribili”». L’omissione sarebbe un indizio poco promettente, dunque, ma non è tutto: «Il principio di precauzione, inglobato nel Trattato Ue», prosegue Greenpeace, «non è menzionato nei capitoli sulla “Cooperazione Regolatoria”, né in nessuno degli altri 12 capitoli ottenuti. Invece la richiesta Usa di un approccio “basato sui rischi” che si propone di gestire le sostanze pericolose piuttosto che evitarle, è evidente in vari capitoli». In pratica, se in Europa, prima di vendere un prodotto, l’azienda deve provare l’assenza di rischi, negli Stati Uniti il prodotto viene venduto finché qualcuno non dimostri i rischi, magari dopo averne subito sulla propria pelle le conseguenze. E questo è quello che gli americani propongono di fare anche nel nostro continente. Gli Stati Uniti, inoltre, pretendono un accesso più semplice per i propri prodotti agrari in cambio dei vantaggi per l’industria europea delle automobili (o meglio, minacciando ritorsioni su di essa).

Le trattative, dunque, al contrario di quanto sostiene Greenpeace, si prolungano proprio a causa degli interessi divergenti, ma – su questo siamo d’accordo – non c’è da illudersi che gli interessi in campo siano quelli dei cittadini e non quelli delle lobby europee che hanno ovviamente un grosso ruolo nelle trattative, tanto quanto quelle americane. È scontro, intanto, sulle norme a tutela dei marchi pregiati dei vini europei, norme delle quali gli Usa farebbero volentieri a meno. E’ scontro sull’importazione della carne, dal momento che l’Europa non permette l’uso di ormoni come avviene invece oltreoceano. In ballo anche la questione ogm. Anche se il commissario al Commercio Cecilia Malmstrom tenta di rassicurare: «Nessun accordo commerciale ad opera della Ue abbasserà mai il nostro livello di tutela dei consumatori, o della sicurezza alimentare, o dell’ambiente. Non cambieranno le nostre leggi in materia di ogm, o sul nostro modo sicuro di produrre carne di manzo, o il modo di proteggere l’ambiente. Qualsiasi accordo commerciale potrà solo cambiare i regolamenti per renderli più forti». Non si capisce, dunque, perché trattare, se bastava chiedere agli Usa di adeguarsi ai nostri regolamenti. Sta di fatto che la firma del trattato, che doveva arrivare nel 2014 e poi nel 2015, probabilmente non arriverà neanche nel 2016 ed a pesare, oltre alle questioni già citate, ci sono anche le prossime elezioni del presidente degli Stati Uniti. Nel frattempo, altra questione posta più volte sul banco degli imputati ed ora ritornata è la trasparenza. Al punto che persino sulla politicamente correttissima “Repubblica”, Giampaolo Cadalanu ha commentato critico: «non è accettabile che il feticcio del mercato libero sia ancora venerato dietro porte chiuse a doppia mandata. Perché il diritto di far circolare liberamente le merci non può che valere anche per l’informazione». Persino dalle loro parti c’è chi ha definito lo scenario «preoccupante», anche in relazione all’atteggiamento statunitense, aggressivo e chiuso rispetto alle pretese europee. Uno dei pericoli, segnalava nel maggio scorso l’inchiesta di Federico Rampini citata poc’anzi, sarebbe anche «la clausola Investor to State Dispute Settlement (Isds), che consentirebbe alle imprese private di far causa agli Stati davanti a una corte arbitrale per annullare provvedimenti considerati discriminatori. Il pericolo è che potenti multinazionali, difese da eserciti di avvocati, possano intimidire piccoli Stati, o perfino Regioni e Comuni, per far valere i propri interessi».

The European Union Delegation to the United States hosted a celebration event to mark Croatia's Accession to the EU at the Delegation's headquarters on July 1, 2013 in Washington, DC. (Photo by MomentaCreative.com)

Ma, detto questo, sbaglieremmo se facessimo credere che il problema sia la carne piena di ormoni che forse importeremo dagli Stati Uniti oppure i vini italiani copiati oltreoceano o gli standard di sicurezza sui prodotti meccanici. Sarebbe fumo negli occhi utile soltanto a nascondere la questione fondamentale, che è l’accordo in sé: volete oppure no un ulteriore passo avanti verso il mercato unico globale? Il punto è tutto qua e c’è poco da focalizzarsi sulle questioni tecniche e sugli accordi che l’Ue saprà raggiungere. In ogni caso, una volta raggiunti questi accordi, le barriere commerciali ancora esistenti non esisteranno più e questa area enorme di libero scambio includerà economie che pesano per circa la metà del Pil mondiale. Cosa vuol dire, in parole semplici? Ebbene, per spiegarlo, non c’è bisogno né di concetti difficili, né di partire da lontano, dai mestieri scomparsi perché sostituiti dai prezzi più convenienti della fabbricazione in serie in ogni campo, seppur anche questo rappresenti un anello dello stesso meccanismo. Basterà invece far caso alla realtà che vi circonda. Ad esempio, avete presente il cinema della vostra città che ha chiuso per la concorrenza insostenibile del multisala? Avete presente il negozio di generi alimentari che ha chiuso perché non reggeva il confronto con le grandi catene di supermercati? Avete presente quei campi incolti perché gli agrumi non viene più raccoglierli dal momento che importarli costa meno grazie ai vantaggi di una manodopera più economica altrove? O gli appalti per i servizi pubblici della vostra città, che ormai sono quasi sempre in mano a qualche multinazionale specializzata? Ricordate, insomma, l’economia locale, territoriale, fatta di piccola iniziativa privata e vantaggi da un punto di vista anche qualitativo? Ecco, è esattamente quel tipo di economia e di realtà – caratteristica, peraltro, del tessuto produttivo italiano – che un mercato sempre più grande tende a far sparire. E con il Ttip, chiaramente, le cose non possono che peggiorare in tal senso. Come in una vasca in cui i pesci sono sempre più grandi, non c’è speranza per i pesci piccoli in una vasca dove gli squali fanno razzia di tutto. E nonostante ci siano i numeri a confermarlo, basterebbe ragionare per capirlo. Anzi, proprio ragionare sulle cose, forse, potrebbe essere utile a sfuggire alla propaganda che vi riempie di numeri e stime sulla crescita. Il Pil aumenterà. Pare dello 0,5% su scala europea. Probabile. Ma di chi saranno i profitti? Si prevede che le esportazioni statunitense aumenteranno, più di quelle europee. Ma ancora una volta, ricordiamo il punto: vasca grande, pesci grandi. Come sempre di più accade sotto i nostri occhi, il mercato globale tende a trasformarci tutti in dipendenti di colossi economici spesso multinazionali, uccidendo l’iniziativa realmente “privata” in nome dell’economia di scala. E lo fa in nome di parole eleganti e “futuristiche” come efficienza, produttività, libero scambio. Un’efficienza ed una produttività, appunto, talmente alta che soltanto poche grandi aziende possono garantire, riducendo il libero scambio ad un club per pochi. Quando le trattative saranno concluse, i parlamenti dei 28 paesi coinvolti dovranno ratificare il trattato: siete sicuri di aver votato le persone giuste per fermare tutto questo? In caso contrario, la prossima volta che una grossa impresa delocalizzerà e licenzierà, la prossima volta che un piccolo esercizio commerciale chiuderà strozzato dalla concorrenza del grande magazzino, quando vi verrà in mente di aprire un’attività e vi renderete conto che quella libertà di farlo è solo teorica, ricordatevi che un po’ di colpa ce l’avete anche voi.

Emmanuel Raffaele, 4 mag 2016

Musulmano di origini pakistane, ecco il nuovo sindaco di Londra

sadiq-khan-london-mayor-election-2016Sadiq Khan ce l’ha fatta. E, a parte il caos che non ti aspetti dalla proverbiale efficienza britannica registratosi nel quartiere di Barnet, con liste elettorali incomplete e centinaia di elettori che in un primo momento non hanno potuto esprimere il proprio voto (tra questi Ephraim Mirvis, rabbino capo delle Congregazioni ebraiche unite di tutto il Commonwealth), tutto è andato come previsto. Già parlamentare e, dunque, non nuovo ai successi elettorali, per lui l’ultima sfida è stata senz’altro quella mediaticamente e storicamente più importante: conquistare la City Hall, diventare il primo sindaco mussulmano di Londra.

Laburista, favorevole alla permanenza all’interno dell’Unione Europea, padre di due figli, avvocato per i diritti umani, il quarantacinquenne di origini pachistane, cresciuto nelle periferie londinesi, quinto di otto figli di un conducente d’autobus, ha infatti vinto sul rivale conservatore di origini ebraiche Zac Goldsmith con il 56,8 % dei voti, contro il 43,2 % del suo avversario, 1.310.143 voti per l’uno e 994.614 per l’altro. Una maggioranza conquistata con i “voti di riserva” a disposizione dei votanti della capitale britannica (5.739.011 milioni, appena il 45,6 % degli elettori, molti di più, in ogni caso, rispetto al 38,1 % del 2012), che in prima battuta avevano assegnato ai due contendenti percentuali, rispettivamente, del 44,2 % per Khan e del 35 % per Goldsmith, mentre in seconda hanno assegnato al candidato laburista ben il 65,5 % delle seconde preferenze (soltanto il 34,5 % il suo avversario). Il sindaco che governa l’area della Grande Londra – istituzione esistente dal 2000, ricoperta per i primi due mandati dall’indipendente poi laburista Ken Livingstone, oggi al centro delle polemiche sull’antisemitismo nel partito, e per altri due mandati dal conservatore Boris Johnson, in prima linea nella campagna referendaria per lasciare l’Unione Europea, deciso a scalare il partito e diventare primo ministro sostituendo il conservatore David Cameron, favorevole invece alla permanenza nell’Ue – si sceglie infatti col metodo del voto suppletivo. In pratica, gli elettori hanno a disposizione due voti di preferenza, dei quali uno è appunto di riserva e viene conteggiato soltanto nel caso nessuno raggiunga la maggioranza assoluta. E così, grazie ad un sistema elettorale che evita il turno di ballottaggio, unico nel Regno Unito a permettere di scegliere direttamente un sindaco, il candidato favorito fin dalla vigilia in quanto rappresentante delle tantissime e forti “minoranze” di Londra, ha sconfitto il candidato repubblicano in una campagna elettorale incentrata soprattutto sul tema della casa, della sicurezza ed, a seguire, da quello dei trasporti e della tassazione. Volutamente poco spazio è stato dato, invece, alla questione “brexit”, che i candidati, con visioni del tutto opposte in merito, hanno preferito non trasformare in strumento divisivo per la loro campagna elettorale, che avrebbe dato al voto amministrativo un significato probabilmente troppo politico.

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Khan insieme al suo rivale Goldsmith

Khan ce l’ha fatta, nonostante lo “scandalo” scoppiato a pochi giorni dalle elezioni all’interno del partito laburista, accusato strumentalmente da più parti di ospitare troppi personaggi a vocazione antisemita. Ce l’ha fatta nonostante la campagna di Goldsmith che ha tentato di mettere in dubbio l’affidabilità del candidato mussulmano, ricordando i contatti e gli eventi insieme ad esponenti del fondamentalismo islamico, tanto che l’Evening Standard era giunto a scoprire la sua partecipazione ad un convegno in cui le donne erano costrette ad ingresso e sistemazione separata dagli uomini (non male per uno che si presenta come “femminista”). A suo dire favorevole ai diritti gay, al contrario della maggioranza dei mussulmani del Regno Unito, Khan ha promesso di costruire almeno 80mila case popolari per rispondere ad un’emergenza che a Londra si fa sentire, se possibile, più che altrove anche a causa di affitti tra i più cari del mondo. Il neo-sindaco promette inoltre di pedonalizzare Oxford Street, ampliare le restrizioni contro le emissioni nelle zone uno e due, piantare due milioni di alberi e congelare le tariffe dei trasporti, in polemica col rivale che ha giudicato la promessa pericolosa per gli investimenti pubblici nel settore, nonostante avesse a sua volta garantito di non aumentare invece la cosiddetta “council tax”, iniziativa ritenuta impraticabile dal candidato laburista. «Quando i miei genitori sono arrivati», ha dichiarato Khan in un’intervista tempo fa, «qui c’erano cartelli con su scritto ‘No neri, no irlandesi, no cani’. Con la generazione successiva, io ho sofferto abusi e ho lottato per questo e venivo insultato. Le mie figlie vivono a cinque minuti dalla zona in cui sono cresciuto e non hanno mai subito discriminazioni razziali. Questo è il progresso che è stato fatto in trent’anni. Questo è il bello di Londra». Il neo-sindaco aveva anche osservato: «Quando ero più giovane non si vedevano donne con l’hijabs o il niqabs, neanche in Pakistan». Una radicalizzazione dell’Islam, dunque, che egli non riconosce come parte integrante della cultura mussulmana. Cresciuto in una famiglia non certo benestante, Khan proprio su questo ha costruito il suo punto di forza contro un avversario appartenente invece ad una famiglia ricca e potente, puntando contemporaneamente a proporsi come «il sindaco di tutti», spingendo sul suo partito contro le “derive antisemite” e criticando addirittura apertamente il leader Jeremy Corbyn – in questi giorni bersagliato da vignette e satira di ogni tipo – per non aver fatto abbastanza per arginare il fenomeno. «Mi piace il fatto che Londra sia la casa di 140 miliardari. Sono contento che ci siano 400.000 milionari», ha affermato durante la campagna elettorale Khan.

Ma lui, dal Pakistan, questa città di super ricchi, ormai centro della finanza mondiale, l’ha conquistata, segnando simbolicamente per sempre la trasformazione sociale della grande metropoli un tempo europea. Zac Goldsmith, che di quel mondo è un po’ l’emblema, preparato al risultato, ha incassato senza batter ciglio.  Nessun impero cade quando è ancora in forze: la corrosività e l’evanescenza del mondialismo non possono che fare da ponte all’affermarsi di identità forti, laddove quelle locali sono smarrite. Londra non poteva regalarci sfida migliore per raccontarci il nostro futuro. Perché, al di là delle persone, il voto a Goldsmith e Khan oggi rappresenta tutto questo.

Emmanuel Raffaele, 7 mag 2016

Anche i Bush contro Trump. Demonizzazione da una parte, demagogia dall’altra

nbc-fires-donald-trump-after-he-calls-mexicans-rapists-and-drug-runnersNon fosse un palazzinaro multimiliardario, più volte coinvolto nella bancarotta delle sue aziende (un modo, a suo dire, di ridurre il debito), showman più che politico, una sorta di Berlusconi d’oltreoceano bravo a cavalcare l’umore del momento, verrebbe quasi voglia di tifare Donald Trump, considerando la quantità e qualità dei nemici che s’è fatto. Secondo la BBC, infatti, anche gli ex presidenti repubblicani Bush padre e figlio non saranno al fianco dell’ormai quasi certo candidato del loro stesso partito alla presidenza deli Stati Uniti. «Una novità assoluta», spiega la BBC, «per il 91enne ex presidente Bush, che aveva sostenuto i candidati repubblicani nelle ultime cinque elezioni». Una presa di posizione indiretta, a cui si accompagnano le parole più esplicite di Bush figlio in South Carolina: «Capisco che gli americani siano arrabbiati e frustrati. Ma non abbiamo bisogno di qualcuno nello Studio Ovale che rifletta ed infiammi la nostra rabbia e la nostra frustrazione». Detto da uno che credeva di fare le guerre in giro per il mondo in nome della civiltà cristiana e che ha lodato (se non ordinato) l’impiccagione di Saddam Hussein in diretta tv (per poi criticare ipocritamente il tono vendicativo), suona effettivamente poco credibile. Se poi si aggiunge che, oltre ai Bush e ad altri repubblicani, tra cui l’ex candidato alla presidenza Mitt Romney, Trump non piace neanche ai Rothschild ed altri amici di Wall Street, non piace alla Cia, né – naturalmente – ai democratici altrettanto guerrafondai alla Clinton e Obama ed ai fanatici dell’antirazzismo contrari alle frontiere, viene quasi voglia di avviare le pratiche per la cittadinanza americana. Soprattutto a sentire le parole di Hilary Cliton al riguardo, che riflettono un politicamente corretto bipartisan già importato nel nostro paese insieme al loro modello di democrazia: «I repubblicani sono d’accordo: Donald Trump è incosciente, pericoloso e divisivo». Le accuse, non nuove agli ambienti nazionalisti italiani, risuonano al di là dell’Atlantico e facilitano l’identificazione fin dalla nostra sponda, trovando conferma dell’ipocrisia dominante proprio nelle parole di Trump: «So che le persone sono incerte sul tipo di presidente che io sarò, ma le cose andranno bene. Io non mi candido a presidente per rendere instabile la situazione del paese». Scandalismo per demonizzare il nemico dagli uni, populismo d’occasione dall’altro: ancora una volta sarebbe il caso di evitare tifoserie e rivendicazioni di appartenenza inopportune.

Emmanuel Raffaele, 6 mag 2016

Spagna: rapporto lancia l’allarme islamofobia, dubbi sul metodo

21Secondo la Piattaforma Civica contro l’Islamofobia, che ha presentato i dati lo scorso 30 aprile durante il Congresso Nazionale della Federazione Spagnola delle Entità Religiose Islamiche a Valencia, nel corso del 2015, in Spagna, si sarebbero verificati 278 casi di islamofobia, con un aumento del 567,35% rispetto all’anno precedente ed una concentrazione soprattutto a Barcellona e Madrid. Amparo Sànchez, presidente dell’organizzazione, ha anche ricordato che, in seguito agli attentati di Bruxelles del 22 marzo 2016, anche nel corso dell’anno in corso si sono verificati attacchi contro sette moschee: «questi incidenti, identici tra loro», ha affermato, «dimostrano che gli autori sono organizzati, in contatto e finanziati, molti di loro a livello internazionale». Tutto ciò nonostante, spiegano gli organizzatori dell’evento che ha fatto da cornice alla presentazione del rapporto, ben il 40% dei mussulmani in Spagna abbia la cittadinanza spagnola.

Un rapido sguardo ai dati e si nota subito che la maggioranza dei casi registrati, il 21.8%, è relativa ad episodi virtuali, verificatisi su internet. Seconda tipologia dei casi è l’opposizione nei confronti dell’hijab, il copricapo islamico (19.4%). Mentre le aggressioni contro le persone rappresentano appena il 5.3% degli eventi e, tra queste, sono considerate sia le aggressioni fisiche che quelle soltanto verbali. Un altro 5.3% riguarda atti di vandalismo contro le moschee, mentre interessante risulta il 4.4% che denuncia gli “articoli islamofobi” e l’altro 4.4% che consiste in manifesti e volantini anch’essi “islamofobi”. Islamofobo anche il 4.9% che si oppone alla costruzione o all’apertura di moschee o centri islamici. Soltanto una percentuale minima di questi episodi, tra il 10 ed il 18%, è stata denunciata ed è quindi verificabile in quanto reato. Quanto agli episodi denunciati come islamofobi, come abbiamo già accennato, non abbiamo a che fare con 278 casi di aggressioni contro le persone a causa della loro fede, come si potrebbe pensare a primo impatto. Anzi, facendo due calcoli, le aggressioni contro le persone in un anno sarebbero meno di 15, contando tra queste anche quelle soltanto verbali. Un po’ poco per lanciare l’allarme islamofobia. Tra i casi registrati, peraltro, come abbiamo visto, anche articoli che legittimamente discutono le pericolosità dell’Islam, slogan contro i rifugiati, manifestazioni contro il terrorismo islamico e l’immigrazione (nel rapporto, ad esempio, al punto 45 si segnala un concentramento a Saragozza e, appunto, la parola d’ordine del corte: “No al terrorismo islamico”). Islamofobe anche le manifestazioni identitarie contro il multiculturalismo. Tra i casi di islamofobia presunta anche un articolo di giornale, «Ondata migratoria: rifugiati o invasori?», che snocciola pacificamente alcuni dati (molto simili, peraltro, a quelli di una recente inchiesta del Sunday Times) su poligamia, rapporto con gli infedeli, velo e sharia, evidenziando una maggioranza “conservatrice” tra i mussulmani. Il rapporto in questione, quindi, sembra voler affermare un uso del termine islamofobia che si va imponendo anche nel Regno Unito e che tende ad inquadrare come tali anche una serie di cose che rientrano, invece, nella libera manifestazione del pensiero, confondendoli volutamente e mettendoli sullo stesso piano rispetto agli atti autenticamente offensivi, razzisti o violenti – che, dicevamo, sono fortunatamente molto pochi. Un’operazione molto simile a quella portata avanti dalla lobby israeliana e che, ad esempio, è riuscita a rompere gli equilibri interni al Partito Laburista in Gran Bretagna. Una strategia che tende ad accostare e poi accomunare di proposito l’opposizione alle politiche israeliane con l’antisemitismo, in modo da rendere del tutto intoccabili alcuni temi che pure hanno poco a che fare col razzismo e molto con la storia e l’attualità. Ed è paradossale che la strategia relativa all’allarme islamofobia, non sia in fondo così differente da quella, parallela, portata avanti dalla lobby israeliana, spesso proprio contro esponenti della comunità mussulmana. Chi di spada ferisce, di spada perisce. E, sullo sfondo, una dittatura del pensiero progressista che livella e manipola ogni differenza per i suoi esclusivi interessi: il liberismo, il melting pot, l’annullamento di ogni identità o alternativa economico-politica.

Emmanuel Raffaele, 2 mag 2016

Enrico Letta a Londra: i popoli europei sono contro l’Europa

Il presidente del Consiglio dei Ministri, Enrico Letta, durante la registrazione della trasmissione dell'Arena di Domenica In, negli studi della Rai della Dear a Roma, 10 novembre 2013. ANSA/CLAUDIO ONORATI

L’ex primo ministro Enrico Letta, fatto fuori dall’attuale premier nonché “compagno” di partito Matteo Renzi, ha partecipato ieri ad un incontro organizzato dal King’s College di Londra sull’adesione da parte del Regno Unito all’Unione Europea tra passato, presente e futuro. L’ex vicesegretario del Pd, che dopo le dimissioni da presidente del Consiglio si è trasferito con la famiglia a Parigi, dove insegna Scienze Politiche e dirige la Scuola di affari internazionali, è stato infatti tra i relatori di un convegno teso ad approfondire la questione “brexit” vista dall’estero.

«L’Unione Europea non può raggiungere l’integrazione contro la volontà dei popoli europei. E oggi i popoli europei sono contro l’Ue», ha affermato Letta nel corso dell’incontro a cui era presente anche l’ex presidente della Commissione europea José Manuel Barroso. Nonostante la consapevolezza dell’ostilità popolare, però, Letta ha confermato: «sono fortemente convinto che la “brexit” rappresenti una sconfitta sia per il Regno Unito che per l’Unione Europea». Secondo l’ex democristiano, infatti, da una parte «Londra è diventata la capitale finanziaria del mondo anche grazie al mercato unico», dall’altro proprio la sua permanenza potrebbe essere la chiave di volta per «sburocratizzare e rendere più competitiva l’Unione Europea». «I paesi europei hanno bisogno di restare uniti per dettare le regole in futuro» ma alcuni paesi «non sono ancora consapevoli di essere piccoli se rimangono da soli». Anche se, per la verità, il Regno Unito da solo non se l’è mai cavata male, a capo di un vasto impero intercontinentale che le ha sempre garantito una certa indipendenza dal resto dell’Europa. Del resto, si tratta di un paese che risente oggi molto della crisi e la cui economia, come e forse più di quella degli altri paesi, è cambiata molto rispetto agli albori dell’attuale Unione Europea, con un settori terziario che attualmente impiega l’82% dei lavoratori a dispetto di una percentuale poco superiore al 30% negli anni Cinquanta, mentre l’industria oggi occupa appena il 17% della forza lavoro.

Proprio questo, dunque, sembra rimandarci al punto centrale della questione: cosa è oggi e cosa vuole essere domani l’Europa? Nessuno dubita dell’utilità di un mercato unico europeo, ma questo ha senso se a trarne benefici sono i paesi membri, non se il blocco serve soltanto a fare da sponda al blocco americano, come ha ricordato Obama facendo riferimento al Ttip che prepara un mercato unico ben più ampio e che di europeo ha ben poco. E ancora: l’economia finanziaria sganciata dalla produzione ha rivelato i mali della speculazione; vogliamo che sia ancora questo il modello da seguire? Come ha preannunciato l’ex primo ministro portoghese Barroso e come pensano in molti anche tra gli euroscettici, del resto, l’ipotesi “brexit” avrebbe un impatto enorme sull’Unione Europea, probabilmente distruttivo: male per i paesi europei nel complesso, certo, ma è oggi pensabile costruire un’Europa diversa su queste basi – sull’impalcatura di una pretesa democrazia che manca però delle sue caratteristiche fondamentali e che, nonostante questo, mira comunque a scavalcare il potere decisionale dei governi? L’Europa oggi non è nazione e non lo diventerà soltanto perché a volerlo sono la Boldrini, Monti, Letta, Renzi, Cameron oppure Obama. L’auspicabile quanto “vecchio” sogno di un’Europa delle nazioni, che non scavalca i popoli ma li unisce, semplicemente non passa attraverso le strutture oligarchiche di questa Unione Europea nata dall’utopia federalista. Ma non è ancora troppo tardi – anzi, sembra proprio possa accadere da un momento all’altro – per smantellarla e, piuttosto, ricostruirla su base confederale. «Chi è dentro ce l’ha con l’Ue, chi è fuori ne è attratto. Nella stessa domenica elettorale gli europeisti perdono a Vienna e vincono a Belgrado»: secondo Enrico Letta questo è un buon segno. Ma è uno strano modo di interpretare la democrazia. E a noi qualcosa non torna.

Emmanuel Raffaele, 27 apr 2016

Uk, bufera sui labour dopo la frase su Hitler: al via indagine interna

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I telegiornali inglesi in queste ore non parlano d’altro: il Partito Laburista in balìa dell’antisemitismo. Questa, infatti, è l’accusa corale mossa al leader Jeremy Corbyn da oppositori e membri del suo stesso partito dopo l’espulsione di Naz Shah e la sospensione dell’ex sindaco di Londra, Ken Livingstone. E così Corbyn, che pure ha negato la crisi, ieri ha annunciato l’avvio di una indagine interna: “Il Partito Laburista è un partito anti-razzista nella sua essenza ed ha una lunga e fiera storia di lotta contro il razzismo, incluso l’antisemitismo. Mi sono speso per tutta la vita contro il razzismo e la comunità ebraica è stata al centro delle politiche progressiste e del nostro partito per oltre un secolo”, ha dichiarato ai giornali dopo l’annuncio.

A portare avanti l’indagine, ha spiegato, sarà Shamu Chakrabarti, in passato a capo di “Liberty”, organizzazione a difesa dei diritti civili. Il suo compito, nei prossimi due mesi, sarà quello di confrontarsi con la comunità ebraica per poi formulare una proposta risolutiva. Accanto a lei, David Feldman, direttore di un istituto dedito allo studio dell’antisemitismo. Inoltre, una indagine a parte verrà condotta da Janet Royall sull’antisemitismo all’interno dell’Oxford University Labour club.

Dunque, che succede esattamente? L’estrema destra più razzista ha preso in ostaggio le menti dei laburisti? Adolf Hitler redivivo ha ripreso la sua propaganda partendo da Londra? Niente di tutto ciò, anche se di mezzo c’è come sempre lui, l’innominabile Fürer del Reich tedesco. A Ken Livingstone, infatti, è bastato farvi riferimento per essere sospeso nel giro di poche ore, con il candidato sindaco di Londra Sadiq Khan, mussulmano, in prima linea per farlo fuori. La campagna elettorale, si sa, non guarda in faccia nessuno.

«Ricordiamoci che Hitler, dopo aver vinto le elezioni nel 1932, pensava di spostare gli ebrei in Israele. Supportava il sionismo – questo prima di impazzire e finire per uccidere sei milioni di ebrei». Ecco le dichiarazioni incriminate di Livingstone, indubbiamente scomode visto l’accostamento tra sionismo e nazismo, ma non molto diverse da quelle rilasciate pochi giorni fa addirittura dal primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, come ha ricordato lo stesso esponente laburista. Ma la vicenda, come dicevamo, ha origine da un altro episodio: l’espulsione poche ore prima di Naz Shah. E’ in sua difesa che Livingstone aveva affermato: «Non sentito nessuno dire nulla di antisemita, ma c’è stata una campagna molto ben orchestrata dalla lobby israeliana tesa a diffamare chiunque critichi le politiche israeliane tacciandolo di antisemitismo».

L’espulsione della parlamentare Naz, in effetti, dava un po’ l’impressione di una campagna mirata, dal momento che al centro delle accuse contro di lei ci sono sue dichiarazioni risalenti addirittura al 2014, quando proponeva di spostare Israele negli Stati Uniti per risolvere la questione israelo-palestinese.

Livingstone ha quindi ribadito la sua preoccupazione in merito all’evidente e deliberata confusione tra antisemitismo e critiche ad Israele, difendendo il suo commento su Hitler definendolo «un fatto storico».

Ma la storia a volte ignora le regole del politicamente corretto e a volte osa perfino dimenticare chi ha vinto l’ultima guerra mondiale, per cui meglio lasciarla stare, sembra il messaggio sottinteso in tutta questa vicenda.

E così, dopo un confronto interno durato poche ore, i laburisti hanno stabilito che le parole di Livingstone non erano probabilmente antisemite, ma hanno comunque preferito optare per una sospensione che togliesse le castagne dal fuoco di un partito al centro di un dibattito ormai infiammato (chissà da chi?!).

Gli episodi appena raccontati, infatti, sono soltanto gli ultimi di una “lunga” serie, sui quali i giornali, puntualmente, hanno insistito alimentando la questione “antisemitismo” tra i labour.

Lo scorso febbraio, infatti, Alex Chalmers, responsabile del Labour club studentesco della Oxford University, si era dimesso dall’incarico accusando i membri dell’organizzazione di avere «qualche problema con gli ebrei», nonché simpatie per i gruppi terroristi come Hamas.

Il 15 marzo, invece, Vicki Kirby, già sospesa dal partito nel 2014 per i suoi post anti-ebraici, dopo esser stata candidata al parlamento, viene sospesa nuovamente, per gli stessi post incriminati, dopo aver nuovamente ottenuto un incarico all’interno del partito in merito alle politiche del lavoro.

Il giorno dopo, Jeremy Newmark, leader del Movimento Ebrei Labour, accusa Corbyn di essere impotente di fronte all’insorgere dell’antisemitismo nel suo partito. Meno di un mese dopo, il 10 aprile, Aysegul Gorbuz, consigliere e mussulmana, viene sospesa dopo alcuni tweet  pro-Hitler e contro Israele. Pochi giorni dopo, il 27 aprile, come abbiamo visto, tocca alla Shah e poi a Livingstone.

Karen Pollock, direttrice dell’Holocaust Educational Trust, è stata chiara: «l’abuso intenzionale della storia dell’Olocausto è antisemitismo – puro e semplice». Su certi dogmi non si discute: la storia, in certi casi, è storia sacra. Livingstone, che pure non ha mai negato lo sterminio, anzi ne ha ricordato anche le cifre ufficiali nel post in questione, di certe cose semplicemente non deve parlarne, le sue parole rischiano di sporcare il dogma del bene assoluto contro il male assoluto, che non regge se bene e male pensavano a trovare una soluzione di comune accordo.

A ribadirlo con parole più esplicite è il rabbino Danny Rich, responsabile di Liberal Judaism e membro del Partito Laburista: «Sostenere che Hitler era sionista è non solo una enorme alterazione storica, ma equipara direttamente nazismo e sionismo. Suggerisce che essi condividevano obiettivi e valori; è colpa per associazione. E’ difficile pensare ad un collegamento più offensivo». Sionisti in combutta col nemico giurato? Mai accaduto e, se è accaduto in nome della real politik, meglio non dirlo, nella storia sacra stonerebbe un tantino.

«Come posso pentirmi di aver detto la verità?», ha chiesto Livingstone ai giornalisti. Una frase che riassume perfettamente le strategie da psico-polizia orwelliana che la stampa utilizza in nome della nota lobby, censurando di fatto la libertà di pensiero e la storia, in nome della democrazia.

Emmanuel Raffaele, 30 apr 2016

A Londra apre “Bunyadi”, dress code: via i vestiti, a cena nudi

Una Schermata-2012-07-04-a-19.16.40cena al ristorante completamenti nudi. Se proprio l’esperienza vi incuriosisce, non disperate perché, a breve, basterà una gita a Londra per soddisfare il vostro desiderio. Aprirà infatti a giugno, e soltanto per tre mesi, il “Bunyadi“, un ristorante, spiegano i promotori dell’iniziativa, «libero dalle costrizioni della vita moderna». Lo stile “nature”, infatti, non sarà l’unica caratteristica del locale, che mira a proporsi come esperienza totale: no all’utilizzo di prodotti chimici e coloranti, zero elettricità, niente telefoni cellulari e ingredienti rigorosamente naturali per la preparazione di pietanze cotte a legna, servite su stoviglie di argilla fatte a mano e consumate con posate commestibili. Sullo sfondo, un arredamento altrettanto minimal, con le canne di bamboo a separare i vari ambienti e due spazi principali: uno utilizzato da chi intende tenere addosso i propri abiti e l’altro da chi sceglierà di liberarsi anche di quelli nell’apposita changing room. A darne l’annuncio Seb Lyall, già ideatore dell’ABQ, cocktail bar londinese ispirato alla famosa serie “Breaking Bad”. Se la cosa fa per voi, dunque, fate in fretta a prenotare; la lista d’attesa si prospetta abbastanza lunga. Magari la location potrebbe tornarvi utile a rompere il ghiaccio al vostro prossimo primo appuntamento; quanto alle cene di lavoro, invece, forse meglio evitare. In ogni caso, non dimenticate: vietato scattare fotografie.

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